L’ultima prima volta

Per tutte le cose c’è una prima volta: i primi passi, le prime parole, il primo giorno di scuola.
Ma anche il primo bacio, il primo lavoro, la prima sbornia.
Qual è il primo film che abbiamo visto al cinema? La prima volta che abbiamo sciato? La prima volta che abbiamo incontrato quella persona?

La prima sera in discoteca? Il primo concerto? La prima notte fuori di casa? Il primo viaggio da soli? Il primo aereo che abbiamo preso?

Qualcuna ce la ricordiamo per noi stessi, qualcuna la viviamo in seconda persona, osservando i figli, perché la nostra è troppo remota.
Non posso ricordare quando ho mosso i miei primi passi, ma ricordo bene quando hanno iniziato a camminare Sofia e Viola.
Non ricordo le mie prime parole, e ricordo a stento le loro.
Ricordo bene quando ho iniziato a pedalare senza le rotelle alla bicicletta, e l’ho rivissuto con la stessa emozione quando a non dover più sorreggere la bici da dietro ero io, non mio nonno.
A guidare l’auto ho imparato da privatista, con mio papà abbarbicato alla maniglia lato passeggero con entrambe le mani, la sigaretta in bocca e i piedi che cercavano il pedale del freno dove non c’era.
Ho vissuto come una liberazione il giorno dell’esame di pratica: qualunque esaminatore sarebbe stato più rilassato e, nella peggiore delle ipotesi, mi avrebbe bocciata. Mio papà invece me lo riportavo a casa ed avrebbe ripetuto altre mille volte cosa avevo sbagliato.
La prima guida da sola l’ho fatta verso l’ufficio postale, pochi km che mi sono sembrati impegnativi come la Parigi – Dakar più che altro per l’ansia che mi aveva trasmesso chi mi aspettava a casa.
Avere un familiare come insegnante crea un rapporto squilibrato, ed è il motivo per cui non ho insegnato alle mie figlie a nuotare.
Viola, suo malgrado, si è ritrovata Sofia come maestra, perché a loro piace giocare ‘alla scuola’. Fatto sta che, Rottenmeier scansati, avere Sofia come maestra è peggio che avere mio papà sul sedile di fianco.
Eppure questo gioco dei ruoli se lo sentono proprio, a loro piace e lo fanno spesso.
Col risultato che Viola ha imparato, a 4 anni e mezzo, a distinguere le lettere.
A leggere? No, solo a distinguere le lettere.
Firma i suoi disegni col nome perché sa che quelle sono le lettere che lo compongono.
Copia le cose che trova scritte in giro, senza capirne esattamente il senso.
Qualche sera fa ha preso in mano una vaschetta di Philadelphia, la crema spalmabile.
Ha guardato con diffidenza i caratteri cubitali, non capiva la P e la H vicine.
Poi, una dopo l’altra, ha scandito le lettere
F-O-R-M-A-G-G-I-O    F-R-E-S-C-O
La sua prima lettura.
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Lo strano caso del dr Jeckyll e di mr Jeckyll

Per distinguerle, a scuola, le due Anna, usavamo l’iniziale del cognome. Qualche anno più avanti mi sarei ritrovata io ad essere una della Elena da riconoscere, perché nell’epoca in cui sono nata il mio nome stava in testa alle classifiche di diffusione.

È stato così il mio primo approccio al fenomeno dell’omonimia: due persone con lo stesso nome, chiami uno e ti risponde un altro. Elena? Siiii … no non te, l’altra.

È fastidioso, ma fisiologico.

In alcuni casi, che io chiamo i cognonimi, ad essere uguale è il cognome.

Mi è capitato di essere in attesa di una chiamata, avere davanti 20 e più persone, e sentire pronunciare a voce alta il mio cognome e nome. Tocca già a me? Mi ero illusa! Non toccava a me. La distinzione in quel caso era stata possibile in base alla data di nascita.

E quando corrisponde anche la data di nascita? Il gioco si fa duro.

Se poi corrisponde anche il luogo di nascita i duri devono cominciare a giocare.

Eh si, perché non si tratta più di due Anna, o due Elena, nella stessa classe.

Si tratta di due codici fiscali uguali: un gran casino!

Il codice fiscale, sappiamo, è composto da 15 caratteri, ricavati da nome e cognome, data e luogo di nascita. Il sedicesimo, detto carattere di controllo, è la ‘somma’ dei precedenti 15: quindi non è una scappatoia per distinguere i casi di omocodia, che è appunto il nome del fenomeno per cui due persone possono avere il medesimo codice fiscale.

Il problema assume proporzioni via via più importanti se pensiamo a quanti ci chiedono, oggi, il codice fiscale: l’iscrizione a scuola, il datore di lavoro, la farmacia, il medico, le compagnie telefoniche, la banca, least but not last il fisco.

Come fa la banca a distinguere i due Mario Rossi nati a Roma nello stesso giorno dello stesso anno? Il biondo e il moro? Il pelato e il capellone? Quello con la felpa e quello con la camicia?

Tutti criteri labili.

Sarebbe stato più semplice se lo stato avesse previsto di assegnare a ogni nuovo nato un numero di serie, come con la partita iva. Ma se già molti a fatica ricordano il proprio cf, per molti versi mnemonico, con una serie di cifre il rischio di errore sarebbe altissimo.

Allora che si fa? Il nostro ministero ha ben pensato di aprire un grado di libertà nella formula del cf, e consentire di sostituire uno (o più) dei caratteri numerici (quindi nella data o nel luogo di nascita) con una lettera.

Purtroppo l’omocodia è un fenomeno piuttosto sconosciuto, tanto che sono frequenti i sistemi che rifiutano i codici che fanno eccezione alla regola standard.

Talmente sconosciuto che la scrittura assistita propone omicidio, e penso sia l’alternativa che qualcuno valuta quando gli viene rifiutato un servizio perché il suo cf non si presenta nella sua veste classica.

Spesso per ovviare a questo problema ci si adatta ad usare un codice che non è il proprio, con conseguenze imponderabili.

Il numero di casi, che si stima attorno ai 40000 in Italia, è destinato a crescere: gli stranieri hanno una sigla per indicare il luogo di nascita che è cumulativa: designa l’intero stato, non un particolare comune; spesso gli stranieri inoltre non hanno una data di nascita certa e ne dichiarano una simbolica, quale il capodanno.

Si aggiunga che la data di nascita non distingue il secolo ma solo le ultime due cifre, quindi una persona nata nel 2019 può avere il medesimo codice di una nata nel 1919.

Mi ritenevo fortunata ad essere riuscita ad accaparrarmi degli indirizzi email in cui lo username fosse composto solo di nome e cognome, ma devo rivalutare la fortuna, ben più importante, di avere un codice fiscale normale.

Momenti di Natale

Mannaggia alle canzoncine campanellose che dal primo di dicembre mi hanno tintinnato nelle orecchie in loop.

Mannaggia alle renne che si sono mangiate lo scotch e così babbo natale si è ritrovato a chiudere i pacchi con la pritt.

Mannaggia alle cene troppo lunghe, che ti riportano alla realtà di certe conversazioni che per il resto dell’anno riesci ad evitare.

Mannaggia alla fatturazione elettronica e alle mille sorprese che riserva, altro che uova di Pasqua.

Mannaggia allo sfizio di insalata russa, e dei salami, e del bollito col kren, e dei pandori e dei panettoni e dei panforti.

Mannaggia agli auguri che mi sembrano sempre ridondanti, ma poi quando arrivano mi commuovono: davvero ti sei ricordato/a di me?

Mannaggia al mese di dicembre, gonfio di appuntamenti e con quella scadenza improrogabile del giorno 25, entro cui devi incastrare tutto.

Mannaggia alla scoperta che, se anche non riesci a fare tutto, non succederà assolutamente niente: pensi di schiantarti contro il muro ma poi ti accorgi che il muro non c’è.

Mannaggia a certi Natali brutti del passato, che di Natale non avevano un bel niente, che hanno rovinato la magia che Natale è un giorno speciale e poi ti accorgi che non è sempre così.

Mannaggia alla vita che continua, alla meraviglia dei bambini che scartano i pacchi ed esultano, che gridano che babbo natale si è accorto che loro hanno fatto i bravi.

Mannaggia ai foruncoli che non danno tregua al mio viso.

Mannaggia a questo Natale 2018, che è già passato.

Il verso giusto

A volte accade: riesci ad agganciare lo stato d’animo positivo, quello in cui qualunque cosa ti venga in mente si piega dalla parte giusta.

Non capita spesso questa manna dal cielo: talora si tratta di un bene effimero, il tempo di una canzone e vola via.

Sembra di pedalare una bicicletta con il pignone sdentato: a ogni giro dei pedali preghi che quel difetto non si presenti proprio al momento della spinta.

E poi a un certo punto il miracolo riesce, il dente mancante si nasconde alla catena e tu pedali leggero, il moto procede uniforme; imbocchi una leggera pendenza, la gravità ti aiuta, scendi e acquisti velocità.

Le cose riprendono a girare per il verso giusto, così, naturalmente, come si è sempre ritenuto normale facessero.

Invece chissà perché in certi momenti non volevano muoversi nella sequenza giusta, deviavano, prendevano tangenti.

Il vento gonfia la vela nel punto buono, la barca scivola, le mete più distanti sembrano facilmente raggiungibili.

Ciclo vitale

L’autostima non si crea e non si distrugge, ma si trasforma da un solido stato d’animo a un puzzle di mille pezzi scomposto, raffigurante una folla di minions tutti ugualmente gialli e azzurri da rimettere insieme; 101 cuccioli di dalmata frammentati in mille tesserine, cerchi Crudelia Demon come punto di partenza.

Resiste un po’, scricchiola sotto il peso dei pregiudizi di genere, spiffera in pianti liberatori gridati nell’abitacolo dell’auto a squarciagola sulle note di canzoni proposte a caso dallo zapping radiofonico, deflagra ma non si smaterializza: giace come un mucchio di residuo di combustione, pronta a risorgere dalle sue stesse ceneri come l’araba fenice.

Sublima poi dallo stato aereo per ritornare a quello solido tramite bizzarre visioni oniriche, che non hanno alcun riscontro con la realtà ma bastano a far tornare il sorriso, come una scialuppa di salvataggio.

Mentre il Titanic intero affonda Rose aggrappata ad un sughero raggiunge la riva e riparte, riprende a vivere.

Radiografia di una principessa

Da quando ci sono le bimbe circola per casa un libro illustrato di fiabe classiche: Biancaneve, Il gatto con gli stivali, I tre porcellini etc.

Il libro è corredato da un cd con le fiabe registrate, ma non ne abbiamo mai approfittato: ho sempre letto le fiabe a voce; anzi la fiaba perché Cenerentola va per la maggiore.

Non so se si tratti di un’edizione infelice, ma ci sono alcuni punti chiave nella narrazione che più li leggo e più mi indispongono.

Evito di riportare la versione integrale del racconto, noto ai più; mi limito alle frasi più fastidiose:

  • La necessità di risposarsi:

“… il mercante cadde in disgrazia così si trovò costretto a sposare una ricchissima vedova che aveva già due figlie…”

Passa liscio come l’olio il concetto che il matrimonio può avvenire tranquillamente per interessi economici, senza nemmeno includere un briciolo di affetto.

  • L’inopportunità legata agli abiti:

“… la fata sorrise: di certo non ci puoi andare combinata in questo modo…”

Ma non si era propagandata la storia che l’abito non fa il monaco, che l’importante è essere belli dentro etc?

  • L’impellenza di trovare una donna:

“… in onore del compleanno del principe il re darà un grande ballo a cui sono invitate tutte le ragazze in età da marito; durante il ballo il principe sceglierà la sua sposa”

Perché è il padre a desiderare così ardentemente che il figlio si sposi? E perché ha tanta fretta?

  • Le scarpe di cristallo e la puntualità:

“… e queste sono per i tuoi piedini! Un paio di scintillanti scarpine di cristallo comparvero all’improvviso”

“… ma ricordati : l’incantesimo scadrà a mezzanotte in punto”

Cioè fata, la potenza è nulla senza controllo: se mi metti ai piedi un paio di scarpe di cristallo mica posso correre come Usain Bolt; e tu mi vuoi pure indietro per mezzanotte secca? Il tempo non mi basta nemmeno per salire la scalinata!

⁃ “Poi fu la volta dei topolini che diventarono magnifici cavalli bianchi”

E gli animalisti muti?

  • Il principe si intestardisce:

“È inutile che vi dica il mio nome, non ci rivedremo mai più dopo stasera”

“Oh sì che ci rivedremo!”

Lo sa il principe che esiste il reato di stalking? Può una donna sentirsi libera di vederti una sera e basta? Fattene una ragione, ragazzo!

  • Le doti atletiche del principe:

“Il principe cercò di inseguire la fanciulla ma non riuscì a raggiungerla”

Abbiamo a che fare con un centometrista proprio: nemmeno in grado di correre dietro a una ragazza che calza un paio di scarpe di cristallo!

  • Un ragazzo capriccioso, pure un po’ viziato:

“Cercate ovunque la giovane che la calzava, non avrò pace finché non l’avrò ritrovata”

Punto primo, te la vai a cercare; punto secondo di donne è pieno il mondo, perché a lui non compare la fata madrina a spiegarglielo? È sessista questo concetto che le donne abbiano bisogno dell’intervento di un essere superiore e il principe no.

  • La discriminazione basata sulla taglia:

“Ma i piedi delle due ragazze si rivelarono subito troppo grandi”

Questo è il preconcetto più indisponente di tutto il racconto: se una fanciulla calza il 41 non può essere amata? È inutile che ci stracciamo le vesti sul bullismo tra adolescenti, piaga della società moderna, se raccontiamo questo genere di storie con noncuranza ai nostri figli.

Me lo immagino il messo del re con Anastasia e Genoveffa, desideroso di portare a termine la missione, insistere che è un 38 ma calza largo, su dai provalo.

  • Aborro la falsa modestia:

“… uno dei messi, colpito dalla bellezza di Cenerentola che se ne stava in disparte, le disse: e voi perché non la provate?”

A me quelle che ‘oddio figurati io no ma dai’ e poi invece si scoprono meglio di quel che credevano, proprio non le tollero.

Sono venuta al provino di X-Factor perché mi ci hanno trascinato, e poi cantano come Adele.

Ma vogliamo iniziare a prendere coscienza dei nostri meriti e dei nostri limiti o dobbiamo sempre attendere che siano gli altri a scoprirci?

  • Le motivazioni, quelle valide:

“L’ordine era di riportare al castello la ragazza che avesse calzato perfettamente la scarpina”

“Adesso dovrete dirmi il vostro nome perché sto per chiedervi in moglie”

Si sposano sulla base di una scarpa che calza: non sarà un presupposto labile per un matrimonio duraturo?

A me questa favola suona altamente diseducativa!

I sogni nel cassetto

Cosa ne è stato dei tuoi sogni? Delle ambizioni? Degli obiettivi? Delle illusioni?

Li hai abbandonati, smarriti o semplicemente appoggiati lì da qualche parte, il tempo necessario per tirare avanti e poi riprenderli? O li hai riposti con cura in un angolino segreto, protetti da tutte le intemperie?

Si sono evaporati all’arsura del qualunquismo? O si sono infranti contro gli scogli dell’indifferenza?

Sono rimasti soffocati dal pudore di rivelarsi sfacciati, lungimiranti, oltraggiosi?

Si sono annichiliti sotto il peso della realtà?

O li hai barattati con i sogni di qualcun altro, riponendo in questa persona aspettative esagerate o semplicemente aliene dai suoi interessi?

Si sono spenti assieme alle intransigenze che richiedevano sforzi immani per rimanere erette, come quei pupazzi soffiati ad aria che si reclinano ad ogni alito di vento, sembra che sbraccino chiedendo aiuto?

Gli ideali, le questioni di principio, sono rimaste invischiate nella melassa della quotidianità?

Cercali.

A che altezza del percorso hai deviato, lasciato la strada maestra?

Non è troppo tardi, non smettere di crederci, nessuno te li ha portati via.

Riprendili, ravvivali, sprimacciali, riesumali se sono sepolti.

Togli la ruggine, olia gli ingranaggi, adattali alle circostanze, rammendali alla situazione al contorno. Rimettili in moto, spingi, falli ripartire.

Dispiega le ali, vola.

Buona la prima

La sera del compleanno di Viola siamo andati al luna park; mentre le bambine giravano sulla giostra mi sono scattata un selfie.

Osservo il mio viso imperfetto: manca il sorriso, la presa evidenzia il mio naso sgraziato. Ne scatto un altro: qui si notano le rughe, un foruncolo, l’asimmetria tra gli occhi. Un altro: oddio si vede la ricrescita dei capelli. Uno nuovo: ma quanto sto invecchiando? Basta selfies, metto via lo smartphone.

Mentre attendo che il giro della giostra termini vedo avvicinarsi una donna. La mia attenzione viene catturata da distante, un’aura di splendore la circonda.

Indossa con un abito interamente ricoperto di paillettes, argento e oro su base nera. Anche i sandali sono color oro, un modello chanel con un po’ di tacco; incede con eleganza.

I capelli elegantemente raccolti in una coda che attraversa uno chignon ben pettinato. Il make up segnato, con lunghissime ciglia e una spessa riga di eye-liner precisa, che rende il suo sguardo magnetico.

Mi sento inadeguata, di un’ordinarietà quasi avvilente: dovrei dedicare anche io un po’ più di cura al trucco, appena accennato, ai capelli ancora umidi acciambellati dentro una comune pinza. Canotta e shorts mi sembrano già eleganza, per il semplice fatto che la canotta ha un ornamento.

Il tacco solo in occasioni speciali.

La donna ormai mi è davanti, continuo ad osservarla, impossibile staccarle gli occhi di dosso. Ha la mia età, forse di meno, forse di più: è indefinibile. La pelle liscia, di un colore omogeneo, un incarnato perfetto sul suo volto luminoso.

Quando mi è a un metro di distanza per poco non faccio un balzo all’indietro: al posto delle labbra sembra avere due tubetti di burro cacao, le manca solo il motorino envirude.

Mi ricorda quelle caricature che staccavo dal tele7, il giornalino dei palinsesti televisivi, per appenderle al mio guardaroba: visi deformati dal tratto satirico di un vignettista.

È un mostro, o peggio, si è resa un mostro: mi chiedo come fosse prima dell’intervento, quale difetto, reale o immaginario, l’abbia spinta a trasformarsi, deliberatamente, in un’oscenità.

Riprendo i miei selfies: buona la prima.

Questo non significa non avere cura di sè ma … est modus in rebus.

Il mio vademecum zen

Alcuni trucchi che ho imparato e che con me funzionano; li condivido, ma non prendeteli come dogmi, si tratta più che altro di un mio memorandum.

    Nessuno ce l’ha con te, nessuno ti vuole del male: la spiegazione più semplice alla maggior parte dei comportamenti è quella a minor consumo energetico, ovvero la stupidità. Diceva la mia mamma che va preferito il cattivo allo stupido perché il primo, una volta a settimana si riposa. Fare del male agli altri, deliberatamente, è un’attività che richiede impegno: nessuno spreca così le sue forze, a meno di un movente forte. Molto più semplice che un comportamento che ti ferisce sia semplicemente una noncuranza.
    Se qualcosa ti fa star male, cose che il tuo prossimo ha detto / non detto o fatto / non fatto, la reazione migliore è lasciar perdere: ogni volta che ritorni a pensarci, anziché soffrirne, pensa ad un tergicristallo che spazzola il parabrezza mentre piove; l’azione incriminata deve essere come quelle gocce d’acqua che scendono copiose: spazzate via. Mantieni la concentrazione sulla guida, punta dritto verso il tuo obiettivo e non dissipare le tue energie nel rancore.
    Sei esattamente qui ed ora, fattene una ragione: HIC ET NUNC! È inutile sospirare che staresti / eri stato / starai meglio altrove o con altra compagnia; vivi il presente, osserva ciò che ti circonda, ascolta le persone, apprezza ciò che è.
    Due persone che parlano tra loro a bassa voce e ogni tanto ridacchiano, non stanno parlando male di te, semplicemente parlano dei fatti loro.
    Azzera la contabilità della reciprocità: può accadere che qualcuno goda della tua stima pur senza ricambiarla; non è motivo sufficiente per sminuire il tuo sentimento.
    Accetta i complimenti: fino a poco tempo fa mi mettevano in imbarazzo, la prima interpretazione che attribuivo loro era l’esatto contrario. “Mi dice sei bella ma è sarcasmo, in verità mi sta dicendo che sono un cesso, lo fa per prendermi in giro”. Poi ho abbandonato la ricerca della dietrologia: prendo ciò che mi viene detto per sincero, e ciò che non mi viene detto per quello che vale, ovvero nulla. Perché qualcuno dovrebbe dirmi che faccio bene quando intende il contrario? Eventualmente si può anche stare zitti. Da quel momento ho iniziato ad accettare i complimenti con un semplice grazie.
    Se qualcuno è (verbalmente) aggressivo nei tuoi confronti si tratta con buona probabilità di un atteggiamento di autodifesa: non cogliere illazioni.
    Fai i complimenti: se riconosci un merito al tuo prossimo perché non dirglielo? La mia spiegazione era che ovviamente il mio prossimo lo sapeva già e non serviva che aggiungessi la mia voce al coro, avrei solo annoiato; invece dire una cosa positiva, anche se scontata, fa sicuramente bene a chi la ascolta e potrebbe anche aprire un canale di comunicazione finora assente.
    Non sentirti in dovere a fare / non fare: fai esattamente ciò che ritieni opportuno, e non perché devi o non puoi esimerti. Non c’è dovere nel contraccambiare un invito, un regalo, una telefonata, un messaggio: rispondi solo se è ciò che desideri fare, richiama o invita a tua volta solo se ti va; oppure sorprendi qualcuno con un regalo inatteso, se ti va di farlo.
    Segui le persone positive, evita quelle negative: chi ha un atteggiamento disfattista non sarà mai contento di nulla, rischia di rovinare anche la tua esperienza; al contrario le persone positive ti aiutano a trovare del buono in ogni cosa.
    Evita le discussioni: non portano da nessuna parte. Quelle sui social in particolare sono fine a se stesse: puoi comunque scrivere tutto il tuo bel post di argomentazioni e anziché cliccare invio … cancellare tutto.
    Non aspettarti nulla: solo così ciò che arriverà sarà sempre superiore alle attese, solo così deluso non puoi rimanere.
    LEAST BUT NOT LAST: Sorridi: sempre, comunque. Chi ti vede sorridente è più propenso a considerarti sotto una buona luce.

Impara a vedere gli altri come sono realmente. Se vedi gli altri come sono realmente, senza prendere nulla in modo personale, niente di ciò che dicono o fanno ti potrà ferire. Anche se mentono, va bene così. Stanno mentendo perchè hanno paura che tu scopra che non sono perfetti.

(Don Miguel Ruiz)

Domande indecenti

“Quando trovi il tempo per scrivere?” è una domanda subdola, perché non è volta a conoscere la risposta (es. di notte o in fila alla posta o al cesso).

Non ho mai sentito nessuno passare davanti a un bar in orario aperitivo e chiedersi ‘dove lo trovano questi il tempo per uno spritz?’ o peggio vedere un fumatore appartato e porsi analoga domanda.

Scrivere è un vizio, come rosicchiarsi le unghie, quasi una specie di tic: osservi qualcosa e ti viene da buttare giù due righe, provi un’emozione e vuoi fissarla, hai un pensiero ricorrente e vuoi stigmatizzarlo, ti viene un racconto e vuoi condividerlo.

Fino a che non l’hai deposto nero su bianco ti senti prigioniero, schiavo di frasi in cui il soggetto rincorre aggettivi capricciosi, ninfe prede di un satiro.

Tossico in crisi di astinenza, ti accontenti del metadone degli attimi vacui tra un’attività e l’altra, di ritagli di tempo misurabili in frazioni di minuto.

I periodi si aggrovigliano se non li stendi, come i panni che restano nel cesto umidi: o li sciorini al sole oppure si impuzzano, prendono odore di stantio.

Come un pellerossa che schiva i dardi della tribù avversaria cerchi di mancare tutte le interferenze, i vari dove hai messo la mia maglietta?, da quanto tempo bolle la pentola?, che giorno è domani? e tutti gli interrogativi mistici ed urgentissimi che sembrano aver atteso quell’istante di quiete per palesarsi.

Solo riuscire a scrivere ti libera la mente da questi fantasmi; solo quando hai concretizzato il pensiero in inchiostro o in byte ti fa sentire di averlo messo al sicuro, al riparo, come un bambino bisognoso di protezione.

Ironia delle circostanze, quando il tempo lo trovi mancano completamente le idee: tabula rasa, nessun concetto, un cimitero di parole inermi, grida lanciate contro una parete troppo distante che non ricevono un eco di ritorno.

‘Quando trovi il tempo di scrivere…’ si completa del suo corollario malcelato ‘… che io non trovo nemmeno il tempo di leggerti?’.

Che poi, la fila in posta, la seduta al wc, la notte… ce li avrai anche tu, no?

‘Quando trovi il tempo di scrivere?’ sottintende la coda di paglia del mancato lettore di non riuscire a stare al passo.

È come se per seguire i mondiali di calcio un appassionato non trovasse il tempo: il tempo si ricava per ciò che sta a cuore.

Ogni volta che qualcuno mi chiede ‘Quando trovi il tempo di scrivere…’ io recepisco un valore aggiunto che si traduce in ‘…tutte quelle troiate?’.

Allora mi spengo, mi limito, evito di intrappolare in soggetti, azioni, avverbi (pochi, Stephen King suggerisce di limitarne l’uso) e li lascio decomporsi nella mia testa per paura di disturbare chi non è interessato.

‘Quando trovi il tempo di scrivere?’ è una domanda avvilente perché dissimula disprezzo; ed è una domanda disonesta perché sposta il soggetto dell’incapacità.

Non fatemela più!