L’eccezione

Il 18 maggio 1988, oggi di 30 (trenta!!!) anni fa, moriva Enzo Tortora, noto ai più come ‘il presentatore di Portobello’.

Portobello era un varietà molto seguito agli inizi degli anni ‘80, quando gli apparecchi televisivi erano molto poco diffusi e i palinsesti ancora piuttosto scarni.

Io andavo a vedere la trasmissione da mia nonna, che era rimasta vedova da poco, e che aveva la tv a colori.

Non seguivo con molto interesse gli ospiti; solo una volta me ne è rimasto impresso uno, che presentava la sua invenzione: un materasso matrimoniale con uno scavo nella zona centrale dove i coniugi potevano alloggiare il loro braccio, e dormire comodamente avvinghiati.

Mi ero fatta un’idea un po’ appiccicosa del matrimonio, di conseguenza.

Quello che mi piaceva del programma era la sigla, un cartone animato disegnato da Bruno Bozzetto, con il famoso pappagallo che svolazzava qua e là e gracchiava il suo nome sulla base di allegre note di accompagnamento.

L’altro momento clou della trasmisisone era quello in cui gli ospiti dovevano tentare l’ardua impresa di far ripetere al pappagallo il suo nome.

Gli si avvicinavano guardinghi, gli proponevano cibarie o altre attrattive, ripetevano PO-RTO-BE-LLO con mille intonazioni.

Credo nessuno sia mai riuscito: il volatile rimaneva imperturbabile e i concorrenti, armati dei migliori propositi ed espedienti che si rivelavano sistematicamente fallimentari, se ne andavano sconfortati.

Era una trasmissione popolare, per famiglie e adatta un po’ anche ai bambini. Per la proprietà transitiva anche il presentatore era ritenuto un personaggio popolare, un bonaccione, al pari di quello che poteva essere il mago Zurlì.

Nel giugno dell’83 per Tortora iniziarono invece i guai: alcuni pentiti di mafia fecero il suo nome e lui fu arrestato.

Il suo nome è rimasto legato ad un clamoroso caso di mala giustizia italiana, perché alla fine dei processi si rivelò innocente ed estraneo ai fatti, ma la iniqua detenzione lo minó profondamente e si ritiene che la sua malattia e la prematura scomparsa (aveva appena 60 anni al momento della morte) fossero legate a doppio filo con le vicende giudiziarie subite.

Ho un ricordo nitido del periodo del suo arresto, ero rimasta molto colpita dal caso mediatico che ne era sorto.

Mi chiedevo come fosse possibile che un uomo di spettacolo, apparentemente ineccepibile, si fosse macchiato di crimini così gravi da finire in prigione.

Per fare un esempio ai più giovani, è come se Gerry Scotti venisse dichiarato colluso con la mafia e colpevole di omicidio; ma forse ancora non rende abbastanza chiara l’idea.

Una mattina mentre mi trovavo dalla nonna, che abitava sopra di me, alla radio passavano le ultime notizie sul caso; ricordo di averle espresso tutta la mia perplessità: non mi capacitavo proprio.

Lei mi rispose con una storia di vita vera, relativa alla figlia di una sua amica, famiglia benestante e apparentemente senza problemi. All’epoca in cui l’industria orafa era sulla cresta dell’onda, erano tra i più noti artigiani di Vicenza nel campo. Nonostante questa ‘levatura’ erano comunque amici di vecchia data dei miei nonni e la nonna li portava sempre come esempio.

Insomma ‘sta amica esemplare, che ricordo di aver visto forse un paio di volte in vita mia, tutta agghindata e ingioiellata, trucco e parrucco perfetti, aveva una figlia, Silvia. Forse aveva anche più di un figlio, ma questa Silvia era tristemente nota per essere caduta nella trappola della tossicodipendenza.

Non me lo aveva detto direttamente, aveva fatto tutto un preambolo lunghissimo su quanto fosse una ragazza normale, alle apparenze.

Così argomentava mia nonna per spiegarmi che, nonostante non le mancasse nulla, per motivi misteriosi era comunque scivolata in un abisso dal quale non so se sia mai uscita.

Diceva che sua mamma riteneva impossibile che proprio lei fosse coinvolta in certi giri, lei che non aveva commesso mai nessun misfatto. Eppure.

Non ho mai capito bene il nesso tra la spiegazione di mia nonna e l’errore giudiziario in cui venne invischiato Tortora.

Di base il tempo ha rivelato che anche la regola del sospetto – Nulla è ciò che sembra –  ha le sue eccezioni.

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Le gabbie

Ci costruiamo delle gabbie entro cui ci intrappoliamo, gettiamo le chiavi e poi chiediamo soccorso, senza desiderare realmente di essere liberati.

Ci sono quelli ad esempio che non si fanno il carburante all’automatico, perché dicono di non essere capaci: e se ti trovi in riserva dopo l’orario di chiusura? Aspetti che riapra? Capisco un bambino, che comunque non guida, ma un adulto per il mio modo di vedere dovrebbe essere in grado di autoaiutarsi.

Poi ci sono quelli che ‘non hanno facebook’: in verità in verità vi dico, l’unico che ‘ha’ facebook è Zuckerberg, gli altri si limitano a farsi un profilo, ovvero immettere un indirizzo email. Poi se condividere le proprie foto o i propri pensieri è una scelta.

Niente, loro dicono che sono contrari.

A me pare anticonformismo.

Ci sono anche i contrari a whatsapp, e questi mi lasciano ancora più perplessa, perché cosa ci sia da essere contrari a un programma di messaggistica non so, è come essere allergici alla rubrica del telefono.

Di fatto in un insieme di persone c’è sempre qualcuno che non usa whatsapp, che è una scusa strategica per defilarsi dal fastidio di certi gruppi; convengo che vi siano numerosi soggetti che aggiungili a un gruppo e

Vorranno

Commentare

Ogni

Singolo

Intervento

Grazie

Prego

Scusi

Tornerò

Però come col carburante, siamo adulti, bisogna imparare a gestire anche i rapporti interpersonali.

A questi devi sempre riferire con un messaggio dedicato, credo che abbiano avuto un’infanzia difficile e vadano cercando conferme che anche loro sono degni di essere amati.

Mai sentito nessuno giustificarsi per non ‘avere’ Telegram, più facilmente ne ignorano l’esistenza.

Poi ci sono gli alimentaristi alternativi: ci sono quelli che rifiutano le verdure, quelli che non mangiano il pesce, quelli che il formaggio proprio no. Fino qui si tratta di gusti, ci può anche stare.

Poi ci sono i vegetariani, che non mangiano la carne. Posso anche capire, ma normalmente questo non è un gusto ma una scelta, legata a ragioni etiche.

Siamo già più verso la gabbia, ma con la porta aperta.

E poi ci sono i vegani, che della loro scelta etica fanno una vera e propria malattia, con tanto di certificazione esposta nei locali pubblici e nelle etichette dei prodotti industriali: il vegan ok.

Come se mangiando un prodotto non certificato gli si scatenasse chissà quale reazione, simile a quella dei celiaci che invece soffrono di una patologia reale e, loro malgrado, il glutine non lo possono proprio mangiare.

Questi soggetti (e non mi riferisco solo ai vegani, ma a tutti coloro che ‘io non’) si creano delle categorie virtuali, fantasiose, illusorie e dicono di appartenervi, come se l’uscirne non fosse una scelta a portata di mano.

Funziona così anche per i rapporti interpersonali e le amicizie: ci si cementifica su quelle che sono le relazioni abituali e, per pigrizia, non ci si apre al prossimo.

Chi sorveglia l’influencer?

(Quis custodiet ipsos custodes?)

Il 20 marzo è la giornata mondiale della felicità; il 20 marzo è nato Leone Lucia, il figlio della più famosa coppia di influencer del momento.

Coincidenze? Io credo di sì, ma la cosa mi ha spinto ad un’osservazione.

Ho visto circolare la foto del terzetto, mamma-papà-figlioletto, in maniera virale.

Ho letto commenti di riverenza, quasi venerazione nei loro confronti.

Considerazioni su quanto siano belli, ciascuno preso individualmente, ancora di più messi insieme.

Ammirazione per la mamma, così bella e in forma anche appena dopo aver partorito.

Vero, lei è bella, il piccolino pure (lui no, dai, siamo onesti).

Io però dopo i primi due secondi di impatto ho iniziato a chiedermi: chi ha scattato la foto? È bastato un solo scatto, o è frutto di numerosi provini? Lei è davvero al naturale o si è sottoposta a un maquillage pre inquadratura? Magari ha anche rifatto la piega ai capelli? Quanto tempo hanno dedicato alla foto ben riuscita? Quante persone hanno avuto attorno?

E allora mi sono calata un pochino nella situazione, ho pensato a quel momento così intenso, così intimo, così privato venduto sul mercato.

Mi sono chiesta a quale prezzo si possa rinunciare ad un’ora di simbiosi col proprio primogenito per lasciarsi ritoccare il make-up e suggerire la posa più plastica da assumere mentre il fotografo scatta.

Un momento esclusivo e personale condiviso col mondo intero, con una troupe di collaboratori attorno e poi con tutto il popolo del web pronto a criticare il minimo dettaglio.

E mi hanno fatto un po’ pena, i due influencer: è vero che io lavorando un mese forse non arrivo a percepire un decimo di ciò che loro ricevono da uno degli n sponsor che stanno dietro una foto, per una maglia indossata o una scarpa che rientri nell’inquadratura.

Ma in fin dei conti anche essere invisibile ha i suoi vantaggi.

La distanza di sicurezza

Una sera, mentre camminavo sul marciapiede lungo una strada di città, osservavo le vetrine.

Non era una via del centro, dove il genere di esercizi che si incontrano sono esclusivamente bar e negozi di abbigliamento.

Anzi per dirla tutta la strada in cui camminavo è il viale dove è situato il cimitero: le attività dei paraggi rispecchiano un po’ la natura topica, e io mi sono ritrovata a guardare la vetrina di un’impresa di onoranze funebri.

Al di là che è un filone di mercato che non subisce mai flessioni, avendo una vetrina lungo il passaggio il negozio, al pari delle altre attività commerciali, fronteggia l’esigenza di allestire lo spazio.

L’impresa ha scelto di esporre una lapide, di quelle fatte a cippo, del modello che si vede nelle locandine dei film noir: un blocco di pietra con i bordi irregolari, con sopra incisi nome, cognome e date di nascita e morte del de cuius.

Ora, non sono arrivata fin qua per dirvi che io al posto delle vetrine di scarpe mi fermo a guardare le lapidi perché porto il 41 e le scarpe fatico a trovarle.

Ciò che ha catturato la mia attenzione, e su cui voglio soffermarmi a riflettere, è la scelta del nome, e delle date, che su quella lapide erano incise.

Davanti ad un foglio bianco, anzi di un cippo da incidere, che nome mettere? Perché se l’onoranza avesse scelto un generico Mario Rossi, con due date compatibili con i tempi attuali, sono certa che avrebbe potuto urtare la sensibilità di qualcuno.

Qualche Mario Rossi, o qualcuno nato nello stesso suo giorno che si vedeva già dato per morto.

Allora meglio collocarlo nel passato, meglio non rischiare casi di affinità.

E quanto è lecito dare da vivere, ora o nel secolo scorso, al caro John Doe?

Troppo delicata la questione, meglio prendere un caso reale, magari un nome per cui i parenti non possano più nemmeno rivendicare i diritti d’autore.

Per farla breve, cosa che a questo punto mi è sfuggita di mano, ma per non trascinarla troppo in lungo, la scelta è ricaduta su Leonardo Da Vinci.

Che lui sia morto ormai non commuove più nessuno, sono trascorsi più di 500 anni.

È stato un genio, riconosciuto universalmente, quindi noto ai più.

Ecco, Leonardo è un personaggio sufficientemente rispettato per arrivare al cuore di tutti, ma abbastanza distante per non suscitare sentimenti di malinconia in chi passa e guarda la vetrina.

E qui scatta l’analogia, forse un po’ cervellotica, forse un po’ solo nella mia testa: spesso vedo, in ambito di social network, condivisioni ‘asettiche’.

Mi spiego meglio: le condivisioni dei post degli amici, intesi come persone conosciute, sono piuttosto rare.

Credo che sia timore di violarne la privacy, rispetto, o forse solo un forte senso di responsabilità a farsi carico di riproporre integralmente un’idea altrui; a volte anche sottostima, o invidia: è un mio amico quindi un cazzaro, mica uno ‘famoso’.

Se invece ci si ritrova a condividere il post di un sito famoso ed anonimo, nel senso che non si conosce direttamente chi scrive determinate cose, si prova un senso di maggiore sicurezza, come se il semplice fatto che il sito è noto ai più fosse una garanzia che quelle cose sono ‘giuste’ o ‘belle’.

Ovvero che Leonardo Da Vinci sia morto è un dato di fatto e non fa piangere più nessuno, e anzi merita di essere ricordato e celebrato; che sia morto Mario Rossi invece forse ai più non interessa, ma a quei due o tre che lo stanno piangendo magari dà fastidio sentirlo ribadire.

Parole di Vicenza (e dintorni): Molaghe!

Molaghe! è l’imperativo di mollare, inteso come rilasciare, abbandonare la presa.

Certo che se negli episodi di ER sentivamo dire ‘Libera!’ dai medici intenti a praticare la rianimazione, e non ‘Rilascia!’, anche nel caso di Molaghe!, pur avendo lo stesso significato di ‘Rilascia!’, non ne ha la stessa intensità.

Per capire la forza di questa espressione basti pensare a due squadre che si sfidano al tiro alla fune: se di colpo uno dei due gruppi lascia la presa, i componenti del gruppo avversario finiscono tutti con le gambe all’aria.

Molaghe! è l’intimazione al prossimo di terminare istantaneamente un’azione di disturbo alla quale siamo stanchi di far fronte.

Non è un semplice imperativo ‘smettila!’, è molto di più: quando chiediamo al nostro prossimo di sospendere un’azione non ci attendiamo necessariamente una contro reazione da parte nostra; se invece sbottiamo Molaghe! ci aspettiamo di venire sollevati istantaneamente da un disturbo diventato insostenibile.

Molaghe de telefonarme! ad esempio, può essere la supplica di una ragazza stanca delle telefonate del suo ex.

Si usa anche con un oggetto, anziché con un verbo: Molaghe con quel flauto! può esclamare la madre esasperata dai solfeggi del figlio alle prime armi con lo strumento a fiato, agognando un po’ di pace per le orecchie.

Molto spesso l’espressione viene minacciosamente utilizzata senza alcun complemento, perché si dà per sottinteso quale sia il disturbo da cessare.

Molaghe! e basta. Tu sai cosa e perché.

Entropia

Sai perché i buoni propositi sono destinati al fallimento? Perché si ancorano ad un terreno cedevole!

Da lunedì inizio la dieta, a settembre parto con la palestra, con l’anno nuovo non mi mangerò più le unghie… tutte belle intenzioni che mancano di un solido appoggio. Cosa succede lunedì / a settembre / con l’anno nuovo? Nulla! Cosa cambia rispetto al lunedì precedente, l’anno prima o il settembre successivo? Ancora: niente!

E soprattutto… Cosa accade se interrompo la novità? Chi se ne infischia!

E così l’ideale stile di vita proposto in simbiosi con la data perfetta si dissolve nell’entropia della vita ed in breve tempo, il necessario ad appurare che ‘d’ora in poi’ equivarrebbe ad un faticoso, talora insostenibile, ‘per sempre’, si ritorna alla normalità.

Se invece il proposito è legato ad una motivazione concreta, generalmente una ragione di salute nostra, o per il bene di una persona cara, la riuscita è molto più probabile. Si può smettere di fumare l’11 settembre o iniziare un’alimentazione sana il 27 di marzo: non è la data anonima che condiziona la riuscita di una nuova abitudine.

La nostra esistenza scivola tra uno stato di normalità e l’altro: a tutto ci si abitua, e quando la situazione cambia si ridefinisce il modello di normalità.

Dopo una malattia, una separazione, la perdita di una persona cara; ma anche dopo un matrimonio, la nascita di un figlio, l’inizio di una nuova attività lavorativa: dopo una fase di transizione, di tempesta, di sconvolgimento si ritrova un equilibrio.

Questo 2018 è iniziato di lunedì: quale migliore premessa per una ripartenza? Un inizio al quadrato, terreno fertile per buoni propositi che io, tenendo fede a quanto appena detto, non ho formulato. Però ho colto l’occasione per ritornare alla normalità con una pesante azione di decluttering.

Un alleggerimento degli spazi che ha creato una nuova prospettiva, fatta di luce e di ordine e di facilità di movimento.

Svuotato il frigo dagli avanzi, la taverna da vecchi giocattoli, sostituito un costume per la piscina; giù tutti gli addobbi, suggestivi per i primi giorni ma poi, ammettiamolo, inutili orpelli.

Difficile contrastare il lento deposito di nuovi strati di ammennicoli, che anzi sarà inevitabile.

Ora intanto mi godo il respiro che la minimalità domestica mi offre.

#aedidigitali

#ritornoallanormalità

Il mare d’inverno

Mi affascina il volo degli uccelli in stormo: non comunicano tra loro, eppure non si scontrano. Formano disegni astratti, sinuosi e fluidi, volteggiano sicuri verso mete imprecisate. Seguendo il loro volo il mio sguardo rimane intrappolato tra i rami spogli degli alberi, dove la luce scontorna il cielo e la terra all’orizzonte, formando una fascia che vira tra l’azzurro, il rosa e il giallo. A seconda dell’angolatura da cui la guardi, la luce assume un colore diverso.

Anche le luminarie che si accendono un po’ prima del tramonto gareggiano con la luce naturale a chi brilla di più.

Dove vengono immagazzinate le decorazioni natalizie tra gennaio e novembre? Centinaia di palle e di stelle che aspettano spente di potersi esibire di nuovo, chilometri di cavi elettrici avvolti ad attendere il prossimo turno?

Forse nello stesso posto dove sonnecchiano gli ombrelloni estivi e le sdraio e i lettini? Il mare d’inverno è ‘un concetto che il pensiero non considera’, sintesi perfetta di una realtà che resta fisicamente alla stessa distanza per tutto l’anno, ma che si allontana a dismisura nei mesi freddi.

Eppure c’è vita nelle città di mare, durante tutto l’anno. Pochi abitanti che ai primi caldi vengono invasi e sopraffatti dalla folla, e che riprendono i loro ritmi blandi quando le temperature si abbassano.

Noi creature stagionali ci dimentichiamo, ciclicamente, di loro.

Tutto ciò che è alle nostre spalle non esiste, tutto ciò che non risiede nel microcosmo della nostra quotidianità, va comunque a comporre il macrouniverso in cui fluttuiamo.

E le persone? dove stanno quando smettiamo di frequentarle, di sentirle? Quando scegliamo di non chiamarle o non abbiamo più occasione di incontrarle?

Stanno fisicamente dove stavano prima, nella maggior parte dei casi; ma non è la distanza fisica il fattore determinante.

Quando intraprendiamo strade differenti archiviamo le conoscenze in un non-luogo e non-tempo da cui, occasionalmente, capita di reincontrarsi.

Gli incontri fortuiti al di fuori del contesto a cui si era abituati hanno il sapore del mare d’inverno: ah, ma ci sei? E dove pensavi che fossi? Esattamente lì dove ci eravamo salutati l’ultima volta!

La placca del Pioneer e la sindrome del foglio bianco

Agli inizi degli anni ’70 la NASA lancia nello spazio la sonda Pioneer 10 con l’obiettivo di esplorare Giove.

Gli scienziati della NASA affidano alla sonda anche un messaggio con cui presentare noi umani ai gioviali, nel caso la sonda raggiungesse l’obiettivo.

Il messaggio viene inciso su una placca di alluminio anodizzato oro, del formato approssimativo di un foglio A4.

E qui viene il bello: cosa scriviamo sulla placca? Come ci presentiamo? A cosa stiamo pensando, per dirla in termini moderni, secondo la filosofia dei social?

La NASA incarica uno scienziato, tale Carl Sagan, di comporre un messaggio da recapitare gli alieni.

Questo signore deve essersi lasciato inizialmente rapire dalla sindrome del foglio bianco: ma ci rendiamo conto di che responsabilità?

Già che si tratti di un supporto dorato mette un po’ di soggezione.

E poi, così poco spazio per dire così tante cose: come scegliere quelle più importanti?

Non sapendo che lingua parlano gli alieni, come codificano le parole in grafia, o la musica in note, come misurano il tempo e lo spazio, in altri termini non sapendo un bel nulla di loro beh, è ben difficile creare un messaggio che possano decodificare.

Tanta storia, tanta scienza, tanta filosofia, da comprimere in un condensato di pochi decimetri quadrati.

Carl ci pensa su un bel po’, pensa e ripensa, mumble mumble, ad un certo punto gli si accende la lampadina: gira il foglio in orientamento landscape e parte dall’angolo in alto a sinistra a tracciare che cosa? Un gattino? Nooo. Un piatto di ribs & wings? Nooo. Una vista del mare presa dallo sdraio con l’allucione a metà campo? Nooooo. Lui traccia

una rappresentazione schematica della transizione iperfine per inversione di spin dell’idrogeno.

Vi risparmio di riscriverlo, se volete rileggetelo.

Poi travolto dall’entusiasmo continua a tracciare altri modelli fisico-matematici che capiscono solo lui e altri due ingegneri in tutta la NASA. Se contassimo i like a questo post saremmo a tre, incluso il suo.

Se la sonda non atterra in testa a un omologo cervellone ma all’alieno della strada, ammesso che non si sentano fin sulla terra le bestemmie per aver ricevuto cotanta tecnologia tra capo e collo, cosa può importargliene della transizione iperfine con lo scappellamento a destra?

Carl si consulta con la moglie la quale, osservando uno spazio rimasto vuoto sulla placca, suggerisce di disegnare un uomo e una donna; un’immagine a corredo ci vuole sempre, al limite se si stancano di leggere guarderanno le figure.

Ottima idea, moglie. Sagan si mette subito all’opera e inizia a disegnare l’uomo, in veste adamitica, ma senza la foglia di fico.

La moglie arriva quando ormai Carl ha disegnato quasi tutta la donna, nuda anch’ella.

Svergognato! Lo apostrofa lei, ma ti pare che ci si presenta nudi? Ma quando mai?

La sua ramanzina ottiene l’effetto che i genitali della donna sono tracciati con livello di dettaglio zero, la Barbie a confronto è un gadget erotico.

La missione spaziale del Pioneer 10 può ritenersi compiuta perchè la sonda non solo ha raggiunto Giove, di cui la NASA ha ricevuto le fotografie, ma ha mantenuto una velocità sufficiente ad uscire dal sistema solare, e infatti non abbiamo più sue notizie ormai dal 1983.

Il messaggio pertanto non è stato recapitato ai gioviali, ma potrebbe essere arrivato agli alieni extra-solari.

In qualche parte dell’universo qualcuno potrebbe aver ricevuto e commentato il messaggio umano, e state tutti all’erta perché ognuno di noi potrebbe ricevere la risposta, magari a tono.

(Se siete arrivati fino a qua a leggere la parodia della placca del Pioneer 10 fate un ulteriore sforzo che espongo le mie considerazioni, pseudo serie):

Scrivere un messaggio, un post, un articolo di giornale o un intero libro non è mai un’azione scontata.

Comporre una musica, dipingere una tela, girare un film, creare una coreografia, stendere un poema sono tutte forme di espressione che richiedono creatività: chi usufruisce del prodotto finale, chi ascolta la canzone, chi vede il film, chi legge un libro o ammira un quadro si trova di fronte ad un pacchetto confezionato e spesso ritiene implicito che tutto sia al posto giusto, come se questo risultato fosse naturale.

Invece è frutto di un lavoro certosino: mettete un film in pausa, una canzone in stop, fate la piega alla pagina del libro. Cosa viene dopo? Cosa accade nella scena successiva? Che intonazione prende la strofa seguente? Come si apre il capitolo dopo? Lo sceneggiatore, il compositore, lo scrittore al pari dello spettatore, dell’ascoltatore e del lettore non lo sapevano fino a prima di inventarselo.

È per questo motivo che ogni forma di espressione merita attenzione, anche se il risultato non è di nostro gradimento. A volte nemmeno l’artista riesce ad esprimere esattamente ciò che sente, come un cantante che in testa ha una nota ma quando questa attraversa le sue corde vocali assume la vibrazione sbagliata.

Ogni dettaglio, ogni particolare aggiunto od omesso, è frutto di una scelta: come la lineetta che manca tra le gambe della donna sulla targa, così molti aggettivi, molte note, molte sfumature vengono deliberatamente sacrificati per le ragioni più disparate.

Chi riceverà il messaggio? Chi leggerà un libro? Chi guarderà un film? Chi ammirerà un quadro?

Da un lato avere queste informazioni aiuterebbe il creativo, lo guiderebbe verso la scelta di un linguaggio comune, di analogie comprensibili, di una codifica immediata.

Peró avere la luce spenta sulla platea e i riflettori puntati contro aiuta a mantenersi onesti e concentrarsi su quel che si sente.

La malizia è negli occhi di chi guarda

"A-G-A… mamma? Cosa è scritto sulla tua maglietta?" mi chiede Sofia accarezzando le paillettes che ornano la parte alta della T-shirt che indosso.

Mi rendo conto solo in quel momento che sul fronte della mia maglietta è ricamata una scritta intellegibile, che vado a leggere per Sofia: AGAIN.

Ho acquistato questo capo di abbigliamento invece della canotta che cercavo e non ho trovato; però mi piaceva il modello, aperto sulla schiena. Non avevo nemmeno fatto caso a cosa rappresentasse il disegno. Sì perché sotto la scritta paillettosa c'è pure un disegno, aspetta, cosa dice? PLAY.

PLAY AGAIN: gioca ancora, rifallo.
Che può avere tante interpretazioni però a essere onesti tutte le altre sono palliativi, il senso è abbastanza chiaro, è istintivo come veniva istintivo a Sofia accarezzare le paillettes per testare se erano reversibili.

Di primo acchito mi vengono in mente le magliette A-Style, dove campeggiava una A con due pallini, una specie di dieresi sbilenca, che in forma stilizzata rappresentava senza troppa fantasia un accoppiamento da tergo.

Marchio molto diffuso anche tra i giovanissimi, bambini compresi; aveva suscitato qualche blanda polemica ma nessuno più di tanto faceva caso al significato: il giusto marketing aveva saputo fare accettare il doppio senso senza tanti moralismi.

Poi mi è venuto in mente un altro caso, meno noto e più gustoso; lo prendo da distante, mettetevi comodi in poltrona e preparatevi la birra e i pop-corn.

La mia nonna materna era rimasta vedova in età relativamente giovane; dopo un primo periodo di smarrimento aveva preso a riorganizzarsi. Per cominciare aveva fatto la patente, proprio lei che non aveva mai guidato l'auto, a 60 anni si era iscritta alla scuola guida e aveva conseguito l'ambita licenza di guidare.

Ricordo che la sera rimanevo da lei e mi divertivo a rispondere ai quiz, tranne le ultime tre domande sul motore che mi parevano fuori luogo ed inutili; aveva fatto parecchie guide e dopo un paio di tentativi di esame era riuscita ad ottenere il famoso foglietto rosa che si piega in tre parti.

Aveva anche iniziato a viaggiare: era andata in Australia per sei mesi ospite di sua sorella, che era emigrata molti anni prima.
Ogni anno a marzo e a novembre trascorreva un paio di settimane in qualche località del Mediterraneo, con gruppi organizzati di pensionati, con cui aveva allacciato diverse nuove amicizie.

Una volta aveva finto di aver conosciuto un nuovo uomo, e voleva presentarlo a suo fratello. In realtà era una sorpresa, si trattava della sorella che dall'Australia era venuta in Italia in vacanza. Aveva organizzato un pranzo con tutti i parenti e … CARRAMBACHESORPRESA… ecco il mio nuovo fidanzato invece era Fulvia! E giù lacrime, abbracci, improperi tutto insieme.

In quell'occasione le avevo chiesto perché non si trovasse davvero un altro uomo e mi aveva dato una risposta concisa ma eloquente: non ci penso nemmeno!

Tra le amicizie nate durante i viaggi c'era Lidia, una signora nativa di Trieste il cui cognome rivelava origini austriache o forse slovene. Anche Lidia era vedova, e anche Lidia era una a cui piaceva ridere e scherzare.
Fisicamente erano abbastanza simili, si distinguevano per il colore degli occhi, una verdi e l'altra azzurrissimi.

Al contrario di mia nonna che aveva preso la patente per pura sfida ma non aveva confidenza alcuna con la guida, Lidia guidava senza problemi.

Così mia nonna si faceva scarrozzare: al mercoledì d'estate andavano a Sottomarina e ritornavano la sera rosse come dei gamberi, e i loro occhi chiari risaltavano ancora di più.

Anche Lidia aveva di che acquisire da mia nonna, che dal lato suo vantava ottime abilità in cucina e nel cucito; veniva a trovarla spessissimo e si faceva spiegare come tirare la sfoglia o girare i bigoli col torchio, poi avanzava sempre qualche ingrediente e così tra un esercizio culinario e l'altro preparavano pranzi a otto portate.

Oppure andavano in gita dal strassaro, e Lidia guidava; compravano metri e metri di stoffa e poi mia nonna le insegnava a tagliare i pezzi dai cartamodelli e cucire gonne e camicie.

El strassaro (tradotto in italiano Lo straccivendolo) è un negozio di tessuti.
Ma così, in italiano intendo, non lo conosce nessuno: parola mia che ho provato a cercarlo chiedendo indicazioni per 'un grande magazzino di tessuti'. Sguardi allibiti: qua? Mai sentito! Dopo alcuni aggiustamenti della definizione 'aaaahhhh … el strassaro!' e ci ero davanti.

Comunque è un enorme ricettacolo di tessuti, un iper discount di stoffe per usare un termine moderno, un mezzo self-service dove si spendono pochi soldi ma è richiesta tanta pazienza.

Insomma, vengo al dunque: un pomeriggio sono lì entrambe alla macchina per cucire e mia nonna spiega a Lidia come attaccare la manica alla spalla, le fa vedere sulla camicia che indossa quale è la corrispondenza.
Vedi? E le tocca la cucitura. Questa!
Ma aspetta un po'… che camicia è questa?
Lidia orgogliosa le risponde che l'ha confezionata lei con la stoffa che avevano acquistato alcuni mesi prima.
"Ma fammi vedere un po' " dice mia nonna; guardano meglio da vicino il tessuto, una stoffa bianca con dei piccoli disegni neri.
In quel momento entro in casa io (la nonna abitava nell'appartamento sopra a quello in cui viveva la mia famiglia) e le sento ridere a crepapelle.
"Ah ah ah… vieni qua… guarda! Guarda che camicia si è fatta Lidia" e giù che sganasciano.

Mi avvicino e osservo la camicia, bella dico. Poi guardo da vicino: i disegnini neri rappresentavano donnine nude in varie pose.

Lidia aveva tagliato e cucito quella stoffa senza mai accorgersi di nulla.

Raccomandazioni 

“Stai attenta Cappuccetto Rosso: non attraversare il bosco, e non fermarti a parlare con nessuno”.

Tempo fa frequentavo un gruppo fb di Mamme, quelle con la M maiuscola, che sanno sempre cosa è giusto e cosa no.

Più che frequentavo dovrei dire leggevo, perché mi trovavo sempre molto impreparata, inadeguata, indietro.
Leggevo i loro dubbi e i consigli che prontamente arrivavano dalle altre: sapevano esattamente a che ora sia giusto coricare i pargoli e cosa preparare loro per cena; sapevano quanta TV concedere, se permettere l’uso del tablet e degli smartphone.

Un giorno una ha scritto che le sue figlie dovevano fare una ricerca scolastica e lei ha imposto che non adoperassero Google ma la cara vecchia enciclopedia.
Io sono rimasta attonita: fare le ricerche in Google è uno dei passi più importanti che un percorso formativo possa prevedere.

Individuare le parole chiave da utilizzare, selezionare i siti attendibili, assegnare una corretta importanza alla mole di informazioni reperite.
È inutile voler imporre una metodologia assolutamente obsoleta, che fosse i Quindici, Conoscere o la Treccani: la fonte cartacea non può competere in alcun modo con lo scibile elettronico.

Ritengo che da parte della mia generazione ci sia il timore di non saper gestire ciò che riguarda la rete globale, che ci sia molta ignoranza nei confronti di internet e per questo si scelga di ‘vietarlo finché possibile’.
Ritengo anche che, sia pur comprensibile, questo atteggiamento sia limitativo.
Dovremmo insegnare alla generazione successiva alla nostra, ma forse dovremmo prima impararlo noi, ad utilizzare gli strumenti nella corretta maniera; vietare, chiudere, proibire non è la soluzione.
La soluzione è discernere, separare il buono dal nocivo, come quando si sbuccia un frutto: forse diciamo ai nostri figli di non mangiare le banane, o gli insegniamo a sbucciarle? Le noci, se sgusciate, sono ottime; certo il guscio non va rotto con i denti. Le patate? Crude fanno schifo, ma perché non mangiarle cotte?
Arrivo al dunque: il filone social della rete.

Il problema è che non esiste un criterio oggettivo per riconoscere le persone che si celano dietro le tastiere. Bisogna affinare una certa sensibilità e imparare a distinguere ciò che è artefatto da ciò che è sincero.
Non posso essere io a fornire un principio di valutazione, mi spiace.

Voglio solo sottolineare che, attraverso i forum tematici agli albori e successivamente tramite i vari social network e i blog ho instaurato delle relazioni che mi hanno riservato meravigliose sorprese.
A coloro che criticano qualcuno perchè ‘sta sempre col cellulare in mano’ mi viene da obiettare

1. ma cosa ne sai di cosa sta scrivendo / leggendo?

2. forse era più nobile vedere lavorare all’uncinetto? o sgranare il rosario? o calare il fante al bar? o girare il cubo di Rubik?

La rete ti consente di accorciare le distanze, che fisicamente sono importanti, e allacciare legami con coloro con i quali hai argomenti in comune.

E’ un’arma potente e, in quanto tale, certamente pericolosa; dobbiamo imparare ad usarla, non credo che la soluzione di riporre tutto in un cassetto e accontentarsi di quelle poche persone che fanno parte della realtà quotidiana sia la scelta più opportuna.

A Cappuccetto Rosso bisogna spiegare che, attraversando il bosco, può incontrare il lupo; e dobbiamo insegnare una strategia per individuare le uscite di emergenza.

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Ringrazio Claudia del blog DiSerieZero per la fotografia e per la conferma che il bosco è popolato di graziosissime creature, non necessariamente di lupi.