Entropia

Sai perché i buoni propositi sono destinati al fallimento? Perché si ancorano ad un terreno cedevole!

Da lunedì inizio la dieta, a settembre parto con la palestra, con l’anno nuovo non mi mangerò più le unghie… tutte belle intenzioni che mancano di un solido appoggio. Cosa succede lunedì / a settembre / con l’anno nuovo? Nulla! Cosa cambia rispetto al lunedì precedente, l’anno prima o il settembre successivo? Ancora: niente!

E soprattutto… Cosa accade se interrompo la novità? Chi se ne infischia!

E così l’ideale stile di vita proposto in simbiosi con la data perfetta si dissolve nell’entropia della vita ed in breve tempo, il necessario ad appurare che ‘d’ora in poi’ equivarrebbe ad un faticoso, talora insostenibile, ‘per sempre’, si ritorna alla normalità.

Se invece il proposito è legato ad una motivazione concreta, generalmente una ragione di salute nostra, o per il bene di una persona cara, la riuscita è molto più probabile. Si può smettere di fumare l’11 settembre o iniziare un’alimentazione sana il 27 di marzo: non è la data anonima che condiziona la riuscita di una nuova abitudine.

La nostra esistenza scivola tra uno stato di normalità e l’altro: a tutto ci si abitua, e quando la situazione cambia si ridefinisce il modello di normalità.

Dopo una malattia, una separazione, la perdita di una persona cara; ma anche dopo un matrimonio, la nascita di un figlio, l’inizio di una nuova attività lavorativa: dopo una fase di transizione, di tempesta, di sconvolgimento si ritrova un equilibrio.

Questo 2018 è iniziato di lunedì: quale migliore premessa per una ripartenza? Un inizio al quadrato, terreno fertile per buoni propositi che io, tenendo fede a quanto appena detto, non ho formulato. Però ho colto l’occasione per ritornare alla normalità con una pesante azione di decluttering.

Un alleggerimento degli spazi che ha creato una nuova prospettiva, fatta di luce e di ordine e di facilità di movimento.

Svuotato il frigo dagli avanzi, la taverna da vecchi giocattoli, sostituito un costume per la piscina; giù tutti gli addobbi, suggestivi per i primi giorni ma poi, ammettiamolo, inutili orpelli.

Difficile contrastare il lento deposito di nuovi strati di ammennicoli, che anzi sarà inevitabile.

Ora intanto mi godo il respiro che la minimalità domestica mi offre.

#aedidigitali

#ritornoallanormalità

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Il mare d’inverno

Mi affascina il volo degli uccelli in stormo: non comunicano tra loro, eppure non si scontrano. Formano disegni astratti, sinuosi e fluidi, volteggiano sicuri verso mete imprecisate. Seguendo il loro volo il mio sguardo rimane intrappolato tra i rami spogli degli alberi, dove la luce scontorna il cielo e la terra all’orizzonte, formando una fascia che vira tra l’azzurro, il rosa e il giallo. A seconda dell’angolatura da cui la guardi, la luce assume un colore diverso.

Anche le luminarie che si accendono un po’ prima del tramonto gareggiano con la luce naturale a chi brilla di più.

Dove vengono immagazzinate le decorazioni natalizie tra gennaio e novembre? Centinaia di palle e di stelle che aspettano spente di potersi esibire di nuovo, chilometri di cavi elettrici avvolti ad attendere il prossimo turno?

Forse nello stesso posto dove sonnecchiano gli ombrelloni estivi e le sdraio e i lettini? Il mare d’inverno è ‘un concetto che il pensiero non considera’, sintesi perfetta di una realtà che resta fisicamente alla stessa distanza per tutto l’anno, ma che si allontana a dismisura nei mesi freddi.

Eppure c’è vita nelle città di mare, durante tutto l’anno. Pochi abitanti che ai primi caldi vengono invasi e sopraffatti dalla folla, e che riprendono i loro ritmi blandi quando le temperature si abbassano.

Noi creature stagionali ci dimentichiamo, ciclicamente, di loro.

Tutto ciò che è alle nostre spalle non esiste, tutto ciò che non risiede nel microcosmo della nostra quotidianità, va comunque a comporre il macrouniverso in cui fluttuiamo.

E le persone? dove stanno quando smettiamo di frequentarle, di sentirle? Quando scegliamo di non chiamarle o non abbiamo più occasione di incontrarle?

Stanno fisicamente dove stavano prima, nella maggior parte dei casi; ma non è la distanza fisica il fattore determinante.

Quando intraprendiamo strade differenti archiviamo le conoscenze in un non-luogo e non-tempo da cui, occasionalmente, capita di reincontrarsi.

Gli incontri fortuiti al di fuori del contesto a cui si era abituati hanno il sapore del mare d’inverno: ah, ma ci sei? E dove pensavi che fossi? Esattamente lì dove ci eravamo salutati l’ultima volta!

La placca del Pioneer e la sindrome del foglio bianco

Agli inizi degli anni ’70 la NASA lancia nello spazio la sonda Pioneer 10 con l’obiettivo di esplorare Giove.

Gli scienziati della NASA affidano alla sonda anche un messaggio con cui presentare noi umani ai gioviali, nel caso la sonda raggiungesse l’obiettivo.

Il messaggio viene inciso su una placca di alluminio anodizzato oro, del formato approssimativo di un foglio A4.

E qui viene il bello: cosa scriviamo sulla placca? Come ci presentiamo? A cosa stiamo pensando, per dirla in termini moderni, secondo la filosofia dei social?

La NASA incarica uno scienziato, tale Carl Sagan, di comporre un messaggio da recapitare gli alieni.

Questo signore deve essersi lasciato inizialmente rapire dalla sindrome del foglio bianco: ma ci rendiamo conto di che responsabilità?

Già che si tratti di un supporto dorato mette un po’ di soggezione.

E poi, così poco spazio per dire così tante cose: come scegliere quelle più importanti?

Non sapendo che lingua parlano gli alieni, come codificano le parole in grafia, o la musica in note, come misurano il tempo e lo spazio, in altri termini non sapendo un bel nulla di loro beh, è ben difficile creare un messaggio che possano decodificare.

Tanta storia, tanta scienza, tanta filosofia, da comprimere in un condensato di pochi decimetri quadrati.

Carl ci pensa su un bel po’, pensa e ripensa, mumble mumble, ad un certo punto gli si accende la lampadina: gira il foglio in orientamento landscape e parte dall’angolo in alto a sinistra a tracciare che cosa? Un gattino? Nooo. Un piatto di ribs & wings? Nooo. Una vista del mare presa dallo sdraio con l’allucione a metà campo? Nooooo. Lui traccia

una rappresentazione schematica della transizione iperfine per inversione di spin dell’idrogeno.

Vi risparmio di riscriverlo, se volete rileggetelo.

Poi travolto dall’entusiasmo continua a tracciare altri modelli fisico-matematici che capiscono solo lui e altri due ingegneri in tutta la NASA. Se contassimo i like a questo post saremmo a tre, incluso il suo.

Se la sonda non atterra in testa a un omologo cervellone ma all’alieno della strada, ammesso che non si sentano fin sulla terra le bestemmie per aver ricevuto cotanta tecnologia tra capo e collo, cosa può importargliene della transizione iperfine con lo scappellamento a destra?

Carl si consulta con la moglie la quale, osservando uno spazio rimasto vuoto sulla placca, suggerisce di disegnare un uomo e una donna; un’immagine a corredo ci vuole sempre, al limite se si stancano di leggere guarderanno le figure.

Ottima idea, moglie. Sagan si mette subito all’opera e inizia a disegnare l’uomo, in veste adamitica, ma senza la foglia di fico.

La moglie arriva quando ormai Carl ha disegnato quasi tutta la donna, nuda anch’ella.

Svergognato! Lo apostrofa lei, ma ti pare che ci si presenta nudi? Ma quando mai?

La sua ramanzina ottiene l’effetto che i genitali della donna sono tracciati con livello di dettaglio zero, la Barbie a confronto è un gadget erotico.

La missione spaziale del Pioneer 10 può ritenersi compiuta perchè la sonda non solo ha raggiunto Giove, di cui la NASA ha ricevuto le fotografie, ma ha mantenuto una velocità sufficiente ad uscire dal sistema solare, e infatti non abbiamo più sue notizie ormai dal 1983.

Il messaggio pertanto non è stato recapitato ai gioviali, ma potrebbe essere arrivato agli alieni extra-solari.

In qualche parte dell’universo qualcuno potrebbe aver ricevuto e commentato il messaggio umano, e state tutti all’erta perché ognuno di noi potrebbe ricevere la risposta, magari a tono.

(Se siete arrivati fino a qua a leggere la parodia della placca del Pioneer 10 fate un ulteriore sforzo che espongo le mie considerazioni, pseudo serie):

Scrivere un messaggio, un post, un articolo di giornale o un intero libro non è mai un’azione scontata.

Comporre una musica, dipingere una tela, girare un film, creare una coreografia, stendere un poema sono tutte forme di espressione che richiedono creatività: chi usufruisce del prodotto finale, chi ascolta la canzone, chi vede il film, chi legge un libro o ammira un quadro si trova di fronte ad un pacchetto confezionato e spesso ritiene implicito che tutto sia al posto giusto, come se questo risultato fosse naturale.

Invece è frutto di un lavoro certosino: mettete un film in pausa, una canzone in stop, fate la piega alla pagina del libro. Cosa viene dopo? Cosa accade nella scena successiva? Che intonazione prende la strofa seguente? Come si apre il capitolo dopo? Lo sceneggiatore, il compositore, lo scrittore al pari dello spettatore, dell’ascoltatore e del lettore non lo sapevano fino a prima di inventarselo.

È per questo motivo che ogni forma di espressione merita attenzione, anche se il risultato non è di nostro gradimento. A volte nemmeno l’artista riesce ad esprimere esattamente ciò che sente, come un cantante che in testa ha una nota ma quando questa attraversa le sue corde vocali assume la vibrazione sbagliata.

Ogni dettaglio, ogni particolare aggiunto od omesso, è frutto di una scelta: come la lineetta che manca tra le gambe della donna sulla targa, così molti aggettivi, molte note, molte sfumature vengono deliberatamente sacrificati per le ragioni più disparate.

Chi riceverà il messaggio? Chi leggerà un libro? Chi guarderà un film? Chi ammirerà un quadro?

Da un lato avere queste informazioni aiuterebbe il creativo, lo guiderebbe verso la scelta di un linguaggio comune, di analogie comprensibili, di una codifica immediata.

Peró avere la luce spenta sulla platea e i riflettori puntati contro aiuta a mantenersi onesti e concentrarsi su quel che si sente.

La malizia è negli occhi di chi guarda

"A-G-A… mamma? Cosa è scritto sulla tua maglietta?" mi chiede Sofia accarezzando le paillettes che ornano la parte alta della T-shirt che indosso.

Mi rendo conto solo in quel momento che sul fronte della mia maglietta è ricamata una scritta intellegibile, che vado a leggere per Sofia: AGAIN.

Ho acquistato questo capo di abbigliamento invece della canotta che cercavo e non ho trovato; però mi piaceva il modello, aperto sulla schiena. Non avevo nemmeno fatto caso a cosa rappresentasse il disegno. Sì perché sotto la scritta paillettosa c'è pure un disegno, aspetta, cosa dice? PLAY.

PLAY AGAIN: gioca ancora, rifallo.
Che può avere tante interpretazioni però a essere onesti tutte le altre sono palliativi, il senso è abbastanza chiaro, è istintivo come veniva istintivo a Sofia accarezzare le paillettes per testare se erano reversibili.

Di primo acchito mi vengono in mente le magliette A-Style, dove campeggiava una A con due pallini, una specie di dieresi sbilenca, che in forma stilizzata rappresentava senza troppa fantasia un accoppiamento da tergo.

Marchio molto diffuso anche tra i giovanissimi, bambini compresi; aveva suscitato qualche blanda polemica ma nessuno più di tanto faceva caso al significato: il giusto marketing aveva saputo fare accettare il doppio senso senza tanti moralismi.

Poi mi è venuto in mente un altro caso, meno noto e più gustoso; lo prendo da distante, mettetevi comodi in poltrona e preparatevi la birra e i pop-corn.

La mia nonna materna era rimasta vedova in età relativamente giovane; dopo un primo periodo di smarrimento aveva preso a riorganizzarsi. Per cominciare aveva fatto la patente, proprio lei che non aveva mai guidato l'auto, a 60 anni si era iscritta alla scuola guida e aveva conseguito l'ambita licenza di guidare.

Ricordo che la sera rimanevo da lei e mi divertivo a rispondere ai quiz, tranne le ultime tre domande sul motore che mi parevano fuori luogo ed inutili; aveva fatto parecchie guide e dopo un paio di tentativi di esame era riuscita ad ottenere il famoso foglietto rosa che si piega in tre parti.

Aveva anche iniziato a viaggiare: era andata in Australia per sei mesi ospite di sua sorella, che era emigrata molti anni prima.
Ogni anno a marzo e a novembre trascorreva un paio di settimane in qualche località del Mediterraneo, con gruppi organizzati di pensionati, con cui aveva allacciato diverse nuove amicizie.

Una volta aveva finto di aver conosciuto un nuovo uomo, e voleva presentarlo a suo fratello. In realtà era una sorpresa, si trattava della sorella che dall'Australia era venuta in Italia in vacanza. Aveva organizzato un pranzo con tutti i parenti e … CARRAMBACHESORPRESA… ecco il mio nuovo fidanzato invece era Fulvia! E giù lacrime, abbracci, improperi tutto insieme.

In quell'occasione le avevo chiesto perché non si trovasse davvero un altro uomo e mi aveva dato una risposta concisa ma eloquente: non ci penso nemmeno!

Tra le amicizie nate durante i viaggi c'era Lidia, una signora nativa di Trieste il cui cognome rivelava origini austriache o forse slovene. Anche Lidia era vedova, e anche Lidia era una a cui piaceva ridere e scherzare.
Fisicamente erano abbastanza simili, si distinguevano per il colore degli occhi, una verdi e l'altra azzurrissimi.

Al contrario di mia nonna che aveva preso la patente per pura sfida ma non aveva confidenza alcuna con la guida, Lidia guidava senza problemi.

Così mia nonna si faceva scarrozzare: al mercoledì d'estate andavano a Sottomarina e ritornavano la sera rosse come dei gamberi, e i loro occhi chiari risaltavano ancora di più.

Anche Lidia aveva di che acquisire da mia nonna, che dal lato suo vantava ottime abilità in cucina e nel cucito; veniva a trovarla spessissimo e si faceva spiegare come tirare la sfoglia o girare i bigoli col torchio, poi avanzava sempre qualche ingrediente e così tra un esercizio culinario e l'altro preparavano pranzi a otto portate.

Oppure andavano in gita dal strassaro, e Lidia guidava; compravano metri e metri di stoffa e poi mia nonna le insegnava a tagliare i pezzi dai cartamodelli e cucire gonne e camicie.

El strassaro (tradotto in italiano Lo straccivendolo) è un negozio di tessuti.
Ma così, in italiano intendo, non lo conosce nessuno: parola mia che ho provato a cercarlo chiedendo indicazioni per 'un grande magazzino di tessuti'. Sguardi allibiti: qua? Mai sentito! Dopo alcuni aggiustamenti della definizione 'aaaahhhh … el strassaro!' e ci ero davanti.

Comunque è un enorme ricettacolo di tessuti, un iper discount di stoffe per usare un termine moderno, un mezzo self-service dove si spendono pochi soldi ma è richiesta tanta pazienza.

Insomma, vengo al dunque: un pomeriggio sono lì entrambe alla macchina per cucire e mia nonna spiega a Lidia come attaccare la manica alla spalla, le fa vedere sulla camicia che indossa quale è la corrispondenza.
Vedi? E le tocca la cucitura. Questa!
Ma aspetta un po'… che camicia è questa?
Lidia orgogliosa le risponde che l'ha confezionata lei con la stoffa che avevano acquistato alcuni mesi prima.
"Ma fammi vedere un po' " dice mia nonna; guardano meglio da vicino il tessuto, una stoffa bianca con dei piccoli disegni neri.
In quel momento entro in casa io (la nonna abitava nell'appartamento sopra a quello in cui viveva la mia famiglia) e le sento ridere a crepapelle.
"Ah ah ah… vieni qua… guarda! Guarda che camicia si è fatta Lidia" e giù che sganasciano.

Mi avvicino e osservo la camicia, bella dico. Poi guardo da vicino: i disegnini neri rappresentavano donnine nude in varie pose.

Lidia aveva tagliato e cucito quella stoffa senza mai accorgersi di nulla.

Raccomandazioni 

“Stai attenta Cappuccetto Rosso: non attraversare il bosco, e non fermarti a parlare con nessuno”.

Tempo fa frequentavo un gruppo fb di Mamme, quelle con la M maiuscola, che sanno sempre cosa è giusto e cosa no.

Più che frequentavo dovrei dire leggevo, perché mi trovavo sempre molto impreparata, inadeguata, indietro.
Leggevo i loro dubbi e i consigli che prontamente arrivavano dalle altre: sapevano esattamente a che ora sia giusto coricare i pargoli e cosa preparare loro per cena; sapevano quanta TV concedere, se permettere l’uso del tablet e degli smartphone.

Un giorno una ha scritto che le sue figlie dovevano fare una ricerca scolastica e lei ha imposto che non adoperassero Google ma la cara vecchia enciclopedia.
Io sono rimasta attonita: fare le ricerche in Google è uno dei passi più importanti che un percorso formativo possa prevedere.

Individuare le parole chiave da utilizzare, selezionare i siti attendibili, assegnare una corretta importanza alla mole di informazioni reperite.
È inutile voler imporre una metodologia assolutamente obsoleta, che fosse i Quindici, Conoscere o la Treccani: la fonte cartacea non può competere in alcun modo con lo scibile elettronico.

Ritengo che da parte della mia generazione ci sia il timore di non saper gestire ciò che riguarda la rete globale, che ci sia molta ignoranza nei confronti di internet e per questo si scelga di ‘vietarlo finché possibile’.
Ritengo anche che, sia pur comprensibile, questo atteggiamento sia limitativo.
Dovremmo insegnare alla generazione successiva alla nostra, ma forse dovremmo prima impararlo noi, ad utilizzare gli strumenti nella corretta maniera; vietare, chiudere, proibire non è la soluzione.
La soluzione è discernere, separare il buono dal nocivo, come quando si sbuccia un frutto: forse diciamo ai nostri figli di non mangiare le banane, o gli insegniamo a sbucciarle? Le noci, se sgusciate, sono ottime; certo il guscio non va rotto con i denti. Le patate? Crude fanno schifo, ma perché non mangiarle cotte?
Arrivo al dunque: il filone social della rete.

Il problema è che non esiste un criterio oggettivo per riconoscere le persone che si celano dietro le tastiere. Bisogna affinare una certa sensibilità e imparare a distinguere ciò che è artefatto da ciò che è sincero.
Non posso essere io a fornire un principio di valutazione, mi spiace.

Voglio solo sottolineare che, attraverso i forum tematici agli albori e successivamente tramite i vari social network e i blog ho instaurato delle relazioni che mi hanno riservato meravigliose sorprese.
A coloro che criticano qualcuno perchè ‘sta sempre col cellulare in mano’ mi viene da obiettare

1. ma cosa ne sai di cosa sta scrivendo / leggendo?

2. forse era più nobile vedere lavorare all’uncinetto? o sgranare il rosario? o calare il fante al bar? o girare il cubo di Rubik?

La rete ti consente di accorciare le distanze, che fisicamente sono importanti, e allacciare legami con coloro con i quali hai argomenti in comune.

E’ un’arma potente e, in quanto tale, certamente pericolosa; dobbiamo imparare ad usarla, non credo che la soluzione di riporre tutto in un cassetto e accontentarsi di quelle poche persone che fanno parte della realtà quotidiana sia la scelta più opportuna.

A Cappuccetto Rosso bisogna spiegare che, attraversando il bosco, può incontrare il lupo; e dobbiamo insegnare una strategia per individuare le uscite di emergenza.

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Ringrazio Claudia del blog DiSerieZero per la fotografia e per la conferma che il bosco è popolato di graziosissime creature, non necessariamente di lupi.

Martina

In tempi di social network conoscere una persona solo per nome vuol dire non conoscerla. E io infatti non la conosco. O si?

Ai tempi in cui insegnavo lei frequentava i corsi di nuoto presso la struttura in cui lavoravo. La vedevo così superba, così altera e non provavo alcuna simpatia, onestamente.

Anni più tardi e qualche km più in là ci siamo ritrovate, entrambe utenti, lei per l’acquagym e io per i master.

Quando io arrivavo lei usciva, era un incrocio di doccia, più che una conoscenza.

Bella è sempre stata bella: le gambe lunghe e snelle, il busto compatto, lunghi capelli biondi e occhi castani; e poi quel difetto della pelle che metteva in risalto i suoi punti di forza, come una modella di Desigual.

Correva l’anno 2008, ottobre. La diagnosi per mia mamma era già entrata a regime, e sembrava quasi troppo pessimistica per lo stato reale delle cose. Quella di mio papà invece era fresca di referto. All’indomani avevamo preso appuntamento con un luminare in materia, che avrebbe dovuto salvarlo e invece ci ha trattate, a noi accompagnatrici, come tre scolarette inadempienti, per non aver conservato i precedenti referti in ordine cronologico. Alla modica cifra di 200€.

Ma questo sarebbe accaduto il sabato mattina. Quel venerdì sera ho fatto una deviazione prima di andare ad allenamento per passare a trovare i miei. E trovarli arrabbiati.

Ogni tanto adesso mi ritrovo a fare da paciere tra Viola e Sofia per motivi futili; quella sera ho dovuto fare altrettanto con loro due che si stavano accapigliando per un’analisi del sangue da portare o non portare al professorone.

Mia mamma piangeva a singhiozzi, mio papà non piangeva ma il suo sconforto era ancor più palpabile.

La devi portare, può essere importante.

Il paziente sono io e decido io: questa è vecchia di anni e non serve a niente.

Muro contro muro, come se fosse quello il punto.

Ne sono uscita disfatta e raggiunto lo spogliatoio della piscina mi sono svestita del ruolo di mediatrice e sono scoppiata a piangere.

Poche le donne a quell’ora; un’amica mi chiede cosa succede, le rispondo che i miei hanno poco tempo ancora per stare insieme e lo passano a litigare. Sono affranta come poche altre volte mi è capitato di esserlo, perché alla morte ci si rassegna ma finché si è in vita bisogna vivere, rifletto.

Martina non dice niente, o forse sì ma non lo ricordo. Però mi guarda, con uno sguardo che è molto di più: è un abbraccio, è una consolazione, è un ‘ti ho ascoltata / ti ho capita’. La settimana successiva si informa di come va.

Da quella sera in cuor mio siamo diventate amiche, anche se io di lei so solo come si chiama. Ma ogni volta che ci incrociamo e ci salutiamo io mi sento bene.

Di incidenti ne accadono molti e finché alle vittime non dai un nome sono sempre ‘cose che succedono’.

Io in questo momento non riesco a non pensare a quella sera, alla forza che mi ha trasmesso e che vorrei poterle restituire.

Una partita a carte

Il destino mescola le carte e noi giochiamo (A. Shopenauer)

La vita assomiglia molto a una partita a carte: inutile pianificare a distanza troppo lunga, perché non sai esattamente che carte avrai alla prossima mano nè che carte pescherà il tuo avversario.

Però non puoi calare gli assi a caso: devi stare attento a ciò che è sceso nelle mani precedenti e pensare quale è la tattica di gioco migliore.

Se la regina di cuori non è in mano tua, e non è ancora scesa, può essere nel ventaglio del tuo avversario o trovarsi ancora nel mazzo. E così la luna nera.

La casistica nella vita reale è ancora più vasta perché nella partita hai la certezza che prima o poi qualcuno pescherà il due di picche, mentre nella vita quotidiana potresti anche avere molta fortuna e non trovarlo mai.

Inutile quindi arrovellarsi su quando si farà che cosa, lo potrai decidere solo nella tua mano da giocare, ma allora sarà meglio non farsi trovare impreparati e aver valutato una sola opzione che potrebbe non essere disponibile.

La precedenza è di chi se la prende?

1 maggio, festa del lavoro, entro al supermercato (lapidatemi, ma mi serviva il latte!) quasi deserto. Quando esco piove: raggiungo l’auto e mi accorgo che quello che ha parcheggiato di fianco a me sta comodamente armeggiando con la sua portiera spalancata addosso alla mia.

Capita anche a me, lo ammetto, ma se sopraggiunge il proprietario dell’auto mi affretto almeno a staccare la prova della mia colpevolezza. Comprensiva gli concedo il tempo che mi serve a riporre la sportina nel bagagliaio ma nel frattempo niente, il tizio è ancora lì che lega il bambino al seggiolino, e la sua porta sempre addosso alla mia.

Capisco che sia un’operazione che richiede tempo, lo so bene! quello che non capisco è come possa fregarsene totalmente del fatto che mi è addosso.

Chiedo cortesemente se può staccare la sua portiera dalla mia; risponde stizzito ‘Un attimo’ aggiungendo ‘L’ho solo appoggiata’.

Mancava anche che la avessi sbattuta…!

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Uscita dal parco giochi, pieno pomeriggio di una bella giornata di sole; il cancello insiste su una via a senso unico di percorrenza. 

Dal lato di marcia non sopraggiungono auto, dal lato opposto avvisto una vecchia punto color blu elettrico, costretta a girare a sinistra.

Ho le bimbe a fianco, una per lato; valuto la situazione e le incoraggio ad attraversare e raggiungere il marciapiede dal lato opposto. La punto però non svolta a sinistra, ma procede dritta verso le bambine.

Istintivamente grido: “ma lei è pazzo?” acciuffando Viola per il rotto della cuffia mentre Sofia scatta sul marciapiede.

Il vecchio, affiancato da moglie non meno rimbambita, sporge la testa dal finestrino piccato, rimproverandomi che non eravamo sulle strisce (che nemmeno ci sono).

Una donna che passava lì vicino mi dà manforte e gli fa notare il divieto di accesso; il vecchio ingrana la retro, abbassa la cresta (il finestrino era già giù per controbattere che avrei dovuto attraversare sopra le zebre) e si scusa blandamente, chiedendo sorpreso da quanto tempo hanno affisso il divieto.

“Sono cinque anni che abito qua e c’è sempre stato” rispondo con lo stesso tono con cui ho inveito inizialmente.

“Eh ok ok… ma calmati” mi ammonisce, ancora turbato dal mio tono di voce e dall’epiteto pazzo che ritiene offensivo.

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Due episodi recenti, questi, che mi hanno fatto riflettere: per certo in ogni discussione esiste una componente di ragione e di torto per ciascuno ma è atteggiamento prevalente (a partire da me) quello di ricercare esclusivamente la prima.
 

Mi piace *

Mi piace leggervi su fb; mi piace perché nel giro di pochi post posso essere in tutta Italia: sono al carnevale di Venezia, sono incolonnata in tangenziale a Milano, sono in attesa della metro a Roma, sono all’aperto sotto il sole di Palermo, e in qualche caso sono anche all’estero. Mi piace perché posso sentire tutte le parlate, tutti i dialetti.

Mi piace sentirmi in fila al catasto, in tribunale, alla fine di un turno ospedaliero, in riunione con un cliente rompiballe, al termine di un ricevimento scolastico dei genitori, in piscina ad insegnare ai ragazzi a nuotare.

Mi piace arrivare a risultati importanti nello sport e allo stesso tempo apprendere i rudimenti.

Mi piace ritrovarmi (nel punto di vista di) senza figli, o con un neonato, un adolescente, un figlio adulto lontano.

Mi piace essere in vacanza, essere al mare, essere in montagna, visitare una città d’arte.

Mi piace ubriacarmi con i vostri drink, partecipare alle vostre cene e serate danzanti.

Mi piace viaggiare con voi, per lavoro e per diletto.

Mi piace condividere la gioia della vicinanza dei vostri familiari.

Mi piace incazzarmi assieme a voi, sdegnarmi, gioire, informarmi, divertirmi, sorridere.

Mi piace.

(Questo post ha purtroppo perso un po’ di forza se riferito al contesto di fb per cui era stato scritto, ma ne aggiunge moltissima se considerato riferito ai blog, dove oltre alla realtà quotidiana potrei aggiungere i racconti di fantasia, le fotografie, le poesie, le proprie creazioni, le recensioni di libri, film, serie televisive, i racconti della propria infanzia… un altro post insomma).

Approcci

– “Perchè non vai da quella bambina e le chiedi se vuole giocare con te?”

– “Perché ho paura”

– “Paura di che?”

– “Che mi dica di no”
Invece, poi, crescendo, la paura la analizzi. La paura di un NO in realtá non esiste: il risultato è lo stesso che si avrebbe evitando di porre la domanda.

La paura di ricevere un rifiuto esprime l’indolenza di spiegare a se stessi un giudizio aprioristico, pertanto teoricamente infondato. 

Un giudizio basato sulle apparenze, o piuttosto sulle sensazioni impercettibili di empatia.
La paura si trasforma, diventa altro: si passa dal timore per se stessi, al timore per il prossimo, o viceversa, a seconda di chi si intenda ‘vittima’.
Una volta maturata una sufficiente autostima, la paura dell’altro diventa paura di scoprire che l’altro è diverso dal ritratto ideale che ne abbiamo delineato. 

È paura di rimanere delusi insomma. 
Paura di ritrovarsi impelagati e di non sapere più districarsi, perché chi fa il primo passo si assume implicitamente anche la responsabilitá del funzionamento di una relazione, di qualsivoglia natura.
– “Perché non telefoni?”

– “Perché non so cosa dire”

…e se ho qualcosa da dire ho paura di passare per quello che chiama solo quando ha bisogno di qualcosa.
– “Perché non organizzi un incontro?”

– “Perchè ho paura di restare in imbarazzo e senza argomenti”.
In questo i social network hanno contribuito a ridurre l’ansia, ti lasciano lo spazio di lanciare le iniziative ed attendere le risposte, nei tempi e nei modi propri di ciascuno, senza forzature.

Ti permettono di studiare il tuo prossimo, di capire i suoi interessi e valutare, in linea di massima, le affinitá.
Il rischio, per contro, é quello del voyeurismo, di chi scruta senza partecipare, senza mai rispondere, senza approvare esplicitamente, o disapprovare le espressioni altrui, senza esprimere nulla di personale.
Che poi sono gli stessi che, a mio giudizio per ignoranza o per invidia, criticano più o meno velatamente chi si mette in gioco.
Per ignoranza intesa come non sapere assolutamente cosa dire, non avere nulla da condividere; o per invidia perchè magari qualcosa da dire lo si avrebbe, ma si ha paura di esprimerlo nel modo sbagliato, o si teme di non avere la capacitá di farlo. Allora più facile denigrare.
E ritorniamo al punto di partenza.