Ricorrenze

Tre anni sono trascorsi da quella domenica di un'estate in cui le temperature non sono mai esplose.
Le ferie le avevamo spese in giugno, perchè ad agosto dovevamo essere pronti al tuo arrivo, che aspettavo in verità almeno un paio di giorni dopo, ma ero rassegnata ad attendere anche una settimana oltre la data presunta.
E invece quella domenica mattina avevo iniziato il travaglio, ma chi lo sapeva che si trattava di questo?

Alla domanda 'saprò riconoscere il momento?' la ginecologa aveva sorriso con malcelata compassione, certo che sì.
Allora avevo consultato l'onnisciente, Google, e avevo trovato questa indicazione: 'se state a porvi la domanda significa che potete aspettare'.
Pertanto no! non poteva trattarsi di travaglio, assolutamente.

Cosa facciamo oggi pomeriggio? andiamo finalmente al parco a vedere il teatrino estivo? ogni domenica c'era stato un impedimento diverso.
E se mi prendono queste fitte al parco? Beh dai, durano poco poi passano. Se capitano, mi metto in un angolo tranquilla e supero il momento.
Però fermi tutti: sono di durata crescente e si presentano ad intervalli regolari, io sono a termine di gravidanza, forse prima di andare al parco un giretto al pronto soccorso è opportuno.

Ed è così che il teatrino è saltato anche quella domenica perchè 'signora la teniamo dentro' e dopo aver subìto i tentativi maldestri di una novizia per infilarmi l'ago cannula, sono stata fatta sedere su una poltrona per i tracciati.
Insieme a me un'altra donna, a cui mancava ancora un mese al termine, accompagnata dalla madre, che non taceva un minuto.
Ad un certo punto la figlia le dice "Mamma, guarda che la signora ha le contrazioni, parla piano!".
Chi io? macchè contrazioni, solo qualche fitta.

"Bene signora!" – dice la capa – "la portiamo su! ma dove va? si sieda che la accompagnamo".
Che noia tutto questo essere chiamata signora, vabè, ma posso camminare benissimo con le mie gambe. Niente da fare.

Arrivo in una saletta dove mi dicono di cambiarmi; penso che manchi ancora tantissimo, d'altronde non ho ancora avuto il tempo di prendere in mano il libro e attaccarmi alle cuffiette, preparativi per trascorrere l'eternità che dicono che ci vuole, ore e ore e ore, per qualcuna giorni interi, di sto famigerato travaglio.

L'ostetrica di turno inizia a compilare una scheda, mi fa mille domande sullo stato di salute della mia famiglia in generale, io cerco di rispondere con precisione ma il compito rimane a metà: ecco una contrazione terribile, fortissima, eterna che mi squarcia e mi fa sentire Bruce Banner quando si trasforma nell'incredibile Hulk.

E' come se una potenza superiore dal mio interno stesse per esplodere. Lancio un urlo così forte da poter dar voce a tutte le riproduzioni del dipinto di Munch distribuite sul pianeta.

Da quel momento non so quanto sia trascorso, io non ho più provato lo stesso dolore esplosivo, solo credevo il traguardo lontanissimo, quindi misuravo le forze;
arrivava un sacco di gente: medici, infermiere, ostetriche e tutti mi stavano attorno, chi mi toccava la pancia, chi mi misurava la pressione, chi regolava le flebo, chi ti controllava il battito.

"Dai dai che sta nascendo, respira respira spingi spingi respira dai che la vediamo, c'è la testa".
Si vallo a raccontare a tua sorella che lo so che mancano ore.

SCIUP
Eccola!

Ma come? già? e non potevate dirmelo prima? pensavo che sarebbe durato secoli e mi sono persa questo momento, non me lo sono gustata abbastanza!

Alle ore 16.30 di domenica 17 agosto 2014, Viola, sei venuta al mondo.

Oddio che piccola, la prima cosa che ho pensato.

Dopo averci sistemate ci hanno avvolte in un due lenzuola, uno grande per me e uno tutto ripiegato per te, e ci hanno messe in una saletta.

La prima cosa che tu hai pensato è stata di cagarci addosso, giusto per stabilire le priorità.

Mentre davo indicazioni al tuo papà che selezionava dal mio cellulare i destinatari della notizia meravigliosa (no a quelli dei serramenti no, sì a Fiorenza puoi mandarlo, anche se non era al corrente le farà piacere sapere) ti stringevo tra le braccia e ti guardavo estasiata, grata per aver appena vissuto l'esperienza più intensa e memorabile della mia vita.

 

 

 

 

Un penny per i miei pensieri refrigeranti

If I share with you my story

won't you share your dollar with me?

Tranquilli, non è una richiesta di denaro, mi basta condividere con voi una storiella refrigerante che mi è tornata in mente a pranzo qualche giorno fa.

Si parlava di climatizzatori, in particolare di guasti ai climatizzatori, di questo caldo ostile (ostile ai più, io lo apprezzo), di sopravvivenza alle temperature elevate, di alternative ai climatizzatori.

Uno dei commensali se ne esce raccontando di aziende che commercializzano ghiaccio e a me la cosa è rimasta impressa perchè proprio la stessa mattina alla radio avevano raccontato di tre imprenditori della zona che hanno fatto fortuna grazie al ghiaccio.

Un altro dei commensali schernisce l'attività menzionata, perchè tanto il prodotto arriva a destinazione già tutto sciolto; io non gli dò peso perchè questo collega è disprezzo-uno-stile-di-vita.

Qualunque sia l'argomento lui ha da ridire, che non si fa così, che solo in Italia, che altrove è meglio, che lui aveva uno zio che.
Aveva appena terminato una filippica sull'uso delle cinture di sicurezza, che lui ha l'esenzione, ma sui sedili posteriori a cosa serve, ma quelli che vanno in moto non la usano, ma negli altri paesi non è obbligatoria.

Penso che ognuno di noi abbia nella sua cerchia di conoscenze un simile elemento, colui che sa tutto ma quando gli chiedi di aiutarti sguiscia come un'anguilla e arrangiati.
Si capisce perché io non presti tanta attenzione alle conversazioni, che partono sempre per la tangente con un tale partecipante, così ho iniziato a pensare a quanto impiega a sciogliersi il ghiaccio.

Mi sono tornati in mente due episodi, esempi pratici che sciolgono, in ogni senso, il dubbio fisico su cui stavo ragionando.

Il primo risale a qualche decade fa, quando andavo in vacanza in campeggio con i miei genitori. I campeggi di allora non sono nemmeno lontani parenti di quelli di adesso, villaggi super attrezzati.

I campeggi di allora lo erano nel vero senso della parola: picchettavi la tenda, gonfiavi il materassino, dormivi nel sacco a pelo e mangiavi su tavolini improvvisati quanto traballanti.

La corrente elettrica non raggiungeva tutte le piazzole e comunque noi ne facevamo tranquillamente a meno: lampada e fornellino alimentati a bomboletta di gas, nessun elettrodomestico (no televisione, no asciugacapelli, ovviamente no telefoni); il frigorifero si riduceva ad un contenitore termico che evitava che le pietanze si deteriorassero in poche ore.

Pochi giorni fa ho letto un post nostalgico dai toni ah-come-era-bello-il-campeggio. Anche no, ma casomai ne parlerò in un altro momento.

Il frigorifero dicevo era uno scatolone dalle pareti isolanti in cui creavi il fresco con le buste refrigeranti, da portare ogni 24 ore al market dove te le riponevano nel freezer dei surgelati e il giorno dopo non le trovavi più, perchè qualcuno le aveva scambiate con le tue, già fresche, e ti aveva lasciato lì, forse, le sue, calde. Forse.
Così i campeggi più all'avanguardia vendevano dei blocchi di ghiaccio da un paio di kg, che tenevano sì fresco ma poi ovviamente si scioglievano e il formaggio che volevi mantenere per la sera te lo trovavi a galleggiare insieme alla mortadella e buon appetito.

Le vacanze con i miei genitori non erano mai ripetitive, ogni anno si cambiava meta, stessa spiaggia stesso mare solo nella canzone. Di conseguenza io non ho mai avuto 'gli amici del mare' ma nemmeno il piacere di consolidare i percorsi che dalla piazzola portavano alla spiaggia, ai bagni, al market.
Mi assegnavano piccole mansioni tipo vai a lavare i piatti, a prendere acqua con la tanica (no, l'acqua corrente non faceva parte delle comodità), a comperare un litro di latte; e io, che quando veniva distribuito il senso dell'orientamento ero da qualche altra parte, forse a nuotare, mi perdevo, immancabilmente.
Impiegavo ore per cercare la piazzola, e non sapevo nemmeno come fare a chiedere indicazioni: peregrinavo fino a che, per esclusione, la trovavo.

Questo scenario per dire che io lo so bene che il ghiaccio a blocchi impiega parecchio a sciogliersi, che quella volta che mi hanno spedita al market a prendere il cubone sono riuscita ad arrivare con ancora metà del blocco compatto, e il resto liquefatto lungo il tragitto, tipo Pollicino, così capivo se da quel sentiero ci ero già passata.

Il ghiaccio a pezzetti si scioglie più in fretta, ma se è tanto, comunque impiega parecchio tempo.
Anni fa, appena una decina in questo caso, nella squadra di nuoto c'erano alcuni elementi che amavano organizzare festicciole estive in campagna.
Chiamavano tutti gli amici, e gli amici degli amici, ognuno portava qualcosa e si metteva un po' di musica.
Tra gli ospiti, a volte in veste di organizzatore altre di invitato, vi era tale Matteo; anche Matteo è un personaggio caratteristico, uno di quelli che in tutte le compagnie ce n'è uno. Lui è quello che arriva sempre dopo, che non si affretta per rispettare gli orari o gli impegni presi.
Così quella volta che era invitato ha chiesto cosa doveva portare quando tutti ormai si erano presi la loro parte di incarico e se ognuno porta per due / tre volte il quantitativo che mangerebbe va a finire che viene avanzato un mucchio di cibo.
"Matteo porta il ghiaccio per mettere le bibite in fresca" il compito che gli viene assegnato.
E ovviamente non è che puoi procurartelo la mattina per portarlo la sera, no: lo prendi subito prima, giusto quando sei di strada.
Ma Matteo non è, come dicevo, uno che si anticipa; arriva alla Auchan in orario di chiusura e pensa di trovare il ghiaccio senza nemmeno aver verificato se sia presente in assortimento.
Spiacenti non abbiamo ghiaccio da vendere, si sente rispondere, ma essendo in orario di chiusura il banco del pesce gli propone di tirarsi su quello che durante il giorno ha mantenuto arzille le triglie e le orate.
A Matteo non par vero: ghiaccio disponibile e a prezzo zero, fantastico.

Se non che quando gli invitati vedono una buona quantità di ghiaccio tritato fino non pensano più ormai alle bibite da refrigerare: come Homer Simpson quando vede le ciambelle perde la testa, ci sono due o tre che pensano bene di farsi un cocktail.

Cosa c'è di meglio in una calda serata estiva di un mohito al gusto di branzino?

La malizia è negli occhi di chi guarda

"A-G-A… mamma? Cosa è scritto sulla tua maglietta?" mi chiede Sofia accarezzando le paillettes che ornano la parte alta della T-shirt che indosso.

Mi rendo conto solo in quel momento che sul fronte della mia maglietta è ricamata una scritta intellegibile, che vado a leggere per Sofia: AGAIN.

Ho acquistato questo capo di abbigliamento invece della canotta che cercavo e non ho trovato; però mi piaceva il modello, aperto sulla schiena. Non avevo nemmeno fatto caso a cosa rappresentasse il disegno. Sì perché sotto la scritta paillettosa c'è pure un disegno, aspetta, cosa dice? PLAY.

PLAY AGAIN: gioca ancora, rifallo.
Che può avere tante interpretazioni però a essere onesti tutte le altre sono palliativi, il senso è abbastanza chiaro, è istintivo come veniva istintivo a Sofia accarezzare le paillettes per testare se erano reversibili.

Di primo acchito mi vengono in mente le magliette A-Style, dove campeggiava una A con due pallini, una specie di dieresi sbilenca, che in forma stilizzata rappresentava senza troppa fantasia un accoppiamento da tergo.

Marchio molto diffuso anche tra i giovanissimi, bambini compresi; aveva suscitato qualche blanda polemica ma nessuno più di tanto faceva caso al significato: il giusto marketing aveva saputo fare accettare il doppio senso senza tanti moralismi.

Poi mi è venuto in mente un altro caso, meno noto e più gustoso; lo prendo da distante, mettetevi comodi in poltrona e preparatevi la birra e i pop-corn.

La mia nonna materna era rimasta vedova in età relativamente giovane; dopo un primo periodo di smarrimento aveva preso a riorganizzarsi. Per cominciare aveva fatto la patente, proprio lei che non aveva mai guidato l'auto, a 60 anni si era iscritta alla scuola guida e aveva conseguito l'ambita licenza di guidare.

Ricordo che la sera rimanevo da lei e mi divertivo a rispondere ai quiz, tranne le ultime tre domande sul motore che mi parevano fuori luogo ed inutili; aveva fatto parecchie guide e dopo un paio di tentativi di esame era riuscita ad ottenere il famoso foglietto rosa che si piega in tre parti.

Aveva anche iniziato a viaggiare: era andata in Australia per sei mesi ospite di sua sorella, che era emigrata molti anni prima.
Ogni anno a marzo e a novembre trascorreva un paio di settimane in qualche località del Mediterraneo, con gruppi organizzati di pensionati, con cui aveva allacciato diverse nuove amicizie.

Una volta aveva finto di aver conosciuto un nuovo uomo, e voleva presentarlo a suo fratello. In realtà era una sorpresa, si trattava della sorella che dall'Australia era venuta in Italia in vacanza. Aveva organizzato un pranzo con tutti i parenti e … CARRAMBACHESORPRESA… ecco il mio nuovo fidanzato invece era Fulvia! E giù lacrime, abbracci, improperi tutto insieme.

In quell'occasione le avevo chiesto perché non si trovasse davvero un altro uomo e mi aveva dato una risposta concisa ma eloquente: non ci penso nemmeno!

Tra le amicizie nate durante i viaggi c'era Lidia, una signora nativa di Trieste il cui cognome rivelava origini austriache o forse slovene. Anche Lidia era vedova, e anche Lidia era una a cui piaceva ridere e scherzare.
Fisicamente erano abbastanza simili, si distinguevano per il colore degli occhi, una verdi e l'altra azzurrissimi.

Al contrario di mia nonna che aveva preso la patente per pura sfida ma non aveva confidenza alcuna con la guida, Lidia guidava senza problemi.

Così mia nonna si faceva scarrozzare: al mercoledì d'estate andavano a Sottomarina e ritornavano la sera rosse come dei gamberi, e i loro occhi chiari risaltavano ancora di più.

Anche Lidia aveva di che acquisire da mia nonna, che dal lato suo vantava ottime abilità in cucina e nel cucito; veniva a trovarla spessissimo e si faceva spiegare come tirare la sfoglia o girare i bigoli col torchio, poi avanzava sempre qualche ingrediente e così tra un esercizio culinario e l'altro preparavano pranzi a otto portate.

Oppure andavano in gita dal strassaro, e Lidia guidava; compravano metri e metri di stoffa e poi mia nonna le insegnava a tagliare i pezzi dai cartamodelli e cucire gonne e camicie.

El strassaro (tradotto in italiano Lo straccivendolo) è un negozio di tessuti.
Ma così, in italiano intendo, non lo conosce nessuno: parola mia che ho provato a cercarlo chiedendo indicazioni per 'un grande magazzino di tessuti'. Sguardi allibiti: qua? Mai sentito! Dopo alcuni aggiustamenti della definizione 'aaaahhhh … el strassaro!' e ci ero davanti.

Comunque è un enorme ricettacolo di tessuti, un iper discount di stoffe per usare un termine moderno, un mezzo self-service dove si spendono pochi soldi ma è richiesta tanta pazienza.

Insomma, vengo al dunque: un pomeriggio sono lì entrambe alla macchina per cucire e mia nonna spiega a Lidia come attaccare la manica alla spalla, le fa vedere sulla camicia che indossa quale è la corrispondenza.
Vedi? E le tocca la cucitura. Questa!
Ma aspetta un po'… che camicia è questa?
Lidia orgogliosa le risponde che l'ha confezionata lei con la stoffa che avevano acquistato alcuni mesi prima.
"Ma fammi vedere un po' " dice mia nonna; guardano meglio da vicino il tessuto, una stoffa bianca con dei piccoli disegni neri.
In quel momento entro in casa io (la nonna abitava nell'appartamento sopra a quello in cui viveva la mia famiglia) e le sento ridere a crepapelle.
"Ah ah ah… vieni qua… guarda! Guarda che camicia si è fatta Lidia" e giù che sganasciano.

Mi avvicino e osservo la camicia, bella dico. Poi guardo da vicino: i disegnini neri rappresentavano donnine nude in varie pose.

Lidia aveva tagliato e cucito quella stoffa senza mai accorgersi di nulla.

Ritmi latini di altri tempi

Non guardo la televisione, ma non è anticonformismo, semplice fase della vita.
Sono cresciuta a pane e BimBumBam, il simpatico contenitore pomeridiano per cartoni animati, capeggiato dal pupazzo Uan. Lo guardavo mentre ero dalla nonna, chè i miei genitori lavoravano tutto il giorno.
A casa la sera si guardava poca tv ma SuperGulp, che piaceva anche a loro, era imperdibile; per il resto non c’erano tante discussioni, non avevo facoltà di scegliere io i programmi serali.
Così quando mi sono sposata ho ripreso possesso del telecomando, fino a che non sono nate le bimbe.
Ogni sera c’era Enrico Papi con Sarabanda, il lunedì tardi facevano Zelig e l’estate veniva scandita dalle tappe del FestivalBar, che si concludeva a settembre all’Arena di Verona. Non era tanto la gara canora a coinvolgere il pubblico, quanto la possibilità di vedere esibirsi i cantanti del momento. Bei ricordi.
Al mio rientro dal lavoro ogni sera trovavo ad attendermi Gerry Scotti e le letterine, Ullalla-ullalla-ullalla-là / Passaparola / Noi siamo qua.

Mi piaceva immedesimarmi nel gioco finale, cercavo di rispondere tempestivamente ad ogni domanda di cui si sapeva la lettera iniziale della risposta, una per ogni simbolo dell’alfabeto. 

Quando il concorrente non la conosceva poteva saltare la risposta per darla al giro successivo, se avanzava del tempo. La parola magica per procedere era appunto Passaparola.

Il particolare della trasmissione che porto ancora vivo nella memoria è lo stacchetto sulle note di una canzone della mosca tze tze:

“Yo romperé tus fotos / Yo quemaré tus cartas / Para no verte más”
traducibile in 

“straccerò le tue foto / brucerò le tue lettere / per non vederti più”.

Sulla prima frase riportata la letterina di turno (o Alessia Fabiani, o Ilary Blasi, o Silvia Toffanin…) faceva una mossa come se stesse affettandosi l’avambraccio con la mano opposta, che io riconducevo al tagliare a pezzi le foto della persona da non vedere.

Non erano ancora i tempi delle canzoni spagnole monopolio dell’estate: Alvaro Soler forse andava alla scuola materna, Enrique Iglesias non soffriva al corazon, Luis Fonsi era nei pensieri della sua mamma.

La canzone mi prendeva molto e quel particolare di affettare le fotografie come una soppressa mi sembrava suggestivo come una macumba da praticare a chi non si desiderava rivedere mai più.

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Questo pezzo partecipa per gli #aedidigitali al tema della settimana #passa-la-parola.

Martina

In tempi di social network conoscere una persona solo per nome vuol dire non conoscerla. E io infatti non la conosco. O si?

Ai tempi in cui insegnavo lei frequentava i corsi di nuoto presso la struttura in cui lavoravo. La vedevo così superba, così altera e non provavo alcuna simpatia, onestamente.

Anni più tardi e qualche km più in là ci siamo ritrovate, entrambe utenti, lei per l’acquagym e io per i master.

Quando io arrivavo lei usciva, era un incrocio di doccia, più che una conoscenza.

Bella è sempre stata bella: le gambe lunghe e snelle, il busto compatto, lunghi capelli biondi e occhi castani; e poi quel difetto della pelle che metteva in risalto i suoi punti di forza, come una modella di Desigual.

Correva l’anno 2008, ottobre. La diagnosi per mia mamma era già entrata a regime, e sembrava quasi troppo pessimistica per lo stato reale delle cose. Quella di mio papà invece era fresca di referto. All’indomani avevamo preso appuntamento con un luminare in materia, che avrebbe dovuto salvarlo e invece ci ha trattate, a noi accompagnatrici, come tre scolarette inadempienti, per non aver conservato i precedenti referti in ordine cronologico. Alla modica cifra di 200€.

Ma questo sarebbe accaduto il sabato mattina. Quel venerdì sera ho fatto una deviazione prima di andare ad allenamento per passare a trovare i miei. E trovarli arrabbiati.

Ogni tanto adesso mi ritrovo a fare da paciere tra Viola e Sofia per motivi futili; quella sera ho dovuto fare altrettanto con loro due che si stavano accapigliando per un’analisi del sangue da portare o non portare al professorone.

Mia mamma piangeva a singhiozzi, mio papà non piangeva ma il suo sconforto era ancor più palpabile.

La devi portare, può essere importante.

Il paziente sono io e decido io: questa è vecchia di anni e non serve a niente.

Muro contro muro, come se fosse quello il punto.

Ne sono uscita disfatta e raggiunto lo spogliatoio della piscina mi sono svestita del ruolo di mediatrice e sono scoppiata a piangere.

Poche le donne a quell’ora; un’amica mi chiede cosa succede, le rispondo che i miei hanno poco tempo ancora per stare insieme e lo passano a litigare. Sono affranta come poche altre volte mi è capitato di esserlo, perché alla morte ci si rassegna ma finché si è in vita bisogna vivere, rifletto.

Martina non dice niente, o forse sì ma non lo ricordo. Però mi guarda, con uno sguardo che è molto di più: è un abbraccio, è una consolazione, è un ‘ti ho ascoltata / ti ho capita’. La settimana successiva si informa di come va.

Da quella sera in cuor mio siamo diventate amiche, anche se io di lei so solo come si chiama. Ma ogni volta che ci incrociamo e ci salutiamo io mi sento bene.

Di incidenti ne accadono molti e finché alle vittime non dai un nome sono sempre ‘cose che succedono’.

Io in questo momento non riesco a non pensare a quella sera, alla forza che mi ha trasmesso e che vorrei poterle restituire.

Passaggio di consegne

Essere una mamma o avere una mamma? Cosa si celebra la seconda domenica di maggio? Per alcune persone entrambe le cose, per altre nessuna delle due, per molti l’una o l’altra.

Quando rientravo tra quelli che avevano una mamma, vivevo comunque l’intera settimana (una data variabile tra l’8 e il 15 maggio) in clima di festa perché in quell’intervallo cadeva anche il suo compleanno; a volte le date coincidevano o si susseguivano, comunque lei ci teneva moltissimo ad entrambe.

Nello stesso periodo per la mia, di mamma, si è stampata anche la data del capolinea.

Quell’anno l’11, la data del compleanno, cadeva di lunedì, ed è stato il giorno in cui ha accettato il trasferimento nella struttura di accoglienza.

Posso solo vagamente immaginare il tumulto di pensieri che le esplodeva dentro. Una decina di giorni, tanto è durato l’esaurimento delle energie, che inesorabilmente scomparivano.

Io avevo deciso che volevo essere presente più che potevo, e mi portavo dietro Sofia, un fagottino di nemmeno due mesi che infastidiva l’infermiera per i suoi pianti vibranti. Zoccola, l’infermiera, così la tacciavo in cuor mio, e persistevo con le visite.

Dalla vita ho avuto molto, mi ritengo una persona fortunata, ma ho vissuto come una piccola ingiustizia il fatto che al parco, dove le altre neomamme, quelle che si erano conosciute al corso pre-parto che avevo scelto di non frequentare, si lamentavano delle fatiche delle notti insonni ridacchiando e facendo commarella, mentre io, esclusa da quel gruppo, spingevo non una carrozzina ma due. A volte cedevo quella più leggera a chi ci accompagnava e cercavo di destreggiare sul ghiaino la comoda, più pesante.

A metà di quella decade, tra l’11 e il 21, è esploso il caldo di una primavera che si era fatta attendere; poteva essere il 16, il 17 o il 18, il tempo si dilata enormemente in certi frangenti per poi ridursi a un pugno di ricordi; quella mattina sono arrivata ottimista, e lei mi ha accolta di buonumore.

“Aspettavo proprio te. Siediti e ascoltami bene”

Con estrema lucidità mi ha sciorinato una serie di istruzioni pratiche, dal come chiudere la sua attività professionale al nome del notaio da contattare per la successione ed altre.

Io trascrivevo numeri, nomi e informazioni mentre dentro di me sentivo esplodere l’incapacità di accettare una fine più vicina di quel che volessi ammettere. Sapevo ma non volevo, e finché a non ammettere eravamo in due mi sembrava che potessimo arginare l’inesorabile.

E invece. In quel momento mi sono sentita sola, alla deriva, davanti ad una spaventosa consapevolezza.

Ha aggiunto:

“Stai tranquilla, sono serena, non soffro; sono contenta di tutto ciò che è stato, solo mi dispiace che sia già ora. Sono contenta di voi” riferendosi a noi superstiti.

Io non lo so quanta forza e quanto coraggio siano necessari a formulare ed esporre un discorso simile. So che ad affrontarlo dal lato di chi ascolta mi ha richiesto uno sforzo immane. Ma per rispetto mi sono imposta di rimanere tranquilla.

Sono risalita in auto e guidavo verso casa in preda a un mare di lacrime. Il caldo mi accentuava ogni reazione. Ho raggiunto il garage e finalmente, complice anche la temperatura più fresca, sono scoppiata in singhiozzi.

Mi mancava il respiro, mi girava la testa, mi sentivo svenire.

Maria, la vicina della porta di fronte, mamma di un mio coetaneo amico di vecchia data, mi ha vista ed è venuta da me. Cosa hai? Ho farfugliato qualcosa, tanto lei già sapeva, ma mi ha lasciato sfogare. Poi mi ha detto:

“La senti? Tua figlia sta piangendo, ha fame! Adesso vai, vai a darle da mangiare!”

Ho ricacciato giù tutte le lacrime e ho ristabilito le priorità, imponendomi di guardare nell’unica direzione sensata: avanti. Credo che sia stato proprio in quel giorno, in una calda mattina di metà maggio, che sono diventata mamma.

Top of the pop *

Lo scorso anno, oggi, pubblicavo questo post fuori dal blog, che poi mi sono decisa ad aprire.

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Riccione, 26 giugno 2009

Mi sveglio di soprassalto nella stanza dell’albergo in cui alloggio, in occasione dei campionati italiani master di nuoto: dalla stanza accanto alla mia alle ore 7 spaccate proviene il jingle della sigla del Tg, che apre con la notizia della scomparsa di Michael Jackson.
Nello stesso periodo la città è popolata di anziani in villeggiatura, e la mia compagna di stanza immagina una vecchietta che soffre d’insonnia (e anche un po’ di sordità) intenta ad ascoltare le prime notizie del mattino a tutto volume; visibilmente contrariata da quella sveglia così poco zen, inizia a picchiare i pugni sul muro intimando un po’ di silenzio.
Anche io avrei volentieri dormito altri 10 minuti, ma comunque mi sarei dovuta alzare.

Di lì a poche ore avrei disputato i migliori 100 stile della mia carriera da master, forse anche per questo ricordo così bene quel giorno.
Per tutta la mattina però, e poi per alcuni mesi sporadicamente, ho continuato a pensare a quell’uomo, alla sua esistenza bizzarra: dalla provenienza da una famiglia numerosa, al gruppo canoro coi fratelli, al suo cambiamento di colore della pelle, al suo regno incantato Neverland, alle accuse di pedofilia.

E alla sua prematura scomparsa.
Billy Jean, Beat it, Bad, Thriller hanno ripetuto le radio per mesi e mesi.

Con Beat it ritornavo al saggio di aerobica, con Bad agli ultimi anni del liceo, con Thriller ai passetti all’indietro (il moonwalker) riprovati in discoteca.
Quando scompare un cantante dobbiamo aspettarci un periodo più o meno lungo di full immersion nei suoi brani più famosi (lunga vita ad Alessandra Amoroso).
Poi ci sono anche dei ritorni inspiegabili di cantanti che per qualche misteriosa coincidenza, pur non avendo pubblicato nulla di recente, si sentono piuttosto spesso. Mi è capitato con i Bronski beat prima, con Claudio Baglioni poi.
Sulle prime mi preoccupo quando risento una canzone di qualche anno addietro.

Poi mi ci sono assuefatta.

Lo scorso mese pareva pieno di ‘ganci in mezzo al cielo’ e tutte le notti erano quelle ‘blu dei benzinai’.
Questa settimana imperversa la colonna sonora di Grease, e quel ‘Yes I’m sure down deep inside’ era ormai diventato il mio mantra.
Fino a che stasera risalgo in auto e sento ‘is it silly no? When a rocket ship explodes and everybody still wants to fly’…. Inizio a cantare a squarciagola ‘Siiiign of the Times’ incurante delle proteste di Sofia che, arrivate a casa ormai rassegnata, canticchiava anche lei lo stesso brano.
Ci sono canzoni che si legano a un evento, a un periodo particolare. Altre invece sono trasversali, eclettiche, multi occasionali.
“You don’t have to be beautiful to turn me on” è senza tempo e sfocia inevitabilmente nel più falsetto dei falsetti in taratarataratà … KISS.
Ma da qui ad immaginare, cosa scoperta alcune ore più tardi, che anche Prince se ne fosse andato, no, non ci arrivavo.
Due cantanti accomunati da molti fattori (l’anno di nascita, il colore della pelle, il genere musicale) e sempre presentati come antagonisti, anche nel modo di andarsene (o meglio nel modo in cui io ho scoperto che se ne sono andati) hanno fatto la differenza.
Una differenza che riflette un po’ quello che è stato il loro modo di essere: chiassoso e appariscente il primo, elegante e discreto il secondo.
Ciao Prince

La scuola guida *

Stamattina in autostrada viaggiavo in terza corsia e sulla mia destra si superavano due camion. I camion che si spostano lateralmente mi fanno sempre un certo che (per non dire che mi si stroppa un pochetto), e per associazione di idee con la festa del papà di ieri mi è venuto in mente quando mi insegnava a guidare.

Per un attimo me lo sono rivista seduto sul sedile del passeggero, abbarbicato alla maniglia sopra la portiera con entrambe le mani, la sigaretta in bocca gestita con la terza mano, che tratteneva tutti gli improperi che gli venivano spontanei mentre io facevo sussultare avanti l’auto nel tentativo di coordinare frizione acceleratore e ingranare la prima.

20 Febbraio (20 / 02)

Questi 8 anni sono scivolati via, e da quel 20 febbraio le cose sono cambiate, anzi si sono rivoluzionate.
Per molti aspetti di quel giorno ho un ricordo nitido; la telefonata arrivata mentre ero al lavoro, e il sospiro di sollievo che ho emesso nel riceverla: una situazione drammatica che si stava risolvendo, anche se l’epilogo non si poteva considerare uno stato migliorativo.
Non sono arrivata in tempo per trovarti ancora cosciente, e non è un rammarico per me, perché non avrei retto alla consapevolezza che sarebbe stata l’ultima volta che ti vedevo sveglio. 

Non so come avrei potuto reagire a quella linguaccia che hai fatto scherzando subito prima che ti sedassero, preferisco averlo appreso dai racconti.
Poi una lunga giornata, fatta di attese, di telefonate, di gente che arrivava, di organizzazione del tempo a venire, perché chi resta vivo deve alternare il sonno alla veglia, e prevedere ristori.

La preoccupazione per la mamma, che stava vedendo in anteprima il film di ciò che l’avrebbe attesa.

Sul fare della sera sono ritornata a casa, per dormire un po’ prima di affrontare il turno della notte. La gelateria del paese in cui abitavo aveva appena cambiato gestione e forse mi sono fermata a prendere del gelato al cioccolato fondente, foresta nera; o forse era chiusa.

A casa mi sono buttata sul letto a faccia in giù sul cuscino e ho pianto, ho pianto un mare di lacrime, ho esaurito anche quelle che di lì a poco mi sarebbero servite ancora.
Mi sono sforzata di dormire, esausta, fino a che, mancava poco a che suonasse la mia sveglia, ci ero quasi riuscita, e invece è suonato il telefono: non era più necessario vegliare la notte, era già tutto finito.

Sono corsa a casa della mamma, lei era già sul cancello in strada ad aspettarmi, e l’ho abbracciata fortissimo, ma non sono riuscita a stringerla così forte come avevo stretto te il giorno in cui ci avevano comunicato che presto mamma non ci sarebbe più stata. Avevo forse paura di farle male, era già tanto debole.

Hai manifestato a quella notizia una reazione tale che sei riuscito ad evitare che si avverasse, anticipando i tempi.

Giulietta & Romeo.
Ciao papà. Non sai che spettacolo di nipoti ti sei perso.

L’arcobaleno a memoria *

…tin tin tin … lo smartphone inizia a tintinnare stile momento ‘bacio-bacio’ a un matrimonio: è il gruppo wa dei genitori della classe di Sofia.

Oggetto del dibattito è che alcuni bambini non hanno imparato i colori dell’arcobaleno a memoria, così la maestra ha dovuto invalidare la prova.

In un momento storico come questo, in cui la bandiera arcobaleno è stata dissotterrata per supportare la battaglia delle unioni civili, dopo essere rimasta inusata per lungo tempo (da quando lo slogan PACE appeso ad ogni balcone si era confuso con il grigiore dello smog), è un’onta.

La cosa assume notevole importanza: i colori dell’arcobaleno vanno imparati, e nell’esatto ordine, non c’è storia.

Per prima cosa mi informo se il caso è mio: ‘Sofia? avete fatto una verifica di arte&immagine? un uccellino mi ha detto che qualche bambino non sapeva i colori dell’arcobaleno…’.

‘Te li dico mamma? te li dico?’ e senza aspettare conferma aggiunge ‘RossoArancioGiallo’ … pausa… ‘Verde’ … pausa… ‘Blu’ …. pausa ….’IndacoViola’.
Io in realtà non li ricordavo nemmeno fino a sabato, quando li abbiamo studiati insieme (o meglio lei me li ha ripetuti una volta, dato che li sapeva già).

Così ho anche scoperto che l’ultimo colore adesso lo chiamano viola mentre io l’ho sempre chiamato violetto (che in realtà i raggi al di fuori dello spettro visibile continuano a chiamarsi ultravioletti, oltre che infrarossi); 
ma così come la sorellina si chiama Viola, non Violetta, il colore è viola (a noi i vezzeggiativi ci spicciano casa, si dice così?).

Ok adesso voglio i nomi dei 7 nani, mi verrebbe da risponderle.

Invece è lei che mi incalza con una domanda: ‘che cosa è l’indaco mamma?’

‘Ehm…. è un colore a mezza via tra il blu e il violetto, anzi… il viola’.
Rifletto, non ho un’idea precisa di che colore sia, credo esista solo nell’arcobaleno.

Non ho nessuna maglia color indaco, credo.
Ma è uno di quelli che non si dimentica, proprio perché è particolare.

Magari nella sequenza dimentico il giallo, o il verde, così come a volte mi scordo mammolo o cucciolo; ma brontolo e dotto, i due capisaldi, non me li scordo.
Rete di sicurezza mnemonica la chiamano.

La stessa a cui si appoggiava lo sventurato Kap quando l’Andreoli, l’insegnante di geografia al liceo, lo chiamava fuori interrogato a ripetere le repubbliche sovietiche.

Poraccio, la prima volta che gliele aveva chieste non le sapeva e così ogni volta che cadeva geografia (una materia che si fa solo in prima per un’ora a settimana) lo interrogava. 

Ripassava con la punta della biro l’elenco dei nomi sul registro, giù, su e ancora giù.

In classe il silenzio regnava sovrano, la tensione era palpabile. Fino a che inspirava ed emetteva la condanna ‘oggi …. sentiamo…. Capozzi!’

E mentre gli altri tiravano un lungo sospiro di sollievo il malcapitato si appropinquava alla cattedra. Una volta ripristinato un clima neutro lei gli sottoponeva la famigerata domanda: ‘…Dimmi un po’ Capozzi …. quali sono le repubbliche dell’Unione Sovietica?’.

Talmente importante che di lì a poco l’unione sovietica non sarebbe nemmeno più esistita.

Ma Capozzi, e solo lui, doveva saperle.

Chissà come mai lo aveva preso così di mira.
E questo iniziava:

‘EstoniaLettoniaLituania’ … pausa …

‘ArmeniaGeorgia’
Questa per lui era la rete di sicurezza, a volte ‘ArmeniaGeorgia’ le teneva per i momenti di difficoltà, quando proprio non gliene veniva nessuna delle altre; allora proclamava esultante ‘ArmeniaGeorgia’, pensando ‘intanto te ne ho aggiunte altre due tiè’.

Altre volte invece le enunciava all’inizio, chè chi ben comincia è a metà dell’opera.
Quando arrivava a ‘Azerbajan Turkemnistan Uzbekistan Tagikistan’ si impaperava sempre (come sarebbe successo per chiunque altro al posto suo).

A volte arrivava anche a 14, altre si fermava a 12 ma l’esito era sempre lo stesso ‘Capozzi … 4…! Vai pure al tuo posto’.

Se il povero Capozzi avesse avuto un po’ meno timore dell’insegnante, una che terrorizzava anche il più preparato degli allievi che chiamato fuori tremava come una foglia e lei gli diceva ‘fatti un po’ di training autogeno’; se il povero Capozzi fosse stato un po’ più smaliziato, come un ragazzo di 14 anni raramente è, avrebbe concluso con ‘pisolo gongolo indaco e violetto, settebello e sto!’.

Chè tanto l’Andreoli non se ne sarebbe nemmeno accorta che era arrivato a 15 elementi molto eterogenei.