In tempi di social network conoscere una persona solo per nome vuol dire non conoscerla. E io infatti non la conosco. O si?

Ai tempi in cui insegnavo lei frequentava i corsi di nuoto presso la struttura in cui lavoravo. La vedevo così superba, così altera e non provavo alcuna simpatia, onestamente.

Anni più tardi e qualche km più in là ci siamo ritrovate, entrambe utenti, lei per l’acquagym e io per i master.

Quando io arrivavo lei usciva, era un incrocio di doccia, più che una conoscenza.

Bella è sempre stata bella: le gambe lunghe e snelle, il busto compatto, lunghi capelli biondi e occhi castani; e poi quel difetto della pelle che metteva in risalto i suoi punti di forza, come una modella di Desigual.

Correva l’anno 2008, ottobre. La diagnosi per mia mamma era già entrata a regime, e sembrava quasi troppo pessimistica per lo stato reale delle cose. Quella di mio papà invece era fresca di referto. All’indomani avevamo preso appuntamento con un luminare in materia, che avrebbe dovuto salvarlo e invece ci ha trattate, a noi accompagnatrici, come tre scolarette inadempienti, per non aver conservato i precedenti referti in ordine cronologico. Alla modica cifra di 200€.

Ma questo sarebbe accaduto il sabato mattina. Quel venerdì sera ho fatto una deviazione prima di andare ad allenamento per passare a trovare i miei. E trovarli arrabbiati.

Ogni tanto adesso mi ritrovo a fare da paciere tra Viola e Sofia per motivi futili; quella sera ho dovuto fare altrettanto con loro due che si stavano accapigliando per un’analisi del sangue da portare o non portare al professorone.

Mia mamma piangeva a singhiozzi, mio papà non piangeva ma il suo sconforto era ancor più palpabile. 

La devi portare, può essere importante. 

Il paziente sono io e decido io: questa è vecchia di anni e non serve a niente. 

Muro contro muro, come se fosse quello il punto.

Ne sono uscita disfatta e raggiunto lo spogliatoio della piscina mi sono svestita del ruolo di mediatrice e sono scoppiata a piangere. 

Poche le donne a quell’ora; un’amica mi chiede cosa succede, le rispondo che i miei hanno poco tempo ancora per stare insieme e lo passano a litigare. Sono affranta come poche altre volte mi è capitato di esserlo, perché alla morte ci si rassegna ma finché si è in vita bisogna vivere, rifletto.

Martina non dice niente, o forse sì ma non lo ricordo. Però mi guarda, con uno sguardo che è molto di più: è un abbraccio, è una consolazione, è un ‘ti ho ascoltata / ti ho capita’. La settimana successiva si informa di come va.

Da quella sera in cuor mio siamo diventate amiche, anche se io di lei so solo come si chiama. Ma ogni volta che ci incrociamo e ci salutiamo io mi sento bene.

Di incidenti ne accadono molti e finché alle vittime non dai un nome sono sempre ‘cose che succedono’.

Io in questo momento non riesco a non pensare a quella sera, alla forza che mi ha trasmesso e che vorrei poterle restituire.

Passaggio di consegne

Essere una mamma o avere una mamma? Cosa si celebra la seconda domenica di maggio? Per alcune persone entrambe le cose, per altre nessuna delle due, per molti l’una o l’altra.

Quando rientravo tra quelli che avevano una mamma, vivevo comunque l’intera settimana (una data variabile tra l’8 e il 15 maggio) in clima di festa perché in quell’intervallo cadeva anche il suo compleanno; a volte le date coincidevano o si susseguivano, comunque lei ci teneva moltissimo ad entrambe.

Nello stesso periodo per la mia, di mamma, si è stampata anche la data del capolinea.

Quell’anno l’11, la data del compleanno, cadeva di lunedì, ed è stato il giorno in cui ha accettato il trasferimento nella struttura di accoglienza.

Posso solo vagamente immaginare il tumulto di pensieri che le esplodeva dentro. Una decina di giorni, tanto è durato l’esaurimento delle energie, che inesorabilmente scomparivano.

Io avevo deciso che volevo essere presente più che potevo, e mi portavo dietro Sofia, un fagottino di nemmeno due mesi che infastidiva l’infermiera per i suoi pianti vibranti. Zoccola, l’infermiera, così la tacciavo in cuor mio, e persistevo con le visite.

Dalla vita ho avuto molto, mi ritengo una persona fortunata, ma ho vissuto come una piccola ingiustizia il fatto che al parco, dove le altre neomamme, quelle che si erano conosciute al corso pre-parto che avevo scelto di non frequentare, si lamentavano delle fatiche delle notti insonni ridacchiando e facendo commarella, mentre io, esclusa da quel gruppo, spingevo non una carrozzina ma due. A volte cedevo quella più leggera a chi ci accompagnava e cercavo di destreggiare sul ghiaino la comoda, più pesante.

A metà di quella decade, tra l’11 e il 21, è esploso il caldo di una primavera che si era fatta attendere; poteva essere il 16, il 17 o il 18, il tempo si dilata enormemente in certi frangenti per poi ridursi a un pugno di ricordi; quella mattina sono arrivata ottimista, e lei mi ha accolta di buonumore.

“Aspettavo proprio te. Siediti e ascoltami bene”

Con estrema lucidità mi ha sciorinato una serie di istruzioni pratiche, dal come chiudere la sua attività professionale al nome del notaio da contattare per la successione ed altre.

Io trascrivevo numeri, nomi e informazioni mentre dentro di me sentivo esplodere l’incapacità di accettare una fine più vicina di quel che volessi ammettere. Sapevo ma non volevo, e finché a non ammettere eravamo in due mi sembrava che potessimo arginare l’inesorabile.

E invece. In quel momento mi sono sentita sola, alla deriva, davanti ad una spaventosa consapevolezza.

Ha aggiunto:

“Stai tranquilla, sono serena, non soffro; sono contenta di tutto ciò che è stato, solo mi dispiace che sia già ora. Sono contenta di voi” riferendosi a noi superstiti.

Io non lo so quanta forza e quanto coraggio siano necessari a formulare ed esporre un discorso simile. So che ad affrontarlo dal lato di chi ascolta mi ha richiesto uno sforzo immane. Ma per rispetto mi sono imposta di rimanere tranquilla.

Sono risalita in auto e guidavo verso casa in preda a un mare di lacrime. Il caldo mi accentuava ogni reazione. Ho raggiunto il garage e finalmente, complice anche la temperatura più fresca, sono scoppiata in singhiozzi.

Mi mancava il respiro, mi girava la testa, mi sentivo svenire.

Maria, la vicina della porta di fronte, mamma di un mio coetaneo amico di vecchia data, mi ha vista ed è venuta da me. Cosa hai? Ho farfugliato qualcosa, tanto lei già sapeva, ma mi ha lasciato sfogare. Poi mi ha detto:

“La senti? Tua figlia sta piangendo, ha fame! Adesso vai, vai a darle da mangiare!”

Ho ricacciato giù tutte le lacrime e ho ristabilito le priorità, imponendomi di guardare nell’unica direzione sensata: avanti. Credo che sia stato proprio in quel giorno, in una calda mattina di metà maggio, che sono diventata mamma.

Top of the pop *

Lo scorso anno, oggi, pubblicavo questo post fuori dal blog, che poi mi sono decisa ad aprire.

——————————————————————

Riccione, 26 giugno 2009

Mi sveglio di soprassalto nella stanza dell’albergo in cui alloggio, in occasione dei campionati italiani master di nuoto: dalla stanza accanto alla mia alle ore 7 spaccate proviene il jingle della sigla del Tg, che apre con la notizia della scomparsa di Michael Jackson.
Nello stesso periodo la città è popolata di anziani in villeggiatura, e la mia compagna di stanza immagina una vecchietta che soffre d’insonnia (e anche un po’ di sordità) intenta ad ascoltare le prime notizie del mattino a tutto volume; visibilmente contrariata da quella sveglia così poco zen, inizia a picchiare i pugni sul muro intimando un po’ di silenzio.
Anche io avrei volentieri dormito altri 10 minuti, ma comunque mi sarei dovuta alzare.

Di lì a poche ore avrei disputato i migliori 100 stile della mia carriera da master, forse anche per questo ricordo così bene quel giorno.
Per tutta la mattina però, e poi per alcuni mesi sporadicamente, ho continuato a pensare a quell’uomo, alla sua esistenza bizzarra: dalla provenienza da una famiglia numerosa, al gruppo canoro coi fratelli, al suo cambiamento di colore della pelle, al suo regno incantato Neverland, alle accuse di pedofilia.

E alla sua prematura scomparsa.
Billy Jean, Beat it, Bad, Thriller hanno ripetuto le radio per mesi e mesi.

Con Beat it ritornavo al saggio di aerobica, con Bad agli ultimi anni del liceo, con Thriller ai passetti all’indietro (il moonwalker) riprovati in discoteca.
Quando scompare un cantante dobbiamo aspettarci un periodo più o meno lungo di full immersion nei suoi brani più famosi (lunga vita ad Alessandra Amoroso).
Poi ci sono anche dei ritorni inspiegabili di cantanti che per qualche misteriosa coincidenza, pur non avendo pubblicato nulla di recente, si sentono piuttosto spesso. Mi è capitato con i Bronski beat prima, con Claudio Baglioni poi.
Sulle prime mi preoccupo quando risento una canzone di qualche anno addietro.

Poi mi ci sono assuefatta.

Lo scorso mese pareva pieno di ‘ganci in mezzo al cielo’ e tutte le notti erano quelle ‘blu dei benzinai’.
Questa settimana imperversa la colonna sonora di Grease, e quel ‘Yes I’m sure down deep inside’ era ormai diventato il mio mantra.
Fino a che stasera risalgo in auto e sento ‘is it silly no? When a rocket ship explodes and everybody still wants to fly’…. Inizio a cantare a squarciagola ‘Siiiign of the Times’ incurante delle proteste di Sofia che, arrivate a casa ormai rassegnata, canticchiava anche lei lo stesso brano.
Ci sono canzoni che si legano a un evento, a un periodo particolare. Altre invece sono trasversali, eclettiche, multi occasionali.
“You don’t have to be beautiful to turn me on” è senza tempo e sfocia inevitabilmente nel più falsetto dei falsetti in taratarataratà … KISS.
Ma da qui ad immaginare, cosa scoperta alcune ore più tardi, che anche Prince se ne fosse andato, no, non ci arrivavo.
Due cantanti accomunati da molti fattori (l’anno di nascita, il colore della pelle, il genere musicale) e sempre presentati come antagonisti, anche nel modo di andarsene (o meglio nel modo in cui io ho scoperto che se ne sono andati) hanno fatto la differenza.
Una differenza che riflette un po’ quello che è stato il loro modo di essere: chiassoso e appariscente il primo, elegante e discreto il secondo.
Ciao Prince

La scuola guida *

Stamattina in autostrada viaggiavo in terza corsia e sulla mia destra si superavano due camion. I camion che si spostano lateralmente mi fanno sempre un certo che (per non dire che mi si stroppa un pochetto), e per associazione di idee con la festa del papà di ieri mi è venuto in mente quando mi insegnava a guidare.

Per un attimo me lo sono rivista seduto sul sedile del passeggero, abbarbicato alla maniglia sopra la portiera con entrambe le mani, la sigaretta in bocca gestita con la terza mano, che tratteneva tutti gli improperi che gli venivano spontanei mentre io facevo sussultare avanti l’auto nel tentativo di coordinare frizione acceleratore e ingranare la prima.

20 Febbraio (20 / 02)

Questi 8 anni sono scivolati via, e da quel 20 febbraio le cose sono cambiate, anzi si sono rivoluzionate.
Per molti aspetti di quel giorno ho un ricordo nitido; la telefonata arrivata mentre ero al lavoro, e il sospiro di sollievo che ho emesso nel riceverla: una situazione drammatica che si stava risolvendo, anche se l’epilogo non si poteva considerare uno stato migliorativo.
Non sono arrivata in tempo per trovarti ancora cosciente, e non è un rammarico per me, perché non avrei retto alla consapevolezza che sarebbe stata l’ultima volta che ti vedevo sveglio. 

Non so come avrei potuto reagire a quella linguaccia che hai fatto scherzando subito prima che ti sedassero, preferisco averlo appreso dai racconti.
Poi una lunga giornata, fatta di attese, di telefonate, di gente che arrivava, di organizzazione del tempo a venire, perché chi resta vivo deve alternare il sonno alla veglia, e prevedere ristori.

La preoccupazione per la mamma, che stava vedendo in anteprima il film di ciò che l’avrebbe attesa.

Sul fare della sera sono ritornata a casa, per dormire un po’ prima di affrontare il turno della notte. La gelateria del paese in cui abitavo aveva appena cambiato gestione e forse mi sono fermata a prendere del gelato al cioccolato fondente, foresta nera; o forse era chiusa.

A casa mi sono buttata sul letto a faccia in giù sul cuscino e ho pianto, ho pianto un mare di lacrime, ho esaurito anche quelle che di lì a poco mi sarebbero servite ancora.
Mi sono sforzata di dormire, esausta, fino a che, mancava poco a che suonasse la mia sveglia, ci ero quasi riuscita, e invece è suonato il telefono: non era più necessario vegliare la notte, era già tutto finito.

Sono corsa a casa della mamma, lei era già sul cancello in strada ad aspettarmi, e l’ho abbracciata fortissimo, ma non sono riuscita a stringerla così forte come avevo stretto te il giorno in cui ci avevano comunicato che presto mamma non ci sarebbe più stata. Avevo forse paura di farle male, era già tanto debole.

Hai manifestato a quella notizia una reazione tale che sei riuscito ad evitare che si avverasse, anticipando i tempi.

Giulietta & Romeo.
Ciao papà. Non sai che spettacolo di nipoti ti sei perso.

L’arcobaleno a memoria *

…tin tin tin … lo smartphone inizia a tintinnare stile momento ‘bacio-bacio’ a un matrimonio: è il gruppo wa dei genitori della classe di Sofia.

Oggetto del dibattito è che alcuni bambini non hanno imparato i colori dell’arcobaleno a memoria, così la maestra ha dovuto invalidare la prova.

In un momento storico come questo, in cui la bandiera arcobaleno è stata dissotterrata per supportare la battaglia delle unioni civili, dopo essere rimasta inusata per lungo tempo (da quando lo slogan PACE appeso ad ogni balcone si era confuso con il grigiore dello smog), è un’onta.

La cosa assume notevole importanza: i colori dell’arcobaleno vanno imparati, e nell’esatto ordine, non c’è storia.

Per prima cosa mi informo se il caso è mio: ‘Sofia? avete fatto una verifica di arte&immagine? un uccellino mi ha detto che qualche bambino non sapeva i colori dell’arcobaleno…’.

‘Te li dico mamma? te li dico?’ e senza aspettare conferma aggiunge ‘RossoArancioGiallo’ … pausa… ‘Verde’ … pausa… ‘Blu’ …. pausa ….’IndacoViola’.
Io in realtà non li ricordavo nemmeno fino a sabato, quando li abbiamo studiati insieme (o meglio lei me li ha ripetuti una volta, dato che li sapeva già).

Così ho anche scoperto che l’ultimo colore adesso lo chiamano viola mentre io l’ho sempre chiamato violetto (che in realtà i raggi al di fuori dello spettro visibile continuano a chiamarsi ultravioletti, oltre che infrarossi); 
ma così come la sorellina si chiama Viola, non Violetta, il colore è viola (a noi i vezzeggiativi ci spicciano casa, si dice così?).

Ok adesso voglio i nomi dei 7 nani, mi verrebbe da risponderle.

Invece è lei che mi incalza con una domanda: ‘che cosa è l’indaco mamma?’

‘Ehm…. è un colore a mezza via tra il blu e il violetto, anzi… il viola’.
Rifletto, non ho un’idea precisa di che colore sia, credo esista solo nell’arcobaleno.

Non ho nessuna maglia color indaco, credo.
Ma è uno di quelli che non si dimentica, proprio perché è particolare.

Magari nella sequenza dimentico il giallo, o il verde, così come a volte mi scordo mammolo o cucciolo; ma brontolo e dotto, i due capisaldi, non me li scordo.
Rete di sicurezza mnemonica la chiamano.

La stessa a cui si appoggiava lo sventurato Kap quando l’Andreoli, l’insegnante di geografia al liceo, lo chiamava fuori interrogato a ripetere le repubbliche sovietiche.

Poraccio, la prima volta che gliele aveva chieste non le sapeva e così ogni volta che cadeva geografia (una materia che si fa solo in prima per un’ora a settimana) lo interrogava. 

Ripassava con la punta della biro l’elenco dei nomi sul registro, giù, su e ancora giù.

In classe il silenzio regnava sovrano, la tensione era palpabile. Fino a che inspirava ed emetteva la condanna ‘oggi …. sentiamo…. Capozzi!’

E mentre gli altri tiravano un lungo sospiro di sollievo il malcapitato si appropinquava alla cattedra. Una volta ripristinato un clima neutro lei gli sottoponeva la famigerata domanda: ‘…Dimmi un po’ Capozzi …. quali sono le repubbliche dell’Unione Sovietica?’.

Talmente importante che di lì a poco l’unione sovietica non sarebbe nemmeno più esistita.

Ma Capozzi, e solo lui, doveva saperle.

Chissà come mai lo aveva preso così di mira.
E questo iniziava:

‘EstoniaLettoniaLituania’ … pausa …

‘ArmeniaGeorgia’
Questa per lui era la rete di sicurezza, a volte ‘ArmeniaGeorgia’ le teneva per i momenti di difficoltà, quando proprio non gliene veniva nessuna delle altre; allora proclamava esultante ‘ArmeniaGeorgia’, pensando ‘intanto te ne ho aggiunte altre due tiè’.

Altre volte invece le enunciava all’inizio, chè chi ben comincia è a metà dell’opera.
Quando arrivava a ‘Azerbajan Turkemnistan Uzbekistan Tagikistan’ si impaperava sempre (come sarebbe successo per chiunque altro al posto suo).

A volte arrivava anche a 14, altre si fermava a 12 ma l’esito era sempre lo stesso ‘Capozzi … 4…! Vai pure al tuo posto’.

Se il povero Capozzi avesse avuto un po’ meno timore dell’insegnante, una che terrorizzava anche il più preparato degli allievi che chiamato fuori tremava come una foglia e lei gli diceva ‘fatti un po’ di training autogeno’; se il povero Capozzi fosse stato un po’ più smaliziato, come un ragazzo di 14 anni raramente è, avrebbe concluso con ‘pisolo gongolo indaco e violetto, settebello e sto!’.

Chè tanto l’Andreoli non se ne sarebbe nemmeno accorta che era arrivato a 15 elementi molto eterogenei.

Ricordi di mensa

Cerco di recuperare ricordi remoti, per calarmi nei panni di Sofia in alcune sue attività quotidiane, e mi viene in mente questo, mai in realtà sommerso.

Alla scuola materna, al lunedì, c’era la pasta al ragù, gli altri giorni minestra; io a casa la minestra non la mangiavo, mentre a scuola era la pasta a disgustarmi.

Ma più terribile ancora era che al centro del tavolino, occupato da 4 o 5 bimbi, stava la caraffa di acqua, in plastica.

A volte capitava che uno dei piccoli commensali la rovesciasse; allora il colpevole veniva lasciato sul tavolino da solo, con la tovaglia bagnata, mentre gli altri venivano dislocati su altri tavolini asciutti.
Il piccolo criminale, oltre a mangiare su un tavolo bagnato, doveva subire anche lo scherno dei compagni, perchè tutti si giravano a guardarlo, anche quelli degli altri tavoli, e lo additavano definendolo come quello che ‘ha spanto’.

Gatto di Shroedinger for Dummies

Sto progressivamente perdendo la capacità di formulare pensieri compiuti.

Questo non significa che penso al nulla, anzi, sono numerosi gli spunti di riflessione che mi si presentano ogni giorno, però nessuno di questi raggiunge uno stadio sufficientemente evoluto per definirsi una pezza del mio patchwork.

Eppure ritengo che comunque abbiano un pizzico di interesse, anche considerati singolarmente.
L’unione fa la pezza, è il caso di dire.

Si parla molto in questi giorni di violazione della privacy, spionaggio informatico, intercettazione di messaggi elettronici non pubblici, tanto per iniziare con un argomento.
Alcune trasmissioni radiofoniche colgono la palla al balzo per chiedere ai radioascoltatori se siano mai stati spiati o abbiano a loro volta spiato.
Per me è una ferita ancora aperta, e un argomento troppo caldo per poterlo affrontare.
Dico solo che mi ha lasciato la sensazione, fuorviante, che ciò che dico e scrivo possa essere utilizzato contro di me, analizzato, esondare dal mio controllo.
Come se io mi trovassi inconsapevolmente al centro del grande fratello.
Così non è, non ci sono moltitudini di lettori pronti ad analizzare ogni parola che scrivo.
Ai più non importa proprio niente, ma mi fa bene per mantenermi in riga, la legge di Murphy dice che al momento sbagliato proprio una persona che non avrei mai pensato potrebbe usare contro di me ciò che scrivo, e chiedermene il conto.

Ho letto poi un post sul blog della Lucarelli in cui si riporta il teatrino che ha avuto luogo nella trasmissione di Barbara D’Urso, con protagonista Ylenia, la ragazza che ha rischiato di essere bruciata dal suo fidanzato e che ora lo difende, in contrasto con la madre.
Mi fermo qui, la spirale di trash e di ignoranza è vorticosa, e travolge numerosi commentatori della celebre blogger.
Sembra non ci sia fine alla stupidità.
Non saprei nemmeno chi definire più osceno in tutto ciò.

Poi finalmente la mia attenzione è stata catalizzata da un altro argomento: forse mi confondo, ma ultimamente sento nominare spesso il gatto di Schroedinger.
Allora mi sono dilettata in alcune ricerche perché, lo ammetto, non conoscevo affatto la storiella.
E non è banale: è un paradosso con cui si vorrebbe spiegare l’indeterminazione nella fisica quantistica.
Ahi… mal di testa… io ne dovrei sapere qualcosa?
La fisica quantistica e il relativismo erano programma di quinta al liceo.
Purtroppo la cattedra di matematica e fisica era rimasta vacante quando sono arrivata al triennio, così si sono succeduti negli anni insegnanti diversi.

In terza ho avuto la professoressa Rita M., una bellezza mediterranea a cavallo tra Maria Grazia Cucinotta e Sconsolata, proprio a metà.
Un’insegnante molto giovane che ha dimostrato abbastanza presto di non saperne certo una pagina più del libro.
Non voleva concedere a un quadrato la dignità di rombo a tutti gli effetti, figuriamoci se poteva sbilanciarsi oltre la mera formula ‘spazio-fratto-tempo’ per descrivere la velocità.

Poi in quarta è stata la volta di un professore più anziano, che era già stato insegnante di mia madre, la quale lo portava in palmo di mano per le sue capacità comunicative.
Lui insegnava esclusivamente fisica, la matematica (trigonometria quell’anno) era appannaggio di una prof col cognome di una nota marca di prosciutti.
A me, del programma di ottica di quell’anno, è rimasto solo questo insegnamento:
“Come si fa a far tacere tre donne in auto? Semplice, si ingrana la retromarcia!”

Quello di quinta, che si chiamava David M., era un novizio dell’insegnamento.
Sul fronte matematico devo dargli atto che ci ha spiegato bene come affrontare lo studio di funzione, e infatti con l’esame di Analisi I all’università ho avuto vita facile per i primi 15 giorni, quando hanno riassunto tutto il programma di quinta liceo in un libricino di 50 pagine fitte fitte, intitolato Analisi Zero.

Però si perdeva, frequentemente interrotto e imbarazzato dalla simpatica irriverenza di alcuni ragazzi, che lo sfidavano con domande tipo ‘professore? A ‘prugnette’ come è messo?’.

Così della fisica quantistica, già piuttosto complessa di suo, e col senno di poi più affine alla filosofia che alla scienza esatta, mi è rimasto abbastanza poco.

Quindi ‘sto gatto di Schroedinger?
Dicevo mi sono documentata un po’ e ora provo a spiegarlo a voi, che magari già conoscete la storiella, così come lo spiegherei a mia nonna.

********************************
Per farti capire che non si può affermare con certezza nulla nemmeno nella scienza, nonna, ti faccio questo esempio: prendi una scatola di metallo.
No, non di cartone, di metallo nonna.
Ma non preoccuparti, è un esperimento mentale, nessuno lo ha mai messo in pratica.
Dentro la scatola devi mettere una particella di uranio, materiale radioattivo.
Poi metti un contatore Geiger.
Dove lo trovi? sempre nella tua fantasia nonna.
A questo punto metti una fiala di cianuro.
Devi fare in modo che quando la particella di uranio decade, il contatore Geiger rileva il fenomeno e sprigiona il cianuro dalla fiala.
Ferma nonna, non è finita qui.
Nella stessa scatola rinchiudi un gatto.
Bene, ci sei?
No nonna, non chiamare la protezione animali, è un esperimento mentale.
Nessun animale viene maltrattato.
Ora diamoci un’ora di tempo, durante la quale la particella ha il 50% di probabilità di decadere e ammazzare il gatto.
Quindi dopo un’ora cosa ne sappiamo noi sullo stato di salute del gatto?
Per sapere se è vivo o morto non ci resta che aprire la scatola e osservare.
Insomma, tutto sto esperimento per guardare le soluzioni alla fine.
Hai capito? ci sono casi nella quantistica che non sono deterministici come nella meccanica tradizionale, che se io in un’ora percorro 60 km spazio-fratto-tempo uguale velocità 60 km orari.

Dopo un’ora non hai fatto 60 km, ma ancora non sai se il gatto è vivo o morto.
*********************************

Io in verità non ho capito ancora molto dell’utilità di questo esperimento.
Ma poi, quando mi sono coricata, appena prima di addormentarmi ho chiesto se Viola era ben coperta.
E la risposta è stata ‘un’ora fa lo era, adesso non si sa, se vuoi puoi scendere a controllare’.

E senza scomodare nessun gatto.

Il catalogo Ikea

La mia idea di arredamento è l’esposizione mobiliare, ovvero i mobili e nulla di più.

Mi rendo conto che la cosa è poco praticabile, ma tenderei almeno a conservare tutto il necessario dentro gli armadi e le credenze, creando un’impressione di vuoto, di spazio disponibile.

In poche parole odio i soprammobili, le suppellettili, le masserizie.
Da quando sono nate le mie figlie questo ideale rimane un’utopia perchè dove io creo lo spazio, il vuoto, loro riempiono con i giocattoli, o con gli oggetti che trovano in giro e trasformano in giocattoli.
Ho rinunciato a rimuovere dalla parete un calendario settimanale, dove ogni foglietto indica un giorno diverso con un suo colore e Sofia sposta la freccia.

Anzi spostava perchè ormai è da un pezzo che è martedì e forse in una delle mie incursioni notturne potrei provvedere.
Quando vivevo con i miei genitori mi ritrovavo a combattere analoghe battaglie, senza poter sperare di eliminare nottetempo le inutilità e passare inosservata.
Alcune di queste sono rimaste esposte per così tanto tempo che un po’, lo ammetto, le conservo nel cuore.
La passione materna per i rompicapo precedeva l’avvento del cubo di Rubik, e per casa circolava un cubetto di legno, di pari dimensioni del famoso collega, ma smontabile anziché snodabile. E mai più rimontabile, per i comuni mortali.

Mentre mamma si dilettava a ricomporre il cubo si poteva trascorrere qualche minuto di svago con la dama cinese in versione solitario, mangiando (simbolicamente) al salto le palline disposte a croce, fino a rimanere con una sola. Più facile a giocarsi che a spiegarsi.

Anche questo gioco era di legno, ma alcune palline erano andate perse e sostituite con biglie di vetro (quelle che si usano in spiaggia sulla sabbia).
Oppure, per dilettarsi senza spremere le meningi, fare oscillare una lunga molla di acciaio tra una mano e l’altra, a cascata. Anti stress elicoidale.

O ruotare un quadretto di vetro che tra due sottili lastre azzurre racchiudeva ermeticamente acqua, sabbia finissima e polvere magnetica, e ad ogni rotazione componeva un paesaggio diverso, marino e montano insieme.

Aristotele spiegava la fisica dei gravi dicendo che la natura ha horror vacui, paura del vuoto.
Così mia mamma: mai che rimanesse vuoto un angolo di casa o la parte superiore di uno stipetto!

Sulla credenza in sala campeggiava un cestino simile a quello da cui spuntano i serpenti degli incantatori, nel quale conservava monete di infimo taglio (le 5£ e 10£ prima, le 50£ e le 100£ bonsai più avanti negli anni) adatte ai giochi d’azzardo casalinghi; dal coperchio a punta sbucava una scultura in ceramica che riproduceva una mano, molto verosimilmente. A prima vista sembrava avessimo anche noi Mano per maggiordomo, proprio come la famiglia Addams.
Ma perchè limitarsi alle sculture altrui quando con un foglio di compensato, traforo e tanta pazienza si può costruire un gabbiano e sospenderlo dalle ali, incernierate al torso con filo da pesca, dando l’impressione che si librasse in volo? 

Il gabbiano aveva l’imbarazzo della scelta di quale arcobaleno puntare, uno tra i vari che mamma aveva dipinto sulle tende di ogni stanza.
Ma la suppellettile più singolare, il portafortuna a cui ho continuato a credere anche dopo che aveva perso una gamba, era l’ekeko: una statuina di gesso proveniente dal sud America che andava imboccata con una sigaretta per mantenerlo scaramanticamente attivo, e portare abbondanza nella casa in cui era conservato.

Traslochi

Oggi voglio fare un ‘regalo’ ai miei lettori; uno di quei regali che chi lo riceve scarta e cerca di mascherare il commento ‘potevi anche tenertelo’ sviando in ‘ma non dovevi disturbarti!’

Oggi pubblico qui quello che avrebbe voluto essere il Capitolo I di un ipotetico mio libro, che però non ha mai proseguito oltre.

Chissà, magari da qualche commento potrei trarre ispirazione per il seguito; oppure potrei capire che ho fatto bene a fermarmi.

*********************************

“Mettilo lì” dice Martina indicando un’area della superficie esatta della base dello scatolone che Franco, visibilmente sudato, sta sorreggendo.“Quante volte ti ho detto di prepararli più leggeri” sbuffa Franco, andandosene direttamente verso la porta di uscita a cercare qualche altro carico da portare dentro la casa nuova.

Si tratta del terzo trasloco nell’arco degli ultimi due anni, finalmente quello che, almeno nelle previsioni plausibili, si può chiamare definitivo.

Un trasloco è sempre un momento di rivoluzione, e non solo in senso fisico, per lo spostamento di materiale che inevitabilmente comporta. Ci si ritrova costretti a mettere in discussione tutto: abitudini personali, oggetti stipati nel fondo degli armadi, collocazione di utensili di uso quotidiano. Perfino i percorsi quotidiani, la strada che porta al lavoro, o a scuola, vanno ripensati e analizzati durante il primo periodo di insediamento; altrimenti si corre il rischio di imboccare una via che in realtà conduce nella direzione opposta a quella che si intende raggiungere.

Tutto stravolto: il cassetto delle posate non è più il primo a destra ma diventa quello sotto al fornello; il pulsante per accendere la luce principale va spinto verso l’alto e non verso il basso; quella maglia che si conservava per occasioni speciali, che si era riposta in una custodia e che si usava raramente, pertanto in un angolo recondito, si rivela inutilizzata ormai da parecchi anni. Ci si era quasi dimenticati di averla, ad essere onesti ce ne si era dimenticati del tutto, e adesso eccola lì a renderci conto di quanti anni sono passati.

Dispiace buttarla, nonostante ci si renda conto che non la si utilizzerà più e che occupa un po’ di spazio inutilmente; ma lo spazio che richiede è poco e i ricordi che porta con sé sono molto importanti.

Certo, ad applicare le stesse considerazioni a tutte le cose ci si ritroverà con la casa nuova piena di carabattole vecchie e soprattutto inutilizzate; magari qualcuno potrebbe riutilizzarla, qualcuno di meno fortunato che però potrebbe non apprezzarla per il suo valore inestimabile…

“Io vado a prendere gli altri scatoloni” grida Franco, ridestando Martina dai suoi pensieri e riportandola al presente “e voglio sperare che non siano tutti così pesanti, altrimenti ne risentirà la mia schiena e dovremo interrompere il lavoro”.

“Sono pesanti perche sono compatti” si giustifica Martina “con un solo giro porti tante cose, si tratta in realtà di ottimizzazione”.

“Porto un ultimo carico e poi andiamo a mangiare un boccone, che è ora di pranzo. Ho bisogno di introdurre energie e soprattutto di bere una bella birra fresca” conclude Franco, uscendosene e richiudendo la porta.

In effetti alcuni dei pacchi che Martina ha assemblato sono parecchio pesanti, se ne rende conto. Si tratta perlopiù di pacchi di fotografie, di libri o di dischi. Ma se si potesse pesare come un grave il carico di emozioni e di ricordi che ciascun elemento, foto o canzone che sia, porta con se, quei pacchi sarebbero veramente insostenibili.

Quante informazioni archiviate solo nella nostra memoria scaturiscono dall’ascolto di un brano, quante situazioni si ricollegano ad un’immagine. E pensare che tutto sta dentro pochi decimetri cubi, qualche litro di capacità per una vita intera di pensieri.

Purtroppo quello stesso carico non è apprezzabile dall’esterno: chi vede una fotografia vede solo ciò che gli appare. È un modo veloce di trasferire i propri stati d’animo a chi ci circonda; talmente veloce che tralascia tutti i dettagli; chi propone lo scatto agli occhi degli amici suppone di riuscire a condividere le proprie emozioni, perché gli sembrano evidenti, invece gli sta trasmettendo un semplice telegramma.

Oppure si può venire tratti in inganno e vedere le cose come il fotografo ha voluto presentarcele o come il soggetto ha voluto farci credere che fossero.

Dallo scatolone che Franco ha appoggiato spunta una foto. Martina la prende per riporla in bell’ordine insieme alle altre.

Si tratta di un primo piano di un bicchiere: sopra un tavolino di formica di un bar, colorato in foggia di marmo di granito rosso, uno snifter quale unico soggetto. Dentro il bicchiere una dose smisurata di calvados. Quella foto risaliva ad una recente vacanza trascorsa in un villaggio turistico spagnolo: l’aveva scattata Franco per documentare agli amici quanto fosse alle prime armi la cameriera del bar, che non conosceva le quantità corrette da versare e nel dubbio di poter scontentare i clienti eccedeva.

Proprio qualche giorno prima Franco l’aveva cercata per mostrarla a Roberto ed eccola lì, orfana del suo album.

Per Martina quella foto significava tutt’altro, le riportava alla mente una magnifica serata di musica e di canzoni cantate in compagnia.

Era partita per essere una gara tra gli ospiti della struttura, una sorta di karaoke; nel pomeriggio i villeggianti avevano indicato un titolo a loro scelta, un pezzo da cantare davanti a tutti gli altri.

Gli stessi partecipanti erano giudici di chi si esibiva, avrebbero dovuto esprimere il loro apprezzamento con gli applausi; gli organizzatori avrebbero valutato a orecchio e decretato il vincitore.

Anche la sera precedente c’era stata una esibizione che metteva gli ospiti in competizione fra loro, si trattava di una gara di ballo; Martina e Franco avevano partecipato ed era stato un clamoroso fiasco.

Martina sperava che la musica li avrebbe guidati a sentimento e fatti volteggiare in modo automatico; sperava che il ritmo della canzone e il loro affiatamento avrebbe creato seduta stante una sintonia tra passi e movimenti e che avrebbero potuto magari non vincere ma comunque fare una figura decorosa.

Invidiava quella coppia che danzava sulla stessa pista e interpretava ‘Demasiado corazon’ alla perfezione: un uomo di circa 45 anni, completamente glabro, sembrava la personificazione della stabilità, quasi una statua, ma con le sue braccia precise induceva la compagna trentenne, una bionda col nasino all’insù e un tatuaggio tribale sul braccio destro, a srotolarsi e riavvolgersi come uno yo-yo. Ogni volta che lei ritornava tra le sue braccia, lui, rispettando perfettamente lo scandire del tempo, riusciva a farle fare una volata o a farla rotolare a terra e poi rialzarla tempestivamente per farla allontanare di nuovo.

Franco invece sembrava non essere investito dello stesso vigore, pareva che non sapesse da che parte affrontare Martina, e ad ogni strofa doveva spremersi le meningi per farsi venire in mente una figura da simulare; ma la musica procedeva più rapidamente della sua fantasia coreografica e si erano ritrovati a rimanere pressoché fermi per la maggior parte della durata della canzone, e per il resto avevano abbozzato qualche movimento scomposto e per nulla sincronizzato.

Martina avrebbe voluto volteggiare come quell’altra concorrente, ma da sola non lo poteva fare. Aveva la sensazione di stare partecipando ad una corsa di biciclette dove il suo mezzo aveva le ruote sgonfie, tanto Franco intraprendeva azioni contrastanti con quelle che lei si aspettava.

Nella coppia che poi aveva vinto, anche gli sguardi tra i due facevano parte della coreografia, si potrebbe quasi dire che ballavano anche con gli occhi: lui occhi viscerali che fendevano lei trafitta e inerme quando l’abbracciava; lei civettuola e provocatoria quando si allontanava.

Franco invece era rimasto per tutta la durata della gara di ballo con uno sguardo da bambino sperduto, Martina aveva cercato di guardarlo con aria di motivazione per convincerlo nella prima esibizione, poi si era sforzata di mantenere un’espressione impassibile che almeno non lasciasse trapelare la sua vergogna.

Le sarebbe piaciuto riscattare quella sera con una esibizione migliore, ed ecco che già le si presentava l’occasione. Aveva scelto il titolo, ‘I will survive’ di Gloria Gaynor. Quando capitava la possibilità di cantare davanti ad altri, cosa che le piaceva moltissimo, era il suo cavallo di battaglia. Conosceva bene il testo e lo sentiva anche un po’ suo, espressione concisa del suo carattere. Aveva comunicato quel titolo agli organizzatori nel pomeriggio e poi se ne era andata con Franco a visitare una città che si trovava a qualche decina di chilometri dall’albergo. Gli organizzatori non avevano quindi potuto comunicarle che non possedevano la base di quella canzone perché normalmente gli ospiti preferivano i brani in italiano e solo di quelli avevano le basi.

Per tutto il tragitto si era esercitata a cercare l’intonazione giusta e a ricordare le strofe nella sequenza corretta. Poi una volta fatto ritorno al villaggio la serata era iniziata e non aveva più tempo di pensare e preparare un altro brano.

Sconsolata si era messa a guardare da un angolo e ad ascoltare gli altri partecipanti. Per prima si era esibita una ragazza coi capelli rossastri raccolti in due trecce, che aveva cantato ‘Il tempo di morire’ di Lucio Battisti; un’esibizione che ricordava le recite di Natale della scuola materna. Poi era stata la volta di un paio di amici che avevano intonato un brano di Vasco: più che le note si sforzavano di riprodurre i versi del cantante modenese. Qualche altro ospite si era alternato sul palco allestito per l’occasione; non erano stati poi tutti pessimi anzi… una emula di Loredana Bertè aveva cantato ‘Il mare d’inverno’ con una voce così graffiante che aveva convinto molti ascoltatori ad applaudire per lei; se non fosse che chi si trova in vacanza è l’ultimo pensiero che vorrebbe affrontare quello del mare in inverno.

Ad un certo punto si era presentato un altro concorrente; inizia ad intonare ‘Che coss’è l’amor’ di Vinicio Capossela. Canta da solo la prima strofa; una canzone meno nota al pubblico rispetto a quelle che erano andate in scena prima, ma molto ritmata. L’interprete di turno, un uomo sulla cinquantina non alto di statura e un po’ cicciottello, era molto spigliato davanti al pubblico; si calava nella parte e sembrava di vederlo mentre cantava, proprio nei luoghi descritti nella canzone, a cercare qualcosa; mentre cantava si piegava per intonare meglio e pareva che fosse lui a camminare tutto crocchio.

Poi all’improvviso un guasto: un black out generale che costringe l’impianto a sospendere la musica. Si accendono le luci di emergenza e con il supporto delle stelle e della luna piena la serata potrebbe ancora proseguire, ma senza le basi musicali.

È a questo punto che Martina coglie l’occasione al volo: un segno del destino sembra collegare la mancanza della sua base per il brano di Gloria Gaynor e l’improvvisa mancanza della base di questo ragazzotto, che tutti al villaggio avevano ribattezzato Pomo.

Dapprima intona una strofa a volume bassissimo, poi una seconda a volume normale, duettando di fatto con il concorrente di turno; non capisce come, il testo sembra sorgerle spontaneo da qualche recondita area di memoria nel suo cervello. Quando Pomo si accorge di stare ospitando una seconda voce, le si avvicina rincuorato dopo l’empasse della perdita della base.

Si crea una magia tra i due: in qualche modo sono riusciti a non interrompere il brano. Le loro voci iniziano a modularsi sulla stessa lunghezza d’onda; iniziano a spartirsi le strofe con cenni di intesa, senza sovrapporsi e creando anche una buona alternanza, creando quasi una sorta di dialogo con il testo della canzone, una serie di domande e risposte.

La mancanza della base si rivela a questo punto provvidenziale perché consente loro di ripetere qualche strofa a piacimento, per raggiungere l’apogeo con un ensemble di voci sul finale.

Al termine della canzone uno scroscio di applausi: l’esibizione aveva veramente coinvolto tutti i presenti, anche quelli che non conoscevano la canzone nei giorni successivi continuavano a ripetere il motivetto.

Il primo premio era stata poi assegnato ad un partecipante bambino che aveva astutamente presentato ‘Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte’ ma i vincitori morali erano sicuramente stati Martina e Pomo.

Franco era tornato con un altro carico e aveva decretato che era senz’altro giunta l’ora di pranzo.