AlLioy

Ho frequentato il liceo scientifico della mia città, il L.S. Statale Paolo Lioy.
Noto a molti come iLLLLioy.

Il naturalista vicentino che ha dato il nome all’istituto aveva questo cognome che inizia per L.
Il Liceo Lioy, una sovrabbondanza di L che qualcuno storpiava in Lì o Lì, tanto per dare l’idea delle alternative che offre.

All’inizio lo confondevo con il Lloyd, famoso istituto bancario, o con l’Henry Lloyd, il giubbotto che andava di moda in quegli anni.
Altre cose.

Illllioy (la L può indifferentemente leggersi com prolungamento dell’articolo Il o come iniziale appesantita del nome) si trova in pieno centro storico a Vicenza, a fianco del cugino Liceo Classico Pigafetta, che gli studenti spesso storpiavano in figa-petta.

Esiste un altro liceo scientifico a Vicenza, molto più moderno, il Liceo Quadri, nella zona est della città.
Il Lioy invece era (è?) una specie di museo, non tanto per l’edificio, in buono stato di conservazione, ma per il corpo docente attempato e soprattutto per una certa mentalità rigida che vige(va?).

Il primo incontro dei professori del Lioy è avvenuto una mattina di settembre, prima che iniziasse la scuola. Ero andata nella sede centrale dell’istituto per vedere la formazione delle classi e raccogliere la lista dei libri di testo; davanti al piazzale antistante l’ingresso, sulla via di transito che conduce dritta al corso principale, una scritta a caratteri cubitali, fatta con la stessa sostanza con cui si tracciano le strisce pedonali: TAVERNA ROJA.

Meditavo sui locali della zona: vero che avevo appena 14 anni e non li conoscevo tutti, ma a mio sapere lì intorno c’era la Cantinassa, una paninoteca sotterranea del centro. Potevano averla rinominata in taverna? sì ci stava! potevano definirla Roja anche solo a scopo pubblicitario? un po’ azzardato ma ci stava.

(* Roja è la scrofa, femmina del maiale).

Invece no, non era il pub ad essere reclamizzato, ma qualche studente poco soddisfatto dell’esito degli esami di riparazione si era vendicato.

Sopra la scritta passeggiava avanti e indietro un donnone di forma piramidale, che a gran voce chiedeva l’intervento dell’ufficio igiene e della polizia municipale: la professoressa Taverna.

Oltre a lei al Lioy insegnava tale professoressa Righetto, titolare della cattedra di francese, nota anche alle classi anglofone per quella sua pettinatura molto barocca, fatta di lunghissimi capelli raccolti in torrioni svettanti sopra il capo, sostenuti da trecce e fermagli, che rimanevano in bilico durante le sue lezioni, e credo che una parte della sua severità dipendesse anche dallo sforzo di reggere quell’impalcatura.

Tra gli insegnanti del mio corso posso citare il famigerato Chiantella, storia e filosofia, l’unico sulla faccia della terra che interrogava con il libro aperto. Il suo mito era l’Europa unita, e solo di quella ci parlava. Per lui tutti i concetti fondamentali avevano la maiuscola. Ma come lo diceva lui sembrava che avessero la A maiuscola: quindi passi per l’Amore con la A maiuscola, ma quando parlava della conoscenza con la (A) maiuscola scoppiavamo tutti in risatine.

Dell’Andreoli e dei suoi consigli a praticare training autogeno ho già avuto modo di raccontare.

L’edificio dell’istituto era troppo piccolo per ospitare tutte le classi, quindi il biennio veniva disperso nelle sedi staccate: la scuola media di contrà Riale, l’istituto delle suore Canossiane, la scuola elementare di piazzale Giusti, la palestra dei padri Filippini.

A volte era necessario recarsi presso la sede centrale, così parte delle ore di lezione veniva impiegata per gli spostamenti.

Il triennio era ospitato per intero nella sede dell’istituto, nella centralissima piazza San Lorenzo; le classi terminavano le lezioni tra le 12 e le 13, e nel piazzale antistante, dove la scritta ‘Taverna Roja’ ha campeggiato sbiadita per anni, si formavano dei capannelli, popolati anche dai ‘cugini’ del Pigafetta e da amici provenienti da altri istituti. Il sabato in particolare era il giorno più festoso, era tutto un organizzazione di ritrovi pomeridiani, serali e domenicali.

Il ricordo migliore di quegli anni è legato a colui che ha coordinato tutta la classe per la durata del triennio: il prof. Pontarin, insegnante di italiano. Gli piaceva tenere lezioni intense, svincolarsi dai libri di testo, raccontare la letteratura a modo suo.

Insisteva molto sull’importanza dell’incipit di un tema, quella che ho scoperto poi chiamarsi Captio Benevolentiae.

“Sin dai tempi più antichi l’uomo…”: ma cosa ne sai tu dei tempi più antichi? c’eri?

Oppure “apro il mio vocabolario alla parola xxxx” (sostituire xxxx con il termine chiave della traccia): ma perché devi aprire il vocabolario? chiedeva.

Adesso ogni volta che leggo i post che iniziano citando Wikipedia mi viene in mente lui.

“In quanto” non si dice, ripeteva allo sfinimento: “in quanto” significa PERCHE’; scrivi PERCHE’.

Quando si usciva interrogati, se si iniziava a rispondere con un “Allora…” ti bloccava subito: allora è conclusivo, non può iniziare un discorso. Il malcapitato ripartiva con “Dunque” per essere subito interrotto: anche dunque è conclusivo.

Così toccava censurare tutta la prima parte di riscaldamento del discorso per poter iniziare a rispondere ai suoi quesiti.

Sarei curiosa di ascoltare i suoi commenti sarcastici di fronte al dilagare di locuzioni come ‘piuttosto che’ usato per continuare un elenco e di ‘quant’altro’ per concluderlo.

Pontarin faceva una cosa che oggi sembra inammissibile anche per il secolo scorso, eppure era così: fumava in classe. Ovvero entrava in classe con la sigaretta accesa, attraversava l’aula e si dirigeva verso la finestra, la apriva e terminava la sua cicca. Poi andava a sedersi in cattedra ed iniziava la lezione.

Robe del paleolitico, invece erano gli anni ’90.

A lui devo parecchie incazzature, per avermi spronata a dare il massimo anche quando sarebbe bastato uno sforzo inferiore per conseguire risultati comunque sufficienti.

Col senno di poi gli riconosco il merito di avermi svelato che lo stesso rigore che mi faceva prediligere le discipline scientifiche può essere applicato, con soddisfazione, anche a quelle umanistiche.

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Mandami una cartolina!

Sopra la scrivania che usavo per studiare avevo appeso un foglio di compensato a cui puntinavo tutte le cartoline che ricevevo durante l’estate.

Non erano molte, ma ciascuna di esse occupava un posto specifico, sul quadro e nei miei pensieri. Un cartoncino raffigurante una qualche località di mare o di montagna. Alcune erano fotografie a pieno campo, altre erano dei collage delle prese migliori, che rendevano l’idea del posto come gli scatti degli invitati ai matrimoni tutti assieme: non si capiva nulla!

Poi c’erano quelle spiritose, che camuffavano località poco amene.

Ma la parte più importante era dietro: quella frase ad effetto che voleva sintetizzare la piacevolezza di un soggiorno lontano con il desiderio di rivedersi.

Di ritorno dalle vacanze ero impaziente di aprire la cassetta delle lettere e separare le bollette della luce e del gas, destinate ai miei genitori, dalle cartoline, destinate a me. Alcune arrivavano anche molto dopo, a settembre inoltrato.

Comporre il patchwork con tutte le cartoline era un bel modo per iniziare l’anno scolastico, e tra un esercizio di matematica e una pagina di letteratura buttare lo sguardo ai tramonti surreali e ai Ciao sovraimpressi era rigenerante; non tanto per quelle viste anni ’70 delle spiagge ma per la consapevolezza che qualcuno aveva pensato a me.

Mandare una cartolina comporta infatti alcuni passaggi (la selezione, la scrittura, la ricerca del francobollo e della buca dove impostare) che inevitabilmente ti riportano alla mente il destinatario.

Pochi minuti di lavoro quando spedisci, un anno di gratitudine quando ricevi.

Ora non so se tra i più giovani o i più anziani si usa ancora mandare la cartolina.

Per quelli della mia generazione i social network e le app di messaggistica istantanea hanno surclassato questo costume: perché mandare un cartoncino anonimo che vedrai tra un mese quando posso postare una foto personale su Instagram che vedrai appena ti colleghi?

Non fa una piega!

Anzi la stessa foto la vedranno tutti i miei amici, o coloro a cui lo consento, come è più corretto chiamarli; e posso postare più foto al giorno, fornendo tutti i dettagli della mia vacanza.

Non fa una piega.

Questo passaggio dal tu-per-tu alla grande scala però sacrifica l’elezione, annulla il ti ho pensato, priva le amicizie di un tassello.

Certo che si resta amici anche senza mandarsi le cartoline ma quando alzi gli occhi dalla versione di latino vedrai solo il muro o qualche fotografia, magari migliore dei panorami sbiaditi e con gli angoli arricciati dall’umidità, ma dietro di esse non ci sarà nessun ci vediamo presto a ristorarti dalle fatiche.

“Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?”

Quando andavo alle scuole elementari portavo una cartella dentro cui stavano un quaderno a righe, uno a quadretti, l’astuccio e il diario. Stop!

Semplice no? Elementare direi, Watson.

Oggi le elementari si chiamano primarie, e di elementare hanno perso anche i connotati.

Quaderni a quadretti, a righe, ad anelli; mi raccomando che abbiano i margini; e poi le copertine, ad ogni colore corrisponde una materia; rivestire i libri, etichettare tutto. I pastelli, i pennarelli, a punta fine e a punta grossa. Il diario datato (che sti paraculi dei produttori hanno trovato il sistema per vendere negli anni a seguire i fondi di magazzino). L’album con i fogli per disegnare, le forbici con le punte arrotondate, le scarpe da ginnastica in un sacchetto di stoffa col nome.

I primi giorni di scuola è una corsa all’approvvigionamento, genitori e figli accaniti nelle corsie ‘cancelleria’ dei supermercati e nelle cartolerie: i genitori ad ottimizzare la spesa, i figli a scegliere tra i diari e gli astucci: un delirio, sembra il Toys al 24 dicembre.

Quest’anno alla lista si è aggiunto un elemento: il dizionario della lingua italiana.

Panico: la chat di WhatsApp inizia a fibrillare a poche ore dalla ricezione della lista.

Quale?

Eh sì: di quale dizionario dotare i figli?

In casa non ne abbiamo nemmeno uno, ma i produttori le liste del materiale devono averle avute con largo anticipo perché TOH ecco lì al supermercato una bella torretta ricolma di dizionari, di marca e prezzo variabili.

D’un tratto i pensieri che dovrebbero aiutarmi a scegliere mi risucchiano al mio inizio del liceo: una carriola di materiale da comprare; i miei per contenere la spesa avevano costruito con le loro mani un parallelografo e recuperato dei pennini a china di quelli a serbatoio, non a cartuccia.

Di fatto hanno ucciso sul nascere la mia scarsa propensione per il disegno tecnico, che qualche anno dopo all’università sono riuscita a farmi bocciare all’esame, uno di quegli esami cosiddetti salvanaja in cui prendono tutti 30 senza troppa fatica.

Dodici??? Ho chiesto vedendo il voto. No, che 12… R… RITORNARE! (Non aveva una mano tanto meglio della mia il professore, ma a sostenere l’esame ero io… Non gli pareva vero di bocciare qualcuno e restituire un po’ di dignità a quell’esame che tutti consideravano già fatto).

Vabbè mi sono rifatta un paio di anni dopo, conseguendo al primo appello un bel 28 in Scienza delle Costruzioni, roba che altri studenti impiegavano anni a superare, e alcuni rinunciando abbandonavano l’ateneo.

Ma sto decisamente divagando!

Dicevo che oltre al materiale per il disegno tecnico, all’ingresso al liceo era richiesto anche il vocabolario di latino.

Suggerimento degli insegnanti IL Castiglioni Mariotti, un voluminoso tomo con copertina bianca su cui l’articolo IL campeggiava a piena pagina.

IL Castiglioni-Mariotti costava parecchio, potrei azzardare una cifra intorno alle 80000£, e a casa mia giaceva sonnecchiante un vecchio vocabolario di latino, senza copertina e senza autori illustri. Forse proprio senza autori.

“Quello va benissimo, di certo non ci sono neologismi nel latino, non vediamo che senso abbia spendere tanto quando hai già tutto” avevano sentenziato i miei.

Che è un po’ il filone logico per cui a Natale ricevevo la Tania in luogo della Barbie e il motivo per cui adesso voglio l’iPhone e non l’Huawei.

Obiettivamente neologismi no, ma il motivo per cui IL C-M era così corposo e il mio era tanto snello c’era!

Io l’ho scoperto alla prima versione in classe!

La versione è un compito in cui l’insegnante distribuisce un foglio con un brano da tradurre, tratto da qualche opera generalmente di Cicerone.

Si chiama versione e non traduzione perché il lavoro maggiore non consiste nel tradurre i vocaboli, ma nel ricostruire il senso logico delle frasi, individuando principalmente soggetto e predicato, quindi assegnando un valore logico coerente ai complementi, sostantivi declinati nei casi corrispondenti.

Un esercizio molto più matematico che linguistico, nel quale il pensiero laterale a volte si rivelava fondamentale.

Dove non arrivava il pensiero laterale, arrivava IL C-M: tu cercavi un termine e trovavi tutta la frase già tradotta.

Io invece cercavo un termine e trovavo il suo primo significato.

In questo modo mi sono trovata costretta a girare e rigirare il mio vocabolario vintage come fosse un motore di ricerca, e ad ingegnarmi per fornire un senso compiuto a frasi che apparentemente non ne possedevano alcuno.

Qualche anno dopo, quando mia sorella ha iniziato il liceo, in casa ha fatto ingresso il famigerato IL.

“Quello ormai è distrutto, perde le pagine, ha fatto la sua epoca” avevano ammesso i miei.

Questa considerazione mi è rimbombata mentre dalla torretta dei dizionari avevo preso in mano un Garzanti che costava più del triplo degli altri.

Poi lo userà anche Viola, mi sono sorpresa a pensare. Ma il fatto di avere qualcosa di riciclato è un deterrente per appassionarsi alla materia.

Meglio questo, più facile da utilizzare, con i colori a bordo pagina per individuare di primo acchito la lettera iniziale.

“Il mio primo dizionario” mi pare adatto ad una terza elementare, e il costo contenuto non mi farà rimpiangere di doverne comperare presto un altro.

Scelta fatta.

In fin dei conti avere uno strumento limitato ha affinato la mia capacità di fare ricerche mirate su Google, 30 anni dopo.

Per poi sentirsi dire da Sofia, una volta a casa la sera “Mamma… questo è proprio QUELLO che le maestre hanno consigliato di prendere!”.

Primo giorno di scuola

Ho scritto queste righe in occasione dell’inizio della scuola elementare di Sofia, due anni fa.

Ad eccezione di alcuni dettagli (il numero di anni e i riferimenti temporali) per il resto è un pezzo inossidabile, che si adatta a qualunque inizio scolastico.

Lo ripropongo.

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Sono trascorsi 36 anni dal mio primo primogiorno e solo (solo!!!) 18 dall’ultimo primogiorno.

Eppure non ricordo nulla di nessuno, intermedi compresi, tabula rasa,
non riesco a focalizzare nessun particolare saliente di quei giorni, nessun accadimento, nessun dettaglio.

Anzi uno sì: il primo primogiorno mio papà mi ha portato dentro l’atrio della scuola elementare e io ho visto una bimba con la cartella in spalla e le trecce lunghe, che piangeva come una fontana; ho chiesto ‘ma perchè piange???’ (tra l’altro era già di seconda, quindi non mi spiegavo proprio il motivo, mi avevano detto che avrei potuto vedere i bimbi di prima che piangevano perchè era la prima volta che

andavano a scuola, ma quelli di seconda?).

Anche stamattina mi avevano avvisata che avrei potuto piangere, e in effetti se la tiravano ancora un po’ in lungo mi sarebbe sì venuto da piangere al pensiero di quante ore di permesso mi volavano via per niente.

Comunque dicevo che dei primigiorni nello specifico non ricordo nulla

ma in generale lo stato d’animo sì, era sempre quello: la sera precedente faticavo ad addormentarmi, non vedevo l’ora che venisse il mattino seguente.

Immaginavo i compagni nuovi, perfetti sconosciuti (che nel giro di breve tempo tali sono ritornati ad essere: nota del senno di poi), con i quali avrei potuto stringere amicizia; auspicavo che oltre a quelli dell’anno precedente ce ne fossero altri, e se già ne avevo avuto notizia cercavo di immaginarmi le loro facce.

Mi piaceva l’odore di cartoleria, di nuovo, che si spandeva nell’aria ad ogni quaderno estratto dalla cartella (poi zaino, ma all’inizio si usavano proprio le cartelle): l’odore delle penne non ancora morsicchiate, delle gomme da cancellare integre, dei cancellini ancora candidi, dei libri che aprivo con delicatezza per non forzare il segno sul dorso lasciando quella sorta di cicatrice laterale.

Mi piaceva avere i quaderni completamente bianchi, senza errori, senza pasticci; la piacevolezza di scrivere nella prima pagina, con altre 50 fogli sotto a fare da morbido supporto, che il pennino si appoggiava e scorreva a meraviglia; il diario, scelto con tanta cura, nel quale oltre ai compiti assegnati si scrivevano pensieri liberi e si appiccicavano adesivi e ritagli; l’orario provvisorio, che poi lasciava spazio a quello definitivo, ed entrambi riservavano sempre qualche sorpresa.

Mi piaceva la lentezza con la quale gli insegnanti facevano l’appello: scandivano cognome e nome di ciascuno, rigorosamente in ordine alfabetico, guardando bene in viso quello di turno che rispondeva ‘presente’ e rivolgendogli a volte qualche domanda tipo ‘sei fratello di?’; gli elenchi delle mie classi sono sempre iniziati per B, tranne che in prima superiore, e si sono sempre spinti al massimo fino alla V, tanto che mi ero fatta l’idea che i cognomi con la Z non esistessero nemmeno.

Ricordo la corsa al banco, anche se la mia era inutile: avrei voluto stare davanti, per sperare di venire coinvolta di tanto in tanto; invece puntualmente venivo spostata infondo, nella posizione di angolo, dove potevo isolarmi indisturbata, ed era una noia mortale avere solo una persona con cui chiacchierare per l’intero anno.

Ricorrenze

Tre anni sono trascorsi da quella domenica di un'estate in cui le temperature non sono mai esplose.
Le ferie le avevamo spese in giugno, perchè ad agosto dovevamo essere pronti al tuo arrivo, che aspettavo in verità almeno un paio di giorni dopo, ma ero rassegnata ad attendere anche una settimana oltre la data presunta.
E invece quella domenica mattina avevo iniziato il travaglio, ma chi lo sapeva che si trattava di questo?

Alla domanda 'saprò riconoscere il momento?' la ginecologa aveva sorriso con malcelata compassione, certo che sì.
Allora avevo consultato l'onnisciente, Google, e avevo trovato questa indicazione: 'se state a porvi la domanda significa che potete aspettare'.
Pertanto no! non poteva trattarsi di travaglio, assolutamente.

Cosa facciamo oggi pomeriggio? andiamo finalmente al parco a vedere il teatrino estivo? ogni domenica c'era stato un impedimento diverso.
E se mi prendono queste fitte al parco? Beh dai, durano poco poi passano. Se capitano, mi metto in un angolo tranquilla e supero il momento.
Però fermi tutti: sono di durata crescente e si presentano ad intervalli regolari, io sono a termine di gravidanza, forse prima di andare al parco un giretto al pronto soccorso è opportuno.

Ed è così che il teatrino è saltato anche quella domenica perchè 'signora la teniamo dentro' e dopo aver subìto i tentativi maldestri di una novizia per infilarmi l'ago cannula, sono stata fatta sedere su una poltrona per i tracciati.
Insieme a me un'altra donna, a cui mancava ancora un mese al termine, accompagnata dalla madre, che non taceva un minuto.
Ad un certo punto la figlia le dice "Mamma, guarda che la signora ha le contrazioni, parla piano!".
Chi io? macchè contrazioni, solo qualche fitta.

"Bene signora!" – dice la capa – "la portiamo su! ma dove va? si sieda che la accompagnamo".
Che noia tutto questo essere chiamata signora, vabè, ma posso camminare benissimo con le mie gambe. Niente da fare.

Arrivo in una saletta dove mi dicono di cambiarmi; penso che manchi ancora tantissimo, d'altronde non ho ancora avuto il tempo di prendere in mano il libro e attaccarmi alle cuffiette, preparativi per trascorrere l'eternità che dicono che ci vuole, ore e ore e ore, per qualcuna giorni interi, di sto famigerato travaglio.

L'ostetrica di turno inizia a compilare una scheda, mi fa mille domande sullo stato di salute della mia famiglia in generale, io cerco di rispondere con precisione ma il compito rimane a metà: ecco una contrazione terribile, fortissima, eterna che mi squarcia e mi fa sentire Bruce Banner quando si trasforma nell'incredibile Hulk.

E' come se una potenza superiore dal mio interno stesse per esplodere. Lancio un urlo così forte da poter dar voce a tutte le riproduzioni del dipinto di Munch distribuite sul pianeta.

Da quel momento non so quanto sia trascorso, io non ho più provato lo stesso dolore esplosivo, solo credevo il traguardo lontanissimo, quindi misuravo le forze;
arrivava un sacco di gente: medici, infermiere, ostetriche e tutti mi stavano attorno, chi mi toccava la pancia, chi mi misurava la pressione, chi regolava le flebo, chi ti controllava il battito.

"Dai dai che sta nascendo, respira respira spingi spingi respira dai che la vediamo, c'è la testa".
Si vallo a raccontare a tua sorella che lo so che mancano ore.

SCIUP
Eccola!

Ma come? già? e non potevate dirmelo prima? pensavo che sarebbe durato secoli e mi sono persa questo momento, non me lo sono gustata abbastanza!

Alle ore 16.30 di domenica 17 agosto 2014, Viola, sei venuta al mondo.

Oddio che piccola, la prima cosa che ho pensato.

Dopo averci sistemate ci hanno avvolte in un due lenzuola, uno grande per me e uno tutto ripiegato per te, e ci hanno messe in una saletta.

La prima cosa che tu hai pensato è stata di cagarci addosso, giusto per stabilire le priorità.

Mentre davo indicazioni al tuo papà che selezionava dal mio cellulare i destinatari della notizia meravigliosa (no a quelli dei serramenti no, sì a Fiorenza puoi mandarlo, anche se non era al corrente le farà piacere sapere) ti stringevo tra le braccia e ti guardavo estasiata, grata per aver appena vissuto l'esperienza più intensa e memorabile della mia vita.

 

 

 

 

Un penny per i miei pensieri refrigeranti

If I share with you my story

won't you share your dollar with me?

Tranquilli, non è una richiesta di denaro, mi basta condividere con voi una storiella refrigerante che mi è tornata in mente a pranzo qualche giorno fa.

Si parlava di climatizzatori, in particolare di guasti ai climatizzatori, di questo caldo ostile (ostile ai più, io lo apprezzo), di sopravvivenza alle temperature elevate, di alternative ai climatizzatori.

Uno dei commensali se ne esce raccontando di aziende che commercializzano ghiaccio e a me la cosa è rimasta impressa perchè proprio la stessa mattina alla radio avevano raccontato di tre imprenditori della zona che hanno fatto fortuna grazie al ghiaccio.

Un altro dei commensali schernisce l'attività menzionata, perchè tanto il prodotto arriva a destinazione già tutto sciolto; io non gli dò peso perchè questo collega è disprezzo-uno-stile-di-vita.

Qualunque sia l'argomento lui ha da ridire, che non si fa così, che solo in Italia, che altrove è meglio, che lui aveva uno zio che.
Aveva appena terminato una filippica sull'uso delle cinture di sicurezza, che lui ha l'esenzione, ma sui sedili posteriori a cosa serve, ma quelli che vanno in moto non la usano, ma negli altri paesi non è obbligatoria.

Penso che ognuno di noi abbia nella sua cerchia di conoscenze un simile elemento, colui che sa tutto ma quando gli chiedi di aiutarti sguiscia come un'anguilla e arrangiati.
Si capisce perché io non presti tanta attenzione alle conversazioni, che partono sempre per la tangente con un tale partecipante, così ho iniziato a pensare a quanto impiega a sciogliersi il ghiaccio.

Mi sono tornati in mente due episodi, esempi pratici che sciolgono, in ogni senso, il dubbio fisico su cui stavo ragionando.

Il primo risale a qualche decade fa, quando andavo in vacanza in campeggio con i miei genitori. I campeggi di allora non sono nemmeno lontani parenti di quelli di adesso, villaggi super attrezzati.

I campeggi di allora lo erano nel vero senso della parola: picchettavi la tenda, gonfiavi il materassino, dormivi nel sacco a pelo e mangiavi su tavolini improvvisati quanto traballanti.

La corrente elettrica non raggiungeva tutte le piazzole e comunque noi ne facevamo tranquillamente a meno: lampada e fornellino alimentati a bomboletta di gas, nessun elettrodomestico (no televisione, no asciugacapelli, ovviamente no telefoni); il frigorifero si riduceva ad un contenitore termico che evitava che le pietanze si deteriorassero in poche ore.

Pochi giorni fa ho letto un post nostalgico dai toni ah-come-era-bello-il-campeggio. Anche no, ma casomai ne parlerò in un altro momento.

Il frigorifero dicevo era uno scatolone dalle pareti isolanti in cui creavi il fresco con le buste refrigeranti, da portare ogni 24 ore al market dove te le riponevano nel freezer dei surgelati e il giorno dopo non le trovavi più, perchè qualcuno le aveva scambiate con le tue, già fresche, e ti aveva lasciato lì, forse, le sue, calde. Forse.
Così i campeggi più all'avanguardia vendevano dei blocchi di ghiaccio da un paio di kg, che tenevano sì fresco ma poi ovviamente si scioglievano e il formaggio che volevi mantenere per la sera te lo trovavi a galleggiare insieme alla mortadella e buon appetito.

Le vacanze con i miei genitori non erano mai ripetitive, ogni anno si cambiava meta, stessa spiaggia stesso mare solo nella canzone. Di conseguenza io non ho mai avuto 'gli amici del mare' ma nemmeno il piacere di consolidare i percorsi che dalla piazzola portavano alla spiaggia, ai bagni, al market.
Mi assegnavano piccole mansioni tipo vai a lavare i piatti, a prendere acqua con la tanica (no, l'acqua corrente non faceva parte delle comodità), a comperare un litro di latte; e io, che quando veniva distribuito il senso dell'orientamento ero da qualche altra parte, forse a nuotare, mi perdevo, immancabilmente.
Impiegavo ore per cercare la piazzola, e non sapevo nemmeno come fare a chiedere indicazioni: peregrinavo fino a che, per esclusione, la trovavo.

Questo scenario per dire che io lo so bene che il ghiaccio a blocchi impiega parecchio a sciogliersi, che quella volta che mi hanno spedita al market a prendere il cubone sono riuscita ad arrivare con ancora metà del blocco compatto, e il resto liquefatto lungo il tragitto, tipo Pollicino, così capivo se da quel sentiero ci ero già passata.

Il ghiaccio a pezzetti si scioglie più in fretta, ma se è tanto, comunque impiega parecchio tempo.
Anni fa, appena una decina in questo caso, nella squadra di nuoto c'erano alcuni elementi che amavano organizzare festicciole estive in campagna.
Chiamavano tutti gli amici, e gli amici degli amici, ognuno portava qualcosa e si metteva un po' di musica.
Tra gli ospiti, a volte in veste di organizzatore altre di invitato, vi era tale Matteo; anche Matteo è un personaggio caratteristico, uno di quelli che in tutte le compagnie ce n'è uno. Lui è quello che arriva sempre dopo, che non si affretta per rispettare gli orari o gli impegni presi.
Così quella volta che era invitato ha chiesto cosa doveva portare quando tutti ormai si erano presi la loro parte di incarico e se ognuno porta per due / tre volte il quantitativo che mangerebbe va a finire che viene avanzato un mucchio di cibo.
"Matteo porta il ghiaccio per mettere le bibite in fresca" il compito che gli viene assegnato.
E ovviamente non è che puoi procurartelo la mattina per portarlo la sera, no: lo prendi subito prima, giusto quando sei di strada.
Ma Matteo non è, come dicevo, uno che si anticipa; arriva alla Auchan in orario di chiusura e pensa di trovare il ghiaccio senza nemmeno aver verificato se sia presente in assortimento.
Spiacenti non abbiamo ghiaccio da vendere, si sente rispondere, ma essendo in orario di chiusura il banco del pesce gli propone di tirarsi su quello che durante il giorno ha mantenuto arzille le triglie e le orate.
A Matteo non par vero: ghiaccio disponibile e a prezzo zero, fantastico.

Se non che quando gli invitati vedono una buona quantità di ghiaccio tritato fino non pensano più ormai alle bibite da refrigerare: come Homer Simpson quando vede le ciambelle perde la testa, ci sono due o tre che pensano bene di farsi un cocktail.

Cosa c'è di meglio in una calda serata estiva di un mohito al gusto di branzino?

La malizia è negli occhi di chi guarda

"A-G-A… mamma? Cosa è scritto sulla tua maglietta?" mi chiede Sofia accarezzando le paillettes che ornano la parte alta della T-shirt che indosso.

Mi rendo conto solo in quel momento che sul fronte della mia maglietta è ricamata una scritta intellegibile, che vado a leggere per Sofia: AGAIN.

Ho acquistato questo capo di abbigliamento invece della canotta che cercavo e non ho trovato; però mi piaceva il modello, aperto sulla schiena. Non avevo nemmeno fatto caso a cosa rappresentasse il disegno. Sì perché sotto la scritta paillettosa c'è pure un disegno, aspetta, cosa dice? PLAY.

PLAY AGAIN: gioca ancora, rifallo.
Che può avere tante interpretazioni però a essere onesti tutte le altre sono palliativi, il senso è abbastanza chiaro, è istintivo come veniva istintivo a Sofia accarezzare le paillettes per testare se erano reversibili.

Di primo acchito mi vengono in mente le magliette A-Style, dove campeggiava una A con due pallini, una specie di dieresi sbilenca, che in forma stilizzata rappresentava senza troppa fantasia un accoppiamento da tergo.

Marchio molto diffuso anche tra i giovanissimi, bambini compresi; aveva suscitato qualche blanda polemica ma nessuno più di tanto faceva caso al significato: il giusto marketing aveva saputo fare accettare il doppio senso senza tanti moralismi.

Poi mi è venuto in mente un altro caso, meno noto e più gustoso; lo prendo da distante, mettetevi comodi in poltrona e preparatevi la birra e i pop-corn.

La mia nonna materna era rimasta vedova in età relativamente giovane; dopo un primo periodo di smarrimento aveva preso a riorganizzarsi. Per cominciare aveva fatto la patente, proprio lei che non aveva mai guidato l'auto, a 60 anni si era iscritta alla scuola guida e aveva conseguito l'ambita licenza di guidare.

Ricordo che la sera rimanevo da lei e mi divertivo a rispondere ai quiz, tranne le ultime tre domande sul motore che mi parevano fuori luogo ed inutili; aveva fatto parecchie guide e dopo un paio di tentativi di esame era riuscita ad ottenere il famoso foglietto rosa che si piega in tre parti.

Aveva anche iniziato a viaggiare: era andata in Australia per sei mesi ospite di sua sorella, che era emigrata molti anni prima.
Ogni anno a marzo e a novembre trascorreva un paio di settimane in qualche località del Mediterraneo, con gruppi organizzati di pensionati, con cui aveva allacciato diverse nuove amicizie.

Una volta aveva finto di aver conosciuto un nuovo uomo, e voleva presentarlo a suo fratello. In realtà era una sorpresa, si trattava della sorella che dall'Australia era venuta in Italia in vacanza. Aveva organizzato un pranzo con tutti i parenti e … CARRAMBACHESORPRESA… ecco il mio nuovo fidanzato invece era Fulvia! E giù lacrime, abbracci, improperi tutto insieme.

In quell'occasione le avevo chiesto perché non si trovasse davvero un altro uomo e mi aveva dato una risposta concisa ma eloquente: non ci penso nemmeno!

Tra le amicizie nate durante i viaggi c'era Lidia, una signora nativa di Trieste il cui cognome rivelava origini austriache o forse slovene. Anche Lidia era vedova, e anche Lidia era una a cui piaceva ridere e scherzare.
Fisicamente erano abbastanza simili, si distinguevano per il colore degli occhi, una verdi e l'altra azzurrissimi.

Al contrario di mia nonna che aveva preso la patente per pura sfida ma non aveva confidenza alcuna con la guida, Lidia guidava senza problemi.

Così mia nonna si faceva scarrozzare: al mercoledì d'estate andavano a Sottomarina e ritornavano la sera rosse come dei gamberi, e i loro occhi chiari risaltavano ancora di più.

Anche Lidia aveva di che acquisire da mia nonna, che dal lato suo vantava ottime abilità in cucina e nel cucito; veniva a trovarla spessissimo e si faceva spiegare come tirare la sfoglia o girare i bigoli col torchio, poi avanzava sempre qualche ingrediente e così tra un esercizio culinario e l'altro preparavano pranzi a otto portate.

Oppure andavano in gita dal strassaro, e Lidia guidava; compravano metri e metri di stoffa e poi mia nonna le insegnava a tagliare i pezzi dai cartamodelli e cucire gonne e camicie.

El strassaro (tradotto in italiano Lo straccivendolo) è un negozio di tessuti.
Ma così, in italiano intendo, non lo conosce nessuno: parola mia che ho provato a cercarlo chiedendo indicazioni per 'un grande magazzino di tessuti'. Sguardi allibiti: qua? Mai sentito! Dopo alcuni aggiustamenti della definizione 'aaaahhhh … el strassaro!' e ci ero davanti.

Comunque è un enorme ricettacolo di tessuti, un iper discount di stoffe per usare un termine moderno, un mezzo self-service dove si spendono pochi soldi ma è richiesta tanta pazienza.

Insomma, vengo al dunque: un pomeriggio sono lì entrambe alla macchina per cucire e mia nonna spiega a Lidia come attaccare la manica alla spalla, le fa vedere sulla camicia che indossa quale è la corrispondenza.
Vedi? E le tocca la cucitura. Questa!
Ma aspetta un po'… che camicia è questa?
Lidia orgogliosa le risponde che l'ha confezionata lei con la stoffa che avevano acquistato alcuni mesi prima.
"Ma fammi vedere un po' " dice mia nonna; guardano meglio da vicino il tessuto, una stoffa bianca con dei piccoli disegni neri.
In quel momento entro in casa io (la nonna abitava nell'appartamento sopra a quello in cui viveva la mia famiglia) e le sento ridere a crepapelle.
"Ah ah ah… vieni qua… guarda! Guarda che camicia si è fatta Lidia" e giù che sganasciano.

Mi avvicino e osservo la camicia, bella dico. Poi guardo da vicino: i disegnini neri rappresentavano donnine nude in varie pose.

Lidia aveva tagliato e cucito quella stoffa senza mai accorgersi di nulla.

Ritmi latini di altri tempi

Non guardo la televisione, ma non è anticonformismo, semplice fase della vita.
Sono cresciuta a pane e BimBumBam, il simpatico contenitore pomeridiano per cartoni animati, capeggiato dal pupazzo Uan. Lo guardavo mentre ero dalla nonna, chè i miei genitori lavoravano tutto il giorno.
A casa la sera si guardava poca tv ma SuperGulp, che piaceva anche a loro, era imperdibile; per il resto non c’erano tante discussioni, non avevo facoltà di scegliere io i programmi serali.
Così quando mi sono sposata ho ripreso possesso del telecomando, fino a che non sono nate le bimbe.
Ogni sera c’era Enrico Papi con Sarabanda, il lunedì tardi facevano Zelig e l’estate veniva scandita dalle tappe del FestivalBar, che si concludeva a settembre all’Arena di Verona. Non era tanto la gara canora a coinvolgere il pubblico, quanto la possibilità di vedere esibirsi i cantanti del momento. Bei ricordi.
Al mio rientro dal lavoro ogni sera trovavo ad attendermi Gerry Scotti e le letterine, Ullalla-ullalla-ullalla-là / Passaparola / Noi siamo qua.

Mi piaceva immedesimarmi nel gioco finale, cercavo di rispondere tempestivamente ad ogni domanda di cui si sapeva la lettera iniziale della risposta, una per ogni simbolo dell’alfabeto. 

Quando il concorrente non la conosceva poteva saltare la risposta per darla al giro successivo, se avanzava del tempo. La parola magica per procedere era appunto Passaparola.

Il particolare della trasmissione che porto ancora vivo nella memoria è lo stacchetto sulle note di una canzone della mosca tze tze:

“Yo romperé tus fotos / Yo quemaré tus cartas / Para no verte más”
traducibile in 

“straccerò le tue foto / brucerò le tue lettere / per non vederti più”.

Sulla prima frase riportata la letterina di turno (o Alessia Fabiani, o Ilary Blasi, o Silvia Toffanin…) faceva una mossa come se stesse affettandosi l’avambraccio con la mano opposta, che io riconducevo al tagliare a pezzi le foto della persona da non vedere.

Non erano ancora i tempi delle canzoni spagnole monopolio dell’estate: Alvaro Soler forse andava alla scuola materna, Enrique Iglesias non soffriva al corazon, Luis Fonsi era nei pensieri della sua mamma.

La canzone mi prendeva molto e quel particolare di affettare le fotografie come una soppressa mi sembrava suggestivo come una macumba da praticare a chi non si desiderava rivedere mai più.

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Questo pezzo partecipa per gli #aedidigitali al tema della settimana #passa-la-parola.

Martina

In tempi di social network conoscere una persona solo per nome vuol dire non conoscerla. E io infatti non la conosco. O si?

Ai tempi in cui insegnavo lei frequentava i corsi di nuoto presso la struttura in cui lavoravo. La vedevo così superba, così altera e non provavo alcuna simpatia, onestamente.

Anni più tardi e qualche km più in là ci siamo ritrovate, entrambe utenti, lei per l’acquagym e io per i master.

Quando io arrivavo lei usciva, era un incrocio di doccia, più che una conoscenza.

Bella è sempre stata bella: le gambe lunghe e snelle, il busto compatto, lunghi capelli biondi e occhi castani; e poi quel difetto della pelle che metteva in risalto i suoi punti di forza, come una modella di Desigual.

Correva l’anno 2008, ottobre. La diagnosi per mia mamma era già entrata a regime, e sembrava quasi troppo pessimistica per lo stato reale delle cose. Quella di mio papà invece era fresca di referto. All’indomani avevamo preso appuntamento con un luminare in materia, che avrebbe dovuto salvarlo e invece ci ha trattate, a noi accompagnatrici, come tre scolarette inadempienti, per non aver conservato i precedenti referti in ordine cronologico. Alla modica cifra di 200€.

Ma questo sarebbe accaduto il sabato mattina. Quel venerdì sera ho fatto una deviazione prima di andare ad allenamento per passare a trovare i miei. E trovarli arrabbiati.

Ogni tanto adesso mi ritrovo a fare da paciere tra Viola e Sofia per motivi futili; quella sera ho dovuto fare altrettanto con loro due che si stavano accapigliando per un’analisi del sangue da portare o non portare al professorone.

Mia mamma piangeva a singhiozzi, mio papà non piangeva ma il suo sconforto era ancor più palpabile.

La devi portare, può essere importante.

Il paziente sono io e decido io: questa è vecchia di anni e non serve a niente.

Muro contro muro, come se fosse quello il punto.

Ne sono uscita disfatta e raggiunto lo spogliatoio della piscina mi sono svestita del ruolo di mediatrice e sono scoppiata a piangere.

Poche le donne a quell’ora; un’amica mi chiede cosa succede, le rispondo che i miei hanno poco tempo ancora per stare insieme e lo passano a litigare. Sono affranta come poche altre volte mi è capitato di esserlo, perché alla morte ci si rassegna ma finché si è in vita bisogna vivere, rifletto.

Martina non dice niente, o forse sì ma non lo ricordo. Però mi guarda, con uno sguardo che è molto di più: è un abbraccio, è una consolazione, è un ‘ti ho ascoltata / ti ho capita’. La settimana successiva si informa di come va.

Da quella sera in cuor mio siamo diventate amiche, anche se io di lei so solo come si chiama. Ma ogni volta che ci incrociamo e ci salutiamo io mi sento bene.

Di incidenti ne accadono molti e finché alle vittime non dai un nome sono sempre ‘cose che succedono’.

Io in questo momento non riesco a non pensare a quella sera, alla forza che mi ha trasmesso e che vorrei poterle restituire.

Passaggio di consegne

Essere una mamma o avere una mamma? Cosa si celebra la seconda domenica di maggio? Per alcune persone entrambe le cose, per altre nessuna delle due, per molti l’una o l’altra.

Quando rientravo tra quelli che avevano una mamma, vivevo comunque l’intera settimana (una data variabile tra l’8 e il 15 maggio) in clima di festa perché in quell’intervallo cadeva anche il suo compleanno; a volte le date coincidevano o si susseguivano, comunque lei ci teneva moltissimo ad entrambe.

Nello stesso periodo per la mia, di mamma, si è stampata anche la data del capolinea.

Quell’anno l’11, la data del compleanno, cadeva di lunedì, ed è stato il giorno in cui ha accettato il trasferimento nella struttura di accoglienza.

Posso solo vagamente immaginare il tumulto di pensieri che le esplodeva dentro. Una decina di giorni, tanto è durato l’esaurimento delle energie, che inesorabilmente scomparivano.

Io avevo deciso che volevo essere presente più che potevo, e mi portavo dietro Sofia, un fagottino di nemmeno due mesi che infastidiva l’infermiera per i suoi pianti vibranti. Zoccola, l’infermiera, così la tacciavo in cuor mio, e persistevo con le visite.

Dalla vita ho avuto molto, mi ritengo una persona fortunata, ma ho vissuto come una piccola ingiustizia il fatto che al parco, dove le altre neomamme, quelle che si erano conosciute al corso pre-parto che avevo scelto di non frequentare, si lamentavano delle fatiche delle notti insonni ridacchiando e facendo commarella, mentre io, esclusa da quel gruppo, spingevo non una carrozzina ma due. A volte cedevo quella più leggera a chi ci accompagnava e cercavo di destreggiare sul ghiaino la comoda, più pesante.

A metà di quella decade, tra l’11 e il 21, è esploso il caldo di una primavera che si era fatta attendere; poteva essere il 16, il 17 o il 18, il tempo si dilata enormemente in certi frangenti per poi ridursi a un pugno di ricordi; quella mattina sono arrivata ottimista, e lei mi ha accolta di buonumore.

“Aspettavo proprio te. Siediti e ascoltami bene”

Con estrema lucidità mi ha sciorinato una serie di istruzioni pratiche, dal come chiudere la sua attività professionale al nome del notaio da contattare per la successione ed altre.

Io trascrivevo numeri, nomi e informazioni mentre dentro di me sentivo esplodere l’incapacità di accettare una fine più vicina di quel che volessi ammettere. Sapevo ma non volevo, e finché a non ammettere eravamo in due mi sembrava che potessimo arginare l’inesorabile.

E invece. In quel momento mi sono sentita sola, alla deriva, davanti ad una spaventosa consapevolezza.

Ha aggiunto:

“Stai tranquilla, sono serena, non soffro; sono contenta di tutto ciò che è stato, solo mi dispiace che sia già ora. Sono contenta di voi” riferendosi a noi superstiti.

Io non lo so quanta forza e quanto coraggio siano necessari a formulare ed esporre un discorso simile. So che ad affrontarlo dal lato di chi ascolta mi ha richiesto uno sforzo immane. Ma per rispetto mi sono imposta di rimanere tranquilla.

Sono risalita in auto e guidavo verso casa in preda a un mare di lacrime. Il caldo mi accentuava ogni reazione. Ho raggiunto il garage e finalmente, complice anche la temperatura più fresca, sono scoppiata in singhiozzi.

Mi mancava il respiro, mi girava la testa, mi sentivo svenire.

Maria, la vicina della porta di fronte, mamma di un mio coetaneo amico di vecchia data, mi ha vista ed è venuta da me. Cosa hai? Ho farfugliato qualcosa, tanto lei già sapeva, ma mi ha lasciato sfogare. Poi mi ha detto:

“La senti? Tua figlia sta piangendo, ha fame! Adesso vai, vai a darle da mangiare!”

Ho ricacciato giù tutte le lacrime e ho ristabilito le priorità, imponendomi di guardare nell’unica direzione sensata: avanti. Credo che sia stato proprio in quel giorno, in una calda mattina di metà maggio, che sono diventata mamma.