Addio o… ciaone?

Ho sempre creduto che addio significasse ‘a mai più rivederci’. Esiste anche un’interpretazione più morbida, secondo cui è un saluto un po’ altisonante con cui si raccomanda il prossimo all’onnipotente.

È una parola che a me, comunque, non piace: se addio significa, come ho sempre inteso, ci rivedremo al cospetto di, è adatta solo in caso di dipartita definitiva.
È il saluto da riservare al decuius.
E questo è il caso che esula dalle mie riflessioni.

In tutti gli altri casi ‘chi non muore si rivede’.
Pertanto mi rivolgo a tutti coloro che si stanno struggendo in questi giorni per la fine inconsueta dell’anno scolastico / accademico / sportivo di questo bizzarro 2020: sursum corda!

Non esiste addio, almeno sotto questo aspetto, èandatotuttobene.

La scuola finisce, molti si ritroveranno a settembre, forse un po’ più distanziati, forse attraverso una lastra di plexiglas, forse dietro una mascherina, forse ancora dallo schermo di un computer.
Ma si ritroveranno!

Qualcuno ha concluso un ciclo e ne inizierà uno nuovo: ripartirà dalla prima di un nuovo percorso di studi, ripartirà con una diversa attività sportiva, tenterà di inserirsi nel mondo del lavoro.

Per inclinazione il mio sguardo è sempre in avanti, verso ciò che mi attende, verso quel che sarà.
Se immaginiamo ogni transizione come l’attraversata di un lago con una barca a remi, possiamo vogare volgendo le spalle alla riva che dobbiamo raggiungere o a quella da cui ci allontaniamo.
A prescindere da quale sia la voga più efficace, il mio modo di affrontare la vita che scorre è quello di guardare avanti.

Non si tratta di cinismo o di irriconoscenza: è semplicemente più comodo rivangare il passato, che si conosce; guardare all’ignoto puó essere spaventoso. Ma spesso riserva sorprese migliori.

Addio è ipocrisia: spesso lo diciamo a persone che non rivedremo più per mancanza di occasioni.
Può trattarsi di un compagno di scuola, un collega di lavoro, una persona in genere con cui abbiamo un rapporto quotidiano che viene a cessare.
Ecco, vorrei insistere su questo aspetto: cessa di essere quotidiano.
Magari quella persona abita a pochi isolati da casa nostra; magari invece si trasferisce in un’altra città o in un’altra regione.
Nel primo caso nulla ci impedisce di frequentare quella stessa persona in altri momenti della giornata.
La vicinanza ridotta ai momenti di svago può rivelarsi anche migliore: tempo di qualità, anziché quantità di tempo.

Nel secondo caso i mezzi di comunicazione oggi sono talmente potenti che riescono a mantenere vivi i rapporti nonostante le distanze, se questo è ciò che desideriamo.

Se invece non è ciò che desideriamo, ovvero mantenere vivo il rapporto ci richiede energie che non siamo disposti a dedicare… beh allora inutile farla tanto lunga con gli addii: ciaone può bastare.

RICOMINCIAMO: LA FASE 2 DEL NUOTATORE

Dodici settimane: tanto è durata l’impossibilità di entrare in vasca.

La sera del 9 marzo ho preso la sacca del nuoto e sono partita alla volta della piscina, appena prima dell’inizio della storica diretta televisiva che ha dichiarato il lockdown; sono andata all’ allenamento ma già subodoravo che sarebbe stato l’ultimo.

I mezzi di comunicazione raggiungevano il bordo vasca ed ero in costante aggiornamento sul progresso dei decreti: gustatelo, questo allenamento, perché per un pezzo non potrai più nuotare!
Tanto tuonò che piovve.

Inizialmente doveva trattarsi di quattro settimane, e nella mia testa immaginavo che sarebbero potute essere quattro settimane di stop completo, dal nuoto e da qualunque attività motoria: uno scarico completo, un tapering totale.

Presto però, ben prima delle quattro settimane, il mio corpo ha avvertito l’impellenza di muoversi, di creare delle situazioni di fatica: crisi di astinenza da attività fisica.

Inizialmente scettica mi sono avvicinata alla ginnastica, nome con cui io definisco tutto ciò che avviene al di fuori dell’acqua.

Per il resto del mondo assume molti nomi, come il diavolo che si può chiamare Satana, Belzebù o Mefistofele.
Per i non nuotatori esistono la psicomotricità, il risveglio muscolare dei club vacanze, la Zumba, il CrossFit, la ginnastica dolce e ciascuna è ben diversa dall’altra.

Il diavolo a cui mi sono rivolta io si potrebbe chiamare interval training o functional workout.
È un mondo fatto di esercizi dai nomi accattivanti come push up, jumping jack, mountain climber, squat, burpees.
Tutti rigorosamente in inglese perché detti così sembrano quasi dei tranquilli passatempo.

Nei giorni di pioggia, in cui ero costretta a rimanere dentro casa, il diavolo si chiamava pilates, quel famoso stretching che per mancanza cronica di tempo non eseguo mai; quell’attività che sembra semplice per il fatto di essere statica, ma non lo è per nulla.

Con l’aiuto di questi esercizi sono riuscita a far lavorare il sistema cardiovascolare, e con l’aiuto degli elastici a riprodurre molti dei movimenti del nuoto.

Però quando a metà maggio il governatore della mia regione ha nominato in conferenza stampa la riapertura delle piscine ho esultato come se avessero estratto il mio numero alla lotteria di capodanno.

Trepidante, il 25 maggio, dopo dodici settimane di assenza ho potuto finalmente ritornare a nuotare. Non posso parlare di 12 settimane di inattività, non lo sono state: il tapering non ha avuto luogo.

Ho atteso il momento dell’ingresso in acqua con sonni agitati, come accadeva ai tempi di scuola quando ritornava settembre e iniziava il nuovo anno.
Mi chiedevo come sarebbe stato, cosa avrei provato.

Eppure il bisogno base, quello di muoversi, lo avevo soddisfatto: perché tanto gaudio nel ritornare in acqua?

La primissima sensazione, che avevo dimenticato, è stata la spinta di Archimede. Lavorare in acqua è differente perché ci si muove a peso ridotto e la sensazione è un po’ quella di volare: passeggiare sulla luna anziché camminare per le vie del centro.

Forse per volare bisogna aggiungerci un po’ di energia, ma ho riscoperto l’appoggio pieno che si riceve dall’acqua, che è come stare su un materasso morbido.

Dopo il sostegno ho riscoperto il piacere di sentirsi avvolti, come un ritorno al liquido amniotico.

Avvolti e sostenuti: entrare in acqua ad allenarsi è la sensazione di una coccola.
Non il duro del pavimento attenuato appena da un tappetino, ma fluttuare in un dolce abbraccio.

Presto però la nuotata zen si è rivelata insoddisfacente e a breve giro è emersa la consapevolezza che il nuoto è uno sport insidioso: basta stargli lontana una sola settimana per ricadere al livello base. Figuriamoci dodici: la velocità che con tanta dedizione avevo affinato si è dispersa, tocca ripartire a lavorare sui gesti.

Non mi è mancata solo l’acqua, mi è mancata proprio la piscina, con la riga nera che divide la corsia a metà e la T che indica dove virare. Mi è mancata la socialità delle parole che si possono scambiare tra una serie e l’altra. Mi è mancato quel senso di completezza della giornata che provo quando sfilo la cuffia e gli occhialini.

Per me che sono un’insoddisfatta di natura, la ciliegina sulla torta sarà il ritorno alla competizione.

Non mi interessano le dispute a distanza: io voglio proprio quegli assembramenti che si formano prima della partenza, quei momenti di condivisione dei riti, quegli abbracci che anche dopo anni, a centinaia di km una dall’altra, ognuna chiuso fra quattro mura mi hanno fatta sentire vicina a chi vive la stessa mia passione, mi hanno regalato quel senso di identità e di appartenenza ad un mondo che pur essendosi eclissato per 12 settimane non ha smesso un solo minuto di pulsare.

Silenzi

Silenzi tetri, guardinghi, che si ha paura di interrompere. Silenzi carichi di odio, di sfida, di strategia del non dire.

Silenzi pesanti, che incutono timore, che generano ansia, che snervano.

Silenzi che per quanto si cerchi di evitarli ritornano precisi, come una molla dopo lo scatto.

Silenzi densi, appiccicosi, maleodoranti.

Silenzi tristi, lugubri, velenosi.

Silenzi sereni, aperti ad ogni discorso.

Silenzi che non attendono altro che essere rotti, come fogli bianchi su cui scrivere o tele su cui disegnare a tinte variegate.

Silenzi gioviali, che lasciano spazio alle opinioni altrui.

Silenzi che preludono a conversazioni musicali, armoniche, liete.

Silenzi eterei, profumati, circonfusi di essenza al mentolo.

Non è difficile distinguerli, eppure si presentano nella medesima veste.

Paragoni

Il luna park non mi entusiasma, soffro i vuoti d’aria e i giri vorticosi, piuttosto che una gita a Gardaland meglio una tranquilla passeggiata.

Ma la giostra affascina, soprattutto i più piccoli. E fu così che mi ritrovo a Leolandia, nella convinzione che si tratti di un parco divertimenti tranquillo, a misura di bambino.

Le attrazioni sono effettivamente adatte ai piccoli, resta che io soffro i vuoti.

Mi metto in fila con entrambe le figlie per salire sui tronchi, una giostra tipo montagna russa che alla fine della caduta solleva un mare di sprizzi.

Chiamiamola collina russa, che rende più l’idea.

Mentre mi trovo in fila per l’attesa alcuni megaschermi intrattengono gli utenti con messaggi apocalittici: sconsigliano di salire a chi ha problemi di cuore, di schiena e anche agli ultra cinquantenni, tanto per tenersi cauti.

Ripeto per chi si fosse sintonizzato solo a questa riga che non si tratta di un bunjee jumping, ma di una versione hard del bruco mela.

Leggo con un po’ di apprensione gli avvertimenti e la figlia più piccola che teme i vuoti tanto quanto me, inizia a dire che lei non vuole più salire; l’altra non ci pensa nemmeno ad aver atteso tutto quel tempo per niente.

Mi guardo attorno, é pieno di bambini. I due nonni dietro di me cercano di dissimulare il violato limite di età, mentre io considero che mi resta poco tempo per salire senza infrangere le regole, meglio approfittarne.

E così, tra il serio e il faceto, arriva l’attimo che saliamo sul tronco: nemmeno si ferma, saliamo al volo.

Abbraccio la piccola, le dico di tenersi forte, che la nostra vettura scenderà super veloce, ma proprio per questo tutto durerà molto poco.

Piagnucola, voglio che vada piano ripete, come se la velocità di caduta dipendesse da me.

Tieniti forte, e grida ancor più forte, le suggerisco.

La navetta viene issata da una cremagliera su una prima salita. Si avverte tutta la forza della gravità che ci tratterrebbe alla base.

Piange, saliamo, la incoraggio.

La navetta scollina, per un istante siamo orizzontali.

La navetta non si era fermata alla salita, figuriamoci se ci lascia tregua ora…!

È un attimo: la navetta scende a velocità elevata e in pochi secondi siamo giù, inondate di spruzzi. Quel tuffo al cuore che si prova nel vuoto è durato un niente, ma il cuore sta battendo fortissimo, il mio e anche il suo, lo sento con la mano che la cinge.

Era solo una discesa di prova, un’altra, più alta, ci attende a pochi metri di binario.

Abbiamo assaggiato la sensazione, ora andiamo a provarla tutta, ad impregnarci di ebbrezza.

Il cuore non smette di battere (e ci mancherebbe), va sempre più forte.

La navetta inesorabile aggancia un’altra salita, più alta, che prelude ad una discesa più impegnativa.

Nemmeno il tempo di protestare, siamo già in arrampicata, la vetta si avvicina con la fatica della cremagliera che ci issa.

Di nuovo il culmine, di nuovo la tangente orizzontale, di nuovo il vuoto sotto di noi.

Sembra non finire mai, la figlia coraggiosa seduta davanti guarda il paesaggio e grida, io racchiudo la piccola come in un bozzolo, trattengo le urla per non assordarla e non impaurirla ulteriormente.

Altra inondazione, altri spruzzi tutto intorno.

È finita, la navetta prosegue per qualche decina di metri e rallenta per consentirci di scendere.

L’adrenalina è alle nuvole, dove erano arrivati gli schizzi d’acqua.

Lo stato d’animo dell’attesa sembra evaporato, ora solo voglia di ridere e di consolare la piccolina, che reclama non è giusto, andava troppo veloce nella seconda discesa. Sottolineo la seconda.

Chi non ha mai disputato una gara e non si immagina l’evoluzione dei sensi dagli istanti che precedono la performance a come ci si sente dopo, può farsene un’idea da qui: sul blocco di partenza, al momento del via, è esattamente come essere sul cucuzzolo che precede la discesa.

Fate mente locale all’ultima volta che siete saliti su una montagna russa: a cosa stavate pensando giusto un attimo prima di precipitare? Al programma che davano in tv la sera prima? Alla battuta stronza del collega? Al rincaro dell’energia elettrica? Nulla di tutto ciò. La mente, in quell’istante, esclude tutto il resto.

Tutto, non si fa altro che pensare al via, all’inizio della caduta, all’inesorabilità di quell’istante, a quanto si è impotenti davanti a una situazione alla quale siamo presenti ma non possiamo nulla.

Ormai siamo parte di un sistema, particelle senza autonomia, eppure è per volontà nostra che siamo finiti lì.

Un pensiero fisso con il vuoto attorno.

E il prima? Come la prechiamata, quell’alternanza di posso ancora decidere, chi me l’ha fatto fare? Scherzi, battute, ripensamenti, fifa blu.

E il dopo? Uguale: euforia, lo voglio rifare.

POLVERI MAGICHE E ALTRI MIRACOLI ESTIVI

Quando entrate in una targetizzazione, fateci caso.

A me è capitato di buttarci l’occhio una volta: un post sponsorizzato che mi suggeriva un metodo di dimagrimento ‘rivoluzionario’.

Ora non ricordo nello specifico quale è stato il primo, perché come ho iniziato a porre attenzione alla cosa, mi sono accorta che ogni certo numero di post di amici ne usciva uno sponsorizzato (diverso) ma che mirava sempre allo stesso scopo: farmi dimagrire.

Qualche kg di meno ci starebbe, non lo nego, ma rimango del parere che non sia necessario acquistare bibitoni sostitutivi del pasto, tisane drenanti, indumenti snellenti, macchinari sciogligrasso e tutta una lista di proposte che a me parevano via via più incredibili.

Quello che si inventano per offrire il miracolo di un corpo in forma ha dell’incredibile, ma la cosa ancora più incredibile, dal mio punto di vista, è il numero di persone che ci credono: gente che domanda ‘quindi con questo prodotto non è necessario sottoporsi a diete o praticare attività fisica?’ e gli viene risposto che no, non è necessario.

Tra l’altro io due domande sugli effetti di certi prodotti me le porrei: si tratta di un banale bilancio, entrate e uscite. Se immetto molto e consumo poco, da che parte uscirà l’eccesso?

Gente che crede a prodotti che accelerano il metabolismo, che calmano la ‘fame nervosa’, ad esami che individuano le intolleranze colpevoli del peso in eccesso, a fanghi e massaggi che eliminano l’adipe (che? Mi schiacciano sotto un rullo compressore?)

I sali di Wanna Marchi contro il malocchio? Acqua fresca!

Resto allibita! per essere in forma bastano due cose semplicissime, mangiare meno e meglio, muoversi di più. Non mi pare un mistero nè un segreto.

Adottare uno stile di vita sano è una scelta personale, ognuno fa come crede.

Ritornando alla targetizzazione, mi domando come ci sono finita dentro: solo in quanto donna? O per età? Cosa fa pensare a questi signori del marketing che io possa essere interessata ai loro prodotti? Che possa valere la pena di sponsorizzare un post per recapitarmi il messaggio che comperando la loro polvere mirabolante potrei sfoggiare un fisico da urlo in meno di sei settimane?

Ma la cosa più inquietante è che adesso, che ormai l’estate è decollata, oltre ai suddetti mi iniziano ad arrivare altri messaggi… quelli della depilazione!

E se prima il grasso in eccesso veniva raffigurato con dei disegni, ma la foto definitiva era quella di un corpo modellato, adesso mi tocca affrontare in primo piano foreste di peli che si distaccano.

Le abilità inesplose

Lo scorso anno in una calda sera di luglio, osservando Viola che pedalava sulla sua biciclettina, ho maturato la consapevolezza che le rotelle ormai erano superflue.

Prendeva molta velocità sul rettilineo e poi, appena spostava leggermente il peso per curvare, una rotella toccava terra e la squilibrava, sembrava che la volesse sbalzare via dal piano stradale.

Anziché essere un ausilio si rivelavano un pericolo, così le abbiamo tolte.

Tempo poche ore ed era autonoma, pedalava da sola, senza le famigerate rotelle.

Ero piuttosto orgogliosa del fatto che avesse imparato così presto, nemmeno 4 anni.

Autonoma in tutto, tranne la partenza, perché insisteva a voler partire da ferma, coi due piedi sui pedali.

Pensavo si sarebbe trattato di una fase transitoria, tempo un paio di giorni e va, immaginavo; giusto un tassello mancante all’apprendimento, che si sarebbe completato di li a breve.

La fase transitoria si è rivelata invece uno stallo: a niente sono valse le mie spiegazioni, spingi con uno e poi tiri su anche l’altro. Niente da fare: io dovevo tenere la sella e lei sistemarsi in posizione.

Ho provato a raccontarle la storia dell’equilibrio statico e quello dinamico, tre punti d’appoggio per il primo contro i due del secondo, ma niente da fare, mamma tieni la sella e corri.

Fino a che tutti i suoi coetanei, un anno più tardi, hanno imparato in maniera completa.

Un po’ li vedevamo sui social, un po’ li incrociavamo per la strada.

Guarda, gli altri ce la fanno e tu no.

“Ma anche io sono capace sai?” mi ha detto domenica “Guardami che ti faccio vedere!”

E detto fatto è partita.

Anche negli adulti le abilità sono spesso sono intrinseche.

Una sorta di virus latente, un seme della conoscenza, il nous di Anassagora.

Rifiutiamo di fare molte cose, sostenendo di non esserne in grado, per garantirci il supporto materno del sellino, ma in realtà ci basterebbe provare a farle per renderci conto di essere benissimo capaci di.

Il prossimo step, auspico, sarà il galleggiamento.

Da che parte?

DA CHE PARTE?

Guidava una Dyane rossa la mamma di B. o forse era una 2CV, non sono mai stata brava a distinguerle.

Era una mamma emblematica, era LA mamma, una professionista del ruolo.

Portava un caschetto lungo di capelli biondi, dritti come spaghetti; le labbra, dipinte dello stesso rosso un po’ stinto della vettura che guidava, distoglievano l’attenzione da una faccia leggermente accartocciata.

Indossava gonne svasate rigorosamente sotto al ginocchio, camicette ampie e mocassini coi tacchi, in pieno stile anni 70, anche se ormai versavamo a ridosso dei 90.

Ma lei rispettava i limiti!

Accompagnava B. a tutti gli allenamenti, e poi se lo riprendeva, il suo ragazzone.

Sebbene fosse biondo e di statura alta, B. non era esattamente l’idolo delle ragazze, no. Lo distinguevamo per quella sua caratteristica del culo a televisore, che accompagnato da una bracciata piuttosto scomposta, generava frequenti collisioni in corsia.

Nelle domeniche in cui gareggiavamo B. veniva accompagnato sempre dalla madre, e anche dal padre, con la sua Volvo.

Non socializzavano con gli altri accompagnatori, facevano nucleo a sè e se ne stavano per conto proprio.

In verità anche se avessero avuto dei posti auto disponibili nessuno avrebbe mai voluto salire con loro.

Ricordo di una manifestazione che si svolgeva nell’arco di una giornata intera, con una lunga pausa tra le gare del mattino e quelle del pomeriggio.

Poteva essere un 25 aprile.

Trovandoci nei pressi di Mira (Venezia) chi ci accompagnava aveva pensato di portarci a visitare Villa Pisani, e ne conservo un bellissimo ricordo: di una giornata di primavera vissuta, credo di aver disputato anche dei buoni crono quel giorno, ma di sicuro è stata una bella gita, all’aria aperta, insieme agli amici di allora, preludio di una serata di festa.

A ripensarci adesso trovo incredibile che potevo alzarmi presto, rimanere fuori casa tutto il giorno, disputare due gare e partecipare ad una festa la sera: tutto nell’arco della stessa giornata.

Ma allora avevo 15 anni.

Gita che B. si è perso perché i suoi genitori preferirono rincasare per il pranzo e poi, forse, tornare a Mira.

Anche mio papà a volte mi accompagnava alle gare; in una delle prime uscite mi ha mandata in avanscoperta a chiedere dove bisognava dirigersi.

Anche lui non brillava nell’intessere relazioni con il mondo circostante, ma io mi arrangiavo lo stesso.

Ad Arzignano, ho riferito, e abbiamo anticipato il resto della comitiva per fermarci alla prima edicola e comperare il quotidiano.

Una volta ad Arzignano abbiamo trovato tutto chiuso, e nessun atleta in procinto di gareggiare; solo la barista che stava per alzare le serrande e riscaldare la macchina del caffè.

No, oggi qua niente gare, forse dovete andare ad Arbizzano?

Arzignano o Arbizzano cosa vuoi che cambi? E via come frecce cercando di recuperare minuti preziosi sui km di disavanzo.

Anche un’altra volta, ora che mi sovviene, è accaduta una cosa simile: eravamo in vacanza in Francia, io e la mia famiglia; dovevamo andare ad Ares e abbiamo seguito le indicazioni per Arles.

Una L e qualche centinaio di km di differenza, cosa volete che è, come ripeteva l’allenatore della squadra di pallanuoto femminile.

Degli habitué dei qui pro quo.

Ho rischiato di ripetere l’errore di mio papà con Sofia, una mattina che aveva un’esibizione di ginnastica: io davo per scontato che la palestra fosse la medesima dell’esibizione precedente, per fortuna ho avuto l’intuizione di verificare il volantino al momento della partenza da casa.

Ci ho messo del mio invece salendo sul treno sbagliato il giorno del primo esame universitario, santa mamma è venuta a riprendermi a Dueville per portarmi a Padova.

Il fil rouge di tutti questi episodi?

Che a volte ‘il posto giusto’ e la giusta direzione possono anche sbagliare strada.

L’ultima prima volta

Per tutte le cose c’è una prima volta: i primi passi, le prime parole, il primo giorno di scuola.
Ma anche il primo bacio, il primo lavoro, la prima sbornia.
Qual è il primo film che abbiamo visto al cinema? La prima volta che abbiamo sciato? La prima volta che abbiamo incontrato quella persona?

La prima sera in discoteca? Il primo concerto? La prima notte fuori di casa? Il primo viaggio da soli? Il primo aereo che abbiamo preso?

Qualcuna ce la ricordiamo per noi stessi, qualcuna la viviamo in seconda persona, osservando i figli, perché la nostra è troppo remota.
Non posso ricordare quando ho mosso i miei primi passi, ma ricordo bene quando hanno iniziato a camminare Sofia e Viola.
Non ricordo le mie prime parole, e ricordo a stento le loro.
Ricordo bene quando ho iniziato a pedalare senza le rotelle alla bicicletta, e l’ho rivissuto con la stessa emozione quando a non dover più sorreggere la bici da dietro ero io, non mio nonno.
A guidare l’auto ho imparato da privatista, con mio papà abbarbicato alla maniglia lato passeggero con entrambe le mani, la sigaretta in bocca e i piedi che cercavano il pedale del freno dove non c’era.
Ho vissuto come una liberazione il giorno dell’esame di pratica: qualunque esaminatore sarebbe stato più rilassato e, nella peggiore delle ipotesi, mi avrebbe bocciata. Mio papà invece me lo riportavo a casa ed avrebbe ripetuto altre mille volte cosa avevo sbagliato.
La prima guida da sola l’ho fatta verso l’ufficio postale, pochi km che mi sono sembrati impegnativi come la Parigi – Dakar più che altro per l’ansia che mi aveva trasmesso chi mi aspettava a casa.
Avere un familiare come insegnante crea un rapporto squilibrato, ed è il motivo per cui non ho insegnato alle mie figlie a nuotare.
Viola, suo malgrado, si è ritrovata Sofia come maestra, perché a loro piace giocare ‘alla scuola’. Fatto sta che, Rottenmeier scansati, avere Sofia come maestra è peggio che avere mio papà sul sedile di fianco.
Eppure questo gioco dei ruoli se lo sentono proprio, a loro piace e lo fanno spesso.
Col risultato che Viola ha imparato, a 4 anni e mezzo, a distinguere le lettere.
A leggere? No, solo a distinguere le lettere.
Firma i suoi disegni col nome perché sa che quelle sono le lettere che lo compongono.
Copia le cose che trova scritte in giro, senza capirne esattamente il senso.
Qualche sera fa ha preso in mano una vaschetta di Philadelphia, la crema spalmabile.
Ha guardato con diffidenza i caratteri cubitali, non capiva la P e la H vicine.
Poi, una dopo l’altra, ha scandito le lettere
F-O-R-M-A-G-G-I-O    F-R-E-S-C-O
La sua prima lettura.

Lo strano caso del dr Jeckyll e di mr Jeckyll

Per distinguerle, a scuola, le due Anna, usavamo l’iniziale del cognome. Qualche anno più avanti mi sarei ritrovata io ad essere una della Elena da riconoscere, perché nell’epoca in cui sono nata il mio nome stava in testa alle classifiche di diffusione.

È stato così il mio primo approccio al fenomeno dell’omonimia: due persone con lo stesso nome, chiami uno e ti risponde un altro. Elena? Siiii … no non te, l’altra.

È fastidioso, ma fisiologico.

In alcuni casi, che io chiamo i cognonimi, ad essere uguale è il cognome.

Mi è capitato di essere in attesa di una chiamata, avere davanti 20 e più persone, e sentire pronunciare a voce alta il mio cognome e nome. Tocca già a me? Mi ero illusa! Non toccava a me. La distinzione in quel caso era stata possibile in base alla data di nascita.

E quando corrisponde anche la data di nascita? Il gioco si fa duro.

Se poi corrisponde anche il luogo di nascita i duri devono cominciare a giocare.

Eh si, perché non si tratta più di due Anna, o due Elena, nella stessa classe.

Si tratta di due codici fiscali uguali: un gran casino!

Il codice fiscale, sappiamo, è composto da 15 caratteri, ricavati da nome e cognome, data e luogo di nascita. Il sedicesimo, detto carattere di controllo, è la ‘somma’ dei precedenti 15: quindi non è una scappatoia per distinguere i casi di omocodia, che è appunto il nome del fenomeno per cui due persone possono avere il medesimo codice fiscale.

Il problema assume proporzioni via via più importanti se pensiamo a quanti ci chiedono, oggi, il codice fiscale: l’iscrizione a scuola, il datore di lavoro, la farmacia, il medico, le compagnie telefoniche, la banca, least but not last il fisco.

Come fa la banca a distinguere i due Mario Rossi nati a Roma nello stesso giorno dello stesso anno? Il biondo e il moro? Il pelato e il capellone? Quello con la felpa e quello con la camicia?

Tutti criteri labili.

Sarebbe stato più semplice se lo stato avesse previsto di assegnare a ogni nuovo nato un numero di serie, come con la partita iva. Ma se già molti a fatica ricordano il proprio cf, per molti versi mnemonico, con una serie di cifre il rischio di errore sarebbe altissimo.

Allora che si fa? Il nostro ministero ha ben pensato di aprire un grado di libertà nella formula del cf, e consentire di sostituire uno (o più) dei caratteri numerici (quindi nella data o nel luogo di nascita) con una lettera.

Purtroppo l’omocodia è un fenomeno piuttosto sconosciuto, tanto che sono frequenti i sistemi che rifiutano i codici che fanno eccezione alla regola standard.

Talmente sconosciuto che la scrittura assistita propone omicidio, e penso sia l’alternativa che qualcuno valuta quando gli viene rifiutato un servizio perché il suo cf non si presenta nella sua veste classica.

Spesso per ovviare a questo problema ci si adatta ad usare un codice che non è il proprio, con conseguenze imponderabili.

Il numero di casi, che si stima attorno ai 40000 in Italia, è destinato a crescere: gli stranieri hanno una sigla per indicare il luogo di nascita che è cumulativa: designa l’intero stato, non un particolare comune; spesso gli stranieri inoltre non hanno una data di nascita certa e ne dichiarano una simbolica, quale il capodanno.

Si aggiunga che la data di nascita non distingue il secolo ma solo le ultime due cifre, quindi una persona nata nel 2019 può avere il medesimo codice di una nata nel 1919.

Mi ritenevo fortunata ad essere riuscita ad accaparrarmi degli indirizzi email in cui lo username fosse composto solo di nome e cognome, ma devo rivalutare la fortuna, ben più importante, di avere un codice fiscale normale.

Momenti di Natale

Mannaggia alle canzoncine campanellose che dal primo di dicembre mi hanno tintinnato nelle orecchie in loop.

Mannaggia alle renne che si sono mangiate lo scotch e così babbo natale si è ritrovato a chiudere i pacchi con la pritt.

Mannaggia alle cene troppo lunghe, che ti riportano alla realtà di certe conversazioni che per il resto dell’anno riesci ad evitare.

Mannaggia alla fatturazione elettronica e alle mille sorprese che riserva, altro che uova di Pasqua.

Mannaggia allo sfizio di insalata russa, e dei salami, e del bollito col kren, e dei pandori e dei panettoni e dei panforti.

Mannaggia agli auguri che mi sembrano sempre ridondanti, ma poi quando arrivano mi commuovono: davvero ti sei ricordato/a di me?

Mannaggia al mese di dicembre, gonfio di appuntamenti e con quella scadenza improrogabile del giorno 25, entro cui devi incastrare tutto.

Mannaggia alla scoperta che, se anche non riesci a fare tutto, non succederà assolutamente niente: pensi di schiantarti contro il muro ma poi ti accorgi che il muro non c’è.

Mannaggia a certi Natali brutti del passato, che di Natale non avevano un bel niente, che hanno rovinato la magia che Natale è un giorno speciale e poi ti accorgi che non è sempre così.

Mannaggia alla vita che continua, alla meraviglia dei bambini che scartano i pacchi ed esultano, che gridano che babbo natale si è accorto che loro hanno fatto i bravi.

Mannaggia ai foruncoli che non danno tregua al mio viso.

Mannaggia a questo Natale 2018, che è già passato.