X Trofeo master Nuoto Vicenza

Ogni volta la stessa domanda, ogni volta una diversa risposta, un nuovo tassello del puzzle.

Cosa mi entusiasma del nuoto master? Dove trovo la spinta a continuare a praticare il medesimo sport e a cimentarmi nella competizione?

Nel caso della manifestazione di casa la risposta appare ovvia, quasi scontata: l’evento si svolge a pochi km da dove abito, è un’occasione di incontro con tante persone senza nemmeno scomodarsi a fare strada.

Ma non si tratta di ciò, o almeno non è la spiegazione che ho formulato in questo caso.

Il trofeo master Nuoto Vicenza ha compiuto 10 anni, è come se avesse ormai conseguito la licenza elementare.

Mi sembra ieri che la gara di novembre (la squadra partecipa di norma ad una gara ogni mese) veniva scelta tra Bologna e Vimercate, nell’indecisione se affrontare la nebbia verso ovest o leggermente più a sud.

La prima edizione del trofeo era surreale: inverosimile rivedere tutti quei volti nella propria città, e contestualmente disputare la gara in una vasca scorrevolissima.

L’organizzazione è partita con alti standard ed ha progredito verso la perfezione: tabelle di marcia rispettate al minuto consentono a chi come me abita nei pressi di gestirsi le iscrizioni e conciliarle con altri impegni.

Gli anni passano, le prestazioni non sono più quelle delle prime edizioni; ma su un migliaio di gare disputate provate a chiedere ai concorrenti se sono soddisfatti del risultato: risponderà SI la minima parte. Eppure continuano ad essere in tanti gli iscritti, sempre più numerosi, sempre più frequenti le liste di attesa per partecipare.

Tra quei disillusi recidivi io.

Perché?

La risposta questa volta mi è arrivata su due fronti.

Per una delle gare in programma sono ricaduta nell’ultima batteria, la più veloce, cosa che un tempo davo per scontata, ora non avviene sistematicamente.

Mi sono ritrovata in compagnia di ragazze che potevano essere, anagraficamente e senza troppa fantasia, quasi tutte mie figlie.

Una di queste in particolare celebrava il momento come se fosse in gita scolastica, con cori di incitamento alla compagna di squadra che partiva al suo fianco.

Per una volta io non ero l’accompagnatrice: in gita e con lo stesso entusiasmo ci ero anche io, anche se lo davo a vedere in maniera meno eclatante.

La seconda spiegazione, quella più illuminante, me l’ha data la fotografia.

Il giorno seguente all’evento le foto scattate durante la manifestazione sono state pubblicate sul web: foto di amicizia in primo luogo, e di concentrazione, di sforzi, di risultati e di premiazioni.

E poi un primo piano mio, mentre guardavo (lo so io, nella foto non si vede) il cronometro.

Non è il primo piano del mio viso ad avere nulla di particolare, solo essendo il mio l’ho osservato abbastanza approfonditamente da rilevare un dettaglio.

Lo stesso dettaglio che, con un po’ di attenzione, emerge da tutte le foto simili a questa.

Sono vanesia, passerei ore davanti allo specchio a farmi le boccacce, ma in questo scatto rimiro non tanto il volto, quanto il rapimento.

Mentre guardo il tabellone emerge che l’unico pensiero in quell’istante è la ricerca del riscontro, la domanda che tutti si pongono appena toccata la piastra: quanto ho fatto?

È un dialogo con un’entità astratta: è lo sguardo di un bambino che osserva un prestigiatore mentre fa le sue magie.

È lo stupore e la meraviglia di chi guarda un dispositivo elettronico ma in realtà sta attendendo l’oracolo.

Non importa se la risposta è quella che si vorrebbe, ciò che conta è che in quel momento siamo esattamente dei bambini in balia del mistero; non fa differenza se babbo natale ci porta i doni o la befana il carbone: il vero regalo è riuscire per mezza giornata a dimenticare la spesa, l’appello all’università, il traffico del rientro, la multa da pagare, le bollette, il rincaro della benzina, le paturnie della suocera e mettersi ad osservare una sequenza di led, agognando una soddisfazione.

È questo il dono più grande che una passione sportiva ci consegna; per un attimo ritorniamo ancora più indietro che alla gita scolastica: per qualche istante regrediamo alla pura fanciullezza, e il cronometro è la finestra che ci permette di affacciarci su quell’epoca.

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XXI Trofeo Rovigonuoto

Cattedrali nel deserto, o white elephants in inglese: sono grandiose opere i cui costi non sono compensati dai benefici che dànno.

Ogni volta che viaggio lungo il prolungamento sud della Valdastico è a questo che penso: un’autostrada nel deserto, che percorro in totale solitudine, valicando una sequenza di ponti strallati; anche il navigatore mi considera un puntino solitario nel grigio, e la nebbia gli dà conferma.

È proprio grazie alla strada scorrevole e galeotto il ritorno dell’ora solare, che mi concede un’ora di sonno in più, che riesco a raggiungere il polo natatorio di Rovigo in meno di un’ora, e sufficientemente presto per riscaldarmi nella vasca di gara.

L’apertura della vasca ricorda un po’ il buffet di aperitivo dei matrimoni: appena vengono scoperti i vassoi si fanno tutti riguardo, poi basta che un invitato si serva e tutti gli altri si precipitano come i lanzichenecchi; così la vasca, si tuffa il primo temerario e nel giro di pochi attimi pare di essere tra le corsie del Toys al pomeriggio del 24 dicembre.

Non è facile alzarsi al mattino presto per andare a disputare una gara, pur sempre faticosa. Non ricordo perché ogni volta poi ritorno dalle manifestazioni con tanto entusiasmo, ma mi concedo la fiducia, una valida ragione ci sarà.

L’autunno avanza, le giornate si accorciano, le temperature si abbassano, l’umidità regna sovrana: si stava tanto bene sotto la coperta a dormire, perché ho puntato la sveglia alle 6.00? Non ho spiegazioni plausibili.

Ho dimenticato tutto dalla scorsa stagione: non ricordo nemmeno come distribuire le energie per gestire la distanza dei 200m; dovrei tenere un diario delle sensazioni che provo in gara, ricollegarle alle rilevazioni cronometriche, capire quando attaccare una gambata più energica e quando invece non lasciarsi sopraffare dalla fatica.

La gara di Rovigo apre la stagione del nuovo anno agonistico ed è una festa ritrovare un po’ tutti, riabbracciare le amicizie incontrate negli anni, con cui condivido la passione del nuoto.

Per me è un nuovo anno più speciale degli altri perché inauguro la categoria M45.

Quando ho cominciato a nuotare come master, appena 30enne, guardavo le signore sedute in prechiamata con un filo di compatimento: ma non avranno di meglio da fare? la casa? il marito? i figli?

Dentro di me però intendevo quel meglio riferito a loro, non che io ritenevo che fosse l’alternativa migliore possibile.

Sulle stesse panchine mi ci ritrovo adesso con le M30, M25 e pure le under (leggi ventenni) e mi ci sento, per certi versi, ancora coetanea: non ho dimenticato come ero a quell’epoca, mi rendo conto che non sono più la stessa, che sono cambiata, che la quotidianità è diversa, che anche gli allenamenti sono cambiati, o comunque lo sono le mie capacità di sostenerli, ma ora come allora mi ritrovo con la stessa voglia di competere.

Minore energia fisica, minore resistenza, anche minore reattività ma maggiore capacità di analisi, concentrazione e determinazione; e anche un pizzico di leggerezza in più, che non guasta non attendersi troppo dal risultato, è già un gran traguardo esserci.

Dopo il 200, che mi regala una piccola soddisfazione, trascorro tutta la mattinata in attesa di disputare la seconda gara, prevista per l’ora di pranzo.

Non mancano gli aneddoti da spogliatoio: il brivido di rimanere chiusa nel wc e trovare un’anima pia (o buona ascoltatrice) esterna che accoglie il mio richiamo; la collaborazione per aiutare un’altra ragazza (o dovrei chiamarla signora?) a comprimersi dentro il costumone.

Appena conclusa la seconda prestazione ritorno a gran velocità verso casa; dal viva-voce le mie bimbe apprendono che sono in transpolesana, la strada di connessione tra l’impianto la Valdastico, ma comprendono transcoresana e la cosa le diverte moltissimo: da allora ogni giorno Viola mi chiede di portarla dove si nuota veloce che si fa la strada scoresana.

La mia mancanza di voglia si è trasformata nuovamente in entusiasmo, anche se non so spiegarlo meglio di così, e nemmeno questa volta sono in grado di annotare le sensazioni che provo durante lo sforzo. Toccherà ripetere, e il prossimo appuntamento è proprio sotto casa.

 Un coro che sa di cloro

Lo scorso anno mi è capitato di assistere ad un torneo di tennis. Mica Wimbledon, una cosa di quartiere, l’analogo delle partite di calcio scapoli contro ammogliati.

Quando sono arrivata nei pressi del campo durante la partita a cui mi interessava assistere sono stata avvisata che dovevo parlare piano… SSSSSHHHHHH.

Sssshhhh? Ma come sssshhhh?

Devono concentrarsi, mi è stato spiegato.

“Oh bella, e il tifo?” Ho pensato. Come posso incitare l’uno o l’altro?

Sentivo tra una battuta e la successiva qualche sommesso ‘Oh’ ma niente di più.

Per me il tifo è parte integrante di una performance: esultare di fronte a un risultato, parziale o definitivo, trasmette l’entusiasmo e quindi energia viva a chi sta disputando la gara o la partita.

Penso ad esempio al grido “il cielo è azzurro sopra Berlino” che è riecheggiato per settimane, mesi, anni dopo la vittoria della nostra nazionale ai mondiali di calcio del 2006, e a quanta adrenalina restituisse; ma penso anche alle meno note tiratrici con l’arco, viste per caso una domenica durante la scorsa Olimpiade, che mentre si concentravano mi facevano emozionare davanti al teleschermo; consideravo quanta preparazione avevano profuso in quella singola scoccata e mi veniva naturale incitarle pur sapendo che non potevano sentirmi.

Nel nuoto la concentrazione è garantita dal silenzio invocato dallo starter, unico momento in cui è necessario a far sì che il via sia inequivocabile e non sporcato da rumori.

Poi l’acqua ovatta le orecchie dell’atleta che si è tuffato, e chi riceve il tifo non lo sente, o ne coglie una minima parte: che spreco!

Il ritmo scandito dagli ‘oh oh’ a rana, i fischi prolungati per invitare il velocista a sostenere gli ultimi metri, i ‘vaiiii’ urlati a squarciagola, magari in coro: che peccato non poter ascoltare queste voci amiche durante lo sforzo.

Così ho iniziato una pratica di trasfusione del tifo, una sorta di banca delle incitazioni e delle urla.

Ascolto i cori, meglio ancora quelli delle staffette, gare collettive, concentrati di energia e grinta, e li immagino dedicati a me, per poi riprodurli mentalmente quando ne avverto il bisogno.

Io non sento quelli per me, questi sono per qualcuno che non li sente.

Sarò passibile di ricettazione?

Un gioco da ragazze

Questa è la storia di Elena Saboori, 25 anni, studia Economia e vorrebbe imparare a nuotare.

Beh che ci vuole? Un po' di impegno, magari non andrà alle Olimpiadi ma può farcela, sì…

Ah… Aspetta, dimenticavo … Riformulo: Elena Saboori ha 25 anni, studia Economia e vorrebbe imparare a nuotare per partecipare alle prossime Olimpiadi di Tokyo 2020.

Ah ah ah… impossibile! Non ce la può fare… Invece io scommetto di sì, voglio credere che ce la farà!

Alla presentazione di Elena manca un dettaglio: vive in Afghanistan. 
In tutto il paese si contano 30 piscine (circa il numero di impianti che si trova in una provincia italiana di medie dimensioni) e solo una di queste consente l'accesso alle donne. 

Per poter competere Elena deve prima imparare a nuotare, ma chi glielo può insegnare? Le leggi talebane vietano alle donne di praticare sport, non esiste un'insegnante donna che le possa trasmettere i rudimenti. Niente paura, su YouTube si trova tutto, ci sarà pure un qualche tutorial che spiega come si fa, basterà aprire Google e digitare 'Aranzulla & crawl' no?

Elena non si perde d'animo e si guarda qualche video. Poi cerca di mettere in pratica ma si accorge che non è così semplice: una cosa è vedere i fotogrammi, un'altra è fare i conti con galleggiamento, spinta, propulsione, respirazione. Allora Elena aggiusta il tiro: non vuole più semplicemente imparare a nuotare ed andare alle Olimpiadi, ma vuole anche insegnare a nuotare alle altre donne, capisce che saper nuotare è anche una questione di sopravvivenza.

I rischi aumentano, gli attacchi terroristici si fanno più probabili, la sfida diventa incredibile. Anche perché, come se non bastassero le difficoltà descritte fino a qui, queste donne mica possono andare a nuotare con semplici costumi, no: devono essere coperte da testa a piedi, braccia-schiena-gambe comprese.

Ihsan Taheri, presidente della federazione natatoria afghana, loda il coraggio di Elena e sta dalla sua parte.

Hanno contattato un'azienda brasiliana per creare dei costumi adatti, nel frattempo le nuotatrici devono indossare calze nere e un top a maniche lunghe in lycra, sotto un normale costume intero.

A questo punto la mission impossible non mi pare più 'andare alle Olimpiadi', mi sembra che le difficoltà siano ben altre.

Se ce la farà, Elena sarà la prima nuotatrice nazionale afghana.

Io tifo per lei, non fosse altro che perché è mia omonima!

Riccione Campionati Italiani master di nuoto 2017 (per un sacchetto di pop-corn)

“Ma chi gatto me l’ha fatto fare?” Chi me lo ha fatto fare? Chi? …di continuare ad allenarmi fino a fine giugno, di allontanarmi tre giorni da casa, completamente sola, per disputare delle gare nelle quali, ben che andasse, potevo ambire ad una medaglia di bronzo ma più probabilmente ad una di legno ben intarsiato? Chi, o cosa?
Eppure oramai sono un’abitudine quei 3 giorni di fine giugno a Riccione per i campionati italiani master di nuoto; un’abitudine che si ripete ormai da 15 anni, anche 20 se consideriamo le gare del Salvamento prima (salvo qualche annata di diversa ubicazione geografica).
Un’abitudine quelle 3 ore di viaggio con l’immancabile ingorgo per superare Bologna, un’abitudine uscire al casello di Riccione, vedere l’Aquafan e dirigere invece verso un’altra piscina, meno conosciuta: la polisportiva comunale.
Tanti i ricordi legati a Riccione che si sono accumulati negli anni: la potente voga di un concorrente che spezza il remo del battello nel salvamento; l’uomo completamente ricoperto di tatuaggi, ospite fisso del Maurizio Costanzo Show, incontrato la sera lungo viale Ceccarini; i discorsi in prechiamata su figli ancora allo stadio ipotetico; uno staffettista fondista che non si presenta in chiamata perché 50 m gli sembrano troppo pochi; l’incredibile affollamento nel 2012, anno dei mondiali; clamorosi flop e personal best; l’anno in cui ho gareggiato UISP tesserata per una squadra diversa.
Potrei continuare, facendo credere che ormai l’esperienza Riccione sia un libro già scritto, da cui trarre l’uno o l’altro capitolo da ripetere.
Invece ogni volta è un foglio di carta bianca su cui scrivere, disegnare, colorare mille avventure, racconti, discorsi.
Al mio arrivo giovedì a mezzogiorno ritrovo “il nostro posto” all’ombra dei costoni sul retro della vasca coperta. I primi anni ci piazzavamo sul prato accanto alla vasca esterna, poi ‘crescendo’ abbiamo preferito il fresco.

Uso il plurale perché, pur essendo completamente sola, viaggio con l’esperienza maturata in una squadra che, finora, non mi ha mai lasciata completamente sola.
Un’ora per riprendermi dalla stanchezza del viaggio ed è subito tuffo, in acqua per riscaldarmi ma anche nel vivo della manifestazione.
Essere sola è una condizione che da un lato mi spaventa, perché la solitudine di per sè non è un concetto positivo; dall’altro mi consente di immergermi (è proprio il caso di dirlo) completamente nell’esperienza.

Senza nessuno da aspettare, accompagnare, seguire, assecondare, sono completamente libera di godermi ogni attimo, ogni chiacchiera, ogni volto che incontro.
I momenti più caratteristici sono i passaggi che conducono al blocchetto: il primo è la vestizione del costumone in spogliatoio, che mentre spingi a fatica, centimetro dopo centimetro, gli arti dentro quel budello colorato e rigido c’è chi riconosce i volti che aspettava di rivedere da un anno; chi racconta della brutta nottata trascorsa per gli amplessi rumorosi dei turisti balneari della stanza accanto; chi rincorre come un pinguino, con il costume infilato solo a metà, un’amica da riabbracciare. 
Poi, secondo step, la prechiamata: a differenza delle manifestazioni locali, dove viene svolta in maniera un po’ anonima e talora noiosa, qui assomiglia ad un cabaret, Zelig-Swim.
Una volta formate le batterie si attende, e tra concorrenti si continua a conversare, pur aumentando la concentrazione sulla gara da disputare.

In questo momento si vedono per la prima volta in faccia alcune persone di cui si leggeva il nome nei risultati delle gare dal precedente ottobre.

Dopo aver disputato la gara ci sono altri incontri, in cui scambi opinioni su come è andata, ascolti sfumature di decimi di secondo, considerazioni sui passaggi e ritorni, partenze, arrivi.

“… non c’è nessuna differenza / Se vinci o se perdi / Quello che conta, che ha più importanza / È esser quello che sei…”
(Tiromancino)

Ognuno è lì per fare il suo tempo, la sua prestazione, e se al tuo prossimo va bene o va male, questo non sposta di un millimetro quanto gradevole sia la sua compagnia.
Nella assoluta libertà di cui godevo, complice un pomeriggio freddo e piovoso, ho avuto la fortuna di analizzare in compagnia gli errori commessi e provare a pianificare allo stesso tavolino la terza gara.

La gara che va male non è un’occasione sprecata, ma un’esperienza di cui fare tesoro per la prossima prova.
Mi ero preparata alcuni libri nell’eBook, pensando che avrei dovuto inventarmi come riempire il tempo vuoto, vuoto che non c’è stato perché è stato tutto un susseguirsi di saluti, conversazioni, discorsi.
Dal ‘come e quando ti alleni?’ al ‘come si allena la tua squadra?’ (e scoprire che un po’ ovunque quando è ora di far le gare sono in molti a tirarsi indietro) ad altri argomenti prettamente personali.
In tanti anni si sono create storie che si sono evolute, Dinasty a confronto è Piccole Donne.
Viene naturale parlare non solo di nuoto, ma in generale della vita, propria e altrui, come se l’interlocutore fosse una frequentazione quotidiana, un amico di vecchia data; invece è una persona con cui condividi un interesse profondo, una passione sportiva, ma che hai rare possibilità, nel corso dell’anno, di incontrare a tu per tu.
Il mio timore di rimanere sola è stato sepolto da un numero di ‘unisciti a noi’ superiore alle occasioni disponibili; le proposte che non ho potuto accettare mi hanno comunque riempita di gioia.
Ogni volta che partecipo ai CI parto con il cuore che è un sacchetto di mais e torno come se fossero esplosi i pop-corn, che non riesco più a farceli stare dentro.
“Ma chi gatto me l’ha fatto fare?” 

Un sacchetto di pop-corn!

A nudo *

Ieri sera per raggiungere la piscina, come ogni altra sera, ho attraversato la città. Non pioveva mentre procedevo con l’auto.

Mi sembrava di vederla sotto un’altra luce: come un pulcino bagnato, con tutte le piume compattate contro il corpo, incapace di muovere le ali perché troppo pesanti, anche se all’apparenza di un volume inferiore rispetto allo stato asciutto.

Come una persona che conosci bene e che un giorno trovi in piscina, coi capelli bagnati, molto più vera, più se stessa di come si è abituati ad incontrarla.

Mi è sembrata una città messa a nudo.

Filastrocca del nuotatore social

Lo sai che i nuotatori son gioviali?

Ti spiego, ed è per valide ragioni:

in acqua gli si appannano gli occhiali

così non riconoscon le persone

nel dubbio di passare per cafoni

salutano chiunque e buonanotte.
C’è poi quell’altra storia della cuffia

camuffa le sembianze di chiunque

e a te magari pare proprio buffa

ma per non sfigurar gli batti il cinque

chiedendoti in cuor tuo se mai l’hai visto

in posta in piazza in vasca o dal barbiere.

Succede che facendo le virate

l’acqua ti riempia tutte e due le orecchie

la testa a lato pieghi con vigore

che par tu voglia l’altro a te vicino; 

invece stai soltanto riprovando

a fare uscir quel liquido dannato.
Però a quel tuo compagno di corsia

che mentre tu fatichi fa battute

che trova il fiato pure per scherzare

durante un’altra serie di lattato,

con quello riesci ad essere spietato

e tutta la tua cortesia vacilla: 

si scherza si vabbè ma adesso forza

è ora di partire: zitto e nuota!

MEMORIAL ANDREA BETTIOL – XVI BIS

L’ottimismo è il profumo della vita è stato il mio mantra, concetto rinforzato dal SPF 10 infilato nello zaino già gonfio di felpe e biancheria.
Il Memorial Andrea Bettiol inaugura la fase ‘vasca scoperta’ per il Grand Prix del Veneto, gruppo di gare che si svolgono nella mia regione, entro il più ampio circuito di gare di nuoto master italiano annuale.
La data del penultimo weekend di maggio è ogni anno un terno al lotto meteorologico.

Sotto l’aspetto organizzativo invece l’appuntamento è una garanzia: impeccabile, anzi eccellente.
La vasca del Natatorium Treviso è un’ottima vasca, molto scorrevole, temperatura dell’acqua ideale e blocchi reattivi: in passato ho fatto anche qualche buona prestazione personale.
Quest’anno ho scelto di iscrivermi ad una gara per me insolita, una distanza medio lunga, la prima gara del sabato mattina. L’avevo già disputata negli anni precedenti e avevo fatto tesoro di un’esperienza: portarsi i calzini. Nelle prime ore del mattino la temperatura non è mai eccessiva e partire dal blocco con i piedi freddi è una pessima sensazione. Anche quei leggings che avevo preso a carnevale per fare Wonder Woman, che pensavo non avrei più utilizzato, sono ritornati utili per arrivare in temperatura fino al blocco di partenza.
Durante la prechiamata Martina, che fa parte dello staff, ci racconta che per la pasta del mezzogiorno, offerta a tutti gli atleti partecipanti, sono già tutti al lavoro. 

La sera prima hanno lavorato fino alle 1,30 perchè la manifestazione inizia già al venerdì pomeriggio.

Un’ospitalità completa quella della famiglia Bettiol, che non fa mancare proprio nulla ai partecipanti: dà da mangiare, da bere e li fà divertire.
Si tratta della 17esima edizione (anzi… 16 bis hanno preferito intitolarla): ma come? Mi sembra fosse ieri la prima volta che ho partecipato, era la 5a o 6a.

Si trattava allora di una gara a cui partecipavano poche persone, si svolgeva in una sola giornata, una gara di pochi intimi. 
Allora non c’erano tante delle cose che impreziosiscono oggi la manifestazione: non c’era un dj che sceglieva i brani da proporre in piano vasca; non c’era lo speaker Gilberto Zorat a presentare uno ad uno gli atleti con immutato entusiasmo e ad infondere a ciascuno in partenza una buona dose di energia (“siete pronte a scrivere il finale dei 400 stile?” ha chiesto alle partecipanti delle ultime batterie); non c’era il the caldo che ti viene offerto appena esci dall’acqua, graditissimo; non c’era Fabio Cetti ad immortalare con i suoi scatti i momenti salienti della competizione, e a rendere importanti anche quelli minori.
Per le prime edizioni la manifestazione aveva l’aspetto classico di una gara di nuoto; adesso, pur mantenendo lo standard che si richiede ad un evento ufficiale, offre molto di più. 

Attorno al piano vasca numerosi gli stand di materiale sportivo.
Tanto per fare un esempio, l’attuale stand Boneswimmer 15 anni fa era solo il saccone gigante di una ragazza di buona iniziativa che proponeva le sue creazioni a chi, incuriosito, si avvicinava a quel drappello di persone che attendevano di vedere cosa c’era infondo.
Adesso è un marchio conosciuto e rinomato nel settore per le sue fantasie sgargianti, con punti vendita sparsi in tutta Italia.
Ho approfittato delle ore tra i miei 400 stile e la seconda gara in programma, i 50 stile, per fare alcuni acquisti, incontrare vecchie amicizie e nuove conoscenze, osservare la passerella di altre atlete che si provavano nuovi coloratissimi costumi. 

Perché per noi atlete master un costume nuovo “vale un po’ come una Vuitton per le donne normali”, ha spiegato Manuela a chi sbuffava annoiato dai nostri discorsi su colori e modelli.
Mi è piaciuta un sacco questa distinzione tra le donne normali e un gruppo che non saprei come definire, ma che qualcosa di diverso, forse un po’ più di una passione, ce l’ha.
“La stessa acqua per cui nutrite tanta passione vi spaventa se arriva dal cielo?” ha incitato i presenti lo speaker prima che partisse l’ultima batteria della staffetta 4×100.

La domanda in realtà andava rivolta a coloro che hanno scelto, mal per loro, di rimanere a casa spaventati dalla pioggia.

Io stessa sono rimasta priva di buona parte della compagnia della mia squadra, ma sono stata accolta ed ospitata sotto il tendone della compagine di una squadra concittadina della mia.
Avrei certo preferito potermi sdraiare al sole sull’erba, ma mi sono fatta delle risate così genuine che difficilmente dimenticherò: nel tentativo di mantenere un equilibrio precario alla ricerca di quelle poche zone rimaste riparate e asciutte, l’equilibrio invece è mancato.

Sono finite a bagno, nell’ordine, un paio di scarpe e un piatto intero di pasta, sparpagliato sulle gradinate appena dopo che il pic-nic era stato predisposto con pazienza certosina: farfalle tricolore ovunque, una nota cromatica in una giornata così grigia.
Negli anni alcune caratteristiche si sono mantenute intatte, come la commemorazione di Andrea, al termine del quale momento vengono librati in aria numerosi palloncini bianchi.
La manifestazione è passata dall’essere una delle tante gare del circuito ad essere una delle più ambite, è insomma cresciuta, maturata: un po’ come a prolungare la presenza di Andrea, che non ho avuto il piacere di conoscere, che al momento della prima edizione era un ragazzo e adesso sarebbe un uomo.

Patavinitas

Chi ha detto che gli esami non finiscono mai non aveva fatto i conti con le gare. Per quanto mi riguarda gli esami sono finiti da un pezzo, quelli scolastici ovviamente
Invece le gare, quelle continuano.

E siccome sono una sognatrice (nel senso che vorrei fare meglio ogni volta ‘alla prossima’) mi illudo e mi iscrivo (o mi iscrivo e mi illudo).
Ieri il gran prix Veneto faceva tappa a Padova, e il programma offriva la possibilità di ripetere ben due delle performances a cui miro di più.

Peccato che la scaletta le avesse previste una al mattino e una al pomeriggio, ma tanto sono comoda a casa, che sarà mai.
Primo viaggio di andata, ammiro il laghetto in cui la casa non si specchia (c’era foschia), ammiro l’alternarsi della fioritura bianca e rosa, tutta puntiforme, che crea un effetto impalpabile, come quelli dei quadri degli impressionisti.
La radio passa Despacito, che è già un tormentone estivo anche se deve ancora arrivare primavera.

In poco tempo raggiungo l’impianto.

All’ingresso trovo un ragazzo che si interroga sul divieto di entrare coi cani: cioè generalmente lo si vieta ai cani, quindi il cane da solo può entrare? Si chiede.

Gli spogliatoi sono angusti e c’è molta gente. Per entrare in vasca supero il solito drappello che si aggrega davanti a startlist e risultati e rimane col naso all’insù a consultarli.

Ho calcolato giusti i tempi e sono subito in pre-chiamata, dove incontro conoscenze vecchie e nuove.

Che strano, quando ho iniziato, da M30, mi chiedevo se tutte quelle vecchie non avessero proprio niente di meglio da fare la domenica, avranno pure una famiglia no? Ora invece le considerazioni su quelle un po’ più vecchie di me sono del tipo ‘Guarda un po’ che fisico, M55 e sembra una ragazzina, è così che vorrei essere anche io’.
Gareggiare vicino a casa ti concede il privilegio dell’ubiquita, così posso godermi la parte centrale della giornata festeggiando il papà (delle mie bimbe).
Secondo viaggio di andata: ancora i fiori dall’autostrada, ancora Despacito, praticamente come diceva il Liga ‘da casello a casello’.
Molta la stanchezza accumulata in mattinata e cerco di convincermi che comunque vale la pena di tentare di migliorare il 50 stile, anche se il 100 misto della mattina è stato un flop.
Esco di nuovo a Padova Ovest, ma ho sempre bisogno del navigatore.

Eppure buona parte della mia vita è legata a Padova: le prime gite in treno la domenica con le amiche; gli anni dell’università, i corsi, le lezioni, le aule, le mense; i ricoveri periodici di mia nonna; il luminare che avrebbe potuto (?) salvare mio papà; numerosi colloqui dopo che ero rimasta senza lavoro in seguito alla nascita di Sofia; il nuovo lavoro e quello successivo.

A Padova c’erano i centri commerciali quando ancora a Vicenza non esistevano; adesso comunque ci sono Ikea, Grom e la Feltrineli, tutte attività commerciali che a Vicenza mancano.

Insomma dovrei conoscerla come le mie tasche, invece ne conosco il perimetro, per quei segmenti che mi hanno riguardato. I padovani riconoscono subito che non sono una di loro, basta che mi sentano pronunciare vèrde con la E aperta e subito sghignazzano.

Persa in questi pensieri smarrisco la strada per la piscina ma presto la ritrovo.

Giusta un in tempo per ripetere il rituale riscaldamento-vestizione-prechiamata-gara.

La vestizione da bagnati di un costume bagnato richiede tanta tanta pazienza, come con i bambini: una piega alla volta, un centimetro dopo l’altro, una spruzzata di borotalco e va su.

Purtroppo anche il 50 stile non va come speravo.

Rientro senza aver centrato l’obiettivo. Alla prossima.

Attività onirica di un nuotatore

“Ma come? L’ho appoggiato lì un attimo e non c’è più … Non ho nemmeno abbandonato lo spogliatoio un istante e mi sono voltata… Il mio costumone volatilizzato! Vabbè che avevo in mente di prenderne uno nuovo, ma adesso??? Le ragazze mi stanno aspettando in camera di chiamata per la staffetta e io che faccio? Vabbè, risponderanno loro in chiamata, io intanto lo cerco un po’.

Oppure potrei anche provare a buttarmi in costumino, mal che vada dó la colpa a quello se vado piano.
Ops… Stanno già gareggiando devo sbrigarmi…
Ecco, persa! La gara è finita: silenzio e buio in piano vasca, acqua piatta, nè spruzzi né fischi nè schiamazzi… Speriamo non se la prendano con me.”

Quello di smarrire una parte dell’attrezzatura (perdere il costume, rimanere con la cuffia in mano, spaccare il laccio degli occhialetti) è uno dei miei sogni ricorrenti.

Così come quello di non riuscire a raggiungere la partenza in tempo utile, perché gli spogliatoi sono un labirinto, o perché le chiacchere lungo il percorso superano il tempo disponibile.

Chissà perché non mi capita mai di sognare di essere sprovvista di cartellino, quando è l’unico accessorio che mi potrebbe far saltare la gara: senza occhialini puoi gareggiare, anche senza cuffia, e pure forse senza costume. Ma senza cartellino no.

Poi c’è quell’altro, quel sogno che arrivo al muretto per fare la virata ma al posto della T mi scontro con il cuscino, ci tuffo dentro la testa un paio di volte e dò lo slancio prima di svegliarmi e rendermi conto che sono a letto e non in vasca.

Altre notti ancora mi ritrovo lì, titubante sul blocco, perchè sotto di me al posto dello specchio d’acqua vedo il cemento, e non riesco a decidermi a buttarmi.

Perchè evidentemente il nuoto è uno stile di vita… che ti arriva al subconscio!
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