A nudo *

Ieri sera per raggiungere la piscina, come ogni altra sera, ho attraversato la città. Non pioveva mentre procedevo con l’auto.

Mi sembrava di vederla sotto un’altra luce: come un pulcino bagnato, con tutte le piume compattate contro il corpo, incapace di muovere le ali perché troppo pesanti, anche se all’apparenza di un volume inferiore rispetto allo stato asciutto.

Come una persona che conosci bene e che un giorno trovi in piscina, coi capelli bagnati, molto più vera, più se stessa di come si è abituati ad incontrarla.

Mi è sembrata una città messa a nudo.

Filastrocca del nuotatore social

Lo sai che i nuotatori son gioviali?

Ti spiego, ed è per valide ragioni:

in acqua gli si appannano gli occhiali

così non riconoscon le persone

nel dubbio di passare per cafoni

salutano chiunque e buonanotte.
C’è poi quell’altra storia della cuffia

camuffa le sembianze di chiunque

e a te magari pare proprio buffa

ma per non sfigurar gli batti il cinque

chiedendoti in cuor tuo se mai l’hai visto

in posta in piazza in vasca o dal barbiere.

Succede che facendo le virate

l’acqua ti riempia tutte e due le orecchie

la testa a lato pieghi con vigore

che par tu voglia l’altro a te vicino; 

invece stai soltanto riprovando

a fare uscir quel liquido dannato.
Però a quel tuo compagno di corsia

che mentre tu fatichi fa battute

che trova il fiato pure per scherzare

durante un’altra serie di lattato,

con quello riesci ad essere spietato

e tutta la tua cortesia vacilla: 

si scherza si vabbè ma adesso forza

è ora di partire: zitto e nuota!

MEMORIAL ANDREA BETTIOL – XVI BIS

L’ottimismo è il profumo della vita è stato il mio mantra, concetto rinforzato dal SPF 10 infilato nello zaino già gonfio di felpe e biancheria.
Il Memorial Andrea Bettiol inaugura la fase ‘vasca scoperta’ per il Grand Prix del Veneto, gruppo di gare che si svolgono nella mia regione, entro il più ampio circuito di gare di nuoto master italiano annuale.
La data del penultimo weekend di maggio è ogni anno un terno al lotto meteorologico.

Sotto l’aspetto organizzativo invece l’appuntamento è una garanzia: impeccabile, anzi eccellente.
La vasca del Natatorium Treviso è un’ottima vasca, molto scorrevole, temperatura dell’acqua ideale e blocchi reattivi: in passato ho fatto anche qualche buona prestazione personale.
Quest’anno ho scelto di iscrivermi ad una gara per me insolita, una distanza medio lunga, la prima gara del sabato mattina. L’avevo già disputata negli anni precedenti e avevo fatto tesoro di un’esperienza: portarsi i calzini. Nelle prime ore del mattino la temperatura non è mai eccessiva e partire dal blocco con i piedi freddi è una pessima sensazione. Anche quei leggings che avevo preso a carnevale per fare Wonder Woman, che pensavo non avrei più utilizzato, sono ritornati utili per arrivare in temperatura fino al blocco di partenza.
Durante la prechiamata Martina, che fa parte dello staff, ci racconta che per la pasta del mezzogiorno, offerta a tutti gli atleti partecipanti, sono già tutti al lavoro. 

La sera prima hanno lavorato fino alle 1,30 perchè la manifestazione inizia già al venerdì pomeriggio.

Un’ospitalità completa quella della famiglia Bettiol, che non fa mancare proprio nulla ai partecipanti: dà da mangiare, da bere e li fà divertire.
Si tratta della 17esima edizione (anzi… 16 bis hanno preferito intitolarla): ma come? Mi sembra fosse ieri la prima volta che ho partecipato, era la 5a o 6a.

Si trattava allora di una gara a cui partecipavano poche persone, si svolgeva in una sola giornata, una gara di pochi intimi. 
Allora non c’erano tante delle cose che impreziosiscono oggi la manifestazione: non c’era un dj che sceglieva i brani da proporre in piano vasca; non c’era lo speaker Gilberto Zorat a presentare uno ad uno gli atleti con immutato entusiasmo e ad infondere a ciascuno in partenza una buona dose di energia (“siete pronte a scrivere il finale dei 400 stile?” ha chiesto alle partecipanti delle ultime batterie); non c’era il the caldo che ti viene offerto appena esci dall’acqua, graditissimo; non c’era Fabio Cetti ad immortalare con i suoi scatti i momenti salienti della competizione, e a rendere importanti anche quelli minori.
Per le prime edizioni la manifestazione aveva l’aspetto classico di una gara di nuoto; adesso, pur mantenendo lo standard che si richiede ad un evento ufficiale, offre molto di più. 

Attorno al piano vasca numerosi gli stand di materiale sportivo.
Tanto per fare un esempio, l’attuale stand Boneswimmer 15 anni fa era solo il saccone gigante di una ragazza di buona iniziativa che proponeva le sue creazioni a chi, incuriosito, si avvicinava a quel drappello di persone che attendevano di vedere cosa c’era infondo.
Adesso è un marchio conosciuto e rinomato nel settore per le sue fantasie sgargianti, con punti vendita sparsi in tutta Italia.
Ho approfittato delle ore tra i miei 400 stile e la seconda gara in programma, i 50 stile, per fare alcuni acquisti, incontrare vecchie amicizie e nuove conoscenze, osservare la passerella di altre atlete che si provavano nuovi coloratissimi costumi. 

Perché per noi atlete master un costume nuovo “vale un po’ come una Vuitton per le donne normali”, ha spiegato Manuela a chi sbuffava annoiato dai nostri discorsi su colori e modelli.
Mi è piaciuta un sacco questa distinzione tra le donne normali e un gruppo che non saprei come definire, ma che qualcosa di diverso, forse un po’ più di una passione, ce l’ha.
“La stessa acqua per cui nutrite tanta passione vi spaventa se arriva dal cielo?” ha incitato i presenti lo speaker prima che partisse l’ultima batteria della staffetta 4×100.

La domanda in realtà andava rivolta a coloro che hanno scelto, mal per loro, di rimanere a casa spaventati dalla pioggia.

Io stessa sono rimasta priva di buona parte della compagnia della mia squadra, ma sono stata accolta ed ospitata sotto il tendone della compagine di una squadra concittadina della mia.
Avrei certo preferito potermi sdraiare al sole sull’erba, ma mi sono fatta delle risate così genuine che difficilmente dimenticherò: nel tentativo di mantenere un equilibrio precario alla ricerca di quelle poche zone rimaste riparate e asciutte, l’equilibrio invece è mancato.

Sono finite a bagno, nell’ordine, un paio di scarpe e un piatto intero di pasta, sparpagliato sulle gradinate appena dopo che il pic-nic era stato predisposto con pazienza certosina: farfalle tricolore ovunque, una nota cromatica in una giornata così grigia.
Negli anni alcune caratteristiche si sono mantenute intatte, come la commemorazione di Andrea, al termine del quale momento vengono librati in aria numerosi palloncini bianchi.
La manifestazione è passata dall’essere una delle tante gare del circuito ad essere una delle più ambite, è insomma cresciuta, maturata: un po’ come a prolungare la presenza di Andrea, che non ho avuto il piacere di conoscere, che al momento della prima edizione era un ragazzo e adesso sarebbe un uomo.

Patavinitas

Chi ha detto che gli esami non finiscono mai non aveva fatto i conti con le gare. Per quanto mi riguarda gli esami sono finiti da un pezzo, quelli scolastici ovviamente
Invece le gare, quelle continuano.

E siccome sono una sognatrice (nel senso che vorrei fare meglio ogni volta ‘alla prossima’) mi illudo e mi iscrivo (o mi iscrivo e mi illudo).
Ieri il gran prix Veneto faceva tappa a Padova, e il programma offriva la possibilità di ripetere ben due delle performances a cui miro di più.

Peccato che la scaletta le avesse previste una al mattino e una al pomeriggio, ma tanto sono comoda a casa, che sarà mai.
Primo viaggio di andata, ammiro il laghetto in cui la casa non si specchia (c’era foschia), ammiro l’alternarsi della fioritura bianca e rosa, tutta puntiforme, che crea un effetto impalpabile, come quelli dei quadri degli impressionisti.
La radio passa Despacito, che è già un tormentone estivo anche se deve ancora arrivare primavera.

In poco tempo raggiungo l’impianto.

All’ingresso trovo un ragazzo che si interroga sul divieto di entrare coi cani: cioè generalmente lo si vieta ai cani, quindi il cane da solo può entrare? Si chiede.

Gli spogliatoi sono angusti e c’è molta gente. Per entrare in vasca supero il solito drappello che si aggrega davanti a startlist e risultati e rimane col naso all’insù a consultarli.

Ho calcolato giusti i tempi e sono subito in pre-chiamata, dove incontro conoscenze vecchie e nuove.

Che strano, quando ho iniziato, da M30, mi chiedevo se tutte quelle vecchie non avessero proprio niente di meglio da fare la domenica, avranno pure una famiglia no? Ora invece le considerazioni su quelle un po’ più vecchie di me sono del tipo ‘Guarda un po’ che fisico, M55 e sembra una ragazzina, è così che vorrei essere anche io’.
Gareggiare vicino a casa ti concede il privilegio dell’ubiquita, così posso godermi la parte centrale della giornata festeggiando il papà (delle mie bimbe).
Secondo viaggio di andata: ancora i fiori dall’autostrada, ancora Despacito, praticamente come diceva il Liga ‘da casello a casello’.
Molta la stanchezza accumulata in mattinata e cerco di convincermi che comunque vale la pena di tentare di migliorare il 50 stile, anche se il 100 misto della mattina è stato un flop.
Esco di nuovo a Padova Ovest, ma ho sempre bisogno del navigatore.

Eppure buona parte della mia vita è legata a Padova: le prime gite in treno la domenica con le amiche; gli anni dell’università, i corsi, le lezioni, le aule, le mense; i ricoveri periodici di mia nonna; il luminare che avrebbe potuto (?) salvare mio papà; numerosi colloqui dopo che ero rimasta senza lavoro in seguito alla nascita di Sofia; il nuovo lavoro e quello successivo.

A Padova c’erano i centri commerciali quando ancora a Vicenza non esistevano; adesso comunque ci sono Ikea, Grom e la Feltrineli, tutte attività commerciali che a Vicenza mancano.

Insomma dovrei conoscerla come le mie tasche, invece ne conosco il perimetro, per quei segmenti che mi hanno riguardato. I padovani riconoscono subito che non sono una di loro, basta che mi sentano pronunciare vèrde con la E aperta e subito sghignazzano.

Persa in questi pensieri smarrisco la strada per la piscina ma presto la ritrovo.

Giusta un in tempo per ripetere il rituale riscaldamento-vestizione-prechiamata-gara.

La vestizione da bagnati di un costume bagnato richiede tanta tanta pazienza, come con i bambini: una piega alla volta, un centimetro dopo l’altro, una spruzzata di borotalco e va su.

Purtroppo anche il 50 stile non va come speravo.

Rientro senza aver centrato l’obiettivo. Alla prossima.

Attività onirica di un nuotatore

“Ma come? L’ho appoggiato lì un attimo e non c’è più … Non ho nemmeno abbandonato lo spogliatoio un istante e mi sono voltata… Il mio costumone volatilizzato! Vabbè che avevo in mente di prenderne uno nuovo, ma adesso??? Le ragazze mi stanno aspettando in camera di chiamata per la staffetta e io che faccio? Vabbè, risponderanno loro in chiamata, io intanto lo cerco un po’.

Oppure potrei anche provare a buttarmi in costumino, mal che vada dó la colpa a quello se vado piano.
Ops… Stanno già gareggiando devo sbrigarmi…
Ecco, persa! La gara è finita: silenzio e buio in piano vasca, acqua piatta, nè spruzzi né fischi nè schiamazzi… Speriamo non se la prendano con me.”

Quello di smarrire una parte dell’attrezzatura (perdere il costume, rimanere con la cuffia in mano, spaccare il laccio degli occhialetti) è uno dei miei sogni ricorrenti.

Così come quello di non riuscire a raggiungere la partenza in tempo utile, perché gli spogliatoi sono un labirinto, o perché le chiacchere lungo il percorso superano il tempo disponibile.

Chissà perché non mi capita mai di sognare di essere sprovvista di cartellino, quando è l’unico accessorio che mi potrebbe far saltare la gara: senza occhialini puoi gareggiare, anche senza cuffia, e pure forse senza costume. Ma senza cartellino no.

Poi c’è quell’altro, quel sogno che arrivo al muretto per fare la virata ma al posto della T mi scontro con il cuscino, ci tuffo dentro la testa un paio di volte e dò lo slancio prima di svegliarmi e rendermi conto che sono a letto e non in vasca.

Altre notti ancora mi ritrovo lì, titubante sul blocco, perchè sotto di me al posto dello specchio d’acqua vedo il cemento, e non riesco a decidermi a buttarmi.

Perchè evidentemente il nuoto è uno stile di vita… che ti arriva al subconscio!
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(Tuf)fatti avanti amore *

Nek non mi piace; la mia mamma lo chiamava ‘sgnek’ e rende bene l’idea del personaggio. 

Però il video del suo singolo, quello che ha presentato a Sanremo (2015), mi ha incuriosita.

Il ritornello ripete ‘tu fatti avanti amore’ (e “fatti avanti amore” è il titolo del brano) ma in realtà lui canta TUFFATI avanti amore.

La storia che il video narra è quella di una bella ragazza che si allena duramente a nuoto per una gara.

Senza etá, non si capisce la categoria a cui possa fare riferimento.

Possiede una piscina tutta per sè, perchè ne è l’unica frequentatrice; spogliatoi impeccabilmente lindi, ma lei sceglie di chiudere tutti i suoi vestiti in un armadietto.

Indossa un costume con scollatura profonda, che tiene anche in gara (nessuna delle avversarie ha il costumone): non sará pratico ma le dona molto.

Stile incerto, bracciata poco possente, tuffo floscio.

Ha anche un allenatore tutto per sè, e pure un bel pezzettino di figliolo.

Non si capisce se si prepari per gare di velocitá o di fondo, si capisce solo che è stanca perchè poi lavora anche in fabbrica come sarta (e con quello stipendio si sarà comprata la piscina? O lo fa per passatempo?)

Mentre lei nuota il brano in sottofondo ripete ‘siamo braccia con un cuoreeeee’ (e in effetti le gambe le batte meno di me…).

Finalmente il giorno della gara, niente prechiamata: in vasca un’unica batteria e lei si TUFFA al fischio (manco uno starter serio).

Tutto il pubblico sta fermo e zitto, tutti guardano solo lei e quando arriva una spanna avanti (manco una piastra) tutti esultano, tranne Sgnek che abbandona la tribuna e il pezzettino di figliolo che si TUFFA avanti in acqua vestito, tanto la manifestazione è fine a sè stessa e nessun giudice gli fa un minimo di cazziatone.

Motivazioni

Spesso mi sento domandare dove trovo la forza di partire da casa per andare a nuotare la sera, di inverno, dopo una giornata di lavoro, quando magari fuori è brutto tempo e il divano è così ospitale.

Nutro verso l’acqua sentimenti ambivalenti. L’impatto è sempre uno shock: che sia uno spruzzo, una passeggiata sotto la pioggia senza ombrello, una doccia in piena estate, un tuffo in piscina.

Passare dallo stato di asciutto a quello di umido o bagnato, volente o nolente, richiede di accettare un cambiamento repentino del proprio equilibrio termico. Anche solo camminare nella nebbia, con l’umidità che ti penetra nelle ossa.

Quando arrivo sul blocchetto (escluse le competizioni, quello è tutto un altro discorso) mi sento come un gatto sul punto di infradiciarsi tutto.

Dopo alcuni minuti di titubanza rinnovo l’atto di coraggio e mi butto: l’acqua imbeve il costume, entra nella cuffia; micro bollicine di aria si staccano dal corpo, la sento fluire.

Quando muovo le prime bracciate mi pare di essere bloccata, di non essere capace, di non ricordarmi come si fa anche se sono passati solo due giorni dall’ultimo allenamento.

Immersa nel silenzio, perché sotto acqua tutto è attutito, arriva solo l’eco di qualche partenza e qualche SCIAF SCIAF captato dalle bracciate altrui.

Tutti i pensieri iniziano a scivolare fuori dalla testa che si concentra sul da farsi, contando le vasche e dosando le energie o spremendole tutte. Gli arti sprigionano tutta la forza, comprese le tensioni negative. Inizia la lotta contro il cronometro.

L’affanno delle prime vasche lascia spazio ad un’euforia da iperventilazione.

Il sistema cardiocircolatorio inizia a pompare e ti scalda nel profondo.

Le battute e le risate tra una vasca e l’altra; le sfide tra compagni di squadra ti fanno sentire un eterno adolescente.

La soddisfazione, a volte e mai regalata, di battere il cronometro.

Essere bagnato ti costringe ad essere te stesso, senza abiti, senza make-up, senza possedimenti: tu e nient’altro che tu.

Essere immerso ti fa ricevere la spinta di Archimede, una legge fisica meravigliosa, patrimonio dell’umanità.

Tu in assenza di peso: non esiste circostanza migliore per mettere in atto un’attività fisica; tutto lo sforzo trasformato in risultato, senza dispendio per mantenersi eretti.

Essere capaci di nuotare è il privilegio di praticare ad ogni età lo stesso sport, cosa che in altre discipline potrebbe rivelarsi pericolosa.

Quando finisco provo una sensazione di pulito totale, con la pelle ammorbidita, e la mente sgombra di pensieri; mi sento tonica e dopo la doccia ne ho conferma dallo specchio, perchè immediatamente dopo lo sforzo il tono muscolare è nettamente visibile.

Ogni volta a fine seduta considero compiaciuta ‘non credevo che sarei stata in grado di completare questo lavoro’, e sono già pronta, protesa verso il prossimo.

Per questo nuotare sta diventando un’attività imprescindibile da me stessa, non riesco ad immaginarmi di stare senza. Anche se ogni volta che devo buttarmi dentro è un piccolo dramma.

 

Gli esordi

Una vetrina di eccezione per il mio post del giorno

http://nuotounostiledivita.it/pensieridicloro/gli-esordi/

Di seguito il testo integrale:

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In uno dei libri che ho letto quest’estate (Edoardo Albinati – La scuola cattolica, nemmeno ultimato per la verità) l’autore racconta, nella parte iniziale, del suo percorso scolastico.

Nella scuola che frequentava era prevista l’ora di nuoto, per un paio di volte alla settimana.

Ne ha un ricordo brutto, pesante: ricorda il freddo, l’umidità, la cattiva sensazione legata allo svestirsi, un po’ perché rimani scoperto al freddo e un po’ per la scarsa accettazione del proprio fisico in via di sviluppo, paragonato a tutti gli altri fisici in via di sviluppo.

Lo riteneva umiliante, si vergognava di rimanere lì, tutti i corpi svestiti ed esposti: chi sfoggiava una cassa toracica segnata da un evidente costato, chi qualche rotolo di ciccia, chi un colorito verdognolo.

Poi la ginnastica prenatatoria, e poi tutti dentro: dice che sì, era bello distrarsi dalla monotonia dei banchi, ma superato il momento dell’ingresso in acqua e l’euforia degli schizzi, diventava faticosissimo. Faticoso avanzare, faticoso muoversi, faticoso respirare.

Io non ho assolutamente un ricordo così negativo dei miei inizi, anzi non ricordo di aver mai fatto tanta fatica, almeno fino a che non ho iniziato gli allenamenti intensivi.

Ricordo sì un’insegnante terribile, di nome Flaminia, che faceva battere le gambe a secco, durante quei minuti della ginnastica prenatatoria, seduti a terra in appoggio sui gomiti, per un paio di interminabili minuti.

Non so se fosse più duro mantenere gli addominali in tensione o sopportare le scanalature delle mattonelle che si imprimevano sull’avambraccio vicino al gomito. A chi appoggiava le gambe arrivava un urlo da soprano, di ripartire immediatamente.

Questa Flaminia non è mai stata la mia insegnante ma sono dovuti trascorrere almeno trent’anni prima che incontrassi un’altra persona che si chiamasse così e che potesse farmi rivalutare completamente il nome, perché secondo la locuzione ‘in nomen omen’ per me Flaminia significava temibile urlatrice.

Ricordo Armando, che seguiva la pre agonistica con molta simpatia: un insegnante che faceva lavorare molto i bambini ma scherzava anche tanto con loro, e infatti io mi ero auto promossa nella sua corsia, senza attendere che mi dicessero ‘tu passi in quel gruppo là’.

Armando è tuttora uno dei pilastri portanti nell’organizzazione del nuoto a Vicenza e nel Veneto.

Avevo un costume intero rosso, che lateralmente portava due fasce, bianca e blu, su entrambi i fianchi.

In testa la cuffia di lattice, ogni settimana una diversa perché non riuscivo a tenerne da conto: tempo due volte che la usavi e diventava una palla appiccicosa, e nel tentativo di aprirla si lacerava.

Invidiavo molto quei bambini che la tiravano fuori dalla sacca tutta imborotalcata, che sembrava sempre nuova.

Addirittura ce ne era uno (ma questo non lo invidiavo per nulla) che arrivava da casa in bicicletta, seduto sul sellino dietro a sua mamma, già con la cuffia in testa.

Gli occhialini invece, quelli li perdevo, in maniera abbastanza sistematica.

La società in cui ho fatto tutti i corsi fino all’ingresso in agonistica si chiamava ANV, acronimo di Associazione Nuoto Vicenza.

Come materiale di supporto c’erano delle tavolette spesse e strette sulle quali campeggiava a tutta diagonale la scritta, quasi palindroma: se gli insegnanti avessero ecceduto nel farmi ripetere gli esercizi di gambe, con sostegni di questo genere, non sarei mai andata oltre il corso estivo.

E invece ho proseguito fino a contrarre questa malattia inguaribile che è il nuoto, che non riesco più a smettere di praticare.