Chi ha paura dell’uomo rosso?

Pare che il dilemma maggiore in questi giorni sia “ma mio / tuo / suo figlio… crede ancora a Babbo Natale?”.

Piano, fermi un momento…. credere ANCORA a Babbo Natale? siamo onesti…. qualcuno di noi ci ha mai creduto seriamente?

Io ho un ricordo piuttosto nitido, rincarato da una foto scattata ai tempi dell’asilo.

Ogni volta che osservo quella foto rileggo lampante nel mio sguardo la perplessità che nutrivo: ma chi è questo qui?

Ero andata alla scuola materna con entrambi i miei genitori di sera, ma col senno di poi forse erano solo trascorse le cinque del pomeriggio, special guest l’uomo con il vestito rosso.

Questo signore si prestava a scattare una foto con ciascuno dei bimbi, a cui poi elargiva una manciata di caramelle.

Sorridi, ritengo plausibile mi avessero caldeggiato.

Bella forza sorridere al fianco di sto soggetto, falso come una banconota del monopoli: ha la barba posticcia e non mi ispira granchè di simpatia (diffidente sin dai primi anni di vita).

Mi sono sentita a disagio come quella volta che al circo mi hanno piazzato in braccio una scimmietta per scattarmi un’altra foto.

Lo scorso anno durante la festina all’asilo di Viola il format si è ripetuto: su dai facciamo la foto! e Viola è scoppiata a piangere, infatti nello scatto ridiamo solo io e Sofia.

Il che conferma che bn esercita il suo fascino più sugli adulti, mentre i bambini nella migliore delle ipotesi gli sono indifferenti, più spesso lo temono.

Tornando a me piccola, ricordo che mi interrogavo: se costui è il famigerato, perchè si manifesta adesso a mani vuote e poi, forse, tra qualche giorno mi porterà i regali? Non gli conviene un giro unico? Di sicuro è uno poco organizzato; non tornavano tante cose.

Negli anni a seguire comunque rilevavo incongruenze: se sto tizio viene di notte con i pacchi, perchè poi arrivano alla spicciolata i regali dal bn dei nonni, il bn degli zii e il bn degli amici? non dovrebbero recapitarli tutti insieme? Quanti sono i bn? Se ne parla sempre al singolare ma poi spuntano come i funghi nel bosco dopo una notte di pioggia.

Proliferano le situazioni in cui i bn sono più d’uno: un giorno Sofia ha visto due cloni su un’auto decappotabile, e ha sentenziato ‘solo uno dei due è quello vero’.

Un’altra sera mentre guardavamo assieme ‘Una promessa è una promessa’, il film in cui Schwarzenegger affronta le dodici fatiche per entrare in possesso, il giorno 24 dicembre, di un giocattolo desiderato da suo figlio, in una scena si vedono centinaia di bn che lavorano assieme, Sofia ha dichiarato che quelli, allora, erano tutti finti.

Ma a chi vogliamo darla a bere?

Molto meglio il Grinch!

Annunci

Hit parade

Ai miei tempi c’era il sussidiario.

Oddio, se inizio così mi sembro mia nonna.

Voglio dire però, e non so come altro farlo, che quando io frequentavo le scuole elementari, che ora si dicono primarie, arrivati alla terza classe, iniziava il programma di storia-scienze-geografia e ci si appoggiava al libro di testo chiamato sussidiario.

Adesso i libri di testo sono molteplici, e a guardarli dentro non intravvedo lo stesso rigore.

Ad esempio, vado a memoria, e posso ingannarmi, il programma di storia prevedeva lo studio a partire dalla preistoria fino ad arrivare agli antichi romani.

Discorro con Sofia di argomenti simili mentre rincasiamo, le chiedo come è andata a scuola e mi risponde che hanno fatto storia, la genesi.

Poi mi abbozza un mezzo discorso di creta e argilla e soffio divino.

Prese un poco di argilla rossa / Fece la carne, fece le ossa

Ci sputó sopra, ci fu un gran tuono / Ed è in quel modo che è nato l’uomo

Nella mia testa ha preso il sopravvento questa strofa, ho smesso di seguire il discorso di Sofia e inizio a cantare dall’inizio la Genesi di Guccini, che era una delle mie canzoni preferite quando ero bambina.

La ricordo tutta, perfettamente, tranne sulle strofe parlate, in cui qualche termine mi sfugge.

L’intonazione parte un po’ stentata

Per capire la nostra storia, bisogna farsi ad un tempo remoto

C’era un vecchio con la barba bianca, lui la sua barba ed il resto era vuoto

Stentata, ad essere onesti, è un eufemismo perché Sofia mi interrompe

“Buuuuuu…. mamma…. pomodori marci”

Cerco di migliorare la nota

Voi capirete che in tale frangente quel vecchio solo lassù si annoiava

Si aggiunga questo che inspiegabilmente nessuno aveva la tv inventata

Sofia ripete più forte “Buuuu… pomodori marci!!! Pomodori marci!!!!”

Resto interdetta, indecisa se proseguire a cantare o sospendere. Non mi sembra di essere così pessima.

Mentre rifletto provo a proseguire

Beh poco male pensó il vecchio un giorno, a questo affare ci penserò io

Sembra impossibil ma in roba del genere, modestia a parte ci so far da Dio

Forse come cantante non ho fortuna, ma come narratrice vado meglio perché ho suscitato l’interesse di Viola: appena sospendo la performance dal sedile dietro perviene una vocina:

“Ancora pomodoi macci mamma”.

Che non dà torto a sua sorella, ma più che la melodia poté la curiosità.

Risollevata la mia autostima riparto a cantare.

Dixit: ma poi toccó un filo scoperto, prese la scossa ci fu un gran boato

Come tv non valeva un bel niente, ma l’universo era stato creato

Quanto mi piaceva questa canzone!

Mi leggevo e rileggevo il testo dalla busta che conteneva il vinile.

Mi ritrovo col pensiero indietro di trent’anni e più, a quando nè YouTube nè Spotify.

L’ascolto era una vera e propria audizione, che a casa mia avveniva la sera, spesso in alternativa ai palinsesti televisivi.

Dalla discoteca, intesa letteralmente come raccolta di dischi, veniva scelto un elemento, veniva adagiato sulla piastra rotonda e si ascoltava, in ammirazione della puntina che solcava la traccia.

Mentre lo stereo riproduceva il brano io tenevo in mano la copertina e seguivo le parole.

La scelta del vinile poteva durare anche mezz’ora, durante la quale si passavano in rassegna i vari dischi, uno per uno.

Il disco andava ascoltato rigorosamente tutto, prima il lato A e poi il lato B: se ci si allontanava dalla stanza bisognava prestare attenzione alla fine del gruppo di canzoni sul lato in riproduzione, altrimenti si rovinava la puntina.

Ogni album, all’epoca, era un qualcosa di tangibile: aveva una copertina, la quale riportava un’immagine che diventava imprescindibile dal prodotto sonoro; aveva un numero di tracce ben definito ed ordinato; aveva i testi delle canzoni.

Ci tenevo a prendere parte alla scelta, poteva fare la differenza tra una serata bella e una noiosa.

La raccolta contava un numero limitato di dischi, forse quelli che adesso potrebbero stare tutto dentro una chiavetta USB.

Di ogni album io apprezzavo una canzone in particolare, al massimo due, il resto era un riempitivo, che per certi dischi ero disposta ad ascoltare, pur di sentire la mia.

Tra i miei brani preferiti, oltre a questo di Guccini, c’era Samarcanda di Vecchioni.

Avevo inteso che la nera signora era qualcosa di funesto, ma oh-oh-cavallo mi metteva tanta allegria addosso.

Un altro pezzo che per me era formidabile era Ma che bontà di Mina: sapevo che andava a finire in cacca, e ridevo fin dalla prima strofa.

La collezione non includeva nessun Celentano, nessun Ron, nessun Pooh, nessun Ricchi e Poveri.

C’erano invece De Andrè, di cui apprezzavo Bocca di Rosa, ma che qualche anno più avanti mi avrebbe ammaliato con Don Raffaè.

C’era Battiato, che in verità era su nastro, di cui mi piaceva Centro di gravità permanente.

C’erano i Matia Bazar, vincitori di Sanremo con Vacanze Romane, di cui preferivo Elettroshock. La copertina dell’album era grigia e sopra erano stilizzati una coppia di ballerini, a righe slittate.

C’era Edoardo Bennato con il suo Sono solo canzonette, a base di Peter Pan, che mi piaceva tutto o quasi.

C’era la Vanoni, con un disco che in copertina riportava la sagoma del suo viso contornata dai ricci, e riempita di una carta a effetto specchio.

Mi piaceva quel verso di Vai Valentina “lacrime calde su tre fette di saint-honoré”, che vedevo un po’ come uno spreco, dal punto di vista della mia golosità, ma tre fette sono ben tre fette!

C’erano anche dischi di musica straniera, ma niente Beatles.

Tra gli anglofoni ricordo in maniera indelebile The Wall, dei Pink Floyd, di cui più tardi avevamo acquistato anche il VHS del film.

L’album era doppio e la copertina era una serie di blocchetti, i mattoni del muro, da cui le lettere dei testi, scritti in un carattere simile al corsivo, lasciavano colare gocce di sangue.

Tra ascolto del disco e visione del film credo di poter affermare che quell’opera costituisce una pietra miliare nella mia formazione.

Poi c’era una raccolta di Janis Joplin, che mi dava energia col suo Piece of my heart, ma verso la quale nutrivo un po’ di perplessità, perché mi avevano raccontato che era morta per aver sbagliato a farsi una puntura.

Infine tra gli ultimi LP entrati a far parte della collezione, dato che poi i vinile sono caduti in disuso in favore dei nastri e dei cd, ricordo con piacere:

– i Talking Heads con il brano Blind

– Elton John con l’album Reg Strikes Back

– Terence Trent D’Arby con il pezzo Sign Your Name

(Questi ultimi due acquistati dietro mia iniziativa).

E ovviamente gli album di Madonna, mio idolo indiscusso, Like a Virgin e True Blue, che mi ero fatta regalare.

Alla luce di questo rivangamento del passato non so se faccio più fatica a spiegarmi:

  • come mai non esiste più il sussidiario;
  • perché Terence Trent D’Arby si è riciclato col nome di Sananda Maitreya;
  • come sia possibile che da cotanto background mi sia ridotta ad ascoltare insieme alle mie figlie Rovazzi e Fedez.

————–

Questo post può considerarsi, a suo modo, la risposta al tag i 10 album.

L’ultimo tortellino

L’atmosfera natalizia e la frenesia che la accompagna si librano nell’aria già dal 32 di ottobre.

Sì, perché non si fa nemmeno a tempo a celebrare Halloween che già ci si sente troppo nella tenebra, e allora su le luminarie, calate i Babbi Natale dai poggioli e si aprano le danze degli acquisti, la corsa all’ho già preso tutto mi mancano due pensierini.

Ci sono quelli che mordono il freno come i purosangue allo start, e vivono il mese di novembre come un noioso apostrofo tra le parole estate e Natale.

In ogni casa l’avvicinarsi della scadenza 25 dicembre vive i suoi rituali: a casa mia si concretizzava nella preparazione dei tortellini.

Ma cosa dico preparazione? Era una vera e propria produzione industriale! Non appena si girava l’ultima pagina del calendario eccolà, tutti precettati, non si esce più la sera, bisogna fare i tortellini.

Quanti? Tutti quelli che si può!

Perché? Questa è una domanda alla quale ho provato a dare delle risposte, nessuna di queste esaustiva.

Perché sono buoni; perchè li mangiamo al la sera del 24 in brodo, al pranzo del 25 al sugo e il 26 come avanzano; perché abbiamo un regalo pronto per chiunque passi a trovarci; perché li mettiamo in freezer che sono sempre buoni.

La tradizione affondava le radici nel passato remoto, ossia prima della mia nascita, quando la nonna lavorava nel ristorante da Pasquale. Aveva appreso l’arte e ne aveva fatto un lavoro da casa: c’è chi infila le perle dei braccialetti, chi cuce pezze di pellame e chi a cottimo annoda tortellini.

Mia nonna preparava, per professione, tortellini per tutte le panetterie del circondario. E quando prendi il ritmo per un’attività poi vai avanti per inerzia, anche quando l’attività cessa.

La catena aveva inizio con l’arrivo di mezzo prosciutto crudo che serviva come base per il ripieno. Parallelamente un numero imprecisato di uova fresche veniva sgusciato in un fontanone di farina bianca.

La polvere si sollevava quel tanto che serviva ad impastarsi coi tuorli, poi la nuvola precipitava in una pagnotta gialla che veniva lavorata e rimaneggiata.

Quando la consistenza era omogenea ne venivano affettate grossolanamente delle parti e faceva il suo ingresso in campo la pastamatic.

Rispetto alla produzione degli gnocchi, rigorosamente l’ultimo venerdì di carnevale, quella dei tortellini mi piaceva di più: le mani rimanevano meno appiccicose (le patate lesse sono un collante portentoso), nè subivo il fastidio della farina perché con le uova si amalgama meglio, nè si odorava la grappa.

Mi piaceva un sacco mangiare la pasta cruda, con una scusa fagocitavo tutti i ritagli.

“Basta che ti fa male!” mi ammonivano.

“L’ultimo pezzetto dai” che poi non era mai l’ultimo.

Eh perché l’ultima non era mai nemmeno la sfoglia che veniva stesa, c’era sempre un altro po’ di ripieno da finire.

Una task force quella che serviva: chi tirava la pasta, chi la stendeva sulla tavola e con la rotellina zigrinata creava i quadretti, chi distribuiva il ripieno dentro i quadretti, centrale sennò sborda!

E poi al via scatenate l’inferno, tutti ad annodare, super velocemente che la pasta si secca e non si chiude più, e si rischia che i tortellini si aprano durante la cottura.

Ricordo che i primi anni i tempi erano ancora più lunghi, e quindi la frenesia maggiore, perché la macchinetta veniva azionata a manovella; solo più tardi era comparso il motorino.

Eh ma si sente la differenza, a manovella erano più buoni, dicevano i nostalgici.

La fetta di impasto doveva passare una volta sull’1, due volte sul 3 e due volte sul 5; i numeri indicano la distanza tra i rulli.

Mi raccomando stessa trafila per tutte le fette, sennò si sente la differenza.

L’operazione di chiudere il tortellino era ogni volta oggetto di diatriba: guarda me, guarda che ti mostro come si fa, così e non così, quello tuo è rovescio.

Che poi si sente la differenza.

In effetti ciascun tortellino conservava l’impronta di chi lo aveva formato: un po’ come tutti gli ombelichi, o i padiglioni auricolari, o le punte del naso si somigliano ma non ne trovi due di uguali, così la conformazione anatomica del tortellino riportava alla dimensione delle dita, e alla manualità, di chi lo chiudeva.

Quando poi a tavola si ripescavano dal brodo una volta cotti si poteva affermare con un buon margine di sicurezza “Ecco questo lo hai fatto tu, si riconosce!”.

I tortellini annodati andavano disposti in ordine su un canovaccio perché si asciugassero; quello di metterli in fila era compito degli ultimi arrivati, e dei bambini.

Io ne approfittavo per mangiarne qualcuno di crudo, ancora più gustoso della sola pasta.

“Basta Elena che ti fa male!”

“È l’ultimo” rispondevo.

Ma non era l’ultimo, così come non era l’ultimo il tegame di ripieno sui fornelli, pronto per un altro lotto di produzione.

———

Questo post nasce dalla raccomandazione “Fatene buon uso!” di un racconto di Priscilla.

I rimedi del nonno

Tutti conserviamo qualche trucco, qualche metodo empirico che adoperavano i nostri avi per far fronte a semplici problemi quotidiani, e che ci è stato tramandato.

Alcuni di questi misteri sono stati archiviati nella tomba di progenitori gelosi del loro segreto, altri ci sono stati rivelati nell’avvicendamento generazionale.

Spesso si tratta di soluzioni bizzarre, magari inefficaci oppure misteriosamente funzionanti pur senza una spiegazione razionale alla base.

Mia nonna ad esempio era un’ottima cuoca e pasticcera, nonché abile sarta. Ricordo le sue crostate alla frutta che trasportava in un grande contenitore verde, la pavlova (un tripudio di meringa e panna con frutta), e i biscotti che in italiano sono conosciuti come brutti-ma-buoni ma lei li proponeva come cagatine (l’aspetto rotondo e scuro con innalzamento al centro si presta ad entrambe le nomenclature).

La sua produzione dolciaria era una catena di Sant’Antonio perché se avanzavano albumi non potevano rimanere inutilizzati, quindi forza con la torta di supporto, in cui magari serviva poco lievito allora facciamone un’altra … and so on.

Di tutto ciò a me non ha tramandato un bel nulla; forse, ammetto, per scarsa attitudine da parte mia ad acquisire lo scibile.

Insieme a mio nonno coltivavano un pezzetto di orto, e anche lì non mi hanno contagiata con le loro arti bucoliche, anzi: uno degli ultimi ricordi che conservo del nonno è che mi rincorre dopo che avevo deliberatamente disseminato il terreno con le erbe infestanti che lui aveva appena finito di raccogliere.

Mia nonna sosteneva che dopo un’insolazione si poteva trarre beneficio dal cospargersi di burro; o di un’emulsione di acqua olio e sale; o di yogurt; o di fette di patata; o di pomodoro. Insomma oltre al fastidio dell’eritema bisognava anche schivare anche questa insistenza che non ti dava tregua, peggio delle proposte di un nuovo vantaggiosissimo contratto telefonico.

Quello che voglio raccontare però è un trucco che mi ha insegnato mia mamma una sera prima di una gita alla scuola elementare: pare che il nonno lo avesse imparato durante il servizio di leva.

A dirla tutta i trucchi che il nonno aveva appreso durante il militare si sarebbero  rivelati poco affidabili in altre situazioni; tipo quella volta che siamo andati in vacanza ai laghi di Plitvice, quando ancora era una riserva naturale sconosciuta al turismo italiano.

Campeggiavamo all’interno del parco, che per mantenere quanto più incontaminato il territorio aveva creato pochissimi servizi.

Quindi abbiamo cotto la pastasciutta ed ecco il trucco “non buttiamo l’acqua ma conserviamola per lavare i piatti” così non ne sprechiamo inutilmente; inoltre, dato che ci sono km da fare per raggiungere il lavapiatti, teniamo tutto in ammollo fino a sera.

“Lo faceva il nonno al militare, lo facciamo noi” aveva sentenziato mia mamma; mentre mio papà vuotava la pentola, mia mamma sorreggeva lo scolapasta cercando di raccogliere l’acqua in una terrina.

In teoria una pirofila, in pratica un’esplosione di vetri ovunque: da lì una serie di imprecazioni rivolte al nonno, e la ricerca di uno dei rari punti di erogazione dell’acqua dove correre a lavare i piatti, tra le indicazioni ulaz e izlaz (ingresso e uscita) che sono presto scivolate in stocaz.

Tornando al trucco che voglio raccontare, dicevo che mi è stato rivelato la sera prima di una gita, in cui temevo di non svegliarmi per tempo.

Se lo smartphone vi ha abbandonato, avete gettato le vecchie sveglie o paventate un blackout durante la notte per cui la regolazione dei dispositivi temporizzati potrebbe subire alterazioni, insomma se temete che la sveglia non suoni, questo metodo vi consentirà sonni tranquilli.

Il metodo della sveglia del nonno:

Quando vi coricate, appena prima di chiudere gli occhi, quindi dopo eventuali letture o altre attività, mettetevi seduti sul letto, con le gambe distese e il busto eretto.

Fate il pugno con la mano destra e battete sulla fronte tante volte quante sono le ore che definiscono l’orario del risveglio.

Faccio un esempio: volete svegliarvi alle 7? Bene! Tum tum tum… per 7 volte, assestate 7 pugni sulla vostra fronte.

Poi appoggiate la testa sul cuscino e chiudete gli occhi sereni: buonanotte.

Ci avete ripensato ed è meglio alzarsi alle 6.30? Niente panico! Rimettetevi a sedere sul letto, passate il palmo sulla fronte per cancellare la precedente programmazione (fate swipe per resettare si direbbe oggi); quindi ripartite col mea culpa in fronte TUM TUM … per sei volte più un pugnetto meno energico dei precedenti per segnare la mezz’ora.

E buonanotte ancora.

Ci avete ripensato? No basta, state tranquilli, cercate di riposare e smettete di ricalcolare l’orario, altrimenti vi sveglierete ad ogni ora.

Comunque… con me funzionava!

Retaggi

Saranno 20 anni che non tiro l’acqua in bagno, forse anche di più.

Non tiro l’acqua perché la catenella che aziona lo sciacquone non esiste più, generalmente spingo il pulsante: io l’acqua la spingo.

Eppure nessuno dice spingere l’acqua, ai bambini raccomandiamo sempre di tirare l’acqua, mai di spingerla.

Ci sono retaggi che derivano da abitudini ormai passate e sorpassate, ma che restano inossidabili nel linguaggio.

Ci si abitua a esprimere una locuzione in un modo e non ce la si scrolla più dal lessico.

Le assonanze sedimentano.

Una cosa analoga a quanto accadeva con certe canzoni: quando le registravi dalla radio inevitabilmente gli rimaneva appiccicato un po’ di parlato, l’intro o il disannuncio nella migliore delle ipotesi, spesso anche qualche commento a metà.

Andava che quella canzone la riascoltavi con una frase a corredo che non ci azzeccava per nulla, poteva essere la dedica o una strofa stonata del dj, ma diventava parte integrante della versione che conoscevi.

Forse non tutti capiscono esattamente di cosa sto parlando, i post-millenials si staranno sorprendendo di una pratica a loro sconosciuta.

Prima che nascessero iTunes e YouTube le canzoni non erano dei files distinti, ma delle melodie sfuggenti che si captavano alla radio o alla TV.

Succedeva che un’aria, un motivetto, usciva dalla radio e ti piaceva. Se volevi farlo tuo, possederlo e riascoltarlo a comando potevi seguire due strade: la prima era di andare al negozio di dischi e comprare il vinile; poiché Shazam o Soundhound ancora non esistevano per dichiarare la propria intenzione di acquisto molti si improvvisavano cantanti e intonavano il motivetto du-du-da-da-dà davanti al commesso che da quei suoni disarticolati doveva capire di che disco si trattava.

La seconda strada, un po’ più artigianale, era di sperare di beccare nuovamente la canzone alla radio e catturarla. Come? Con il registratore su supporto magnetico, che al tempo consisteva in un nastro che veniva svolto da una bobina e avvolto sull’altra, mentre un sensore leggeva le piste.

Io vivevo con un dito sul tasto REC in modo da azionare con un riflesso fulmineo alle prime note la registrazione.

Per il termine del brano il problema era minore, si registrava a oltranza poi si mandava indietro il nastro e si faceva partire da lì la registrazione successiva.

Però come dicevo le canzoni non venivano trasmesse ‘pure’, c’era sempre un po’ di parlato sopra.

La voce di Marco Galli da rete 105 per me è un tutt’uno con ‘I want it all’ dei Queen.

Oppure ‘Ain’t nobody’ di Chacka Khan si porta dietro ‘Aldo Fontana vi aspetta ogni venerdì e sabato sera al Macrillo’.

‘Round in circle’ l’avevo registrata da una trasmissione notturna da una discoteca e a metà canzone il dj salutava Zaetto e Kelly, ospiti fissi del locale, e Nardo, il barman.

A questa modalità di creazione delle compilation musicali devo la scoperta di ‘Kaileigh’ dei Marillion, registrato per sbaglio al termine di un nastro e mai più cancellato.

Per la legge di Murphy, secondo cui una cosa che può andar male lo farà, se per miracolo riuscivi a registrare dall’inizio e senza parlato, finiva il nastro. TOC il pulsante REC e il PLAY risalivano e il limite perentorio dei 30 o 45 minuti per lato non ammetteva eccezioni.

C’erano anche nastri di durata maggiore ma più il nastro era lungo e più era probabile che questo sgusciasse dalla sua sede: non ce ne si accorgeva subito, ma dopo un po’ si bloccava tutto e toccava estrarre con cautela il nastro dall’apparecchio e riavvolgerlo manualmente, con la penna bic infilata in una bobina e roteando la cassetta per aria cantando sommessamente ‘oh love please don’t let me be misunderstood’ dei Santa Esmeralda per farsela passare.

Le registrazioni migliori mi riuscivano dalla hit parade, che trasmettevano al sabato, o dal festival di Sanremo, tagliando pezzi di presentazione dell’inossidabile Pippo Baudo.

A volte una canzone che proprio mi piaceva tanto faceva la preziosa e non veniva mai passata in radio; allora mi facevo coraggio e telefonavo per richiederla espressamente all’emittente locale, Radio Vicenza International.

Prima di chiamare però dovevo documentarmi accuratamente su titolo e autore perché va bene prendere l’iniziativa e la cornetta in mano, ma mugolare il motivetto nella speranza che venisse riconosciuto era troppo anche per me.

(Ringrazio Quesitelocuento che col suo post mi ha acceso una lampadina)

AlLioy

Ho frequentato il liceo scientifico della mia città, il L.S. Statale Paolo Lioy.
Noto a molti come iLLLLioy.

Il naturalista vicentino che ha dato il nome all’istituto aveva questo cognome che inizia per L.
Il Liceo Lioy, una sovrabbondanza di L che qualcuno storpiava in Lì o Lì, tanto per dare l’idea delle alternative che offre.

All’inizio lo confondevo con il Lloyd, famoso istituto bancario, o con l’Henry Lloyd, il giubbotto che andava di moda in quegli anni.
Altre cose.

Illllioy (la L può indifferentemente leggersi com prolungamento dell’articolo Il o come iniziale appesantita del nome) si trova in pieno centro storico a Vicenza, a fianco del cugino Liceo Classico Pigafetta, che gli studenti spesso storpiavano in figa-petta.

Esiste un altro liceo scientifico a Vicenza, molto più moderno, il Liceo Quadri, nella zona est della città.
Il Lioy invece era (è?) una specie di museo, non tanto per l’edificio, in buono stato di conservazione, ma per il corpo docente attempato e soprattutto per una certa mentalità rigida che vige(va?).

Il primo incontro dei professori del Lioy è avvenuto una mattina di settembre, prima che iniziasse la scuola. Ero andata nella sede centrale dell’istituto per vedere la formazione delle classi e raccogliere la lista dei libri di testo; davanti al piazzale antistante l’ingresso, sulla via di transito che conduce dritta al corso principale, una scritta a caratteri cubitali, fatta con la stessa sostanza con cui si tracciano le strisce pedonali: TAVERNA ROJA.

Meditavo sui locali della zona: vero che avevo appena 14 anni e non li conoscevo tutti, ma a mio sapere lì intorno c’era la Cantinassa, una paninoteca sotterranea del centro. Potevano averla rinominata in taverna? sì ci stava! potevano definirla Roja anche solo a scopo pubblicitario? un po’ azzardato ma ci stava.

(* Roja è la scrofa, femmina del maiale).

Invece no, non era il pub ad essere reclamizzato, ma qualche studente poco soddisfatto dell’esito degli esami di riparazione si era vendicato.

Sopra la scritta passeggiava avanti e indietro un donnone di forma piramidale, che a gran voce chiedeva l’intervento dell’ufficio igiene e della polizia municipale: la professoressa Taverna.

Oltre a lei al Lioy insegnava tale professoressa Righetto, titolare della cattedra di francese, nota anche alle classi anglofone per quella sua pettinatura molto barocca, fatta di lunghissimi capelli raccolti in torrioni svettanti sopra il capo, sostenuti da trecce e fermagli, che rimanevano in bilico durante le sue lezioni, e credo che una parte della sua severità dipendesse anche dallo sforzo di reggere quell’impalcatura.

Tra gli insegnanti del mio corso posso citare il famigerato Chiantella, storia e filosofia, l’unico sulla faccia della terra che interrogava con il libro aperto. Il suo mito era l’Europa unita, e solo di quella ci parlava. Per lui tutti i concetti fondamentali avevano la maiuscola. Ma come lo diceva lui sembrava che avessero la A maiuscola: quindi passi per l’Amore con la A maiuscola, ma quando parlava della conoscenza con la (A) maiuscola scoppiavamo tutti in risatine.

Dell’Andreoli e dei suoi consigli a praticare training autogeno ho già avuto modo di raccontare.

L’edificio dell’istituto era troppo piccolo per ospitare tutte le classi, quindi il biennio veniva disperso nelle sedi staccate: la scuola media di contrà Riale, l’istituto delle suore Canossiane, la scuola elementare di piazzale Giusti, la palestra dei padri Filippini.

A volte era necessario recarsi presso la sede centrale, così parte delle ore di lezione veniva impiegata per gli spostamenti.

Il triennio era ospitato per intero nella sede dell’istituto, nella centralissima piazza San Lorenzo; le classi terminavano le lezioni tra le 12 e le 13, e nel piazzale antistante, dove la scritta ‘Taverna Roja’ ha campeggiato sbiadita per anni, si formavano dei capannelli, popolati anche dai ‘cugini’ del Pigafetta e da amici provenienti da altri istituti. Il sabato in particolare era il giorno più festoso, era tutto un organizzazione di ritrovi pomeridiani, serali e domenicali.

Il ricordo migliore di quegli anni è legato a colui che ha coordinato tutta la classe per la durata del triennio: il prof. Pontarin, insegnante di italiano. Gli piaceva tenere lezioni intense, svincolarsi dai libri di testo, raccontare la letteratura a modo suo.

Insisteva molto sull’importanza dell’incipit di un tema, quella che ho scoperto poi chiamarsi Captio Benevolentiae.

“Sin dai tempi più antichi l’uomo…”: ma cosa ne sai tu dei tempi più antichi? c’eri?

Oppure “apro il mio vocabolario alla parola xxxx” (sostituire xxxx con il termine chiave della traccia): ma perché devi aprire il vocabolario? chiedeva.

Adesso ogni volta che leggo i post che iniziano citando Wikipedia mi viene in mente lui.

“In quanto” non si dice, ripeteva allo sfinimento: “in quanto” significa PERCHE’; scrivi PERCHE’.

Quando si usciva interrogati, se si iniziava a rispondere con un “Allora…” ti bloccava subito: allora è conclusivo, non può iniziare un discorso. Il malcapitato ripartiva con “Dunque” per essere subito interrotto: anche dunque è conclusivo.

Così toccava censurare tutta la prima parte di riscaldamento del discorso per poter iniziare a rispondere ai suoi quesiti.

Sarei curiosa di ascoltare i suoi commenti sarcastici di fronte al dilagare di locuzioni come ‘piuttosto che’ usato per continuare un elenco e di ‘quant’altro’ per concluderlo.

Pontarin faceva una cosa che oggi sembra inammissibile anche per il secolo scorso, eppure era così: fumava in classe. Ovvero entrava in classe con la sigaretta accesa, attraversava l’aula e si dirigeva verso la finestra, la apriva e terminava la sua cicca. Poi andava a sedersi in cattedra ed iniziava la lezione.

Robe del paleolitico, invece erano gli anni ’90.

A lui devo parecchie incazzature, per avermi spronata a dare il massimo anche quando sarebbe bastato uno sforzo inferiore per conseguire risultati comunque sufficienti.

Col senno di poi gli riconosco il merito di avermi svelato che lo stesso rigore che mi faceva prediligere le discipline scientifiche può essere applicato, con soddisfazione, anche a quelle umanistiche.

Mandami una cartolina!

Sopra la scrivania che usavo per studiare avevo appeso un foglio di compensato a cui puntinavo tutte le cartoline che ricevevo durante l’estate.

Non erano molte, ma ciascuna di esse occupava un posto specifico, sul quadro e nei miei pensieri. Un cartoncino raffigurante una qualche località di mare o di montagna. Alcune erano fotografie a pieno campo, altre erano dei collage delle prese migliori, che rendevano l’idea del posto come gli scatti degli invitati ai matrimoni tutti assieme: non si capiva nulla!

Poi c’erano quelle spiritose, che camuffavano località poco amene.

Ma la parte più importante era dietro: quella frase ad effetto che voleva sintetizzare la piacevolezza di un soggiorno lontano con il desiderio di rivedersi.

Di ritorno dalle vacanze ero impaziente di aprire la cassetta delle lettere e separare le bollette della luce e del gas, destinate ai miei genitori, dalle cartoline, destinate a me. Alcune arrivavano anche molto dopo, a settembre inoltrato.

Comporre il patchwork con tutte le cartoline era un bel modo per iniziare l’anno scolastico, e tra un esercizio di matematica e una pagina di letteratura buttare lo sguardo ai tramonti surreali e ai Ciao sovraimpressi era rigenerante; non tanto per quelle viste anni ’70 delle spiagge ma per la consapevolezza che qualcuno aveva pensato a me.

Mandare una cartolina comporta infatti alcuni passaggi (la selezione, la scrittura, la ricerca del francobollo e della buca dove impostare) che inevitabilmente ti riportano alla mente il destinatario.

Pochi minuti di lavoro quando spedisci, un anno di gratitudine quando ricevi.

Ora non so se tra i più giovani o i più anziani si usa ancora mandare la cartolina.

Per quelli della mia generazione i social network e le app di messaggistica istantanea hanno surclassato questo costume: perché mandare un cartoncino anonimo che vedrai tra un mese quando posso postare una foto personale su Instagram che vedrai appena ti colleghi?

Non fa una piega!

Anzi la stessa foto la vedranno tutti i miei amici, o coloro a cui lo consento, come è più corretto chiamarli; e posso postare più foto al giorno, fornendo tutti i dettagli della mia vacanza.

Non fa una piega.

Questo passaggio dal tu-per-tu alla grande scala però sacrifica l’elezione, annulla il ti ho pensato, priva le amicizie di un tassello.

Certo che si resta amici anche senza mandarsi le cartoline ma quando alzi gli occhi dalla versione di latino vedrai solo il muro o qualche fotografia, magari migliore dei panorami sbiaditi e con gli angoli arricciati dall’umidità, ma dietro di esse non ci sarà nessun ci vediamo presto a ristorarti dalle fatiche.

“Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?”

Quando andavo alle scuole elementari portavo una cartella dentro cui stavano un quaderno a righe, uno a quadretti, l’astuccio e il diario. Stop!

Semplice no? Elementare direi, Watson.

Oggi le elementari si chiamano primarie, e di elementare hanno perso anche i connotati.

Quaderni a quadretti, a righe, ad anelli; mi raccomando che abbiano i margini; e poi le copertine, ad ogni colore corrisponde una materia; rivestire i libri, etichettare tutto. I pastelli, i pennarelli, a punta fine e a punta grossa. Il diario datato (che sti paraculi dei produttori hanno trovato il sistema per vendere negli anni a seguire i fondi di magazzino). L’album con i fogli per disegnare, le forbici con le punte arrotondate, le scarpe da ginnastica in un sacchetto di stoffa col nome.

I primi giorni di scuola è una corsa all’approvvigionamento, genitori e figli accaniti nelle corsie ‘cancelleria’ dei supermercati e nelle cartolerie: i genitori ad ottimizzare la spesa, i figli a scegliere tra i diari e gli astucci: un delirio, sembra il Toys al 24 dicembre.

Quest’anno alla lista si è aggiunto un elemento: il dizionario della lingua italiana.

Panico: la chat di WhatsApp inizia a fibrillare a poche ore dalla ricezione della lista.

Quale?

Eh sì: di quale dizionario dotare i figli?

In casa non ne abbiamo nemmeno uno, ma i produttori le liste del materiale devono averle avute con largo anticipo perché TOH ecco lì al supermercato una bella torretta ricolma di dizionari, di marca e prezzo variabili.

D’un tratto i pensieri che dovrebbero aiutarmi a scegliere mi risucchiano al mio inizio del liceo: una carriola di materiale da comprare; i miei per contenere la spesa avevano costruito con le loro mani un parallelografo e recuperato dei pennini a china di quelli a serbatoio, non a cartuccia.

Di fatto hanno ucciso sul nascere la mia scarsa propensione per il disegno tecnico, che qualche anno dopo all’università sono riuscita a farmi bocciare all’esame, uno di quegli esami cosiddetti salvanaja in cui prendono tutti 30 senza troppa fatica.

Dodici??? Ho chiesto vedendo il voto. No, che 12… R… RITORNARE! (Non aveva una mano tanto meglio della mia il professore, ma a sostenere l’esame ero io… Non gli pareva vero di bocciare qualcuno e restituire un po’ di dignità a quell’esame che tutti consideravano già fatto).

Vabbè mi sono rifatta un paio di anni dopo, conseguendo al primo appello un bel 28 in Scienza delle Costruzioni, roba che altri studenti impiegavano anni a superare, e alcuni rinunciando abbandonavano l’ateneo.

Ma sto decisamente divagando!

Dicevo che oltre al materiale per il disegno tecnico, all’ingresso al liceo era richiesto anche il vocabolario di latino.

Suggerimento degli insegnanti IL Castiglioni Mariotti, un voluminoso tomo con copertina bianca su cui l’articolo IL campeggiava a piena pagina.

IL Castiglioni-Mariotti costava parecchio, potrei azzardare una cifra intorno alle 80000£, e a casa mia giaceva sonnecchiante un vecchio vocabolario di latino, senza copertina e senza autori illustri. Forse proprio senza autori.

“Quello va benissimo, di certo non ci sono neologismi nel latino, non vediamo che senso abbia spendere tanto quando hai già tutto” avevano sentenziato i miei.

Che è un po’ il filone logico per cui a Natale ricevevo la Tania in luogo della Barbie e il motivo per cui adesso voglio l’iPhone e non l’Huawei.

Obiettivamente neologismi no, ma il motivo per cui IL C-M era così corposo e il mio era tanto snello c’era!

Io l’ho scoperto alla prima versione in classe!

La versione è un compito in cui l’insegnante distribuisce un foglio con un brano da tradurre, tratto da qualche opera generalmente di Cicerone.

Si chiama versione e non traduzione perché il lavoro maggiore non consiste nel tradurre i vocaboli, ma nel ricostruire il senso logico delle frasi, individuando principalmente soggetto e predicato, quindi assegnando un valore logico coerente ai complementi, sostantivi declinati nei casi corrispondenti.

Un esercizio molto più matematico che linguistico, nel quale il pensiero laterale a volte si rivelava fondamentale.

Dove non arrivava il pensiero laterale, arrivava IL C-M: tu cercavi un termine e trovavi tutta la frase già tradotta.

Io invece cercavo un termine e trovavo il suo primo significato.

In questo modo mi sono trovata costretta a girare e rigirare il mio vocabolario vintage come fosse un motore di ricerca, e ad ingegnarmi per fornire un senso compiuto a frasi che apparentemente non ne possedevano alcuno.

Qualche anno dopo, quando mia sorella ha iniziato il liceo, in casa ha fatto ingresso il famigerato IL.

“Quello ormai è distrutto, perde le pagine, ha fatto la sua epoca” avevano ammesso i miei.

Questa considerazione mi è rimbombata mentre dalla torretta dei dizionari avevo preso in mano un Garzanti che costava più del triplo degli altri.

Poi lo userà anche Viola, mi sono sorpresa a pensare. Ma il fatto di avere qualcosa di riciclato è un deterrente per appassionarsi alla materia.

Meglio questo, più facile da utilizzare, con i colori a bordo pagina per individuare di primo acchito la lettera iniziale.

“Il mio primo dizionario” mi pare adatto ad una terza elementare, e il costo contenuto non mi farà rimpiangere di doverne comperare presto un altro.

Scelta fatta.

In fin dei conti avere uno strumento limitato ha affinato la mia capacità di fare ricerche mirate su Google, 30 anni dopo.

Per poi sentirsi dire da Sofia, una volta a casa la sera “Mamma… questo è proprio QUELLO che le maestre hanno consigliato di prendere!”.

Primo giorno di scuola

Ho scritto queste righe in occasione dell’inizio della scuola elementare di Sofia, due anni fa.

Ad eccezione di alcuni dettagli (il numero di anni e i riferimenti temporali) per il resto è un pezzo inossidabile, che si adatta a qualunque inizio scolastico.

Lo ripropongo.

—————————————————————–

Sono trascorsi 36 anni dal mio primo primogiorno e solo (solo!!!) 18 dall’ultimo primogiorno.

Eppure non ricordo nulla di nessuno, intermedi compresi, tabula rasa,
non riesco a focalizzare nessun particolare saliente di quei giorni, nessun accadimento, nessun dettaglio.

Anzi uno sì: il primo primogiorno mio papà mi ha portato dentro l’atrio della scuola elementare e io ho visto una bimba con la cartella in spalla e le trecce lunghe, che piangeva come una fontana; ho chiesto ‘ma perchè piange???’ (tra l’altro era già di seconda, quindi non mi spiegavo proprio il motivo, mi avevano detto che avrei potuto vedere i bimbi di prima che piangevano perchè era la prima volta che

andavano a scuola, ma quelli di seconda?).

Anche stamattina mi avevano avvisata che avrei potuto piangere, e in effetti se la tiravano ancora un po’ in lungo mi sarebbe sì venuto da piangere al pensiero di quante ore di permesso mi volavano via per niente.

Comunque dicevo che dei primigiorni nello specifico non ricordo nulla

ma in generale lo stato d’animo sì, era sempre quello: la sera precedente faticavo ad addormentarmi, non vedevo l’ora che venisse il mattino seguente.

Immaginavo i compagni nuovi, perfetti sconosciuti (che nel giro di breve tempo tali sono ritornati ad essere: nota del senno di poi), con i quali avrei potuto stringere amicizia; auspicavo che oltre a quelli dell’anno precedente ce ne fossero altri, e se già ne avevo avuto notizia cercavo di immaginarmi le loro facce.

Mi piaceva l’odore di cartoleria, di nuovo, che si spandeva nell’aria ad ogni quaderno estratto dalla cartella (poi zaino, ma all’inizio si usavano proprio le cartelle): l’odore delle penne non ancora morsicchiate, delle gomme da cancellare integre, dei cancellini ancora candidi, dei libri che aprivo con delicatezza per non forzare il segno sul dorso lasciando quella sorta di cicatrice laterale.

Mi piaceva avere i quaderni completamente bianchi, senza errori, senza pasticci; la piacevolezza di scrivere nella prima pagina, con altre 50 fogli sotto a fare da morbido supporto, che il pennino si appoggiava e scorreva a meraviglia; il diario, scelto con tanta cura, nel quale oltre ai compiti assegnati si scrivevano pensieri liberi e si appiccicavano adesivi e ritagli; l’orario provvisorio, che poi lasciava spazio a quello definitivo, ed entrambi riservavano sempre qualche sorpresa.

Mi piaceva la lentezza con la quale gli insegnanti facevano l’appello: scandivano cognome e nome di ciascuno, rigorosamente in ordine alfabetico, guardando bene in viso quello di turno che rispondeva ‘presente’ e rivolgendogli a volte qualche domanda tipo ‘sei fratello di?’; gli elenchi delle mie classi sono sempre iniziati per B, tranne che in prima superiore, e si sono sempre spinti al massimo fino alla V, tanto che mi ero fatta l’idea che i cognomi con la Z non esistessero nemmeno.

Ricordo la corsa al banco, anche se la mia era inutile: avrei voluto stare davanti, per sperare di venire coinvolta di tanto in tanto; invece puntualmente venivo spostata infondo, nella posizione di angolo, dove potevo isolarmi indisturbata, ed era una noia mortale avere solo una persona con cui chiacchierare per l’intero anno.

Ricorrenze

Tre anni sono trascorsi da quella domenica di un'estate in cui le temperature non sono mai esplose.
Le ferie le avevamo spese in giugno, perchè ad agosto dovevamo essere pronti al tuo arrivo, che aspettavo in verità almeno un paio di giorni dopo, ma ero rassegnata ad attendere anche una settimana oltre la data presunta.
E invece quella domenica mattina avevo iniziato il travaglio, ma chi lo sapeva che si trattava di questo?

Alla domanda 'saprò riconoscere il momento?' la ginecologa aveva sorriso con malcelata compassione, certo che sì.
Allora avevo consultato l'onnisciente, Google, e avevo trovato questa indicazione: 'se state a porvi la domanda significa che potete aspettare'.
Pertanto no! non poteva trattarsi di travaglio, assolutamente.

Cosa facciamo oggi pomeriggio? andiamo finalmente al parco a vedere il teatrino estivo? ogni domenica c'era stato un impedimento diverso.
E se mi prendono queste fitte al parco? Beh dai, durano poco poi passano. Se capitano, mi metto in un angolo tranquilla e supero il momento.
Però fermi tutti: sono di durata crescente e si presentano ad intervalli regolari, io sono a termine di gravidanza, forse prima di andare al parco un giretto al pronto soccorso è opportuno.

Ed è così che il teatrino è saltato anche quella domenica perchè 'signora la teniamo dentro' e dopo aver subìto i tentativi maldestri di una novizia per infilarmi l'ago cannula, sono stata fatta sedere su una poltrona per i tracciati.
Insieme a me un'altra donna, a cui mancava ancora un mese al termine, accompagnata dalla madre, che non taceva un minuto.
Ad un certo punto la figlia le dice "Mamma, guarda che la signora ha le contrazioni, parla piano!".
Chi io? macchè contrazioni, solo qualche fitta.

"Bene signora!" – dice la capa – "la portiamo su! ma dove va? si sieda che la accompagnamo".
Che noia tutto questo essere chiamata signora, vabè, ma posso camminare benissimo con le mie gambe. Niente da fare.

Arrivo in una saletta dove mi dicono di cambiarmi; penso che manchi ancora tantissimo, d'altronde non ho ancora avuto il tempo di prendere in mano il libro e attaccarmi alle cuffiette, preparativi per trascorrere l'eternità che dicono che ci vuole, ore e ore e ore, per qualcuna giorni interi, di sto famigerato travaglio.

L'ostetrica di turno inizia a compilare una scheda, mi fa mille domande sullo stato di salute della mia famiglia in generale, io cerco di rispondere con precisione ma il compito rimane a metà: ecco una contrazione terribile, fortissima, eterna che mi squarcia e mi fa sentire Bruce Banner quando si trasforma nell'incredibile Hulk.

E' come se una potenza superiore dal mio interno stesse per esplodere. Lancio un urlo così forte da poter dar voce a tutte le riproduzioni del dipinto di Munch distribuite sul pianeta.

Da quel momento non so quanto sia trascorso, io non ho più provato lo stesso dolore esplosivo, solo credevo il traguardo lontanissimo, quindi misuravo le forze;
arrivava un sacco di gente: medici, infermiere, ostetriche e tutti mi stavano attorno, chi mi toccava la pancia, chi mi misurava la pressione, chi regolava le flebo, chi ti controllava il battito.

"Dai dai che sta nascendo, respira respira spingi spingi respira dai che la vediamo, c'è la testa".
Si vallo a raccontare a tua sorella che lo so che mancano ore.

SCIUP
Eccola!

Ma come? già? e non potevate dirmelo prima? pensavo che sarebbe durato secoli e mi sono persa questo momento, non me lo sono gustata abbastanza!

Alle ore 16.30 di domenica 17 agosto 2014, Viola, sei venuta al mondo.

Oddio che piccola, la prima cosa che ho pensato.

Dopo averci sistemate ci hanno avvolte in un due lenzuola, uno grande per me e uno tutto ripiegato per te, e ci hanno messe in una saletta.

La prima cosa che tu hai pensato è stata di cagarci addosso, giusto per stabilire le priorità.

Mentre davo indicazioni al tuo papà che selezionava dal mio cellulare i destinatari della notizia meravigliosa (no a quelli dei serramenti no, sì a Fiorenza puoi mandarlo, anche se non era al corrente le farà piacere sapere) ti stringevo tra le braccia e ti guardavo estasiata, grata per aver appena vissuto l'esperienza più intensa e memorabile della mia vita.