Amarcord

È ora di smetterla con questi ‘si stava meglio quando si stava peggio’ e giù a demonizzare i social network… proprio da una bacheca di qualche social fra l’altro!

Io vorrei solo ricordarvi che, almeno a casa mia funzionava così, quando non esistevano gli smartphone e la banda etc etc… funzionava dicevo che quando si andava in ferie si scattavano comunque delle fotografie.

La macchinetta aveva il rullino e, per risparmiare un po’ sullo sviluppo si scattavano le diapositive.

Non esisteva nessun display per vedere e selezionare cosa si era scattato; c’era più parsimonia nello scatto, è vero.

Ma è anche vero che nulla veniva gettato, proprio come nel maiale.

E così di ritorno dalle vacanze estive si organizzavano le serate con gli amici a cui mostrare le diapositive: salotto organizzato a mo’ di cinema, buio in sala, tutti seduti e il padrone di casa proponeva una dopo l’altra le immagini della vacanza.

Almeno tre minuti per foto per i commenti e le risposte.

Ora invece le pubblicazioni sono in tempo reale, un po’ alla volta, e anche i commenti in real time hanno più senso.

Adesso ditemi, davvero vi danno così noia i social network???

Tradizione

La mia nonna materna osservava precisi rituali per ogni ricorrenza che ritenesse importante.

A Natale annodava vagonate di tortellini, per omaggiare tutti coloro che avrebbero potuto passare a farle gli auguri, salvo poi riporre i rimanenti in freezer creando una scorta da smaltire entro novembre dell’anno successivo.

Nel suo intento il quantitativo era limitato ma poi avanzava ripieno così stendeva altra pasta; avanzava pasta e allora mescolava il macinato: il circolo vizioso del tortellino.

Il venerdì che precede la fine del carnevale, alias ‘Venere gnoccolaro’ veniva celebrato con gli gnocchi, incurante del fatto che ad esempio a me gli gnocchi non piacevano.

Alla fine di giugno era il turno della barca di san Pietro.
La preparazione di questa stranezza le impegnava un pomeriggio intero perchè doveva dapprima cercare il vaso entro cui riporre l’albume, poi riempire il vaso di acqua, quindi attendere che l’acqua fosse ben ferma.

A questo punto bisognava disporre di un uovo, o eventualmente chiederlo ad una vicina di casa; oppure mandare una delle nipoti al supermercato a comperarlo. Un uovo, grazie.

Quindi separare l’albume dal tuorlo e calarlo con estrema delicatezza dentro la boccia di acqua ferma.

Bisognava poi collocare la boccia in mezzo al prato, e lasciarla riposare per la notte intera; così al mattino si poteva apprezzare la formazione del veliero.

Immancabilmente mi trovavo a dover dissimulare la mia delusione: io mi aspettavo un qualcosa di strutturato, delle vere e proprie vele, con tanto di alberi a reggerle, tipo quelli che stavano esposti nelle vetrine dei negozi di modellismo; invece vedevo solo dei filamenti di albume d’uovo in sospensione nell’acqua.

Certo che se invece che di veliero mi avesse parlato di barca magari abbassavo anche io le pretese.

Ma quello scarabocchio gelatinoso dentro al vaso in mezzo al prato tale rimaneva.
E poi, avrei meritato la santa inquisizione per il mio livello di eresia, lo ammetto: “Nonna, ma se lo facevi ieri o lo rifai domani, viene fuori la stessa roba no?”

“Eh no! solo la notte tra il 28 e il 29 giugno si può formare! Ma come non vedi? Guarda sotto c’è la barca, guarda sopra ci sono le vele…”

A volte giustificava la mal riuscita con qualche dettaglio tecnico tipo “stanotte ha piovuto un po’” oppure “è caduto un pochino di tuorlo dentro il vaso”.

Poi tutto questo lavoro certosino veniva rovesciato nel secchiaio, in attesa di ripeterlo, con maggiore successo, l’anno seguente.

Oggi sembra promettere una notte serena, e l’uovo in frigo ce l’ho: potrei provare a smontare la teoria ripetendo l’esperimento stanotte, un giorno in ritardo rispetto a quello previsto (facciamo due dato che siamo in anno bisesto). 

Professione deejay

“Mamma…. Tu la conosci Raperonzola?” mi chiede Sofia mentre passeggiamo in bicicletta.
“Certo…. È Rapunzel!” rispondo io, con l’aria di quella che la sa lunga (‘Raperonzola al balcone, cala cala il tuo treccione’ mi sorprendo a ripetere).

“Ma no mamma… si somigliano ma non sono la stessa cosa…!”
“Ma come no? Guarda che quando io ero piccola non esisteva l’iPad…”
“No???? E perché?” mi interrompe esterrefatta.
(la risposta esatta è ‘perché sono vecchia’, ma tergiverso)
“E perché no! …. Ma esistevano le fiabe sonore” concludo la frase iniziata.

“E cosa sono?”
“Le fiabe sonore erano una collana di libretti che a corredo avevano il disco, un 45 giri; tu lo infilavi nel mangiadischi e seguivi la storia narrata e le illustrazioni sul libro.”
“Mamma… Che cosa è un mangiadischi???”
(oddio, non ho più vie d’uscita, nemmeno con me stessa… sono vecchia!)
“È lo strumento che serve a riprodurre i dischi: io ne avevo uno arancione; lo mettevo a tracolla, infilavo dentro il disco, lo ascoltavo fino a metà e poi dovevo farlo uscire schiacciando un pulsante bianco per poterlo girare sul lato B.”

Inizio a canticchiare “A mille ce n’è nel mio cuore di fiabe da narrar… daaaa narraaaar…” ma quando arrivo al cappottino rosso e la cartella bella le ottave salgono e sembro un’oca che starnazza.
Nel frattempo siamo arrivate al parco giochi e a Sofia delle mie fiabe sonore non importa più un bel nulla.

Mentre lei e Viola salgono e scendono dallo scivolo, io ripenso a quelle fiabe che ascoltavo e riascoltavo.
La mia preferita era ‘I tre porcellini’; invece ‘La bella addormentata’ mi faceva paura, ero terrorizzata dall’arcolaio, anche se non capivo bene cosa fosse.
Poi c’era quella di ‘Biancarosa e Rosella’ di cui non ho mai conosciuto il finale perché il disco era rovinato, aveva una crosta pasticciata che copriva alcune tracce.
Ne avevo ereditato una collezione nutrita da qualche bambino più grande che se ne era sbarazzato, e a caval donato non si guarda in bocca.
Mi piaceva un sacco l’alternarsi della narrazione del cantastorie con le voci dei dialoghi dei personaggi, e tutti i suoni di sottofondo che altrimenti, sulla carta, sarebbero rimasti delle scritte onomatopeiche: il vento che fischiava, le porte che sbattevano, i sospiri… tutto a rendere le storie molto più realistiche.
Quando la fiaba volgeva al termine interveniva di nuovo il cantastorie a rassicurare che, sebbene la storia fosse finita, era possibile ripartire.

La sigla finale cantava 

‘finisce così, questa favola breve se ne va / il disco fa clic e vedrete tra un po si fermerà’ 

e il cantastorie parlava (precursore dei rapper) sopra la melodia ‘ma aspettate e un’altra ne avrete’, ed io ero già pronta a rigirare il disco sul lato A e riascoltarla da capo.

Ora queste fiabe sono disponibili su YouTube ma hanno tutto un altro sapore.

Dopo il giro al parco e dopo aver fatto sosta alla gelateria siamo ritornate a casa.
Nel coricare le mie bimbe mi sono adagiata al fianco di Viola; era irrequieta, così le ho chiesto se voleva che le cantassi una canzoncina.
“Si” mi ha risposto quasi in tono di ringraziamento.
Allora ho intonato ‘Il cosacco Popov’ che come ninna nanna funziona sempre.
Ad ogni strofa mi fermavo, pensando si fosse addormentata, e lei mi richiamava:

“Anco(r)a!”
“Ancora cosa Viola?”
“Cansone!”
“Ok… Col colbacco e gli stivali… camminando tutti in fila…”
Dopo il terzo stop anziché chiedere ‘ancoa’ ha iniziato a battermi sulla testa con la manina… proprio come si faceva con il juke box!
Questa è una serata in cui i ricordi come il mais dentro la pentola esplodono e diventano pop corn: il juke box!!!

 Le serate in pizzeria con i miei genitori…
“Mi dai 500 £ mamma?”
E poi correvo davanti a quell’enorme contenitore, sul cui fronte erano etichettati i dischi disponibili.
Trascorrevo il tempo a selezionare come investire quelle 500 £, a individuare la canzone che avevo più voglia di sentire.
Poi infilavo la moneta, digitavo il codice corrispondente alla preferita, facendo estrema attenzione a non sbagliare, pena l’ascolto di un motivo sconosciuto.
Una volta inserita la moneta, osservavo il movimento del braccio che prelevava il 45 giri e lo appoggiava per farlo leggere dalla puntina.
A volte il disco si incantava, ripetendo all’infinito la lettura della medesima traccia, senza riuscire a passare alla successiva.

Per risolvere l’inconveniente si assestavano delle sonore pacche al marchingegno; ecco: le manate di Viola erano un po’ meno energiche. 

Io nel pensier mi fingo *

A immaginarmi cosa c’è fuori dalla porta di casa non mi ci metto, come faceva quello che ha formulato la locuzione: apro la porta e guardo. 

Ma stanotte, per aiutarmi a riprendere sonno, ho fatto un gioco, uno dei giochini mentali che mi invento ogni tanto per farmela passare.

Alla domanda “rivivresti il passato?”, ho iniziato a dare delle risposte; ho iniziato un elenco, diviso in due colonne.

A sinistra le situazioni positive, a destra le esperienze negative. 

Per quanto riguarda la colonna di destra, nessun caso è stato valutato, nè ne riporterò alcuno, anzi come andavano ad aggiungersi all’elenco già cadevano nel vuoto e si cancellavano autonomamente.

Invece le esperienze positive passavano al vaglio ad una ad una, però non tutte conseguivano il diploma di ‘la rivivrei’, perché seppur arrivate nella colonna di sinistra, la loro ripetizione si rivelava a volte scontata (priva dell’effetto sorpresa nativo), a volte fruttifera di implicazioni indesiderate, a volte semplicemente noiosa (si tenga presente che non mi piace nemmeno rivedere un film, rileggere un libro, reindossare un abito).
Ad un certo punto nella colonna di sinistra ha fatto capolino la situazione “uscire alle 4 dalla discoteca e andare dall’abusivo per mangiare un panino con salsiccia, melanzane, peperoni, cipolla e salse”.
E si, questa ha passato l’esame. 

E se questa è quella che l’ha superato, la dice lunga sulla colonna di destra….

(* Post decongelato)

Le divise Alitalia, il Grinch e l’effetto Madeleine 

Giacciono come nell’angolo più recondito di un sottoscala alcuni ricordi: stanno là che non sai di averli. Poi leggi qualcosa su un blog e l’effetto madeleine li sprigiona, smuovendo prima quelli un po’ più consapevoli e poi avanti fino a stanare delle vere e proprie chicche.

A fare da biscotto è stato un commento sulle nuove divise delle hostess Alitalia, in particolare sulle calze che alla Lucarelli ricorderebbero una recita scolastica in cui era vestita da siepe.

Lasciando perdere la nuova mise da Grinch che Alitalia propone per le dipendenti (a mio avviso si tratta di una divisa da lavoro, e nel limite della decenza, ha poco da essere approvata: la si indossa e punto), ripenso ai miei mascheramenti da bambina per il carnevale.

Inutile dire che a me sarebbe piaciuto avere un vestito da principessa o da fatina, un classico delle bambine.

Ma alla mia mamma no: non ho mai capito se fosse una questione economica o per anticonformismo, fatto è che io da fatina non mi sono mai potuta vestire, nè da principessa.

Un anno che ero alla scuola materna mi ha vestita da coniglio: mi ha confezionato un abito con una stoffa di pelo sintetico che ho sudato come se avessi trascorso l’intera giornata in un bagno turco.

Poi è stata la volta del pagliaccio, qualche anno più tardi: già un po’ più classico; realizzato con alcuni vestiti vecchi, una commercialissima parrucca di riccioli viola e, se fosse finita lì, sarebbe stato un buon compromesso tra i miei gusti ed i suoi.

Invece mancava il tocco finale: il maquillage. Uno strato di cerone bianco che sembrava di avere in faccia una maschera di argilla, la mimica facciale congelata. E, sopra, un capolavoro di disegno che i truccabimbi di oggi sono acqua e sapone in confronto.

Le piacevano parecchio i mascheramenti, e visto che le occasioni per i piccini sono più numerose che per gli adulti riversava su di me le sue passioni. Un anno lei e mio papà a dire il vero si erano organizzati per partecipare al carnevale di Venezia, e la preparazione dei loro vestiti da gnomo l’aveva tenuta impegnata per diverse serate.

Pertanto questa reminiscenza legata alle calze verdi delle hostess deve risalire ad un altro anno.

Fatto sta che dietro a questi ricordi in vetrina è saltato fuori quello del mio travestimento da margherita: calzamaglia verde, lupetto verde, una corona di petali di cartoncino bianco in testa e, a fare da capolino (la parte gialla centrale) la mia testa avvolta in una confortevolissima cuffia in lattice gialla. 

Per questo Sofia da ormai tre anni si veste da fatina principesca.

Coriandoli

Ci sono eventi che fluttuano indissolubili nella melassa della mia memoria; serate, momenti o fugaci istanti completamente slegati da qualsiasi contesto.

Attimi condivisi con perfetti estranei o con persone di cui conosco appena le generalità anagrafiche, persone che per una serie di circostanze non sono entrate nella mia cerchia di amicizie quotidiane, ma che hanno comunque reso speciali alcuni frammenti di esistenza.

Come dei coriandoli di carnevale, lanciati in aria, una volta caduti a terra hanno svolto la loro funzione, smettono di essere, vengono spazzati via. Ma lasciano nel cuore tracce indelebili di colore e di allegria.

Acid music

L’ascolto di questa canzone dai suoni psichedelici 

https://youtu.be/LOLE1YE_oFQ
mi abbaglia con la luce stroboscopica della discoteca Blondie, che frequentavo alla domenica pomeriggio nei primi anni ’90.

L’apertura avveniva intorno alle 15; dopo una breve fila di attesa per mostrare l’invito omaggio, frutto della ricerca della settimana, si entrava: fuori rimaneva la luce del giorno, e dentro era buio. 

Lo strobo accecava, riflettendo sulle camicie bianche ricamate di nero sopra i bottoni, indossate dai ragazzi sotto il giubbino di jeans col collo sollevato; o in alcuni casi sotto il bomber, quella giacchina a vento per nulla imbottita che aveva il marchio appiccicato col velcro sul petto, e che molti interpretavano a seconda di come era orientato: rovescio per quelli sentimentalmente giá impegnati, altrimenti dritto. O viceversa.

Tra un’intermittenza e l’altra si scorgevano volti foruncolosi, barbe novelle, quasi incerte; capelli fissati con il gel; la vicinanza rivelava un malcelato odore di sudore, coperto da deodoranti dozzinali.

Molte ragazze assumevano un’aria finto-innocente consumando un chupa-chups, i lolly-pop al gusto panna e fragola.

Lo strobo filtrava attraverso i drink, serviti in bicchieri trasparenti, branditi a mezzaria tra un sorso e l’altro, esaltandone le frequenze tendenti all’azzurro.

Rifletteva sui gradini tirati a lucido sotto la consolle, e sulle scale che conducevano al piano superiore.

Rifletteva sugli specchi davanti ai quali in molti si osservavano mentre ballavano, non ancora i balli di gruppo, ma comunque tutti lo stesso ballo, brandendo le braccia ora tutti a destra, poi tutti a sinistra, ritmicamente.

Filtrava attraverso il fumo: quello che a intervalli regolari veniva sparato dai getti ubicati sul soffitto, che aveva un profumo quasi agrumato; e quello che bruciava dalle sigarette, e saturava il locale di un tanfo incredibile che ti si attaccava ai vestiti e ai capelli e lì rimaneva fino al successivo, urgente, lavaggio. 

Nel buio artificiale il faro di scena illuminava prevalentemente la consolle dove il dj, dai lunghi capelli ricci e gelatinosi, sudava visibilmente mentre proponeva la solita compilation di brani, che oltre alla acid music del momento includeva immancabilmente The Wall dei Pink Floyd, Sunday bloody Sunday degli U2, Jump di Van Halen e la sensualissima Lambada.

Il tutto terminava puntualmente alle 18,30 con l’accensione delle luci tradizionali e la riproduzione di Buona Domenica di Venditti.

https://youtu.be/3s_YRpU83JM
Della serie: andate in pace, buonanotte e sogni d’oro.

E alla luce non dico del sole, che ormai era calato, ma delle lampade non intermittenti, tutto assumeva un aspetto diverso… Ma questo é un altro post (triste).

Refrigerio

Sofia sale in auto dopo che questa è rimasta parcheggiata al sole. Nemmeno il tempo di avviarla che inizia la protesta: “Mammaaaa…. Posso aprire il finestrinoooo?”

“No Sofia, se pazienti un attimo si climatizza”

Protesta “Mammaaaaa…senti che aria caldaaaaa…. Non riesco nemmeno a respirareeeee”

Esorto “su dai è un minutino, tieni duro”

E lei “ma io non respiro con quest’aria calda” continua la sua lamentela.
Cominciamo bene se a maggio è così… Quando farà veramente caldo???

“Lo sai Sofia… Quando io avevo la tua età le auto non avevano l’aria condizionata

Silenzio: lei ed io rimaniamo parimenti sbigottite dalla portata di questa affermazione.

Mi sovviene di quando in famiglia affrontavamo lunghi viaggi in auto per le vacanze estive, sempre itineranti.

Papà guidava la Renault 18 straripante di bagagli e al completo di passeggeri; non potevamo abbassare i finestrini posteriori, solo quelli dei posti anteriori venivano calati. 

Nei tratti più veloci erano tutti chiusi, al massimo uno spifferino, o poco di più quando lui si accendeva la sigaretta (e in verità non so se era peggio il calore o il fumo dentro l’abitacolo).

Percorrevamo strade completamente assolate e anche piuttosto disconnesse; ai miei piaceva giocare ai pionieri: passavano la serata a sfogliare la mappa e individuare quella che poteva essere la via più breve per raggiungere la tappa successiva. 

‘Stessa spiaggia stesso mare’ per me è sempre stata una leggenda, e l’ombrellone in terza fila a Jesolo un miraggio.

A volte capitava che scoprissero delle strade tratteggiate, ancora in costruzione,  ma vedrai che intanto l’hanno completata, dicevano tutti elettrizzati. Invece poi ci trovavamo in pieno far-west, e anche senza saloon.

Ogni tanto la strada sottopassava un viadotto: quel breve tratto di ombra era per me un’oasi di ristoro, avevo la sensazione persino che mi si raffreddasse il sangue nelle vene.

Durava poco ma per me era un vero refrigerio.

Nel tempo che ho pensato a queste cose la mia auto si è rinfrescata e Sofia ha smesso di protestare.

Foto di gruppo

1, 2, 3….. 12!

Ripeto incredula il conteggiò almeno tre volte e sì, sono proprio 12!

Questo è il periodo in cui termina l’anno scolastico e per racimolare qualche soldino le varie scuole e gruppi sportivi organizzano la foto collettiva. 

Idea che tutto sommato a me piace: io conservo ancora quelle che erano state scattate a mio tempo, con una versione bonsai della me attuale. 

Purtroppo ci sono volte in cui rimango delusa: foto a bassa definizione, o di scarsa qualità, oppure bei  cartoncini  colorati formato A4 al centro dei quali campeggia una foto formato A6 in cui sono inquadrati 20 bambini.

Cioè, ecco, a me del cartoncino colorato interessa poco, e la foto potrebbe ritrarre chiunque perché per individuare mia figlia mi serve il microscopio, e dire che dovrei riconoscerla a un km tra mille bambini.
Invece stamattina sono rimasta stupefatta: mi consegnano un cartoncino formato A3, in cui metà (A4) è un primo piano di Viola, e l’altra metà è una foto di gruppo dei bimbi del nido.

12, dico D-O-D-I-C-I bambini di età 1 o 2 anni che 

  • stanno fermi e seduti in silenzio su un tappettone
  • hanno un’espressione naturale
  • guardano l’obiettivo, o comunque il loro volto è completamente visibile

Tutti, nessuno escluso! Tutti e dodici!!!

Io non riesco a scattare nemmeno una foto alle mie due figlie, pur essendo una di età superiore ai due anni.

Hanno chiamato un incantatore di serpenti o un fotografo?

Inizio a fare supposizioni sul come sia stato possibile:

  • magie di Photoshop?
  • li hanno sedati?
  • Giucas Casella alle spalle del fotografo li ipnotizzava?

La più plausibile rimane che ci fosse la merenda in arrivò nel corridoio, comunque mi informerò!