Le gestures, le amiche della nonna e dove ho messo la farina

Scagli la prima pietra chi non ci ha mai provato!

Chi non è mai caduto nella tentazione di ingrandire l’etichetta dello shampoo, per verificare la concentrazione del laurisolfato, semplicemente appoggiando pollice ed indice sul flaconcino ed allontanandoli con un micro movimento?

O sulla confezione della pasta per riuscire a leggere il tempo di cottura dei fusilli?

La tecnologia ci ha abituati ad attività che in realtà non sono sempre possibili.

Parlo di azioni, in gergo gestures, che ci semplificano la vita, come il pinch per zoomare.

La traduzione letterale di pinch è pizzico, e infatti il movimento è simile: si avvicinano (pinch in) o allontanano (pinch out) il pollice e l’indice, come quando si dà o si allenta un pizzicotto, anche se con finalità diverse.

In caso di fotografie digitali funziona bene, riusciamo ad ingrandire i particolari fino a rilevare i dettagli che ci interessano.

Da una foto di gruppo riusciamo ad isolare un primo piano o una figura, vedere come era vestita, come era disteso il suo volto enne anni fa, osservare ciò che lo circondava.

Da un panorama riusciamo a risalire ad elementi particolari: un sasso, un’insegna, un locale.

A me però verrebbe naturale, quando l’insieme è troppo confuso, di fare altrettanto anche in altri contesti: non solo ingrandire i caratteri di una rivista patinata o dell’etichetta della marmellata per leggere quanto zucchero contiene.

L’olio di palma ce lo scrivono in grande che non c’è, ma se un olio di oliva è made in Italy o quanto elastan contiene una maglietta, a me serve la lente di Sherlock Holmes per capirlo.

Oppure il pinch.

Ma la cosa grave è che cerco di fare il pinch anche sui ricordi.

La scorsa settimana avevo deciso di preparare una torta; aperto il frigo ho scoperto con amarezza che avevo tutti gli ingredienti, tranne la farina.

Sono un’artista per fare qualcosa senza un ingrediente, ma la farina?

La mia nonna di torte ne faceva spesso, e se le mancava un uovo non si faceva alcun problema a suonare il campanello della vicina e chiederlo.

Cosa che mai mi sognerei di fare: DLIN DLON… scusa hai due etti di farina per cortesia? Altri tempi.

Ho iniziato a cercare di mettere a fuoco le amiche di mia nonna, 50 anni esatti più vecchia di me. Le sue amiche, quando ero bambina, avevano una decina anni più di quelli che ho io adesso.

Eppure le vedevo anziane.

Ora se penso a donne di quell’età non le vedo assolutamente anziane.

Ma quelle? Erano così diverse da come siamo oggi.

Molte di loro non sono più su questa terra, di altre ho perso le tracce.

Però come erano allora, zooma zooma, mi ricordo.

Tra le vicine di casa ricordo Carla, che mi chiamava Pippo. E io pensavo che Pippo sta a un maschio, io sono una femmina!

Nerina, senza figli, ma col suo cane Giulia, più simile ad un ratto.

Flora, anche lei senza figli, ma che più tardi negli anni avrebbe avuto un gran da fare con il marito, vittima di un ictus, che però continuava a guidare l’auto e faceva un triliardo di manovre per ricoverarla la sera in cortile.

Poi Vitalina, Rosi, Adriana. Questa ultima riscuoteva scarsa simpatia da parte mia da che mi aveva fatto i complimenti per un paio di scarpe ‘di coltello’. (A onore del vero era una pronuncia naïf di décolleté, ma io mi ero offesa perché non erano di coltello, ma di vernicia!).

Adriana ogni sera puntuale alle 19,30 gridava dal terzo piano al marito, Valteee (per iscritto Walter ma non l’ho mai sentita pronunciare Uolter), che era pronto. Gli intimava ‘vien su’ e lui non le dava nessun cenno di presenza.

Così qualche minuto dopo ancora Valteee.

Poi c’erano le amiche che abitavano al di fuori della via: Leda, sempre in tenuta leopardata, ombretto azzurro, parrucco perfetto e tacchi alti.

Veniva a far visita a mia nonna, perennemente nell’orto tra i pomodori, e cercava di mantenere un certo contegno camminando su tavole malferme appoggiate tra un filare e l’altro.

‘Miliana (all’anagrafe Emiliana) che abitava vicino al cimitero, e pare che quella casa non la poteva vendere proprio per la sua collocazione delicata, come se ai morti desse disturbo un trasloco.

Vida, veniva dalla Jugoslavia, quando ancora esisteva la Jugoslavia. Gestiva una specie di recupero e spesso arrivava con regali bizzarri.

Lidia, di origine Triestina, con gli occhi molto chiari; guidava l’auto anche diversi anni più tardi e scorrazzava la nonna (che non amava guidare) ovunque.

Mi stava simpatica perché apprezzava la mia capigliatura: mi vedeva appena alzata dal letto e si complimentava per come mi stavano bene i capelli.

Ad un certo punto, come con lo zoom digitale, l’immagine non si riesce più a dettagliare, non emergono altri particolari.

Però la farina l’ho trovata, anche senza poter zoomare (sì, ci ho provato!) … era in un’altra dispensa!

Annunci

Da che parte?

DA CHE PARTE?

Guidava una Dyane rossa la mamma di B. o forse era una 2CV, non sono mai stata brava a distinguerle.

Era una mamma emblematica, era LA mamma, una professionista del ruolo.

Portava un caschetto lungo di capelli biondi, dritti come spaghetti; le labbra, dipinte dello stesso rosso un po’ stinto della vettura che guidava, distoglievano l’attenzione da una faccia leggermente accartocciata.

Indossava gonne svasate rigorosamente sotto al ginocchio, camicette ampie e mocassini coi tacchi, in pieno stile anni 70, anche se ormai versavamo a ridosso dei 90.

Ma lei rispettava i limiti!

Accompagnava B. a tutti gli allenamenti, e poi se lo riprendeva, il suo ragazzone.

Sebbene fosse biondo e di statura alta, B. non era esattamente l’idolo delle ragazze, no. Lo distinguevamo per quella sua caratteristica del culo a televisore, che accompagnato da una bracciata piuttosto scomposta, generava frequenti collisioni in corsia.

Nelle domeniche in cui gareggiavamo B. veniva accompagnato sempre dalla madre, e anche dal padre, con la sua Volvo.

Non socializzavano con gli altri accompagnatori, facevano nucleo a sè e se ne stavano per conto proprio.

In verità anche se avessero avuto dei posti auto disponibili nessuno avrebbe mai voluto salire con loro.

Ricordo di una manifestazione che si svolgeva nell’arco di una giornata intera, con una lunga pausa tra le gare del mattino e quelle del pomeriggio.

Poteva essere un 25 aprile.

Trovandoci nei pressi di Mira (Venezia) chi ci accompagnava aveva pensato di portarci a visitare Villa Pisani, e ne conservo un bellissimo ricordo: di una giornata di primavera vissuta, credo di aver disputato anche dei buoni crono quel giorno, ma di sicuro è stata una bella gita, all’aria aperta, insieme agli amici di allora, preludio di una serata di festa.

A ripensarci adesso trovo incredibile che potevo alzarmi presto, rimanere fuori casa tutto il giorno, disputare due gare e partecipare ad una festa la sera: tutto nell’arco della stessa giornata.

Ma allora avevo 15 anni.

Gita che B. si è perso perché i suoi genitori preferirono rincasare per il pranzo e poi, forse, tornare a Mira.

Anche mio papà a volte mi accompagnava alle gare; in una delle prime uscite mi ha mandata in avanscoperta a chiedere dove bisognava dirigersi.

Anche lui non brillava nell’intessere relazioni con il mondo circostante, ma io mi arrangiavo lo stesso.

Ad Arzignano, ho riferito, e abbiamo anticipato il resto della comitiva per fermarci alla prima edicola e comperare il quotidiano.

Una volta ad Arzignano abbiamo trovato tutto chiuso, e nessun atleta in procinto di gareggiare; solo la barista che stava per alzare le serrande e riscaldare la macchina del caffè.

No, oggi qua niente gare, forse dovete andare ad Arbizzano?

Arzignano o Arbizzano cosa vuoi che cambi? E via come frecce cercando di recuperare minuti preziosi sui km di disavanzo.

Anche un’altra volta, ora che mi sovviene, è accaduta una cosa simile: eravamo in vacanza in Francia, io e la mia famiglia; dovevamo andare ad Ares e abbiamo seguito le indicazioni per Arles.

Una L e qualche centinaio di km di differenza, cosa volete che è, come ripeteva l’allenatore della squadra di pallanuoto femminile.

Degli habitué dei qui pro quo.

Ho rischiato di ripetere l’errore di mio papà con Sofia, una mattina che aveva un’esibizione di ginnastica: io davo per scontato che la palestra fosse la medesima dell’esibizione precedente, per fortuna ho avuto l’intuizione di verificare il volantino al momento della partenza da casa.

Ci ho messo del mio invece salendo sul treno sbagliato il giorno del primo esame universitario, santa mamma è venuta a riprendermi a Dueville per portarmi a Padova.

Il fil rouge di tutti questi episodi?

Che a volte ‘il posto giusto’ e la giusta direzione possono anche sbagliare strada.

A mille

…ce n’è, nel mio cuore di fiabe da narrar.

Solo che io non le so; vengono fuori in modo autonomo quando, allo scopo di addormentare Viola, ottengo l’effetto opposto e perdo i sensi io.

Inizio a raccontare una cosa a caso, può essere una fiaba di quelle note o un racconto di mia invenzione.

L’incipit è il classico c’era una volta, poi segue un pezzo di storia di senso compiuto.

Dopo un minuto di monologo in genere mi rilasso e il canovaccio si impiglia in qualche ramo, le mie parole procedono sconnesse e narrano il mio subconscio ad alta voce, cose che in genere mi sorprendo a dire senza averle pensate.

Ieri sera ad esempio mi sono svegliata mentre proponevo l’alternativa: guidare una Renault 4 rossa oppure la Renault 5 verde?

Viola non sa cosa sia una Renault, per lei le automobili sono tutte macchine: mamma cos’hai detto? Renó5?

Ero partita coi tre porcellini e mi sono risvegliata con in mano la leva del cambio a 4 rapporti collocata dove adesso in genere c’è il navigatore.

Colazione in America

Ci sono azioni che costano fatica, che interrompono l’inerzia di uno stato gradevole: alzarsi al suono della sveglia quando fuori è ancora buio, uscire dal tepore del piumone, affrontare l’impatto con il freddo pungente dell’aria invernale.

Mi capita di ascoltare alla radio i Supertramp, Breakfast in America o The logical song. Sono trascorsi parecchi anni da quando erano brani in auge: sono inossidabili.

Avevo una musicassetta con tutti i loro successi e risiedeva nel walkman che a sua volta risiedeva nella tascona frontale del mio montgomery a righe.

Pieni anni ‘90: inforcavo la bicicletta alle ore 7.00 per raggiungere la stazione ferroviaria e prendere il locale delle 7.28 per Padova, ferma a Lerino – Grisignano – Mestrino. Super affollato ma mi dava qualche minuto di anticipo sul regionale delle 7.50, che ferma solo a Grisignano.

Qualche minuto prezioso per guadagnare un posto a sedere a lezione, un pezzo di sedia e di banco da cui sperare di carpire qualche passaggio chiave delle dimostrazioni dei teoremi.

Per cinque anni, da ottobre a maggio, escluso febbraio, tutti i giorni: vita da pendolare.

Col freddo, col buio, anche con la pioggia e la neve: inforcavo la bici e via,

“When I was young, it seemed that life was so wonderful

A miracle, oh it was beautiful, magical”

e pedalavo, con l’aria fredda che si infilava tra gli alamari di quel bel montgomery a rigone verdi e azzurre.

“please tell me what we’ve learned

I know it sounds absurd

Please tell me who I am”

Canzone altroché profetica, forse per quello la ascoltavo con interesse.

Qualche mattina alzarsi era dura, raggiungere Padova era dura; preparare gli esami era impegnativo, richiedeva uno sforzo costante di concentrazione, ragionamento, memoria.

Più studiavo e più i dubbi crescevano: avrò capito correttamente? Mi ricordo quel passaggio? Per sfociare in un disperato ‘Non so nulla’.

La laurea poi è arrivata, e anche se non ho intrapreso una professione direttamente collegata al percorso di studi seguito, la laurea, quella laurea, resta mia: la mia laurea.

Non intendo il pezzo di carta, che non so nemmeno dove ho messo, intendo il raggiungimento di un obiettivo.

Ho imparato che conseguire gli obiettivi richiede impegno e sacrificio, ho imparato a ragionare quando non so su che specchio arrampicarmi, ho imparato a mettermi davanti ad un argomento nuovo, qualsiasi argomento, e lasciarmi avvolgere.

Questa mattina ho dovuto alzarmi presto per alcune commissioni da fare prima del risveglio del resto della famiglia; non sono uscita in bicicletta ma sono uscita quando ancora molti dormivano, dai bar vuoti arrivavano le luci fioche che invitavano gli avventori per un caffè.

Il cielo azzurro per pochi istanti ha assunto delle striature rosa che facevano da sfondo ai rami spogli.

Ecco, diciamo che io stamattina avrei volentieri dormito un’ora in più, ma mi sarei persa lo spettacolo.

L’eccezione

Il 18 maggio 1988, oggi di 30 (trenta!!!) anni fa, moriva Enzo Tortora, noto ai più come ‘il presentatore di Portobello’.

Portobello era un varietà molto seguito agli inizi degli anni ‘80, quando gli apparecchi televisivi erano molto poco diffusi e i palinsesti ancora piuttosto scarni.

Io andavo a vedere la trasmissione da mia nonna, che era rimasta vedova da poco, e che aveva la tv a colori.

Non seguivo con molto interesse gli ospiti; solo una volta me ne è rimasto impresso uno, che presentava la sua invenzione: un materasso matrimoniale con uno scavo nella zona centrale dove i coniugi potevano alloggiare il loro braccio, e dormire comodamente avvinghiati.

Mi ero fatta un’idea un po’ appiccicosa del matrimonio, di conseguenza.

Quello che mi piaceva del programma era la sigla, un cartone animato disegnato da Bruno Bozzetto, con il famoso pappagallo che svolazzava qua e là e gracchiava il suo nome sulla base di allegre note di accompagnamento.

L’altro momento clou della trasmisisone era quello in cui gli ospiti dovevano tentare l’ardua impresa di far ripetere al pappagallo il suo nome.

Gli si avvicinavano guardinghi, gli proponevano cibarie o altre attrattive, ripetevano PO-RTO-BE-LLO con mille intonazioni.

Credo nessuno sia mai riuscito: il volatile rimaneva imperturbabile e i concorrenti, armati dei migliori propositi ed espedienti che si rivelavano sistematicamente fallimentari, se ne andavano sconfortati.

Era una trasmissione popolare, per famiglie e adatta un po’ anche ai bambini. Per la proprietà transitiva anche il presentatore era ritenuto un personaggio popolare, un bonaccione, al pari di quello che poteva essere il mago Zurlì.

Nel giugno dell’83 per Tortora iniziarono invece i guai: alcuni pentiti di mafia fecero il suo nome e lui fu arrestato.

Il suo nome è rimasto legato ad un clamoroso caso di mala giustizia italiana, perché alla fine dei processi si rivelò innocente ed estraneo ai fatti, ma la iniqua detenzione lo minó profondamente e si ritiene che la sua malattia e la prematura scomparsa (aveva appena 60 anni al momento della morte) fossero legate a doppio filo con le vicende giudiziarie subite.

Ho un ricordo nitido del periodo del suo arresto, ero rimasta molto colpita dal caso mediatico che ne era sorto.

Mi chiedevo come fosse possibile che un uomo di spettacolo, apparentemente ineccepibile, si fosse macchiato di crimini così gravi da finire in prigione.

Per fare un esempio ai più giovani, è come se Gerry Scotti venisse dichiarato colluso con la mafia e colpevole di omicidio; ma forse ancora non rende abbastanza chiara l’idea.

Una mattina mentre mi trovavo dalla nonna, che abitava sopra di me, alla radio passavano le ultime notizie sul caso; ricordo di averle espresso tutta la mia perplessità: non mi capacitavo proprio.

Lei mi rispose con una storia di vita vera, relativa alla figlia di una sua amica, famiglia benestante e apparentemente senza problemi. All’epoca in cui l’industria orafa era sulla cresta dell’onda, erano tra i più noti artigiani di Vicenza nel campo. Nonostante questa ‘levatura’ erano comunque amici di vecchia data dei miei nonni e la nonna li portava sempre come esempio.

Insomma ‘sta amica esemplare, che ricordo di aver visto forse un paio di volte in vita mia, tutta agghindata e ingioiellata, trucco e parrucco perfetti, aveva una figlia, Silvia. Forse aveva anche più di un figlio, ma questa Silvia era tristemente nota per essere caduta nella trappola della tossicodipendenza.

Non me lo aveva detto direttamente, aveva fatto tutto un preambolo lunghissimo su quanto fosse una ragazza normale, alle apparenze.

Così argomentava mia nonna per spiegarmi che, nonostante non le mancasse nulla, per motivi misteriosi era comunque scivolata in un abisso dal quale non so se sia mai uscita.

Diceva che sua mamma riteneva impossibile che proprio lei fosse coinvolta in certi giri, lei che non aveva commesso mai nessun misfatto. Eppure.

Non ho mai capito bene il nesso tra la spiegazione di mia nonna e l’errore giudiziario in cui venne invischiato Tortora.

Di base il tempo ha rivelato che anche la regola del sospetto – Nulla è ciò che sembra –  ha le sue eccezioni.

Tet a tet con la malavita

La cattedra di matematica del triennio del liceo scientifico era rimasta vacante per il pensionamento dell’insegnante di ruolo, così l’istituto superiore che frequentavo aveva aperto il carosello delle supplenze annuali.

Dopo un anno trascorso con una prof. delle cui capacità logico razionali nutro a distanza di anni stima pari a zero, memore di quel dibattito nel quale lei sosteneva che il quadrato non è un (caso particolare di) rombo, e per questo il mio compito andava valutato meno dell’ottimo, era arrivata una prof. altrettanto giovane e inesperta, ma molto più zelante.

Portava il nome di una nota marca di prosciutti, e a guardarle il viso paffuto si sarebbe creduto che in effetti discendesse proprio da quella dinastia.

Mi piaceva immaginarla mentre sbocconcellava il suo panino al cotto e lo masticava lentamente, con la stessa pacatezza e meticolosità con cui ci spiegava la trigonometria.

Era arrivata ad assumere la supplenza con un lieve ritardo rispetto all’inizio dell’anno scolastico, non certo per causa sua, ma quando si era resa conto di non essere al passo con lo svolgimento del programma ministeriale aveva organizzato un ciclo di incontri supplementari, al pomeriggio.

Nel corso dell’orario mattutino avrebbe svolto il regolare programma, mentre nelle ore extra avrebbe fatto esercitazioni, in modo da non penalizzare quelli che, per qualunque ragione, non avessero potuto frequentare nell’orario straordinario, lasciando a ciascuno piena libertà di scelta sull’opportunità di frequentare quelle lezioni supplementari, che alla fin fine venivano presenziate da tutti.

Si trattava comunque di poche ore, una a settimana, per un breve periodo.

Non avevo una reale necessità di partecipare a queste lezioni di recupero ma era un modo per uscire di casa e trascorrere del tempo con i compagni di classe; inoltre mi piaceva la matematica e svolgevo sempre con entusiasmo ogni compito aggiuntivo, lo trovavo divertente e stimolante come lo sono molti passatempi rompicapo o di enigmistica.

L’orario di ritrovo era previsto per le 14.00. Le lezioni mattutine terminavano alle 12.20 quindi non avevo moltissimo tempo per rientrare a casa, pranzare e rientrare a scuola.

E poi come sempre ero in ritardo.

Pertanto pedalavo alacremente per le vie del centro storico, in una zona a transito limitato e per giunta contro mano, ma a quell’ora c’ero solo io in giro per le strade e mi sentivo in diritto di farlo.

Sono quasi giunta a destinazione quando sento il rombo di un motorino che percorre lo stesso corso Fogazzaro, anch’esso contromano.

Ritengo che chi lo guida sia in piena contravvenzione: passi per me che sono in bicicletta, non mi ritengo tenuta a rispettare rigorosamente i sensi di marcia, mi assimilo un po’ ai pedoni quando mi torna comodo.

Ma lui? tanto più che col motorino ci metti un istante a fare il giro corretto….

Il rumore è sempre più vicino… Sembra che il tizio si stia avvicinando proprio a me.

Che sia un amico che non riconosco che mi vuole cogliere di sorpresa? Mentre mi interrogo su questi aspetti mi volto a guardare e vedo che ha il volto semicoperto da un fazzoletto.

E’ ovvio che non lo riconosco, non lo si può vedere in viso! Ma quanto vicino mi viene? perchè ok se vuoi salutarmi e fare la strada con me ma così rischi di farmi cadere.

Siamo spalla contro spalla, lui afferra lo zainetto che ho alloggiato nel cestino davanti al manubrio, lo solleva, accelera e in un istante è già più avanti di me che non lo vedo più, solo da dietro.

Resto spiazzata, basita, attonita; ma con una prontezza di riflessi immediata inizio a strillare più forte che posso.

Non ricordo di aver articolato parole tipo ‘aiuto’ o ‘al ladro’, solo un urlo di avvertimento di pericolo misto a spavento, e il sollievo di non essere caduta per il contraccolpo.

Non è stato inutile: una parrucchiera che aveva il negozio lungo la via accorre immediatamente al mio richiamo e lo vede dritto negli occhi.

Io esaurisco l’inerzia del mio velocipede e il fiato nei polmoni, accosto sul marciapiede un po’ abbacchiata, più per non aver capito cosa stava succedendo che per il reale valore dell’ammanco.

Lei, capello rasato sulla coppa e platinatissima, mi viene incontro, chiedendomi cosa è accaduto; in poche parole le illustro i fatti.

L’empatia è immediata, perchè proprio poche settimane addietro la stessa Sabrina aveva subito un borseggio; passeggiava a braccetto del suo fidanzato nella vicina città di Bassano del Grappa e un tizio le aveva strappato la costosa borsetta dalla spalla ed era fuggito a gambe levate.

Vuole aiutare me per farla pagare a quello, trasferisce la sua rabbia sul ladro di turno.

La sua reazione nel prendere la cornetta e comporre il 112 è istantanea tanto quanto lo è stata la mia nel mettermi a gridare.

La questura si trova a poche centinaia di metri, in linea d’aria.

Le forze dell’ordine escono immediatamente, nemmeno 5 minuti e sono sul posto (percorrendo le strade nel giusto verso, senza infrangere il codice della strada).

Sembra un episodio da telefilm: raccontiamo loro l’accaduto in maniera concitata, io per la partecipazione in prima persona, la parrucchiera che ha risvegliato l’onda emotiva del suo momento passato.

Non solo Sabrina è scattata fuori dal suo negozio con un tempo di reazione pressochè nullo (o forse stava sulla porta a fumarsi una sigaretta in attesa della prima cliente), ma è stata così istintiva da cogliere e memorizzare un fotogramma essenziale per il riconoscimento del tizio che, ignaro di tutto, stava frugando dentro il mio Invicta nero e turchese sopra un ponte a pochi passi di lì.

L’uomo che viaggiava a bordo del Ciao aveva un’estesa chiazza rossa su un lato del viso, come un angioma. Riferisce questo dettaglio ai due poliziotti i quali ci spediscono in questura per formalizzare la denuncia (io) e la testimonianza (Sabrina), mentre iniziano a perlustrare la zona attorno.

Trovano Gianni, questo il nome del malvivente a volergli conferire un’aura di solennità, ma solamente un tossico disperato in realtà, sul ponte dietro la chiesa che rovista nel mio zaino e trova ahimè poca roba di suo interesse.

Il poveraccio infatti non poteva trovare un portamonete, unica cosa che potesse interessargli, perchè ne viaggiavo sprovvista, sistematicamente.

Trovava invece: il libro di trigonometria che avevo minuziosamente ricoperto con una pagina pubblicitaria di Benetton, raffigurante una delle fotografie di Oliviero Toscani tanto in voga all’epoca; un quaderno a quadretti formato A4 con gli esercizi; un astuccio con alcune penne, anche colorate (credo che risalisse a quell’anno il mio acquisto di un super pennone biro a 10 colori intercambiabili); unico pezzo ‘di valore’ una calcolatrice del formato di una carta di credito, altrettanto sottile, che avevo trovato in omaggio in un fustino di detersivo per lavatrice: di valore per il ladro, che se la è tenuta, e di valore per me, che avrei dovuto convincere mia mamma a comperare un altro fustino di detersivo ‘di marca’ per poterne avere un’altra.

Si trattava di una calcolatrice che arrivava al massimo a fare la radice quadrata, oltre le quattro operazioni.

Di gran lunga più sconfortata sarei stata se avessi subito lo stesso scippo pochi anni più tardi e mi avessero sequestrato gli appunti universitari, unici ed irripetibili in quanto catture estemporanee del flusso di informazioni dal docente verso il mio quaderno, che avevano transitato giusto per un frangente nella mia testa, il minimo indispensabile per essere cifrate nero su bianco, pronte per essere recuperate qualche mese più tardi ed essere assimilate per esteso.

Mentre io e Sabrina formalizziamo la denuncia, i poliziotti perlustrano il quartiere e trovano il soggetto, lo riconoscono e lo accompagnano in questura.

Qui lo fanno accomodare in una stanza con altri tre o quattro; poi chiedono a me e a Sabrina di riconoscerlo tra questi, attraverso un vetro dal quale lui non può vedere noi.

Per lei l’individuazione è immediata, per me un po’ meno, perchè l’ho visto solo di sfuggita.

Mille dubbi mi attanagliano, se sia veramente lui, e se non sia meglio scagionare un colpevole piuttosto che accusare un innocente.

Di fatto però è veramente accaduto che uno mi abbia scippata pochi minuti prima, e con tutta probabilità si tratta proprio di lui, di quell’uomo di cui anche io di sfuggita ho notato la chiazza rossa che deturpa il volto.

Così confermo che quell’uomo, che adesso mi sembra una scimmia rinchiuso in una gabbia allo zoo, è stato lui a scipparmi.

Viene trattenuto, mentre io e Sabrina torniamo alle nostre attività: lei al suo negozio di parrucchiera, io a scuola, alla lezione di trigonometria.

Entro in classe trafelata con più di 30 minuti di ritardo; su una durata complessiva di un’ora, rende la cosa opinabilmente sensata, ma è indescrivibile il senso di trionfo che provo quando mi giustifico per il ritardo con un ‘scusate, sono stata scippata’.

Nei giorni che seguono l’aneddoto riempie le mie conversazioni e il racconto si arricchisce di dettagli e particolari ad ogni sciorinamento.

Un paio di giorni dopo sul giornale locale viene pubblicata la notizia: un trafiletto di 30 righe nella pagina della cronaca locale, in cui sono riportate per esteso le generalità mie (nome, cognome ed indirizzo), della parrucchiera e da ultimo anche di Gianni.

Grazie a questa reciproca presentazione, mi è possibile individuare le successive perfomances di Gianni, che durante l’estate viene colto in flagrante mentre si allontana da un’automobile, alla quale ha sottratto l’autoradio, e se la è infilata tra la cintura dei pantaloni e la pancia, coprendola con la maglietta, sperando di passare inosservato.

A questo punto consegue ai miei occhi la laurea di ladro di galline, ad honorem, e inizio a provare nei suoi confronti un indicibile senso di pietà, più che di rabbia.

Ho la certezza che si muove a piede libero, non sta certo in galera, e pur conscia del fatto che potrebbe sapere dove abito, non mi sento minimamente in pericolo, anzi mi aspetto da un giorno all’altro di ricevere la notizia della sua scomparsa per overdose.

Gli anni passano e di Gianni mi resta il ricordo dell’episodio dello scippo e del suo indirizzo, una via a cui passo spesso davanti.

Diversi anni più tardi, la bellezza di 6 anni, ricevo una raccomandata, con la quale vengo invitata a presentarmi in tribunale, ad una certa data e ora, per partecipare al processo in cui si sarebbe giudicato quanto accaduto.

Avevo trascorso delle giornate intere a fantasticare sul processo, e “giura di dire tutta la verità dica ‘lo giuro’ ” con la mano sulla bibbia, e gli avvocati con toga e parrucca bianca, e il giudice che batte col martelletto di legno per chiedere il silenzio, io sul banco dei testimoni a riferire i fatti, la parrucchiera a testimoniare, Gianni in veste di imputato a difendersi e negare di essere stato lui; e poi l’arringa dell’avvocato, e la sentenza con relativa condanna del colpevole, per il quale provavo addirittura un po’ di apprensione.

Tutto questo film era stato proiettato nella mia mente dal ricevimento della convocazione a quel venerdì mattina in cui, rinunciando alla lezione universitaria, mi ero recata presso il tribunale.

L’unico elemento che corrispondeva con il mio film era la presenza di Sabrina, sempre platinata ma con i capelli un po’ più lunghi; ha dovuto chiudere momentaneamente l’esercizio per venire a testimoniare.

Per il resto rimango molto delusa: nessuno con toga e parrucca, l’aula non è altro che un ufficio, nessun banco degli imputati nè men che meno uno scranno per il giudice.

Manca persino Gianni, la cui apparizione mi procurava angoscia e che temevo di guardare dritto negli occhi.

Il processo, con circa un’ora di ritardo rispetto all’orario previsto, si svolge formalmente in due battute in cui viene richiesto a me e a Sabrina di confermare la nostra identità; grazie e arrivederci.

Non ci viene chiesto nulla altro, nessuno ci propone di ricordare quel pomeriggio di sei anni prima e ricostruire i fatti.

Solo e semplicemente il nostro nome, cognome e la data di nascita; due persone che lavorano hanno dovuto sospendere la propria attività mentre l’imputato chissà cosa stia facendo e dove si trovi.

Le domeniche bucoliche

Appena raggiunta la pensione mio nonno aveva fatto due acquisti importanti: aveva rimpiazzato il vecchio Citroen Pallas con un’utilitaria della stessa marca, una Visa color giallo pallido; e aveva acquistato una seconda casa, in campagna.

Purtroppo la fine della sua vita lavorativa si era rivelata essere la fine, tout-court; pertanto non ha potuto godere dei suoi meritati sfizi, che sono rimasti alla moglie, mia nonna.

Pur di non vendere l’auto acquistata da poco, mia nonna, che non aveva la patente, si era iscritta alla scuola guida, alle soglie dei 60 anni; e aveva anche conseguito il pezzo di carta, che la legittimava a mantenere l’auto ferma in garage.

Invece per la casa in campagna lo sfruttamento era sicuramente più intenso.

La casa era in verità più un vecchio casolare.

Ad essere obiettivi era più una catapecchia.

Ad essere proprio onesti chiamarla così è ancora darle del lei.

La casa si trovava pochi km fuori da Vicenza, sui colli Berici, ma la strada per raggiungerla era piuttosto impervia; anche se aveva la patente mia nonna non si fidava a guidare da sola (non si fidava a guidare e punto), tantomeno a percorrere strade di campagna; così per qualche anno dopo la scomparsa del nonno quella casa è stata meta fissa di tutte le nostre gite domenicali.

Si andava su in tanti: la mia famiglia e amici vari, ogni volta la compagnia arrivava a contare 15-20 persone.

Un’elaborazione collettiva del lutto.

Ma non erano riunioni trisiti: tutt’altro!
La memoria del nonno aleggiava per i primi 5 minuti, fino a che non si faceva entrare un po’ di sole in casa e si accendeva il fuoco nel camino.

Ci accoglieva un’umidità stagnante che si era accumulata durante la settimana, e che in breve lasciava spazio al calore del fuoco, della luce e delle chiacchiere di una grande famiglia riunita.

La strada propriamente detta non arrivava davanti alla porta di ingresso, ma si fermava sopra il monte; poi c’era una discesa molto ripida che spesso affrontavamo a piedi, perché risalire la sera era difficile.

Alla base della discesa si presentava un bel giardinetto, molto curato, con l’erba rasata e le aiuole fiorite; la facciata della casa era da cartolina, con i vasi di gerani alle finestre e i vetri lucenti.

Però questa non era la nostra casa, no!

Lì ci abitava Nico, una sorta di maniaco ossessivo compulsivo dell’ordine e della simmetria.

Per arrivare alla nostra casa, che era costruita a ridosso, bisognava percorrere un tornante in discesa, costeggiato da rovi, dove si potevano cogliere le more.

Negli anni molte migliorie sono state apportate all’edificio ma alle prime visite si presentava come uno scenario da film di paura.

L’abitazione vera e propria constava essenzialmente di una grande cucina; il resto era inagibile, a partire dalla stanza adiacente, che chiamavamo ‘La stanza che balla’ per il pavimento malfermo. Ai piani superiori le camere.

La casa era priva di servizi igienici; il bagno era stato ricavato in una gabbia di legno alloggiata nel fienile, all’esterno.

I bambini erano autorizzati ad usare il vaso da notte, proprio come una volta.

Era uno spettacolo strano per noi abituati ai comodi water di città sentire la pipì accumularsi dentro un recipiente e vederla rimanere contenuta lì.

La cucina aveva un acquaio di marmo, non un pratico lavello inox a due vasche; non c’era l’acqua calda.

Per lavare i piatti dove tutta la compagnia mangiava serviva una task force: chi riscaldava l’acqua, chi passava le stoviglie con la spugna, chi risciacquava, chi asciugava.

Tra la preparazione dei pasti e la sistemazione si trascorrevano le ore, conversando amabilmente.

Di pertinenza alla casa vi era un bosco, per raggiungerlo una discesa erbosa; a me piaceva lasciarmi rotolare lungo il pendio fino a fermarmi nel prato sottostante.

Lì mi divertivo a cercare quadrifogli, inghirlandare prataiole, soffiare i soffioni, i fiori del tarassaco (meglio conosciuto in zona come pissacan) essiccati.

Addentrarmi nel bosco invece non mi piaceva, serpeggiava il terrore di incontrare le vipere.

Davanti a casa c’era uno spiazzo dove noi bambini giocavamo sul dondolo o sulle altalene mentre attendevamo che fosse pronto il pranzo.

Una voce fissa del menù era la polenta, preparata dentro un paiolo di rame proprio come prevede la ricetta originale.

Spesso dopo pranzo usavamo il cordone che chiudeva un cabaret di paste o una focaccia: lo si annodava per formare una curva chiusa e poi lo si avvolgeva tendendolo tra i dorsi delle mani, con i dovuti giri attorno ai palmi; a turno lo si pizzicava tra il pollice e l’indice, oppure lo si sollevava con i mignoli, secondo uno schema ben preciso che conoscevamo. Ad ogni passaggio la corda assumeva una forma diversa, da riprendere per formare la tessitura successiva, fino a ridurre il tutto ad una matassa indistricabile.

Il giorno in cui la gita si colorava delle tinte più intense era il giorno di Pasquetta: prima dipingevamo le uova sode, poi gli adulti andavano a nasconderle nel campo, e qua e là spargevano anche piccoli ovetti di cioccolata. Quindi era pronta la caccia al tesoro.

Credo che il divertimento fosse equamente distribuiti tra grandi e piccini, tra chi nasconde e chi cerca.

La sera rientravamo in città: sudati, impolverati e con un odor di focolare addosso. Ma felici.

Il rientro era arduo perché bisognava ritornare a piedi in sommità, dove avevamo lasciato le auto parcheggiate.

Nel giro di qualche anno il tratto finale era stato asfaltato, permettendoci di arrivare in auto fin davanti alla soglia di casa; eravamo talmente poco avvezzi a tale comodità che ci si scordava di sbloccare il freno a mano.

Appena risalivamo in auto la stanchezza si impossessava di me; ma dovevo farvi fronte perché mia nonna insisteva che non potevamo addormentarci.

Per tenerci svegli ripeteva che saremmo passati vicini al luna park, e avremmo visto le giostre.

Peccato che il luna park a Vicenza si tenga per un paio di settimane l’anno; così avevo imparato a rimanere sveglia per vedere le meretrici al lavoro.

Ricordi ne(r)vosi che si sono conservati bene

– “Dai dai, speriamo che nevichi tanto mamma!”

– “Io dico speriamo di no”

– “Ma perché?”

– “Hai mai guidato sulla neve Sofia? Quando guiderai capirai perché non mi piace la neve in città”

Hanno chiuso nei giorni scorsi alcune scuole, ma per l’evento atmosferico attuale mi pare eccessivo.

Un flashback mi risucchia al 1985, a quella sera di gennaio in cui guardavo fuori dalla finestra e dal cielo cadevano fiocchi giganteschi, che io chiamavo elefanti.

Abitavamo in una via cieca, che terminava sull’argine del fiume, quindi non transitavano auto, ad eccezione di quelle dei residenti.

Una via di cui si dimentica anche l’amministrazione comunale, una laterale interna che è sempre stata difficile da trovare. Quando Tom-Tom e GMaps non erano di uso quotidiano è capitato di chiamare i vigili del fuoco e dover andare sul viale principale a fare segno del punto di ingresso, e intanto il fuoco andava.

Invitavi i compagni alle festine di compleanno e almeno un paio tiravano bidone perché non avevano trovato il posto, gli altri arrivavano con mezz’ora di ritardo, con una mamma tutta trafelata che aveva fatto mille manovre, e senza servosterzo.

Gli elefanti scendevano copiosamente dal cielo, li vedevamo bene quando transitavano davanti alla luce gialla del lampione: era quello il proiettore del nostro film!

I fiocchi toccavano terra e si accumulavano su un tappeto bianco, assieme a tutti quelli che li avevano preceduti ed erano rimasti lì ad attenderli; al mattino successivo quel tappeto era un materasso, soffice e di notevole dimensione.

Dato che il traffico automobilistico era sempre pari a zero, era abbastanza normale che trovassimo al risveglio il paesaggio intatto, senza segni del passaggio umano. Era divertente trovare la neve accumulata sui rami degli alberi, flessi sotto il peso; sui muretti e sulle colonne di supporto dei cancelli; trovare la banchina stradale ammantata ed essere i primi ad imprimere la propria orma.

Quel mattino, oltre a presentarsi illibata, la nevicata era copiosa, ma per le ragioni spiegate non ci eravamo resi conto dell’eccezionalità dell’evento.

Mi ero incamminata verso la scuola, che si trovava in centro storico e che raggiungevo a piedi, con una passeggiata di circa 1km.

Al mio arrivo, assieme a pochi altri, ho toccato il muro e fatto la virata: la scuola era chiusa, si tornava a casa.

Sarebbe rimasta chiusa per l’intera settimana.

Anche mia mamma si era recata al lavoro quel mattino, lavorava all’epoca al confine tra Vicenza e Padova.

Un po’ per questioni economiche e un po’ per ragioni ecologiche aveva una predilezione per i mezzi pubblici: per arrivare sul luogo di lavoro aveva preso l’autobus e poi la corriera. Quella sera la corriera l’aveva riportata a Vicenza, dall’altro lato della città rispetto a casa nostra. Avrebbe dovuto completare il rientro con l’autobus ma i mezzi pubblici a quel punto avevano sospeso il servizio; aveva avuto fortuna a trovarsi proprio sotto casa di un’amica che le aveva consentito di telefonarci.

Sembra incredibile adesso a ripensarci, il telefono era uno strumento che, anche nei momenti di necessità, non era immediatamente disponibile.

Aveva chiamato noi a casa, chiedendo a mio papà che andasse a prenderla.

“Sì certo, vengo… a piedi!”

Anche mio papà era sensibile alle questioni economiche e alla causa ecologica, e peró odiava i mezzi pubblici: lui andava a piedi, ovunque la meta fosse a portata e anche un poco oltre, pedibus calcantibus.

Quella sera comunque la spiegazione non era né economica nè ecologica:

“Posso venire solo a piedi perché è impossibile uscire dal garage con l’auto”.

Che non era una misera scusa per non spalare la rampa, ma un problema concreto: quando anche avesse liberato la discesa dalla neve, avrebbe dovuto accumulare questa in un altro mucchio che avrebbe ostruito a sua volta il passaggio.

E anche una volta uscito sul viale principale le strade erano a loro volta impercorribili.

Così mia mamma si era arresa all’evidenza e si era incamminata; con una passeggiata di alcune ore, sotto la neve che scendeva e sopra un metro di neve che pavimentava i marciapiedi, senza ciaspole nè altri ausili, era ritornata a casa.

Al suo rientro si era verificato uno dei diverbi più bizzarri a cui avessi mai assistito a casa: mio papà preoccupato per il freddo che poteva aver accumulato le aveva amorevolmente preparato una minestra calda.

Ma dopo aver fatto due ore di attività fisica, quale una bella camminata affondando i passi in un metro di neve fresca, mia mamma non desiderava affatto una minestra calda, ma una birra bella ghiacciata!

Comunque la quantità di neve caduta era talmente abbondante che si era conservata fino a Pasqua.

Chi ha paura dell’uomo rosso?

Pare che il dilemma maggiore in questi giorni sia “ma mio / tuo / suo figlio… crede ancora a Babbo Natale?”.

Piano, fermi un momento…. credere ANCORA a Babbo Natale? siamo onesti…. qualcuno di noi ci ha mai creduto seriamente?

Io ho un ricordo piuttosto nitido, rincarato da una foto scattata ai tempi dell’asilo.

Ogni volta che osservo quella foto rileggo lampante nel mio sguardo la perplessità che nutrivo: ma chi è questo qui?

Ero andata alla scuola materna con entrambi i miei genitori di sera, ma col senno di poi forse erano solo trascorse le cinque del pomeriggio, special guest l’uomo con il vestito rosso.

Questo signore si prestava a scattare una foto con ciascuno dei bimbi, a cui poi elargiva una manciata di caramelle.

Sorridi, ritengo plausibile mi avessero caldeggiato.

Bella forza sorridere al fianco di sto soggetto, falso come una banconota del monopoli: ha la barba posticcia e non mi ispira granchè di simpatia (diffidente sin dai primi anni di vita).

Mi sono sentita a disagio come quella volta che al circo mi hanno piazzato in braccio una scimmietta per scattarmi un’altra foto.

Lo scorso anno durante la festina all’asilo di Viola il format si è ripetuto: su dai facciamo la foto! e Viola è scoppiata a piangere, infatti nello scatto ridiamo solo io e Sofia.

Il che conferma che bn esercita il suo fascino più sugli adulti, mentre i bambini nella migliore delle ipotesi gli sono indifferenti, più spesso lo temono.

Tornando a me piccola, ricordo che mi interrogavo: se costui è il famigerato, perchè si manifesta adesso a mani vuote e poi, forse, tra qualche giorno mi porterà i regali? Non gli conviene un giro unico? Di sicuro è uno poco organizzato; non tornavano tante cose.

Negli anni a seguire comunque rilevavo incongruenze: se sto tizio viene di notte con i pacchi, perchè poi arrivano alla spicciolata i regali dal bn dei nonni, il bn degli zii e il bn degli amici? non dovrebbero recapitarli tutti insieme? Quanti sono i bn? Se ne parla sempre al singolare ma poi spuntano come i funghi nel bosco dopo una notte di pioggia.

Proliferano le situazioni in cui i bn sono più d’uno: un giorno Sofia ha visto due cloni su un’auto decappotabile, e ha sentenziato ‘solo uno dei due è quello vero’.

Un’altra sera mentre guardavamo assieme ‘Una promessa è una promessa’, il film in cui Schwarzenegger affronta le dodici fatiche per entrare in possesso, il giorno 24 dicembre, di un giocattolo desiderato da suo figlio, in una scena si vedono centinaia di bn che lavorano assieme, Sofia ha dichiarato che quelli, allora, erano tutti finti.

Ma a chi vogliamo darla a bere?

Molto meglio il Grinch!

Hit parade

Ai miei tempi c’era il sussidiario.

Oddio, se inizio così mi sembro mia nonna.

Voglio dire però, e non so come altro farlo, che quando io frequentavo le scuole elementari, che ora si dicono primarie, arrivati alla terza classe, iniziava il programma di storia-scienze-geografia e ci si appoggiava al libro di testo chiamato sussidiario.

Adesso i libri di testo sono molteplici, e a guardarli dentro non intravvedo lo stesso rigore.

Ad esempio, vado a memoria, e posso ingannarmi, il programma di storia prevedeva lo studio a partire dalla preistoria fino ad arrivare agli antichi romani.

Discorro con Sofia di argomenti simili mentre rincasiamo, le chiedo come è andata a scuola e mi risponde che hanno fatto storia, la genesi.

Poi mi abbozza un mezzo discorso di creta e argilla e soffio divino.

Prese un poco di argilla rossa / Fece la carne, fece le ossa

Ci sputó sopra, ci fu un gran tuono / Ed è in quel modo che è nato l’uomo

Nella mia testa ha preso il sopravvento questa strofa, ho smesso di seguire il discorso di Sofia e inizio a cantare dall’inizio la Genesi di Guccini, che era una delle mie canzoni preferite quando ero bambina.

La ricordo tutta, perfettamente, tranne sulle strofe parlate, in cui qualche termine mi sfugge.

L’intonazione parte un po’ stentata

Per capire la nostra storia, bisogna farsi ad un tempo remoto

C’era un vecchio con la barba bianca, lui la sua barba ed il resto era vuoto

Stentata, ad essere onesti, è un eufemismo perché Sofia mi interrompe

“Buuuuuu…. mamma…. pomodori marci”

Cerco di migliorare la nota

Voi capirete che in tale frangente quel vecchio solo lassù si annoiava

Si aggiunga questo che inspiegabilmente nessuno aveva la tv inventata

Sofia ripete più forte “Buuuu… pomodori marci!!! Pomodori marci!!!!”

Resto interdetta, indecisa se proseguire a cantare o sospendere. Non mi sembra di essere così pessima.

Mentre rifletto provo a proseguire

Beh poco male pensó il vecchio un giorno, a questo affare ci penserò io

Sembra impossibil ma in roba del genere, modestia a parte ci so far da Dio

Forse come cantante non ho fortuna, ma come narratrice vado meglio perché ho suscitato l’interesse di Viola: appena sospendo la performance dal sedile dietro perviene una vocina:

“Ancora pomodoi macci mamma”.

Che non dà torto a sua sorella, ma più che la melodia poté la curiosità.

Risollevata la mia autostima riparto a cantare.

Dixit: ma poi toccó un filo scoperto, prese la scossa ci fu un gran boato

Come tv non valeva un bel niente, ma l’universo era stato creato

Quanto mi piaceva questa canzone!

Mi leggevo e rileggevo il testo dalla busta che conteneva il vinile.

Mi ritrovo col pensiero indietro di trent’anni e più, a quando nè YouTube nè Spotify.

L’ascolto era una vera e propria audizione, che a casa mia avveniva la sera, spesso in alternativa ai palinsesti televisivi.

Dalla discoteca, intesa letteralmente come raccolta di dischi, veniva scelto un elemento, veniva adagiato sulla piastra rotonda e si ascoltava, in ammirazione della puntina che solcava la traccia.

Mentre lo stereo riproduceva il brano io tenevo in mano la copertina e seguivo le parole.

La scelta del vinile poteva durare anche mezz’ora, durante la quale si passavano in rassegna i vari dischi, uno per uno.

Il disco andava ascoltato rigorosamente tutto, prima il lato A e poi il lato B: se ci si allontanava dalla stanza bisognava prestare attenzione alla fine del gruppo di canzoni sul lato in riproduzione, altrimenti si rovinava la puntina.

Ogni album, all’epoca, era un qualcosa di tangibile: aveva una copertina, la quale riportava un’immagine che diventava imprescindibile dal prodotto sonoro; aveva un numero di tracce ben definito ed ordinato; aveva i testi delle canzoni.

Ci tenevo a prendere parte alla scelta, poteva fare la differenza tra una serata bella e una noiosa.

La raccolta contava un numero limitato di dischi, forse quelli che adesso potrebbero stare tutto dentro una chiavetta USB.

Di ogni album io apprezzavo una canzone in particolare, al massimo due, il resto era un riempitivo, che per certi dischi ero disposta ad ascoltare, pur di sentire la mia.

Tra i miei brani preferiti, oltre a questo di Guccini, c’era Samarcanda di Vecchioni.

Avevo inteso che la nera signora era qualcosa di funesto, ma oh-oh-cavallo mi metteva tanta allegria addosso.

Un altro pezzo che per me era formidabile era Ma che bontà di Mina: sapevo che andava a finire in cacca, e ridevo fin dalla prima strofa.

La collezione non includeva nessun Celentano, nessun Ron, nessun Pooh, nessun Ricchi e Poveri.

C’erano invece De Andrè, di cui apprezzavo Bocca di Rosa, ma che qualche anno più avanti mi avrebbe ammaliato con Don Raffaè.

C’era Battiato, che in verità era su nastro, di cui mi piaceva Centro di gravità permanente.

C’erano i Matia Bazar, vincitori di Sanremo con Vacanze Romane, di cui preferivo Elettroshock. La copertina dell’album era grigia e sopra erano stilizzati una coppia di ballerini, a righe slittate.

C’era Edoardo Bennato con il suo Sono solo canzonette, a base di Peter Pan, che mi piaceva tutto o quasi.

C’era la Vanoni, con un disco che in copertina riportava la sagoma del suo viso contornata dai ricci, e riempita di una carta a effetto specchio.

Mi piaceva quel verso di Vai Valentina “lacrime calde su tre fette di saint-honoré”, che vedevo un po’ come uno spreco, dal punto di vista della mia golosità, ma tre fette sono ben tre fette!

C’erano anche dischi di musica straniera, ma niente Beatles.

Tra gli anglofoni ricordo in maniera indelebile The Wall, dei Pink Floyd, di cui più tardi avevamo acquistato anche il VHS del film.

L’album era doppio e la copertina era una serie di blocchetti, i mattoni del muro, da cui le lettere dei testi, scritti in un carattere simile al corsivo, lasciavano colare gocce di sangue.

Tra ascolto del disco e visione del film credo di poter affermare che quell’opera costituisce una pietra miliare nella mia formazione.

Poi c’era una raccolta di Janis Joplin, che mi dava energia col suo Piece of my heart, ma verso la quale nutrivo un po’ di perplessità, perché mi avevano raccontato che era morta per aver sbagliato a farsi una puntura.

Infine tra gli ultimi LP entrati a far parte della collezione, dato che poi i vinile sono caduti in disuso in favore dei nastri e dei cd, ricordo con piacere:

– i Talking Heads con il brano Blind

– Elton John con l’album Reg Strikes Back

– Terence Trent D’Arby con il pezzo Sign Your Name

(Questi ultimi due acquistati dietro mia iniziativa).

E ovviamente gli album di Madonna, mio idolo indiscusso, Like a Virgin e True Blue, che mi ero fatta regalare.

Alla luce di questo rivangamento del passato non so se faccio più fatica a spiegarmi:

  • come mai non esiste più il sussidiario;
  • perché Terence Trent D’Arby si è riciclato col nome di Sananda Maitreya;
  • come sia possibile che da cotanto background mi sia ridotta ad ascoltare insieme alle mie figlie Rovazzi e Fedez.

————–

Questo post può considerarsi, a suo modo, la risposta al tag i 10 album.