L’eccezione

Il 18 maggio 1988, oggi di 30 (trenta!!!) anni fa, moriva Enzo Tortora, noto ai più come ‘il presentatore di Portobello’.

Portobello era un varietà molto seguito agli inizi degli anni ‘80, quando gli apparecchi televisivi erano molto poco diffusi e i palinsesti ancora piuttosto scarni.

Io andavo a vedere la trasmissione da mia nonna, che era rimasta vedova da poco, e che aveva la tv a colori.

Non seguivo con molto interesse gli ospiti; solo una volta me ne è rimasto impresso uno, che presentava la sua invenzione: un materasso matrimoniale con uno scavo nella zona centrale dove i coniugi potevano alloggiare il loro braccio, e dormire comodamente avvinghiati.

Mi ero fatta un’idea un po’ appiccicosa del matrimonio, di conseguenza.

Quello che mi piaceva del programma era la sigla, un cartone animato disegnato da Bruno Bozzetto, con il famoso pappagallo che svolazzava qua e là e gracchiava il suo nome sulla base di allegre note di accompagnamento.

L’altro momento clou della trasmisisone era quello in cui gli ospiti dovevano tentare l’ardua impresa di far ripetere al pappagallo il suo nome.

Gli si avvicinavano guardinghi, gli proponevano cibarie o altre attrattive, ripetevano PO-RTO-BE-LLO con mille intonazioni.

Credo nessuno sia mai riuscito: il volatile rimaneva imperturbabile e i concorrenti, armati dei migliori propositi ed espedienti che si rivelavano sistematicamente fallimentari, se ne andavano sconfortati.

Era una trasmissione popolare, per famiglie e adatta un po’ anche ai bambini. Per la proprietà transitiva anche il presentatore era ritenuto un personaggio popolare, un bonaccione, al pari di quello che poteva essere il mago Zurlì.

Nel giugno dell’83 per Tortora iniziarono invece i guai: alcuni pentiti di mafia fecero il suo nome e lui fu arrestato.

Il suo nome è rimasto legato ad un clamoroso caso di mala giustizia italiana, perché alla fine dei processi si rivelò innocente ed estraneo ai fatti, ma la iniqua detenzione lo minó profondamente e si ritiene che la sua malattia e la prematura scomparsa (aveva appena 60 anni al momento della morte) fossero legate a doppio filo con le vicende giudiziarie subite.

Ho un ricordo nitido del periodo del suo arresto, ero rimasta molto colpita dal caso mediatico che ne era sorto.

Mi chiedevo come fosse possibile che un uomo di spettacolo, apparentemente ineccepibile, si fosse macchiato di crimini così gravi da finire in prigione.

Per fare un esempio ai più giovani, è come se Gerry Scotti venisse dichiarato colluso con la mafia e colpevole di omicidio; ma forse ancora non rende abbastanza chiara l’idea.

Una mattina mentre mi trovavo dalla nonna, che abitava sopra di me, alla radio passavano le ultime notizie sul caso; ricordo di averle espresso tutta la mia perplessità: non mi capacitavo proprio.

Lei mi rispose con una storia di vita vera, relativa alla figlia di una sua amica, famiglia benestante e apparentemente senza problemi. All’epoca in cui l’industria orafa era sulla cresta dell’onda, erano tra i più noti artigiani di Vicenza nel campo. Nonostante questa ‘levatura’ erano comunque amici di vecchia data dei miei nonni e la nonna li portava sempre come esempio.

Insomma ‘sta amica esemplare, che ricordo di aver visto forse un paio di volte in vita mia, tutta agghindata e ingioiellata, trucco e parrucco perfetti, aveva una figlia, Silvia. Forse aveva anche più di un figlio, ma questa Silvia era tristemente nota per essere caduta nella trappola della tossicodipendenza.

Non me lo aveva detto direttamente, aveva fatto tutto un preambolo lunghissimo su quanto fosse una ragazza normale, alle apparenze.

Così argomentava mia nonna per spiegarmi che, nonostante non le mancasse nulla, per motivi misteriosi era comunque scivolata in un abisso dal quale non so se sia mai uscita.

Diceva che sua mamma riteneva impossibile che proprio lei fosse coinvolta in certi giri, lei che non aveva commesso mai nessun misfatto. Eppure.

Non ho mai capito bene il nesso tra la spiegazione di mia nonna e l’errore giudiziario in cui venne invischiato Tortora.

Di base il tempo ha rivelato che anche la regola del sospetto – Nulla è ciò che sembra –  ha le sue eccezioni.

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Tet a tet con la malavita

La cattedra di matematica del triennio del liceo scientifico era rimasta vacante per il pensionamento dell’insegnante di ruolo, così l’istituto superiore che frequentavo aveva aperto il carosello delle supplenze annuali.

Dopo un anno trascorso con una prof. delle cui capacità logico razionali nutro a distanza di anni stima pari a zero, memore di quel dibattito nel quale lei sosteneva che il quadrato non è un (caso particolare di) rombo, e per questo il mio compito andava valutato meno dell’ottimo, era arrivata una prof. altrettanto giovane e inesperta, ma molto più zelante.

Portava il nome di una nota marca di prosciutti, e a guardarle il viso paffuto si sarebbe creduto che in effetti discendesse proprio da quella dinastia.

Mi piaceva immaginarla mentre sbocconcellava il suo panino al cotto e lo masticava lentamente, con la stessa pacatezza e meticolosità con cui ci spiegava la trigonometria.

Era arrivata ad assumere la supplenza con un lieve ritardo rispetto all’inizio dell’anno scolastico, non certo per causa sua, ma quando si era resa conto di non essere al passo con lo svolgimento del programma ministeriale aveva organizzato un ciclo di incontri supplementari, al pomeriggio.

Nel corso dell’orario mattutino avrebbe svolto il regolare programma, mentre nelle ore extra avrebbe fatto esercitazioni, in modo da non penalizzare quelli che, per qualunque ragione, non avessero potuto frequentare nell’orario straordinario, lasciando a ciascuno piena libertà di scelta sull’opportunità di frequentare quelle lezioni supplementari, che alla fin fine venivano presenziate da tutti.

Si trattava comunque di poche ore, una a settimana, per un breve periodo.

Non avevo una reale necessità di partecipare a queste lezioni di recupero ma era un modo per uscire di casa e trascorrere del tempo con i compagni di classe; inoltre mi piaceva la matematica e svolgevo sempre con entusiasmo ogni compito aggiuntivo, lo trovavo divertente e stimolante come lo sono molti passatempi rompicapo o di enigmistica.

L’orario di ritrovo era previsto per le 14.00. Le lezioni mattutine terminavano alle 12.20 quindi non avevo moltissimo tempo per rientrare a casa, pranzare e rientrare a scuola.

E poi come sempre ero in ritardo.

Pertanto pedalavo alacremente per le vie del centro storico, in una zona a transito limitato e per giunta contro mano, ma a quell’ora c’ero solo io in giro per le strade e mi sentivo in diritto di farlo.

Sono quasi giunta a destinazione quando sento il rombo di un motorino che percorre lo stesso corso Fogazzaro, anch’esso contromano.

Ritengo che chi lo guida sia in piena contravvenzione: passi per me che sono in bicicletta, non mi ritengo tenuta a rispettare rigorosamente i sensi di marcia, mi assimilo un po’ ai pedoni quando mi torna comodo.

Ma lui? tanto più che col motorino ci metti un istante a fare il giro corretto….

Il rumore è sempre più vicino… Sembra che il tizio si stia avvicinando proprio a me.

Che sia un amico che non riconosco che mi vuole cogliere di sorpresa? Mentre mi interrogo su questi aspetti mi volto a guardare e vedo che ha il volto semicoperto da un fazzoletto.

E’ ovvio che non lo riconosco, non lo si può vedere in viso! Ma quanto vicino mi viene? perchè ok se vuoi salutarmi e fare la strada con me ma così rischi di farmi cadere.

Siamo spalla contro spalla, lui afferra lo zainetto che ho alloggiato nel cestino davanti al manubrio, lo solleva, accelera e in un istante è già più avanti di me che non lo vedo più, solo da dietro.

Resto spiazzata, basita, attonita; ma con una prontezza di riflessi immediata inizio a strillare più forte che posso.

Non ricordo di aver articolato parole tipo ‘aiuto’ o ‘al ladro’, solo un urlo di avvertimento di pericolo misto a spavento, e il sollievo di non essere caduta per il contraccolpo.

Non è stato inutile: una parrucchiera che aveva il negozio lungo la via accorre immediatamente al mio richiamo e lo vede dritto negli occhi.

Io esaurisco l’inerzia del mio velocipede e il fiato nei polmoni, accosto sul marciapiede un po’ abbacchiata, più per non aver capito cosa stava succedendo che per il reale valore dell’ammanco.

Lei, capello rasato sulla coppa e platinatissima, mi viene incontro, chiedendomi cosa è accaduto; in poche parole le illustro i fatti.

L’empatia è immediata, perchè proprio poche settimane addietro la stessa Sabrina aveva subito un borseggio; passeggiava a braccetto del suo fidanzato nella vicina città di Bassano del Grappa e un tizio le aveva strappato la costosa borsetta dalla spalla ed era fuggito a gambe levate.

Vuole aiutare me per farla pagare a quello, trasferisce la sua rabbia sul ladro di turno.

La sua reazione nel prendere la cornetta e comporre il 112 è istantanea tanto quanto lo è stata la mia nel mettermi a gridare.

La questura si trova a poche centinaia di metri, in linea d’aria.

Le forze dell’ordine escono immediatamente, nemmeno 5 minuti e sono sul posto (percorrendo le strade nel giusto verso, senza infrangere il codice della strada).

Sembra un episodio da telefilm: raccontiamo loro l’accaduto in maniera concitata, io per la partecipazione in prima persona, la parrucchiera che ha risvegliato l’onda emotiva del suo momento passato.

Non solo Sabrina è scattata fuori dal suo negozio con un tempo di reazione pressochè nullo (o forse stava sulla porta a fumarsi una sigaretta in attesa della prima cliente), ma è stata così istintiva da cogliere e memorizzare un fotogramma essenziale per il riconoscimento del tizio che, ignaro di tutto, stava frugando dentro il mio Invicta nero e turchese sopra un ponte a pochi passi di lì.

L’uomo che viaggiava a bordo del Ciao aveva un’estesa chiazza rossa su un lato del viso, come un angioma. Riferisce questo dettaglio ai due poliziotti i quali ci spediscono in questura per formalizzare la denuncia (io) e la testimonianza (Sabrina), mentre iniziano a perlustrare la zona attorno.

Trovano Gianni, questo il nome del malvivente a volergli conferire un’aura di solennità, ma solamente un tossico disperato in realtà, sul ponte dietro la chiesa che rovista nel mio zaino e trova ahimè poca roba di suo interesse.

Il poveraccio infatti non poteva trovare un portamonete, unica cosa che potesse interessargli, perchè ne viaggiavo sprovvista, sistematicamente.

Trovava invece: il libro di trigonometria che avevo minuziosamente ricoperto con una pagina pubblicitaria di Benetton, raffigurante una delle fotografie di Oliviero Toscani tanto in voga all’epoca; un quaderno a quadretti formato A4 con gli esercizi; un astuccio con alcune penne, anche colorate (credo che risalisse a quell’anno il mio acquisto di un super pennone biro a 10 colori intercambiabili); unico pezzo ‘di valore’ una calcolatrice del formato di una carta di credito, altrettanto sottile, che avevo trovato in omaggio in un fustino di detersivo per lavatrice: di valore per il ladro, che se la è tenuta, e di valore per me, che avrei dovuto convincere mia mamma a comperare un altro fustino di detersivo ‘di marca’ per poterne avere un’altra.

Si trattava di una calcolatrice che arrivava al massimo a fare la radice quadrata, oltre le quattro operazioni.

Di gran lunga più sconfortata sarei stata se avessi subito lo stesso scippo pochi anni più tardi e mi avessero sequestrato gli appunti universitari, unici ed irripetibili in quanto catture estemporanee del flusso di informazioni dal docente verso il mio quaderno, che avevano transitato giusto per un frangente nella mia testa, il minimo indispensabile per essere cifrate nero su bianco, pronte per essere recuperate qualche mese più tardi ed essere assimilate per esteso.

Mentre io e Sabrina formalizziamo la denuncia, i poliziotti perlustrano il quartiere e trovano il soggetto, lo riconoscono e lo accompagnano in questura.

Qui lo fanno accomodare in una stanza con altri tre o quattro; poi chiedono a me e a Sabrina di riconoscerlo tra questi, attraverso un vetro dal quale lui non può vedere noi.

Per lei l’individuazione è immediata, per me un po’ meno, perchè l’ho visto solo di sfuggita.

Mille dubbi mi attanagliano, se sia veramente lui, e se non sia meglio scagionare un colpevole piuttosto che accusare un innocente.

Di fatto però è veramente accaduto che uno mi abbia scippata pochi minuti prima, e con tutta probabilità si tratta proprio di lui, di quell’uomo di cui anche io di sfuggita ho notato la chiazza rossa che deturpa il volto.

Così confermo che quell’uomo, che adesso mi sembra una scimmia rinchiuso in una gabbia allo zoo, è stato lui a scipparmi.

Viene trattenuto, mentre io e Sabrina torniamo alle nostre attività: lei al suo negozio di parrucchiera, io a scuola, alla lezione di trigonometria.

Entro in classe trafelata con più di 30 minuti di ritardo; su una durata complessiva di un’ora, rende la cosa opinabilmente sensata, ma è indescrivibile il senso di trionfo che provo quando mi giustifico per il ritardo con un ‘scusate, sono stata scippata’.

Nei giorni che seguono l’aneddoto riempie le mie conversazioni e il racconto si arricchisce di dettagli e particolari ad ogni sciorinamento.

Un paio di giorni dopo sul giornale locale viene pubblicata la notizia: un trafiletto di 30 righe nella pagina della cronaca locale, in cui sono riportate per esteso le generalità mie (nome, cognome ed indirizzo), della parrucchiera e da ultimo anche di Gianni.

Grazie a questa reciproca presentazione, mi è possibile individuare le successive perfomances di Gianni, che durante l’estate viene colto in flagrante mentre si allontana da un’automobile, alla quale ha sottratto l’autoradio, e se la è infilata tra la cintura dei pantaloni e la pancia, coprendola con la maglietta, sperando di passare inosservato.

A questo punto consegue ai miei occhi la laurea di ladro di galline, ad honorem, e inizio a provare nei suoi confronti un indicibile senso di pietà, più che di rabbia.

Ho la certezza che si muove a piede libero, non sta certo in galera, e pur conscia del fatto che potrebbe sapere dove abito, non mi sento minimamente in pericolo, anzi mi aspetto da un giorno all’altro di ricevere la notizia della sua scomparsa per overdose.

Gli anni passano e di Gianni mi resta il ricordo dell’episodio dello scippo e del suo indirizzo, una via a cui passo spesso davanti.

Diversi anni più tardi, la bellezza di 6 anni, ricevo una raccomandata, con la quale vengo invitata a presentarmi in tribunale, ad una certa data e ora, per partecipare al processo in cui si sarebbe giudicato quanto accaduto.

Avevo trascorso delle giornate intere a fantasticare sul processo, e “giura di dire tutta la verità dica ‘lo giuro’ ” con la mano sulla bibbia, e gli avvocati con toga e parrucca bianca, e il giudice che batte col martelletto di legno per chiedere il silenzio, io sul banco dei testimoni a riferire i fatti, la parrucchiera a testimoniare, Gianni in veste di imputato a difendersi e negare di essere stato lui; e poi l’arringa dell’avvocato, e la sentenza con relativa condanna del colpevole, per il quale provavo addirittura un po’ di apprensione.

Tutto questo film era stato proiettato nella mia mente dal ricevimento della convocazione a quel venerdì mattina in cui, rinunciando alla lezione universitaria, mi ero recata presso il tribunale.

L’unico elemento che corrispondeva con il mio film era la presenza di Sabrina, sempre platinata ma con i capelli un po’ più lunghi; ha dovuto chiudere momentaneamente l’esercizio per venire a testimoniare.

Per il resto rimango molto delusa: nessuno con toga e parrucca, l’aula non è altro che un ufficio, nessun banco degli imputati nè men che meno uno scranno per il giudice.

Manca persino Gianni, la cui apparizione mi procurava angoscia e che temevo di guardare dritto negli occhi.

Il processo, con circa un’ora di ritardo rispetto all’orario previsto, si svolge formalmente in due battute in cui viene richiesto a me e a Sabrina di confermare la nostra identità; grazie e arrivederci.

Non ci viene chiesto nulla altro, nessuno ci propone di ricordare quel pomeriggio di sei anni prima e ricostruire i fatti.

Solo e semplicemente il nostro nome, cognome e la data di nascita; due persone che lavorano hanno dovuto sospendere la propria attività mentre l’imputato chissà cosa stia facendo e dove si trovi.

Le domeniche bucoliche

Appena raggiunta la pensione mio nonno aveva fatto due acquisti importanti: aveva rimpiazzato il vecchio Citroen Pallas con un’utilitaria della stessa marca, una Visa color giallo pallido; e aveva acquistato una seconda casa, in campagna.

Purtroppo la fine della sua vita lavorativa si era rivelata essere la fine, tout-court; pertanto non ha potuto godere dei suoi meritati sfizi, che sono rimasti alla moglie, mia nonna.

Pur di non vendere l’auto acquistata da poco, mia nonna, che non aveva la patente, si era iscritta alla scuola guida, alle soglie dei 60 anni; e aveva anche conseguito il pezzo di carta, che la legittimava a mantenere l’auto ferma in garage.

Invece per la casa in campagna lo sfruttamento era sicuramente più intenso.

La casa era in verità più un vecchio casolare.

Ad essere obiettivi era più una catapecchia.

Ad essere proprio onesti chiamarla così è ancora darle del lei.

La casa si trovava pochi km fuori da Vicenza, sui colli Berici, ma la strada per raggiungerla era piuttosto impervia; anche se aveva la patente mia nonna non si fidava a guidare da sola (non si fidava a guidare e punto), tantomeno a percorrere strade di campagna; così per qualche anno dopo la scomparsa del nonno quella casa è stata meta fissa di tutte le nostre gite domenicali.

Si andava su in tanti: la mia famiglia e amici vari, ogni volta la compagnia arrivava a contare 15-20 persone.

Un’elaborazione collettiva del lutto.

Ma non erano riunioni trisiti: tutt’altro!
La memoria del nonno aleggiava per i primi 5 minuti, fino a che non si faceva entrare un po’ di sole in casa e si accendeva il fuoco nel camino.

Ci accoglieva un’umidità stagnante che si era accumulata durante la settimana, e che in breve lasciava spazio al calore del fuoco, della luce e delle chiacchiere di una grande famiglia riunita.

La strada propriamente detta non arrivava davanti alla porta di ingresso, ma si fermava sopra il monte; poi c’era una discesa molto ripida che spesso affrontavamo a piedi, perché risalire la sera era difficile.

Alla base della discesa si presentava un bel giardinetto, molto curato, con l’erba rasata e le aiuole fiorite; la facciata della casa era da cartolina, con i vasi di gerani alle finestre e i vetri lucenti.

Però questa non era la nostra casa, no!

Lì ci abitava Nico, una sorta di maniaco ossessivo compulsivo dell’ordine e della simmetria.

Per arrivare alla nostra casa, che era costruita a ridosso, bisognava percorrere un tornante in discesa, costeggiato da rovi, dove si potevano cogliere le more.

Negli anni molte migliorie sono state apportate all’edificio ma alle prime visite si presentava come uno scenario da film di paura.

L’abitazione vera e propria constava essenzialmente di una grande cucina; il resto era inagibile, a partire dalla stanza adiacente, che chiamavamo ‘La stanza che balla’ per il pavimento malfermo. Ai piani superiori le camere.

La casa era priva di servizi igienici; il bagno era stato ricavato in una gabbia di legno alloggiata nel fienile, all’esterno.

I bambini erano autorizzati ad usare il vaso da notte, proprio come una volta.

Era uno spettacolo strano per noi abituati ai comodi water di città sentire la pipì accumularsi dentro un recipiente e vederla rimanere contenuta lì.

La cucina aveva un acquaio di marmo, non un pratico lavello inox a due vasche; non c’era l’acqua calda.

Per lavare i piatti dove tutta la compagnia mangiava serviva una task force: chi riscaldava l’acqua, chi passava le stoviglie con la spugna, chi risciacquava, chi asciugava.

Tra la preparazione dei pasti e la sistemazione si trascorrevano le ore, conversando amabilmente.

Di pertinenza alla casa vi era un bosco, per raggiungerlo una discesa erbosa; a me piaceva lasciarmi rotolare lungo il pendio fino a fermarmi nel prato sottostante.

Lì mi divertivo a cercare quadrifogli, inghirlandare prataiole, soffiare i soffioni, i fiori del tarassaco (meglio conosciuto in zona come pissacan) essiccati.

Addentrarmi nel bosco invece non mi piaceva, serpeggiava il terrore di incontrare le vipere.

Davanti a casa c’era uno spiazzo dove noi bambini giocavamo sul dondolo o sulle altalene mentre attendevamo che fosse pronto il pranzo.

Una voce fissa del menù era la polenta, preparata dentro un paiolo di rame proprio come prevede la ricetta originale.

Spesso dopo pranzo usavamo il cordone che chiudeva un cabaret di paste o una focaccia: lo si annodava per formare una curva chiusa e poi lo si avvolgeva tendendolo tra i dorsi delle mani, con i dovuti giri attorno ai palmi; a turno lo si pizzicava tra il pollice e l’indice, oppure lo si sollevava con i mignoli, secondo uno schema ben preciso che conoscevamo. Ad ogni passaggio la corda assumeva una forma diversa, da riprendere per formare la tessitura successiva, fino a ridurre il tutto ad una matassa indistricabile.

Il giorno in cui la gita si colorava delle tinte più intense era il giorno di Pasquetta: prima dipingevamo le uova sode, poi gli adulti andavano a nasconderle nel campo, e qua e là spargevano anche piccoli ovetti di cioccolata. Quindi era pronta la caccia al tesoro.

Credo che il divertimento fosse equamente distribuiti tra grandi e piccini, tra chi nasconde e chi cerca.

La sera rientravamo in città: sudati, impolverati e con un odor di focolare addosso. Ma felici.

Il rientro era arduo perché bisognava ritornare a piedi in sommità, dove avevamo lasciato le auto parcheggiate.

Nel giro di qualche anno il tratto finale era stato asfaltato, permettendoci di arrivare in auto fin davanti alla soglia di casa; eravamo talmente poco avvezzi a tale comodità che ci si scordava di sbloccare il freno a mano.

Appena risalivamo in auto la stanchezza si impossessava di me; ma dovevo farvi fronte perché mia nonna insisteva che non potevamo addormentarci.

Per tenerci svegli ripeteva che saremmo passati vicini al luna park, e avremmo visto le giostre.

Peccato che il luna park a Vicenza si tenga per un paio di settimane l’anno; così avevo imparato a rimanere sveglia per vedere le meretrici al lavoro.

Ricordi ne(r)vosi che si sono conservati bene

– “Dai dai, speriamo che nevichi tanto mamma!”

– “Io dico speriamo di no”

– “Ma perché?”

– “Hai mai guidato sulla neve Sofia? Quando guiderai capirai perché non mi piace la neve in città”

Hanno chiuso nei giorni scorsi alcune scuole, ma per l’evento atmosferico attuale mi pare eccessivo.

Un flashback mi risucchia al 1985, a quella sera di gennaio in cui guardavo fuori dalla finestra e dal cielo cadevano fiocchi giganteschi, che io chiamavo elefanti.

Abitavamo in una via cieca, che terminava sull’argine del fiume, quindi non transitavano auto, ad eccezione di quelle dei residenti.

Una via di cui si dimentica anche l’amministrazione comunale, una laterale interna che è sempre stata difficile da trovare. Quando Tom-Tom e GMaps non erano di uso quotidiano è capitato di chiamare i vigili del fuoco e dover andare sul viale principale a fare segno del punto di ingresso, e intanto il fuoco andava.

Invitavi i compagni alle festine di compleanno e almeno un paio tiravano bidone perché non avevano trovato il posto, gli altri arrivavano con mezz’ora di ritardo, con una mamma tutta trafelata che aveva fatto mille manovre, e senza servosterzo.

Gli elefanti scendevano copiosamente dal cielo, li vedevamo bene quando transitavano davanti alla luce gialla del lampione: era quello il proiettore del nostro film!

I fiocchi toccavano terra e si accumulavano su un tappeto bianco, assieme a tutti quelli che li avevano preceduti ed erano rimasti lì ad attenderli; al mattino successivo quel tappeto era un materasso, soffice e di notevole dimensione.

Dato che il traffico automobilistico era sempre pari a zero, era abbastanza normale che trovassimo al risveglio il paesaggio intatto, senza segni del passaggio umano. Era divertente trovare la neve accumulata sui rami degli alberi, flessi sotto il peso; sui muretti e sulle colonne di supporto dei cancelli; trovare la banchina stradale ammantata ed essere i primi ad imprimere la propria orma.

Quel mattino, oltre a presentarsi illibata, la nevicata era copiosa, ma per le ragioni spiegate non ci eravamo resi conto dell’eccezionalità dell’evento.

Mi ero incamminata verso la scuola, che si trovava in centro storico e che raggiungevo a piedi, con una passeggiata di circa 1km.

Al mio arrivo, assieme a pochi altri, ho toccato il muro e fatto la virata: la scuola era chiusa, si tornava a casa.

Sarebbe rimasta chiusa per l’intera settimana.

Anche mia mamma si era recata al lavoro quel mattino, lavorava all’epoca al confine tra Vicenza e Padova.

Un po’ per questioni economiche e un po’ per ragioni ecologiche aveva una predilezione per i mezzi pubblici: per arrivare sul luogo di lavoro aveva preso l’autobus e poi la corriera. Quella sera la corriera l’aveva riportata a Vicenza, dall’altro lato della città rispetto a casa nostra. Avrebbe dovuto completare il rientro con l’autobus ma i mezzi pubblici a quel punto avevano sospeso il servizio; aveva avuto fortuna a trovarsi proprio sotto casa di un’amica che le aveva consentito di telefonarci.

Sembra incredibile adesso a ripensarci, il telefono era uno strumento che, anche nei momenti di necessità, non era immediatamente disponibile.

Aveva chiamato noi a casa, chiedendo a mio papà che andasse a prenderla.

“Sì certo, vengo… a piedi!”

Anche mio papà era sensibile alle questioni economiche e alla causa ecologica, e peró odiava i mezzi pubblici: lui andava a piedi, ovunque la meta fosse a portata e anche un poco oltre, pedibus calcantibus.

Quella sera comunque la spiegazione non era né economica nè ecologica:

“Posso venire solo a piedi perché è impossibile uscire dal garage con l’auto”.

Che non era una misera scusa per non spalare la rampa, ma un problema concreto: quando anche avesse liberato la discesa dalla neve, avrebbe dovuto accumulare questa in un altro mucchio che avrebbe ostruito a sua volta il passaggio.

E anche una volta uscito sul viale principale le strade erano a loro volta impercorribili.

Così mia mamma si era arresa all’evidenza e si era incamminata; con una passeggiata di alcune ore, sotto la neve che scendeva e sopra un metro di neve che pavimentava i marciapiedi, senza ciaspole nè altri ausili, era ritornata a casa.

Al suo rientro si era verificato uno dei diverbi più bizzarri a cui avessi mai assistito a casa: mio papà preoccupato per il freddo che poteva aver accumulato le aveva amorevolmente preparato una minestra calda.

Ma dopo aver fatto due ore di attività fisica, quale una bella camminata affondando i passi in un metro di neve fresca, mia mamma non desiderava affatto una minestra calda, ma una birra bella ghiacciata!

Comunque la quantità di neve caduta era talmente abbondante che si era conservata fino a Pasqua.

Chi ha paura dell’uomo rosso?

Pare che il dilemma maggiore in questi giorni sia “ma mio / tuo / suo figlio… crede ancora a Babbo Natale?”.

Piano, fermi un momento…. credere ANCORA a Babbo Natale? siamo onesti…. qualcuno di noi ci ha mai creduto seriamente?

Io ho un ricordo piuttosto nitido, rincarato da una foto scattata ai tempi dell’asilo.

Ogni volta che osservo quella foto rileggo lampante nel mio sguardo la perplessità che nutrivo: ma chi è questo qui?

Ero andata alla scuola materna con entrambi i miei genitori di sera, ma col senno di poi forse erano solo trascorse le cinque del pomeriggio, special guest l’uomo con il vestito rosso.

Questo signore si prestava a scattare una foto con ciascuno dei bimbi, a cui poi elargiva una manciata di caramelle.

Sorridi, ritengo plausibile mi avessero caldeggiato.

Bella forza sorridere al fianco di sto soggetto, falso come una banconota del monopoli: ha la barba posticcia e non mi ispira granchè di simpatia (diffidente sin dai primi anni di vita).

Mi sono sentita a disagio come quella volta che al circo mi hanno piazzato in braccio una scimmietta per scattarmi un’altra foto.

Lo scorso anno durante la festina all’asilo di Viola il format si è ripetuto: su dai facciamo la foto! e Viola è scoppiata a piangere, infatti nello scatto ridiamo solo io e Sofia.

Il che conferma che bn esercita il suo fascino più sugli adulti, mentre i bambini nella migliore delle ipotesi gli sono indifferenti, più spesso lo temono.

Tornando a me piccola, ricordo che mi interrogavo: se costui è il famigerato, perchè si manifesta adesso a mani vuote e poi, forse, tra qualche giorno mi porterà i regali? Non gli conviene un giro unico? Di sicuro è uno poco organizzato; non tornavano tante cose.

Negli anni a seguire comunque rilevavo incongruenze: se sto tizio viene di notte con i pacchi, perchè poi arrivano alla spicciolata i regali dal bn dei nonni, il bn degli zii e il bn degli amici? non dovrebbero recapitarli tutti insieme? Quanti sono i bn? Se ne parla sempre al singolare ma poi spuntano come i funghi nel bosco dopo una notte di pioggia.

Proliferano le situazioni in cui i bn sono più d’uno: un giorno Sofia ha visto due cloni su un’auto decappotabile, e ha sentenziato ‘solo uno dei due è quello vero’.

Un’altra sera mentre guardavamo assieme ‘Una promessa è una promessa’, il film in cui Schwarzenegger affronta le dodici fatiche per entrare in possesso, il giorno 24 dicembre, di un giocattolo desiderato da suo figlio, in una scena si vedono centinaia di bn che lavorano assieme, Sofia ha dichiarato che quelli, allora, erano tutti finti.

Ma a chi vogliamo darla a bere?

Molto meglio il Grinch!

Hit parade

Ai miei tempi c’era il sussidiario.

Oddio, se inizio così mi sembro mia nonna.

Voglio dire però, e non so come altro farlo, che quando io frequentavo le scuole elementari, che ora si dicono primarie, arrivati alla terza classe, iniziava il programma di storia-scienze-geografia e ci si appoggiava al libro di testo chiamato sussidiario.

Adesso i libri di testo sono molteplici, e a guardarli dentro non intravvedo lo stesso rigore.

Ad esempio, vado a memoria, e posso ingannarmi, il programma di storia prevedeva lo studio a partire dalla preistoria fino ad arrivare agli antichi romani.

Discorro con Sofia di argomenti simili mentre rincasiamo, le chiedo come è andata a scuola e mi risponde che hanno fatto storia, la genesi.

Poi mi abbozza un mezzo discorso di creta e argilla e soffio divino.

Prese un poco di argilla rossa / Fece la carne, fece le ossa

Ci sputó sopra, ci fu un gran tuono / Ed è in quel modo che è nato l’uomo

Nella mia testa ha preso il sopravvento questa strofa, ho smesso di seguire il discorso di Sofia e inizio a cantare dall’inizio la Genesi di Guccini, che era una delle mie canzoni preferite quando ero bambina.

La ricordo tutta, perfettamente, tranne sulle strofe parlate, in cui qualche termine mi sfugge.

L’intonazione parte un po’ stentata

Per capire la nostra storia, bisogna farsi ad un tempo remoto

C’era un vecchio con la barba bianca, lui la sua barba ed il resto era vuoto

Stentata, ad essere onesti, è un eufemismo perché Sofia mi interrompe

“Buuuuuu…. mamma…. pomodori marci”

Cerco di migliorare la nota

Voi capirete che in tale frangente quel vecchio solo lassù si annoiava

Si aggiunga questo che inspiegabilmente nessuno aveva la tv inventata

Sofia ripete più forte “Buuuu… pomodori marci!!! Pomodori marci!!!!”

Resto interdetta, indecisa se proseguire a cantare o sospendere. Non mi sembra di essere così pessima.

Mentre rifletto provo a proseguire

Beh poco male pensó il vecchio un giorno, a questo affare ci penserò io

Sembra impossibil ma in roba del genere, modestia a parte ci so far da Dio

Forse come cantante non ho fortuna, ma come narratrice vado meglio perché ho suscitato l’interesse di Viola: appena sospendo la performance dal sedile dietro perviene una vocina:

“Ancora pomodoi macci mamma”.

Che non dà torto a sua sorella, ma più che la melodia poté la curiosità.

Risollevata la mia autostima riparto a cantare.

Dixit: ma poi toccó un filo scoperto, prese la scossa ci fu un gran boato

Come tv non valeva un bel niente, ma l’universo era stato creato

Quanto mi piaceva questa canzone!

Mi leggevo e rileggevo il testo dalla busta che conteneva il vinile.

Mi ritrovo col pensiero indietro di trent’anni e più, a quando nè YouTube nè Spotify.

L’ascolto era una vera e propria audizione, che a casa mia avveniva la sera, spesso in alternativa ai palinsesti televisivi.

Dalla discoteca, intesa letteralmente come raccolta di dischi, veniva scelto un elemento, veniva adagiato sulla piastra rotonda e si ascoltava, in ammirazione della puntina che solcava la traccia.

Mentre lo stereo riproduceva il brano io tenevo in mano la copertina e seguivo le parole.

La scelta del vinile poteva durare anche mezz’ora, durante la quale si passavano in rassegna i vari dischi, uno per uno.

Il disco andava ascoltato rigorosamente tutto, prima il lato A e poi il lato B: se ci si allontanava dalla stanza bisognava prestare attenzione alla fine del gruppo di canzoni sul lato in riproduzione, altrimenti si rovinava la puntina.

Ogni album, all’epoca, era un qualcosa di tangibile: aveva una copertina, la quale riportava un’immagine che diventava imprescindibile dal prodotto sonoro; aveva un numero di tracce ben definito ed ordinato; aveva i testi delle canzoni.

Ci tenevo a prendere parte alla scelta, poteva fare la differenza tra una serata bella e una noiosa.

La raccolta contava un numero limitato di dischi, forse quelli che adesso potrebbero stare tutto dentro una chiavetta USB.

Di ogni album io apprezzavo una canzone in particolare, al massimo due, il resto era un riempitivo, che per certi dischi ero disposta ad ascoltare, pur di sentire la mia.

Tra i miei brani preferiti, oltre a questo di Guccini, c’era Samarcanda di Vecchioni.

Avevo inteso che la nera signora era qualcosa di funesto, ma oh-oh-cavallo mi metteva tanta allegria addosso.

Un altro pezzo che per me era formidabile era Ma che bontà di Mina: sapevo che andava a finire in cacca, e ridevo fin dalla prima strofa.

La collezione non includeva nessun Celentano, nessun Ron, nessun Pooh, nessun Ricchi e Poveri.

C’erano invece De Andrè, di cui apprezzavo Bocca di Rosa, ma che qualche anno più avanti mi avrebbe ammaliato con Don Raffaè.

C’era Battiato, che in verità era su nastro, di cui mi piaceva Centro di gravità permanente.

C’erano i Matia Bazar, vincitori di Sanremo con Vacanze Romane, di cui preferivo Elettroshock. La copertina dell’album era grigia e sopra erano stilizzati una coppia di ballerini, a righe slittate.

C’era Edoardo Bennato con il suo Sono solo canzonette, a base di Peter Pan, che mi piaceva tutto o quasi.

C’era la Vanoni, con un disco che in copertina riportava la sagoma del suo viso contornata dai ricci, e riempita di una carta a effetto specchio.

Mi piaceva quel verso di Vai Valentina “lacrime calde su tre fette di saint-honoré”, che vedevo un po’ come uno spreco, dal punto di vista della mia golosità, ma tre fette sono ben tre fette!

C’erano anche dischi di musica straniera, ma niente Beatles.

Tra gli anglofoni ricordo in maniera indelebile The Wall, dei Pink Floyd, di cui più tardi avevamo acquistato anche il VHS del film.

L’album era doppio e la copertina era una serie di blocchetti, i mattoni del muro, da cui le lettere dei testi, scritti in un carattere simile al corsivo, lasciavano colare gocce di sangue.

Tra ascolto del disco e visione del film credo di poter affermare che quell’opera costituisce una pietra miliare nella mia formazione.

Poi c’era una raccolta di Janis Joplin, che mi dava energia col suo Piece of my heart, ma verso la quale nutrivo un po’ di perplessità, perché mi avevano raccontato che era morta per aver sbagliato a farsi una puntura.

Infine tra gli ultimi LP entrati a far parte della collezione, dato che poi i vinile sono caduti in disuso in favore dei nastri e dei cd, ricordo con piacere:

– i Talking Heads con il brano Blind

– Elton John con l’album Reg Strikes Back

– Terence Trent D’Arby con il pezzo Sign Your Name

(Questi ultimi due acquistati dietro mia iniziativa).

E ovviamente gli album di Madonna, mio idolo indiscusso, Like a Virgin e True Blue, che mi ero fatta regalare.

Alla luce di questo rivangamento del passato non so se faccio più fatica a spiegarmi:

  • come mai non esiste più il sussidiario;
  • perché Terence Trent D’Arby si è riciclato col nome di Sananda Maitreya;
  • come sia possibile che da cotanto background mi sia ridotta ad ascoltare insieme alle mie figlie Rovazzi e Fedez.

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Questo post può considerarsi, a suo modo, la risposta al tag i 10 album.

L’ultimo tortellino

L’atmosfera natalizia e la frenesia che la accompagna si librano nell’aria già dal 32 di ottobre.

Sì, perché non si fa nemmeno a tempo a celebrare Halloween che già ci si sente troppo nella tenebra, e allora su le luminarie, calate i Babbi Natale dai poggioli e si aprano le danze degli acquisti, la corsa all’ho già preso tutto mi mancano due pensierini.

Ci sono quelli che mordono il freno come i purosangue allo start, e vivono il mese di novembre come un noioso apostrofo tra le parole estate e Natale.

In ogni casa l’avvicinarsi della scadenza 25 dicembre vive i suoi rituali: a casa mia si concretizzava nella preparazione dei tortellini.

Ma cosa dico preparazione? Era una vera e propria produzione industriale! Non appena si girava l’ultima pagina del calendario eccolà, tutti precettati, non si esce più la sera, bisogna fare i tortellini.

Quanti? Tutti quelli che si può!

Perché? Questa è una domanda alla quale ho provato a dare delle risposte, nessuna di queste esaustiva.

Perché sono buoni; perchè li mangiamo al la sera del 24 in brodo, al pranzo del 25 al sugo e il 26 come avanzano; perché abbiamo un regalo pronto per chiunque passi a trovarci; perché li mettiamo in freezer che sono sempre buoni.

La tradizione affondava le radici nel passato remoto, ossia prima della mia nascita, quando la nonna lavorava nel ristorante da Pasquale. Aveva appreso l’arte e ne aveva fatto un lavoro da casa: c’è chi infila le perle dei braccialetti, chi cuce pezze di pellame e chi a cottimo annoda tortellini.

Mia nonna preparava, per professione, tortellini per tutte le panetterie del circondario. E quando prendi il ritmo per un’attività poi vai avanti per inerzia, anche quando l’attività cessa.

La catena aveva inizio con l’arrivo di mezzo prosciutto crudo che serviva come base per il ripieno. Parallelamente un numero imprecisato di uova fresche veniva sgusciato in un fontanone di farina bianca.

La polvere si sollevava quel tanto che serviva ad impastarsi coi tuorli, poi la nuvola precipitava in una pagnotta gialla che veniva lavorata e rimaneggiata.

Quando la consistenza era omogenea ne venivano affettate grossolanamente delle parti e faceva il suo ingresso in campo la pastamatic.

Rispetto alla produzione degli gnocchi, rigorosamente l’ultimo venerdì di carnevale, quella dei tortellini mi piaceva di più: le mani rimanevano meno appiccicose (le patate lesse sono un collante portentoso), nè subivo il fastidio della farina perché con le uova si amalgama meglio, nè si odorava la grappa.

Mi piaceva un sacco mangiare la pasta cruda, con una scusa fagocitavo tutti i ritagli.

“Basta che ti fa male!” mi ammonivano.

“L’ultimo pezzetto dai” che poi non era mai l’ultimo.

Eh perché l’ultima non era mai nemmeno la sfoglia che veniva stesa, c’era sempre un altro po’ di ripieno da finire.

Una task force quella che serviva: chi tirava la pasta, chi la stendeva sulla tavola e con la rotellina zigrinata creava i quadretti, chi distribuiva il ripieno dentro i quadretti, centrale sennò sborda!

E poi al via scatenate l’inferno, tutti ad annodare, super velocemente che la pasta si secca e non si chiude più, e si rischia che i tortellini si aprano durante la cottura.

Ricordo che i primi anni i tempi erano ancora più lunghi, e quindi la frenesia maggiore, perché la macchinetta veniva azionata a manovella; solo più tardi era comparso il motorino.

Eh ma si sente la differenza, a manovella erano più buoni, dicevano i nostalgici.

La fetta di impasto doveva passare una volta sull’1, due volte sul 3 e due volte sul 5; i numeri indicano la distanza tra i rulli.

Mi raccomando stessa trafila per tutte le fette, sennò si sente la differenza.

L’operazione di chiudere il tortellino era ogni volta oggetto di diatriba: guarda me, guarda che ti mostro come si fa, così e non così, quello tuo è rovescio.

Che poi si sente la differenza.

In effetti ciascun tortellino conservava l’impronta di chi lo aveva formato: un po’ come tutti gli ombelichi, o i padiglioni auricolari, o le punte del naso si somigliano ma non ne trovi due di uguali, così la conformazione anatomica del tortellino riportava alla dimensione delle dita, e alla manualità, di chi lo chiudeva.

Quando poi a tavola si ripescavano dal brodo una volta cotti si poteva affermare con un buon margine di sicurezza “Ecco questo lo hai fatto tu, si riconosce!”.

I tortellini annodati andavano disposti in ordine su un canovaccio perché si asciugassero; quello di metterli in fila era compito degli ultimi arrivati, e dei bambini.

Io ne approfittavo per mangiarne qualcuno di crudo, ancora più gustoso della sola pasta.

“Basta Elena che ti fa male!”

“È l’ultimo” rispondevo.

Ma non era l’ultimo, così come non era l’ultimo il tegame di ripieno sui fornelli, pronto per un altro lotto di produzione.

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Questo post nasce dalla raccomandazione “Fatene buon uso!” di un racconto di Priscilla.

I rimedi del nonno

Tutti conserviamo qualche trucco, qualche metodo empirico che adoperavano i nostri avi per far fronte a semplici problemi quotidiani, e che ci è stato tramandato.

Alcuni di questi misteri sono stati archiviati nella tomba di progenitori gelosi del loro segreto, altri ci sono stati rivelati nell’avvicendamento generazionale.

Spesso si tratta di soluzioni bizzarre, magari inefficaci oppure misteriosamente funzionanti pur senza una spiegazione razionale alla base.

Mia nonna ad esempio era un’ottima cuoca e pasticcera, nonché abile sarta. Ricordo le sue crostate alla frutta che trasportava in un grande contenitore verde, la pavlova (un tripudio di meringa e panna con frutta), e i biscotti che in italiano sono conosciuti come brutti-ma-buoni ma lei li proponeva come cagatine (l’aspetto rotondo e scuro con innalzamento al centro si presta ad entrambe le nomenclature).

La sua produzione dolciaria era una catena di Sant’Antonio perché se avanzavano albumi non potevano rimanere inutilizzati, quindi forza con la torta di supporto, in cui magari serviva poco lievito allora facciamone un’altra … and so on.

Di tutto ciò a me non ha tramandato un bel nulla; forse, ammetto, per scarsa attitudine da parte mia ad acquisire lo scibile.

Insieme a mio nonno coltivavano un pezzetto di orto, e anche lì non mi hanno contagiata con le loro arti bucoliche, anzi: uno degli ultimi ricordi che conservo del nonno è che mi rincorre dopo che avevo deliberatamente disseminato il terreno con le erbe infestanti che lui aveva appena finito di raccogliere.

Mia nonna sosteneva che dopo un’insolazione si poteva trarre beneficio dal cospargersi di burro; o di un’emulsione di acqua olio e sale; o di yogurt; o di fette di patata; o di pomodoro. Insomma oltre al fastidio dell’eritema bisognava anche schivare anche questa insistenza che non ti dava tregua, peggio delle proposte di un nuovo vantaggiosissimo contratto telefonico.

Quello che voglio raccontare però è un trucco che mi ha insegnato mia mamma una sera prima di una gita alla scuola elementare: pare che il nonno lo avesse imparato durante il servizio di leva.

A dirla tutta i trucchi che il nonno aveva appreso durante il militare si sarebbero  rivelati poco affidabili in altre situazioni; tipo quella volta che siamo andati in vacanza ai laghi di Plitvice, quando ancora era una riserva naturale sconosciuta al turismo italiano.

Campeggiavamo all’interno del parco, che per mantenere quanto più incontaminato il territorio aveva creato pochissimi servizi.

Quindi abbiamo cotto la pastasciutta ed ecco il trucco “non buttiamo l’acqua ma conserviamola per lavare i piatti” così non ne sprechiamo inutilmente; inoltre, dato che ci sono km da fare per raggiungere il lavapiatti, teniamo tutto in ammollo fino a sera.

“Lo faceva il nonno al militare, lo facciamo noi” aveva sentenziato mia mamma; mentre mio papà vuotava la pentola, mia mamma sorreggeva lo scolapasta cercando di raccogliere l’acqua in una terrina.

In teoria una pirofila, in pratica un’esplosione di vetri ovunque: da lì una serie di imprecazioni rivolte al nonno, e la ricerca di uno dei rari punti di erogazione dell’acqua dove correre a lavare i piatti, tra le indicazioni ulaz e izlaz (ingresso e uscita) che sono presto scivolate in stocaz.

Tornando al trucco che voglio raccontare, dicevo che mi è stato rivelato la sera prima di una gita, in cui temevo di non svegliarmi per tempo.

Se lo smartphone vi ha abbandonato, avete gettato le vecchie sveglie o paventate un blackout durante la notte per cui la regolazione dei dispositivi temporizzati potrebbe subire alterazioni, insomma se temete che la sveglia non suoni, questo metodo vi consentirà sonni tranquilli.

Il metodo della sveglia del nonno:

Quando vi coricate, appena prima di chiudere gli occhi, quindi dopo eventuali letture o altre attività, mettetevi seduti sul letto, con le gambe distese e il busto eretto.

Fate il pugno con la mano destra e battete sulla fronte tante volte quante sono le ore che definiscono l’orario del risveglio.

Faccio un esempio: volete svegliarvi alle 7? Bene! Tum tum tum… per 7 volte, assestate 7 pugni sulla vostra fronte.

Poi appoggiate la testa sul cuscino e chiudete gli occhi sereni: buonanotte.

Ci avete ripensato ed è meglio alzarsi alle 6.30? Niente panico! Rimettetevi a sedere sul letto, passate il palmo sulla fronte per cancellare la precedente programmazione (fate swipe per resettare si direbbe oggi); quindi ripartite col mea culpa in fronte TUM TUM … per sei volte più un pugnetto meno energico dei precedenti per segnare la mezz’ora.

E buonanotte ancora.

Ci avete ripensato? No basta, state tranquilli, cercate di riposare e smettete di ricalcolare l’orario, altrimenti vi sveglierete ad ogni ora.

Comunque… con me funzionava!

Retaggi

Saranno 20 anni che non tiro l’acqua in bagno, forse anche di più.

Non tiro l’acqua perché la catenella che aziona lo sciacquone non esiste più, generalmente spingo il pulsante: io l’acqua la spingo.

Eppure nessuno dice spingere l’acqua, ai bambini raccomandiamo sempre di tirare l’acqua, mai di spingerla.

Ci sono retaggi che derivano da abitudini ormai passate e sorpassate, ma che restano inossidabili nel linguaggio.

Ci si abitua a esprimere una locuzione in un modo e non ce la si scrolla più dal lessico.

Le assonanze sedimentano.

Una cosa analoga a quanto accadeva con certe canzoni: quando le registravi dalla radio inevitabilmente gli rimaneva appiccicato un po’ di parlato, l’intro o il disannuncio nella migliore delle ipotesi, spesso anche qualche commento a metà.

Andava che quella canzone la riascoltavi con una frase a corredo che non ci azzeccava per nulla, poteva essere la dedica o una strofa stonata del dj, ma diventava parte integrante della versione che conoscevi.

Forse non tutti capiscono esattamente di cosa sto parlando, i post-millenials si staranno sorprendendo di una pratica a loro sconosciuta.

Prima che nascessero iTunes e YouTube le canzoni non erano dei files distinti, ma delle melodie sfuggenti che si captavano alla radio o alla TV.

Succedeva che un’aria, un motivetto, usciva dalla radio e ti piaceva. Se volevi farlo tuo, possederlo e riascoltarlo a comando potevi seguire due strade: la prima era di andare al negozio di dischi e comprare il vinile; poiché Shazam o Soundhound ancora non esistevano per dichiarare la propria intenzione di acquisto molti si improvvisavano cantanti e intonavano il motivetto du-du-da-da-dà davanti al commesso che da quei suoni disarticolati doveva capire di che disco si trattava.

La seconda strada, un po’ più artigianale, era di sperare di beccare nuovamente la canzone alla radio e catturarla. Come? Con il registratore su supporto magnetico, che al tempo consisteva in un nastro che veniva svolto da una bobina e avvolto sull’altra, mentre un sensore leggeva le piste.

Io vivevo con un dito sul tasto REC in modo da azionare con un riflesso fulmineo alle prime note la registrazione.

Per il termine del brano il problema era minore, si registrava a oltranza poi si mandava indietro il nastro e si faceva partire da lì la registrazione successiva.

Però come dicevo le canzoni non venivano trasmesse ‘pure’, c’era sempre un po’ di parlato sopra.

La voce di Marco Galli da rete 105 per me è un tutt’uno con ‘I want it all’ dei Queen.

Oppure ‘Ain’t nobody’ di Chacka Khan si porta dietro ‘Aldo Fontana vi aspetta ogni venerdì e sabato sera al Macrillo’.

‘Round in circle’ l’avevo registrata da una trasmissione notturna da una discoteca e a metà canzone il dj salutava Zaetto e Kelly, ospiti fissi del locale, e Nardo, il barman.

A questa modalità di creazione delle compilation musicali devo la scoperta di ‘Kaileigh’ dei Marillion, registrato per sbaglio al termine di un nastro e mai più cancellato.

Per la legge di Murphy, secondo cui una cosa che può andar male lo farà, se per miracolo riuscivi a registrare dall’inizio e senza parlato, finiva il nastro. TOC il pulsante REC e il PLAY risalivano e il limite perentorio dei 30 o 45 minuti per lato non ammetteva eccezioni.

C’erano anche nastri di durata maggiore ma più il nastro era lungo e più era probabile che questo sgusciasse dalla sua sede: non ce ne si accorgeva subito, ma dopo un po’ si bloccava tutto e toccava estrarre con cautela il nastro dall’apparecchio e riavvolgerlo manualmente, con la penna bic infilata in una bobina e roteando la cassetta per aria cantando sommessamente ‘oh love please don’t let me be misunderstood’ dei Santa Esmeralda per farsela passare.

Le registrazioni migliori mi riuscivano dalla hit parade, che trasmettevano al sabato, o dal festival di Sanremo, tagliando pezzi di presentazione dell’inossidabile Pippo Baudo.

A volte una canzone che proprio mi piaceva tanto faceva la preziosa e non veniva mai passata in radio; allora mi facevo coraggio e telefonavo per richiederla espressamente all’emittente locale, Radio Vicenza International.

Prima di chiamare però dovevo documentarmi accuratamente su titolo e autore perché va bene prendere l’iniziativa e la cornetta in mano, ma mugolare il motivetto nella speranza che venisse riconosciuto era troppo anche per me.

(Ringrazio Quesitelocuento che col suo post mi ha acceso una lampadina)

AlLioy

Ho frequentato il liceo scientifico della mia città, il L.S. Statale Paolo Lioy.
Noto a molti come iLLLLioy.

Il naturalista vicentino che ha dato il nome all’istituto aveva questo cognome che inizia per L.
Il Liceo Lioy, una sovrabbondanza di L che qualcuno storpiava in Lì o Lì, tanto per dare l’idea delle alternative che offre.

All’inizio lo confondevo con il Lloyd, famoso istituto bancario, o con l’Henry Lloyd, il giubbotto che andava di moda in quegli anni.
Altre cose.

Illllioy (la L può indifferentemente leggersi com prolungamento dell’articolo Il o come iniziale appesantita del nome) si trova in pieno centro storico a Vicenza, a fianco del cugino Liceo Classico Pigafetta, che gli studenti spesso storpiavano in figa-petta.

Esiste un altro liceo scientifico a Vicenza, molto più moderno, il Liceo Quadri, nella zona est della città.
Il Lioy invece era (è?) una specie di museo, non tanto per l’edificio, in buono stato di conservazione, ma per il corpo docente attempato e soprattutto per una certa mentalità rigida che vige(va?).

Il primo incontro dei professori del Lioy è avvenuto una mattina di settembre, prima che iniziasse la scuola. Ero andata nella sede centrale dell’istituto per vedere la formazione delle classi e raccogliere la lista dei libri di testo; davanti al piazzale antistante l’ingresso, sulla via di transito che conduce dritta al corso principale, una scritta a caratteri cubitali, fatta con la stessa sostanza con cui si tracciano le strisce pedonali: TAVERNA ROJA.

Meditavo sui locali della zona: vero che avevo appena 14 anni e non li conoscevo tutti, ma a mio sapere lì intorno c’era la Cantinassa, una paninoteca sotterranea del centro. Potevano averla rinominata in taverna? sì ci stava! potevano definirla Roja anche solo a scopo pubblicitario? un po’ azzardato ma ci stava.

(* Roja è la scrofa, femmina del maiale).

Invece no, non era il pub ad essere reclamizzato, ma qualche studente poco soddisfatto dell’esito degli esami di riparazione si era vendicato.

Sopra la scritta passeggiava avanti e indietro un donnone di forma piramidale, che a gran voce chiedeva l’intervento dell’ufficio igiene e della polizia municipale: la professoressa Taverna.

Oltre a lei al Lioy insegnava tale professoressa Righetto, titolare della cattedra di francese, nota anche alle classi anglofone per quella sua pettinatura molto barocca, fatta di lunghissimi capelli raccolti in torrioni svettanti sopra il capo, sostenuti da trecce e fermagli, che rimanevano in bilico durante le sue lezioni, e credo che una parte della sua severità dipendesse anche dallo sforzo di reggere quell’impalcatura.

Tra gli insegnanti del mio corso posso citare il famigerato Chiantella, storia e filosofia, l’unico sulla faccia della terra che interrogava con il libro aperto. Il suo mito era l’Europa unita, e solo di quella ci parlava. Per lui tutti i concetti fondamentali avevano la maiuscola. Ma come lo diceva lui sembrava che avessero la A maiuscola: quindi passi per l’Amore con la A maiuscola, ma quando parlava della conoscenza con la (A) maiuscola scoppiavamo tutti in risatine.

Dell’Andreoli e dei suoi consigli a praticare training autogeno ho già avuto modo di raccontare.

L’edificio dell’istituto era troppo piccolo per ospitare tutte le classi, quindi il biennio veniva disperso nelle sedi staccate: la scuola media di contrà Riale, l’istituto delle suore Canossiane, la scuola elementare di piazzale Giusti, la palestra dei padri Filippini.

A volte era necessario recarsi presso la sede centrale, così parte delle ore di lezione veniva impiegata per gli spostamenti.

Il triennio era ospitato per intero nella sede dell’istituto, nella centralissima piazza San Lorenzo; le classi terminavano le lezioni tra le 12 e le 13, e nel piazzale antistante, dove la scritta ‘Taverna Roja’ ha campeggiato sbiadita per anni, si formavano dei capannelli, popolati anche dai ‘cugini’ del Pigafetta e da amici provenienti da altri istituti. Il sabato in particolare era il giorno più festoso, era tutto un organizzazione di ritrovi pomeridiani, serali e domenicali.

Il ricordo migliore di quegli anni è legato a colui che ha coordinato tutta la classe per la durata del triennio: il prof. Pontarin, insegnante di italiano. Gli piaceva tenere lezioni intense, svincolarsi dai libri di testo, raccontare la letteratura a modo suo.

Insisteva molto sull’importanza dell’incipit di un tema, quella che ho scoperto poi chiamarsi Captio Benevolentiae.

“Sin dai tempi più antichi l’uomo…”: ma cosa ne sai tu dei tempi più antichi? c’eri?

Oppure “apro il mio vocabolario alla parola xxxx” (sostituire xxxx con il termine chiave della traccia): ma perché devi aprire il vocabolario? chiedeva.

Adesso ogni volta che leggo i post che iniziano citando Wikipedia mi viene in mente lui.

“In quanto” non si dice, ripeteva allo sfinimento: “in quanto” significa PERCHE’; scrivi PERCHE’.

Quando si usciva interrogati, se si iniziava a rispondere con un “Allora…” ti bloccava subito: allora è conclusivo, non può iniziare un discorso. Il malcapitato ripartiva con “Dunque” per essere subito interrotto: anche dunque è conclusivo.

Così toccava censurare tutta la prima parte di riscaldamento del discorso per poter iniziare a rispondere ai suoi quesiti.

Sarei curiosa di ascoltare i suoi commenti sarcastici di fronte al dilagare di locuzioni come ‘piuttosto che’ usato per continuare un elenco e di ‘quant’altro’ per concluderlo.

Pontarin faceva una cosa che oggi sembra inammissibile anche per il secolo scorso, eppure era così: fumava in classe. Ovvero entrava in classe con la sigaretta accesa, attraversava l’aula e si dirigeva verso la finestra, la apriva e terminava la sua cicca. Poi andava a sedersi in cattedra ed iniziava la lezione.

Robe del paleolitico, invece erano gli anni ’90.

A lui devo parecchie incazzature, per avermi spronata a dare il massimo anche quando sarebbe bastato uno sforzo inferiore per conseguire risultati comunque sufficienti.

Col senno di poi gli riconosco il merito di avermi svelato che lo stesso rigore che mi faceva prediligere le discipline scientifiche può essere applicato, con soddisfazione, anche a quelle umanistiche.