In tempi di social network conoscere una persona solo per nome vuol dire non conoscerla. E io infatti non la conosco. O si?

Ai tempi in cui insegnavo lei frequentava i corsi di nuoto presso la struttura in cui lavoravo. La vedevo così superba, così altera e non provavo alcuna simpatia, onestamente.

Anni più tardi e qualche km più in là ci siamo ritrovate, entrambe utenti, lei per l’acquagym e io per i master.

Quando io arrivavo lei usciva, era un incrocio di doccia, più che una conoscenza.

Bella è sempre stata bella: le gambe lunghe e snelle, il busto compatto, lunghi capelli biondi e occhi castani; e poi quel difetto della pelle che metteva in risalto i suoi punti di forza, come una modella di Desigual.

Correva l’anno 2008, ottobre. La diagnosi per mia mamma era già entrata a regime, e sembrava quasi troppo pessimistica per lo stato reale delle cose. Quella di mio papà invece era fresca di referto. All’indomani avevamo preso appuntamento con un luminare in materia, che avrebbe dovuto salvarlo e invece ci ha trattate, a noi accompagnatrici, come tre scolarette inadempienti, per non aver conservato i precedenti referti in ordine cronologico. Alla modica cifra di 200€.

Ma questo sarebbe accaduto il sabato mattina. Quel venerdì sera ho fatto una deviazione prima di andare ad allenamento per passare a trovare i miei. E trovarli arrabbiati.

Ogni tanto adesso mi ritrovo a fare da paciere tra Viola e Sofia per motivi futili; quella sera ho dovuto fare altrettanto con loro due che si stavano accapigliando per un’analisi del sangue da portare o non portare al professorone.

Mia mamma piangeva a singhiozzi, mio papà non piangeva ma il suo sconforto era ancor più palpabile. 

La devi portare, può essere importante. 

Il paziente sono io e decido io: questa è vecchia di anni e non serve a niente. 

Muro contro muro, come se fosse quello il punto.

Ne sono uscita disfatta e raggiunto lo spogliatoio della piscina mi sono svestita del ruolo di mediatrice e sono scoppiata a piangere. 

Poche le donne a quell’ora; un’amica mi chiede cosa succede, le rispondo che i miei hanno poco tempo ancora per stare insieme e lo passano a litigare. Sono affranta come poche altre volte mi è capitato di esserlo, perché alla morte ci si rassegna ma finché si è in vita bisogna vivere, rifletto.

Martina non dice niente, o forse sì ma non lo ricordo. Però mi guarda, con uno sguardo che è molto di più: è un abbraccio, è una consolazione, è un ‘ti ho ascoltata / ti ho capita’. La settimana successiva si informa di come va.

Da quella sera in cuor mio siamo diventate amiche, anche se io di lei so solo come si chiama. Ma ogni volta che ci incrociamo e ci salutiamo io mi sento bene.

Di incidenti ne accadono molti e finché alle vittime non dai un nome sono sempre ‘cose che succedono’.

Io in questo momento non riesco a non pensare a quella sera, alla forza che mi ha trasmesso e che vorrei poterle restituire.

Una partita a carte

Il destino mescola le carte e noi giochiamo (A. Shopenauer)

La vita assomiglia molto a una partita a carte: inutile pianificare a distanza troppo lunga, perché non sai esattamente che carte avrai alla prossima mano nè che carte pescherà il tuo avversario.

Però non puoi calare gli assi a caso: devi stare attento a ciò che è sceso nelle mani precedenti e pensare quale è la tattica di gioco migliore.

Se la regina di cuori non è in mano tua, e non è ancora scesa, può essere nel ventaglio del tuo avversario o trovarsi ancora nel mazzo. E così la luna nera.

La casistica nella vita reale è ancora più vasta perché nella partita hai la certezza che prima o poi qualcuno pescherà il due di picche, mentre nella vita quotidiana potresti anche avere molta fortuna e non trovarlo mai.

Inutile quindi arrovellarsi su quando si farà che cosa, lo potrai decidere solo nella tua mano da giocare, ma allora sarà meglio non farsi trovare impreparati e aver valutato una sola opzione che potrebbe non essere disponibile.

La precedenza è di chi se la prende?

1 maggio, festa del lavoro, entro al supermercato (lapidatemi, ma mi serviva il latte!) quasi deserto. Quando esco piove: raggiungo l’auto e mi accorgo che quello che ha parcheggiato di fianco a me sta comodamente armeggiando con la sua portiera spalancata addosso alla mia.

Capita anche a me, lo ammetto, ma se sopraggiunge il proprietario dell’auto mi affretto almeno a staccare la prova della mia colpevolezza. Comprensiva gli concedo il tempo che mi serve a riporre la sportina nel bagagliaio ma nel frattempo niente, il tizio è ancora lì che lega il bambino al seggiolino, e la sua porta sempre addosso alla mia.

Capisco che sia un’operazione che richiede tempo, lo so bene! quello che non capisco è come possa fregarsene totalmente del fatto che mi è addosso.

Chiedo cortesemente se può staccare la sua portiera dalla mia; risponde stizzito ‘Un attimo’ aggiungendo ‘L’ho solo appoggiata’.

Mancava anche che la avessi sbattuta…!

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Uscita dal parco giochi, pieno pomeriggio di una bella giornata di sole; il cancello insiste su una via a senso unico di percorrenza. 

Dal lato di marcia non sopraggiungono auto, dal lato opposto avvisto una vecchia punto color blu elettrico, costretta a girare a sinistra.

Ho le bimbe a fianco, una per lato; valuto la situazione e le incoraggio ad attraversare e raggiungere il marciapiede dal lato opposto. La punto però non svolta a sinistra, ma procede dritta verso le bambine.

Istintivamente grido: “ma lei è pazzo?” acciuffando Viola per il rotto della cuffia mentre Sofia scatta sul marciapiede.

Il vecchio, affiancato da moglie non meno rimbambita, sporge la testa dal finestrino piccato, rimproverandomi che non eravamo sulle strisce (che nemmeno ci sono).

Una donna che passava lì vicino mi dà manforte e gli fa notare il divieto di accesso; il vecchio ingrana la retro, abbassa la cresta (il finestrino era già giù per controbattere che avrei dovuto attraversare sopra le zebre) e si scusa blandamente, chiedendo sorpreso da quanto tempo hanno affisso il divieto.

“Sono cinque anni che abito qua e c’è sempre stato” rispondo con lo stesso tono con cui ho inveito inizialmente.

“Eh ok ok… ma calmati” mi ammonisce, ancora turbato dal mio tono di voce e dall’epiteto pazzo che ritiene offensivo.

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Due episodi recenti, questi, che mi hanno fatto riflettere: per certo in ogni discussione esiste una componente di ragione e di torto per ciascuno ma è atteggiamento prevalente (a partire da me) quello di ricercare esclusivamente la prima.
 

Mi piace *

Mi piace leggervi su fb; mi piace perché nel giro di pochi post posso essere in tutta Italia: sono al carnevale di Venezia, sono incolonnata in tangenziale a Milano, sono in attesa della metro a Roma, sono all’aperto sotto il sole di Palermo, e in qualche caso sono anche all’estero. Mi piace perché posso sentire tutte le parlate, tutti i dialetti.

Mi piace sentirmi in fila al catasto, in tribunale, alla fine di un turno ospedaliero, in riunione con un cliente rompiballe, al termine di un ricevimento scolastico dei genitori, in piscina ad insegnare ai ragazzi a nuotare.

Mi piace arrivare a risultati importanti nello sport e allo stesso tempo apprendere i rudimenti.

Mi piace ritrovarmi (nel punto di vista di) senza figli, o con un neonato, un adolescente, un figlio adulto lontano.

Mi piace essere in vacanza, essere al mare, essere in montagna, visitare una città d’arte.

Mi piace ubriacarmi con i vostri drink, partecipare alle vostre cene e serate danzanti.

Mi piace viaggiare con voi, per lavoro e per diletto.

Mi piace condividere la gioia della vicinanza dei vostri familiari.

Mi piace incazzarmi assieme a voi, sdegnarmi, gioire, informarmi, divertirmi, sorridere.

Mi piace.

(Questo post ha purtroppo perso un po’ di forza se riferito al contesto di fb per cui era stato scritto, ma ne aggiunge moltissima se considerato riferito ai blog, dove oltre alla realtà quotidiana potrei aggiungere i racconti di fantasia, le fotografie, le poesie, le proprie creazioni, le recensioni di libri, film, serie televisive, i racconti della propria infanzia… un altro post insomma).

Approcci

– “Perchè non vai da quella bambina e le chiedi se vuole giocare con te?”

– “Perché ho paura”

– “Paura di che?”

– “Che mi dica di no”
Invece, poi, crescendo, la paura la analizzi. La paura di un NO in realtá non esiste: il risultato è lo stesso che si avrebbe evitando di porre la domanda.

La paura di ricevere un rifiuto esprime l’indolenza di spiegare a se stessi un giudizio aprioristico, pertanto teoricamente infondato. 

Un giudizio basato sulle apparenze, o piuttosto sulle sensazioni impercettibili di empatia.
La paura si trasforma, diventa altro: si passa dal timore per se stessi, al timore per il prossimo, o viceversa, a seconda di chi si intenda ‘vittima’.
Una volta maturata una sufficiente autostima, la paura dell’altro diventa paura di scoprire che l’altro è diverso dal ritratto ideale che ne abbiamo delineato. 

È paura di rimanere delusi insomma. 
Paura di ritrovarsi impelagati e di non sapere più districarsi, perché chi fa il primo passo si assume implicitamente anche la responsabilitá del funzionamento di una relazione, di qualsivoglia natura.
– “Perché non telefoni?”

– “Perché non so cosa dire”

…e se ho qualcosa da dire ho paura di passare per quello che chiama solo quando ha bisogno di qualcosa.
– “Perché non organizzi un incontro?”

– “Perchè ho paura di restare in imbarazzo e senza argomenti”.
In questo i social network hanno contribuito a ridurre l’ansia, ti lasciano lo spazio di lanciare le iniziative ed attendere le risposte, nei tempi e nei modi propri di ciascuno, senza forzature.

Ti permettono di studiare il tuo prossimo, di capire i suoi interessi e valutare, in linea di massima, le affinitá.
Il rischio, per contro, é quello del voyeurismo, di chi scruta senza partecipare, senza mai rispondere, senza approvare esplicitamente, o disapprovare le espressioni altrui, senza esprimere nulla di personale.
Che poi sono gli stessi che, a mio giudizio per ignoranza o per invidia, criticano più o meno velatamente chi si mette in gioco.
Per ignoranza intesa come non sapere assolutamente cosa dire, non avere nulla da condividere; o per invidia perchè magari qualcosa da dire lo si avrebbe, ma si ha paura di esprimerlo nel modo sbagliato, o si teme di non avere la capacitá di farlo. Allora più facile denigrare.
E ritorniamo al punto di partenza.

Dureran? Dureran!

Come MariaPia anche io ho avuto le mie fasi di idolatria; non per Luca Carboni quello no. E nemmeno sono stata a molti concerti in vita mia.

Avevo un’amica che era stata a vedere gli Europe e sua sorella aveva sfiorato la mano di Joey Tempest: pare che avesse trascorso una settimana senza lavarsela. (La mano, lavarsi la mano intendo, maliziosi!).

Per me invece Simon Le Bon, quello dei Duran Duran, lui … per me era una specie di idolo; mi pareva bellissimo, sbucava da ogni poster contenuto dentro ‘Tutto musica e spettacolo’, dalle copertine di Cioè; quando hanno partecipato al Festival di Sanremo mi pareva quasi di averlo ‘vicino’, solo per il fatto che era venuto in Italia.

C’è stata una tizia in quegli anni che si é azzardata a scrivere un libro, ‘Sposerò Simon Le Bon’, da cui era stato tratto un film, alla quale avrei voluto dire “OH bella … senti un po’… c’ero prima io!!!”.

Poi gli anni passano, incontri Brad Pitt e Camille Lacourt (incontri é da intendersi sul grande schermo o nelle pagine delle riviste) e ti dimentichi di Simon in soffitta.

Circa una decina di anni fa, quando (per dirla alla Stieg Larsson) ‘tutto il male doveva ancora accadere’ (e anche tutto il bene!!!), sono andata a trascorrere un weekend a Barcellona.

(La locuzione é piuttosto criptica, me ne rendo conto: intendo dire che ancora non era successo il patatrac che mi ha portato via i genitori e ancora godevo di parecchia libertá di movimento, essendo priva di prole, il mio grande bene).

Abbiamo preso l’aereo un venerdi sera di settembre a Venezia; mentre attendevamo di attraversare il metal detector, nel primo livello di controllo, quello dove passano indistintamente tutti coloro che si imbarcano, indipendentemente dalla destinazione, in fila a serpentina, sento una ragazza che parla al suo compagno: ha iniziato a sibilare come Sir Biss, a dare di gomito “Hey…. Psss… Psss”, a dimenarsi come un’anguilla.

Capto tre parole “Quello è Simon Le Bon!”. Mi giro ed osservo il tizio davanti a me; quando dico davanti intendo che lo avevo proprio addosso, mi poteva pestare un piede se non guardava dove andava. E che se lo avesse fatto avrei reagito malamente, perchè era tutto fuorchè un contatto ambìto.

Un uomo sfatto, di etá imprecisata, gonfio, sbudro. Si può dire sbudro? Beh é quello che era. In fila come tutti noi, ma non ‘uno di noi’: uno sgradevole. Eppure, lo posso confermare, era lui, anche senza che intonasse i uabbois.

In quel momento ho emesso un sospiro di sollievo: per fortuna non ho sposato Simon Le Bon!

Da quell’incontro, ho iniziato a vedere tutti con occhio diverso. Siamo tutti esseri umani, come cantava Luis Miguel ‘Siamo diversi ma tutti uguali’.

Ciò che trasforma un uomo (o una donna) in un idolo é la pubblicità, é photoshop, è il circo mediatico. Io non ho nulla di meno dei personaggi famosi. E nemmeno voi (vi regalo una piccola iniezione di autostima).

Certo ognuno sviluppa delle doti meglio di altri: chi canta, chi scrive, chi sfila in passerella, chi fa i record del mondo, chi esegue importanti interventi chirurgici, chi presiede la repubblica.

Ma io, nè voi, non sono da meno. Non sono eccellente in nessun campo, sono nessuno, ma sono IO, con le mie doti e i miei difetti.

Pecco di presunzione? Può darsi. Oppure, più probabilmente, ho scoperto l’acqua calda.

PS: canzoni come Wild Boys o Save a prayer per me sono ancora bellissime.

La lievitazione

Guardando Sofia mi sorprendo a pensare a quando è nata, e mi ritrovo incredula ad osservare quanto è cresciuta.

Un po’ come quando impasti la pizza: un po’ di acqua e un po’ di farina, poi lasci dentro la terrina e aspetti che lieviti.

Quando ritorni dopo 12 ore la pasta non sta più dentro quel contenitore in cui l’avevi lasciata riposare, ma ha iniziato ad esondare.

Mentre la prepari lo sai che se ti riesce triplicherà il volume, e se non lo fa puoi tranquillamente buttare.

Lo stesso falso stupore davanti a una figlia che cresce: ci mancherebbe che non crescesse, intendo! Ma quando ti accorgi che sta prendendo una strada sua, che ti sfugge dalle mani, che non ci sta più dove l’avevi messa ti coglie insieme la sorpresa.

Pensieri in Bunchems

Sto scoprendo un mondo di gente che scrive per diletto, e quando leggo mi faccio prendere dall’ansia: guarda che bei pensieri nobili hanno gli altri! Guarda che fantasia per inventare e raccontare belle storie!

Dopo una fase di impasse ho realizzato però che non devo ispirarmi agli altri per scrivere, che non vale la pena di imitare qualcun altro: c’è già la sua produzione! io devo continuare con la mia.

Dentro la mia testa ci son più bestie che nella foresta. Ma non le bestie cattive e feroci, no. Sono animali inesistenti, un po’ prosa e un po’ poesia.

Nella mia testa ci sono un mucchio di creazioni tipo i Bunchems, quei pezzettini colorati che messi insieme formano una macchina, o un cane, o una casa. Dallo spot che trasmettono in TV sembra che tu li lanci in aria e magicamente si compone una forma. In mano mia invece, pur con certosina precisione, fanno un ammasso informe di pezzi di plastica spinosi. Ma variopinto eh.

Così un po’ il mio blog: pensieri sparsi di vario genere, alcuni dei quali non arrivano nemmeno a trarre conclusioni più o meno sensate. 

I Bunchems nella mia testa a metterli insieme fanno un ambaradan senza capo né coda… Ma variopinto eh!


Dopo anni di uso delle tabs, le tavolette compatte per la lavastoviglie, siamo tornati alla versione sciolta. Una volta era la polvere, ora invece ci sono i detersivi liquidi; e ogni volta che metto il Pril nella lavastoviglie penso che chi lo ha inventato deve essersi ispirato allo Sheridan, il liquore panna e caffè bicolore che mi capitava di bere ogni tanto, nei dopocena dei miei 20 anni.

I Bunchems sono spinosi, sfruttano l’incastro dei pungiglioni per rimanere coesi. I miei pensieri stanno insieme con un filo conduttore invisibile, infatti la forma del risultato finale è indecifrabile.


Domenica ho portato Viola in doccia con me, per lavarla, controvoglia (sua). Si è fatta pregare un po’ poi l’ho presa di peso e me la sono portata sotto lo scroscio; prima di entrare in doccia ho fatto partire una playlist di Ed Sheeran sul tubo; Viola recalcitrante, ad un certo punto si è accoccolata sulla mia spalla e ha accettato di essere lavata. Io me ne stavo sotto l’acqua tiepida, con Viola in modalità koala, ascoltando Ed Sheeran. Mentre l’acqua ci scorreva addosso consideravo che questo trinomio, Viola-Acqua-Ed Sheeran, assomiglia parecchio ad un momento
di tranquilla felicità, anche se nessuno formulerebbe la propria definizione di felicità in questi termini.

Salvo poi scoprire che non mi ero collegata al wi-fi così, oltre ad un buon consumo di acqua, mi sono giocata anche parecchio traffico dai giga a mia disposizione. Pazienza.

Le statistiche del mio blog ogni tanto ricevono un’impennata da blogger di cucina stranieri. Ho come il sospetto che non leggano nemmeno i post ma si aspettino una follower in più; ma io con le ricette non ci azzecco molto, è come coi Bunchems, mi escono dei pasticci poco presentabili. Ma buoni eh!!!


I cacciatori di Pokemon che fine hanno fatto? hanno trovato tutti i mostriciattoli che non se ne parla più? La scorsa estate sembrava il male del secolo che i più giovani andassero a caccia di animaletti virtuali!

Un po’ per deformazione professionale mi piacerebbe che ciò che scrivo avesse un senso compiuto; sono un programmatore e per eseguire un codice lo compilo: se tutto non è predisposto nel modo giusto il programma non funziona per niente.

Il cielo al tramonto in questo periodo dell’anno è una spettacolare commistione di azzurro e rosa. È esattamente come lo aveva disegnato la mia mamma in quel disegno che ho scelto di conservare. Aveva frequentato un corso di disegno segretamente; per un certo periodo, che non so collocare nel tempo, era fuori tutti i mercoledì sera; poi alla fine aveva svelato l’arcano, presentandomi un album con i suoi elaborati. Mi aveva detto di sceglierne uno e si era stupita che avessi preferito quello più semplice in termini di grafica, in cui i colori pastello erano l’elemento predominante.

Adesso, a pochi giorni dal mio compleanno, penso che involontariamente è stato un modo per continuare a farmi percepire la sua vicinanza, ora che non è più con me.

Nessuno ha a cuore la ricorrenza di un compleanno come la madre per i propri figli: infondo la ricorrenza vera la festeggia lei. E infatti fino all’ultimo compleanno in cui l’ho avuta vicina mi ha reso il giorno speciale.

Vorrei che fosse così come nei listati dei software, anche nelle mie pagine; invece, e forse è il bello, è la creatività: non ci sono regole rigorose da rispettare, tranne quelle grammaticali. Posso raccontare ciò che voglio.

Ho sentito alla radio una canzone di Tozzi cantata in duetto con Tina Turner; invece era Anastasia. La conduttrice radiofonica si chiedeva se le avranno spiegato la traduzione del testo, e come avranno fatto a farle capire cos’è un guerriero di carta igienica.

Ma dico, son domande? Io me lo sono sempre immaginata come l’omino Michelin, solo con i rotoli al posto degli pneumatici!

Ogni tanto mi capita di incontrare qualcuno che mi dice ‘sai … seguo un po’ il tuo blog… ma mi sono preso indietro, devo rimettermi in pari con la lettura’. Forse ha paura che lo interroghi.

Lo rincuoro: il mio blog è come Sentieri, puoi perdere anche tre generazioni di puntate che poi ne vedi una e ricostruisci tutti gli accadimenti.

Il mio blog non è come quei corsi di aerobica che se perdi una lezione sei spacciato, condannato a saltellare a destra quando tutti vanno a sinistra perché quando è stato introdotto il mezzo avvitamento avevi il raffreddore.

Viola non distingue tra pipì e cacca: chiama indistintamente l’una o l’altra ma si riferisce sempre al fatto di dover urinare. Per il resto ancora non ci siamo, ma quando si produce nella seconda ti avvisa orgogliosa, accompagnando con un ampio gesto rotondo delle braccia, che ha fatto un ‘petolotto’; ma graaandeee eh!

Il pensierografo

Mi ci vorrebbe uno strumento, tipo quelli che registrano i sismi, o le contrazioni uterine, o l’attività cardiaca; uno di quelli col rullo di carta millimetrata rosa che gira, su cui scrive una penna.

Una cosa del genere collegata ai miei pensieri, alle osservazioni, ai ricordi, alle congetture, alle psicanalisi improvvisate ma realistiche: io penso e questo scrive, registra, tiene traccia.

Non ne uscirebbe un buon libro, lo so, ma uno di quei taccuini che a me piace spulciare; anzi data la conformazione del supporto, un rotolone Regina delle mie quotidianità. Per essere certa di registrare molto mi approvvigionerei di quelli dal triplo potere assorbente.

Non ci sarebbero liste strutturate, pensieri organizzati, discorsi articolati, ma potrei salvare quegli attimi che rendono gradevole la mia giornata.

Ci sarebbe dentro la descrizione della casa sulle sponde del laghetto di pesca sportiva che vedo dall’autostrada: con il sole si rispecchia nell’acqua che restituisce una copia con gli stessi colori ma con i contorni tremolanti.

Ci sarebbe dentro l’espressione dubbiosa di Viola, bambina dallo spannolinamento più lungo della storia, che vuole stare da sola seduta sulla tavoletta, a cui raccomando ‘si ma tieniti o cadi dentro!’ e lei che domanda ‘poi chi mi tira su?’.

Oppure il suo entusiasmo per aver ereditato tanti vestiti da Sofia, ormai cresciuta, tra cui un bel piciama nuovo.

Ci sarebbe il dubbio amletico di quel bel mazzo di mimose ed orchidee abbandonato ai lati della strada: prima o dopo essere stato regalato?
Ci sarebbe il gradimento per il nuovo brano di Ed Sheeran e i suoi piacevoli mugolii alternati a soffici percussioni, che ogni volta che lo sento alla radio mi si scatenano le endorfine.

Ci sarebbe la sorpresa di ritrovare una compagna di asilo dopo quattro decadi, osservare la sua dolcezza con i bambini altrui, e ritrovarsi a pensare che forse per questo era mia grande amica: ha, ed aveva, tanta pazienza.

E poi mi ci vorrebbe uno spray, tipo quello delle zanzare, da spruzzare contro i pensieri negativi e stecchirli al suolo: il flit dei cattivi pensieri.

Sinestesie della felicità *

Lestateaddosso….. trallalalà…..

Non sono una fan di Jovanotti ma questa mi si è insidiata in un angolo remoto della testa e ultimamente mi capita spesso di canticchiarla.

Poi caso vuole che accendo la radio e parlano ancora proprio di lui…. tantotantotantotantotanto…. Sono trascorsi già 10 anni …..Però!!!
Mi fido di te…ascolto il testo di questa canzone senza riflettere troppo, e mi colpisce la domanda:

‘Dottore che sintomi ha la felicità?’
Sull’onda di questo interrogativo smetto di canticchiare e inizio ad approfondire, voglio darmi una risposta!

‘Che rumore fa la felicità?’ … aspetta, questi sono i Negrita

E poi c’è anche quella che diceva ‘…non ricordo più che sapore ha la felicità…’ (la cantava a Sanremo pochi anni fa Simona Molnari).

Sintomi, sapore, rumore… : in che interrogativo difficile mi sono imbarcata, pensare che ero partita da Jovanotti.

Bypassiamo pure Albano e Romina secondo cui si poteva ricondurre a un bicchiere di vino con un panino, ci provo; lungi da me elencare cosa puó rendere felici, bensì cercare di esprimere come ci si sente… i sintomi insomma….

Le farfalle nello stomaco? quella secondo me è più fame che altro.
Allora come?

Quando ti assale la felicità, ti sembra di respirare ossigeno vivo; hai la sensazione che ogni respiro che fai ti inebbri di energia pura; senti tutte le cellule partecipare al ciclo vitale. Il mondo intorno sembra pulsare assieme al tuo cuore.
Altre volte invece può essere una risata spasmodica, che contrae ogni muscolo fino alla spossatezza.
Questo fenomeno dura qualche istante, poi però ti rimane dentro un feedback. 

Un po’ come un palloncino: man mano che soffi va ad espandersi e quando è abbastanza teso sei ‘felice di base’.
Nelle fasi di quiete il rumore della felicità è il silenzio, o al massimo un garrulo cinguettare di uccellini. Invece mentre si gonfia il palloncino la felicità fa il rombo di una F1, l’urlo di una vittoria, una chitarra elettrica amplificata al massimo mentre suona Mark Knopler.
E che sapore ha? Sapore di frutta fresca di stagione, di pane appena sfornato.
Ma andiamo avanti, che ci ho preso gusto: che colore ha? che profumo?
Ha il colore azzurro del mare e del cielo, il giallo del sole e di conseguenza azzurro e giallo fa verde, il verde dei prati erbosi.

E il profumo? 

Beh più ci penso e più mi convinco che ha il profumo del letame nei campi… Si lo so che sono strana …