Sberle, schiaffi, carezze

“Qui devi girare, a sinistra”

Qui? Non diresti mai che lungo quella stradina c’è un impianto sportivo.

E invece.

E che impianto.

E che musica.

L’anno 2019 riparte, agonisticamente parlando.

E ho preso una sonora legnata, anzi due.

Una me l’ha data un tizio che si stava riscaldando a secco, slanciava le braccia attorno a sè ruotando il tronco. Colpa mia che non l’ho notato, gli sono passata vicina, troppo vicina, lui non mi ha visto e … SBADABENG, un manrovescio che ha coperto in pieno labbra e naso; niente di rotto, solo per 20 minuti mi sono sentita molto Francesca Dellera.

Ma trascorsi 20 minuti tutto apposto.

L’altra legnata, quella morale, è durata di più, e me l’ha suonata il cronometro, ben due volte nella stessa giornata.

E ha fatto molto più male.

Forse, e sottolineo forse, dovrei prendere in considerazione l’ipotesi che non è una legnata: non è il cronometro che mi dà schiaffi, sono io permalosa che me la prendo. Lui dice la verità, se io abbassassi le pretese andremmo d’accordo.

Gli schiaffi, per alcuni aspetti, sono la stessa cosa delle carezze, cambia solo la rapidità con cui la mano arriva sul viso.

Se per gli schiaffi l’impatto è violento, e ce li si ricorda, le carezze arrivano morbide, e vengono sottovalutate.

Come nel buio più totale anche un singolo lumino può sembrare un bagliore intenso, così faccio tesoro dei led che mi si sono accesi e rinfrancato l’autostima, che viaggiava parecchio rasente il suolo.

“Hai un bel delfino”

detta a me, che da agonista dicevano “quando nuoti a delfino fa’ finta di non conoscermi” non è un lumicino, è un faro nella notte scura; ancora di più se penso che appena tre giorni prima sono stata apostrofata da un’utente del nuoto libero con un “SIGNORINA??? Scusi ma se nuota così non ci stiamo insieme in corsia … e il nuoto… NON È MICA SUO”.

“Quanto mi piaci”

riferito a un selfie supportato da una valida resa dell’illuminazione, e che ritenevo l’unica cosa ben riuscita della giornata; per me che ogni mattina passo un certo numero di minuti a scendere a patti con la mia faccia, altro faro nella notte.

È molto di più di un generico “quanto sei bella” perché aggiunge valore con tutta la soggettività del caso.

“Dovresti tenere bassa la testa nella subacquea”

I consigli al volo che ricevi da altri partecipanti sono sempre preziosi.

Anche i massaggi.

“Che fatica…! brava tu, sei andata forte”

detto dalla vicina di corsia che ho staccato.

Non è vero, non sono andata forte, ma era la sua prima gara e capisco il suo punto di vista.

A volte abbiamo un’evidenza davanti agli occhi, qualcosa che riusciamo a vedere per il semplice fatto che ce l’abbiamo di fronte.

La stessa cosa, per chi la impersona, non è altrettanto evidente.

È paradossale, perché nel momento stesso in cui ci risulta lampante non riusciamo a renderci conto che chi indossa l’abito non se lo vede attorno.

Per questo certe frasi, che magari sembrano banali o scontate a chi le dice, o sceglie di non dirle perché teme di essere ridondante, a chi se le sente dire fanno un effetto stranissimo, e fanno enormemente piacere.

In spogliatoio mentre mi rivestivo osservavo una concorrente che al mattino aveva nuotato un 100 delfino in maniera strepitosa; al pomeriggio aveva disputato l’australiana arrivando ‘solamente’ seconda.

Forse era una mia impressione ma sembrava contrariata; dal canto mio invece la vedevo sull’Olimpo.

Non ho avuto il coraggio di dirle nulla.

Invece sono riuscita ad esprimere la mia gratitudine alla signora che ha mantenuto lo spogliatoio in condizioni impeccabili per la durata intera della manifestazione.

Dulcis in fundo:

“Leggo sempre i tuoi pezzi con piacere”

Questa mi ha riscaldato, oltre che illuminato.

Più che un faro, un faló in spiaggia nella notte di ferragosto, con musica e mohito a volontà.

Ad majora.

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RIP Mr Hyde

Ore 9.00 – Dr Jekyll

“Oh bene, oggi è giorno di allenamento”

Ore 10.00 – Bip bip – Messaggio whatsapp con l’allenamento per la serata – Mr Hyde

“Oh no… 16×100 forti… non ce la posso fare”

Ore 14.00 – Dr Jekyll

“Dai forza che stasera ci si allena: il lavoro sedentario richiede una forma di compensazione, altrimenti sarei un rudere… senti questi che hanno il fiatone per aver salito una rampa di scale”

Ore 19.00 – Mr Hyde

“Ma chi me lo fa fare? Ma sono veramente stanco, non ce la faccio! Ma se rimanessi a casa? Non cambierebbe nulla, tanto ormai le gare non le vinco più.

Fuori piove, magari le strade sono allagate…

Ma se per una volta scegliessi divano, copertina, una tisana e un libro? Ma se io facessi la nonna di me stessa? Ma la tv non la guardo mai, potrei cominciare stasera.

Ma se andassi a letto presto? Sento il richiamo del cuscino, guadagnerei in riposo!

Ore 20.00 – Mr Hyde ALZA LA VOCE

“Perché vuoi proprio andare? Sei sicuro? Pensaci dai… per una volta…”

Dr Jekyll afferra le chiavi dell’auto e scende le scale.

Mr Hyde si accorge, a 200 m da casa, di aver lasciato la patente sul tavolo, vicino alla frutta. Mr Hyde si sente molto Gloria ma a guidare è Dr Jekyll, che intanto ha individuato una canzone piacevole alla radio.

Dr Jekyll parcheggia e si cambia.

A salire sul blocco di partenza però è Mr Hyde che giudica la temperatura dell’acqua ad occhio nudo: è fredda.

Mr Hyde indugia, chiacchiera, tentenna, temporeggia.

Dr Jekyll dà una spinta.

Mr Hyde esclama “ ‘mmazza se è fredda!” ma Dr Jekyll inizia a girare le braccia.

Viene il turno dei 16×100 forti: Mr Hyde si propone di farli al risparmio, Dr Jekyll ha l’udito sopraffino e sente i compagni proporre “li facciamo misti?”

Decide Dr Jekyll, misti siano!

Scende a patti con Mr Hyde e cinquantapercentizza la cosa.

Dopo i primi 2×100 comunque Mr Hyde progetta di sospendere la seduta e fuggire.

Dr Jekyll lo trattiene, e li completa.

Mr Hyde soccombe.

In spogliatoio, fiero, ritorna Dr Jekyll da solo.

RIP Mr Hyde

Trofeo Salus Pueri – 2018

Beeep beep beep

La sveglia: no, ma perché? Di sabato: perché?

Mi alzo come un automa, con scarsa convinzione, ripetendomi la domanda: perché?

Mi preparo ed esco di casa, dormono ancora tutti. In giro però c’è già gente che corre, i ciclisti, i ragazzi che aspettano l’autobus che li porta a scuola, i gatti e ricci morti sulla carreggiata, investiti durante la notte.

Non sono sola, non è nemmeno l’alba.

Carico i compagni di squadra in auto con me, in maniera un po’ hazzardiana perché ho una portiera bloccata.

Siamo tra i primi ad arrivare, troviamo un parcheggio ottimo: vicino all’ingresso ed in ombra. L’aria è ancora frizzante, ma l’acqua è veramente accogliente,

La manifestazione si apre e procede molto velocemente, alle 9,30 ho già concluso la prima prova; la seconda è prevista per le 12.

Tra una gara e l’altra prendo il sole, scambio un po’ di chiacchiere con amicizie datate e recenti, bevo un caffè, scatto qualche foto, seguo le gare degli altri, acquisto un paio di occhialini.

Il venditore si raccomanda di risciacquarli con acqua e null’altro; sarà dura dopo una vita che, come ogni nuotatore è abituato a fare, ci slinguazzo dentro per non farli appannare, abbandonare questo gesto di discutibile eleganza.

Anche la seconda prova si svolge in perfetto orario: una manifestazione quasi svizzera questo trofeo Salus Pueri, immeritatamente snobbato.

In un enorme parco verde, a qualche decina di minuti da casa, chiude il circuito Gran Prix Veneto in maniera egregia. Eppure l’affluenza è modesta.

Prima di uscire vado a ritirare la medaglia ma mi comunicano che le classifiche sono sospese perché una signora che è arrivata più tardi ha gareggiato con gli uomini e quindi devono stilare di nuovo le graduatorie per integrarne la posizione.

Una signora? Ah beh ma allora non c’entra nulla con me, potete darmi la medaglia.

Mi riferiscono l’anno di nascita della signora, che è lo stesso mio, quindi la graduatoria da rivedere è proprio quella della mia categoria.

No ma allora… perché la chiamate signora? Vi sembra coerente? Vi sembra educato? Un po’ di rispetto per queste M45!

Introspezione post gara

Se c’erano 20 bambini, venivano disposte 19 seggiole; musica di sottofondo e tutti a scorrazzare; quando la musica veniva interrotta tutti dovevano sospendere la danza e correre a sedersi; chi restava senza la seggiola era fuori.

Poi la musica ripartiva, e si levava un’altra sedia, stesso copione a ripetizione: vinceva il gioco colui che al termine delle esclusioni si accaparrava l’ultima sedia.

Era un gioco molto popolare quando ero piccola.

Sullo stesso principio si basa il meccanismo della staffetta australiana nel nuoto: si ripetono i 50 stile a partire da una batteria completa e si esclude ad ogni ripetizione l’ultimo che tocca la piastra.

Per chi la disputa è una gara parecchio faticosa perchè richiede tanta capacità di gestione e di ripetere lo scatto con poco riposo.

Per chi la guarda è puro spettacolo! e poi dicono che il nuoto è uno sport che non riesce ad entusiasmare le folle.

Forse per animare un po’ la manifestazione e creare la suspense, non tanto nelle tribune ma direttamente in vasca, su questo stesso meccanismo hanno basato anche la gestione del tabellone elettronico la scorsa domenica a Spresiano: vasca ad 8 corsie, tabellone elettronico a 6 posizioni.

Quando concludi la distanza alzi gli occhi per vedere l’unica cosa che in quel momento ti interessa: il tempo con cui hai chiuso. Se hai dato il massimo non ti resta tanta lucidità per i giochi enigmistici: in alcune manifestazioni attrezzate con dispositivi all’avanguardia compaiono cognome e nome, e vai a colpo sicuro.

Io che mi chiamo con poche lettere ci sto per esteso.

Più comunemente invece si legge una sigla tipo P3 L5 che va interpretata come P:posizione 3 L:lane (corsia) 5.

Nell’istante dell’arrivo, se sei stato attento, hai una vaga cognizione di quale era la tua lane ma difficilmente conosci l’ordine di piazzamento.

Mettersi a cercare è un garbuglio, se poi le scritte scorrono è una rincorsa vana, come leggere la targa di un malvivente che scappa dopo una rapina.

Ho letto tutti i tempi, a valore crescente, senza trovare la mia lane, e ho dedotto di aver disputato un tempo maggiore dell’ultimo visualizzato, di essere rimasta senza la seggiolina alla fine della musica.

Un tempo inqualificabile, nemmeno degno di apparire sul display.

Me ne sono tornata in tribuna rassegnata, convinta di aver performato il peggior tempo di sempre, senza nemmeno riuscire a rapportare con coerenza le sensazioni provate a tanto disastro.

Ho ricevuto però una piacevole sorpresa: il mio tempo non era così pessimo, solo avevo perso l’istante in cui veniva visualizzato. Carpe diem e carpe tabellonem.

La soddisfazione, moderata per vero, è durata poco: piuttosto che peggio è meglio piuttosto, diceva mia mamma, ma è una magra consolazione.

Presto è subentrata l’analisi della prestazione nei dettagli cronometrici, considerando che su 100 metri ho percorso i primi 50 in un tempo di pochissimo inferiore ai secondi 50.

Il tuffo di partenza rende matematicamente la prima parte più veloce, si può dire che io abbia nuotato in negativo.

Il che significa due cose: la prima è che ho un livello di preparazione sufficiente ad arrivare al termine della gara senza schiattare; la seconda è che ho una fottuta paura di bruciarmi e ho fatto l’abitudine a risparmiare nella prima parte di gara. È giusto ‘cercare la nuotata’ ma dovrei riuscire a farlo nei primi metri, invece me la prendo comoda, un po’ troppo, la cerco proprio bene.

Dovrei provare a tirare a mille la prima metà e poi quel che viene viene; ma è un istinto di sopravvivenza primordiale: se ti dicono di lanciarti a folle velocità contro un muro con l’auto, garantendoti che il muro è di gommapiuma, il piede andrà comunque a cercare il freno.

È accaduto in altre occasioni che a 15 metri dall’arrivo mi sia calato il sipario, game over proprio; memore di quelle sensazioni negative non riesco più a spingere dall’inizio.

Mentre rifletto mi accomodo in tribuna in attesa della seconda gara: è quel momento in cui ti scevri di tutti gli orpelli della vita quotidiana, sovrastrutture dell’età adulta; in quel momento non sei la pettinatura che porti, non sei l’abito che indossi, non sei la casa in cui abiti, non sei la macchina che guidi, non sei il lavoro che fai nè ciò che hai o non hai studiato, non sei la mamma di o la moglie di, sei unicamente un valore astratto: il tempo che hai disputato.

Il crono è un risultato oggettivo: non dipende dalla valutazione di un giudice, dalla simpatia di un esaminatore, dall’affiatamento tra compagni di squadra; ed è un risultato meramente individuale che ti pone allo specchio e ti fa confrontare con te stesso.

Non esiste un parametro assoluto di bene o male, una soglia di riferimento globale con cui confrontarsi.

Esiste ciò che hai fatto negli anni precedenti, lo stato di forma attuale, la tattica che hai adottato, la concentrazione che hai profuso.

È un’autovalutazione, nessuno ti loderà o ti schernirà per un secondo in più o in meno, nè per dieci secondi di differenza: si tratta di un faccia a faccia con lo specchio, davanti al giudice più severo, quello che sa veramente cosa hai combinato e non ti concede sconti.

Disputo la stessa gara che facevo quando avevo 15 o 25 o 35 anni; ma mi rendo conto che adesso la affronto in maniera più prudente, allora mi ci buttavo con incoscienza.

Il tempo è aumentato perché il corpo risponde diversamente o perché la testa è cambiata?

Mi si avvicina un signore e mi saluta, sostenendo con certezza che ci conosciamo.

Lo scruto cercando qualche dettaglio nel suo viso che me lo riporti a galla nella memoria.

“Nuotavamo assieme” afferma.

Ma quando? Dove? È una vita che pratico questo sport.

Mi fornisce dei riferimenti vaghi, insufficienti a delinearlo.

Non si scoraggia, continua a parlare a ruota libera fino a che, dal suo soliloquio, emergono un paio di dettagli che mi accendono la luce.

Davanti a me rivedo quel ragazzo seduto al mio stesso tavolo di esame durante la prova scritta del corso per istruttori di nuoto, risento quelle stesse parole fluttuanti, la medesima parlantina.

Pronuncio quindi il suo nome, con intonazione interrogativa.

È come quando dopo tanto tempo ti restituiscono un libro che hai prestato: te lo ricordi nuovo ed ora ha le pagine un po’ ingiallite, gli angoli smussati e la copertina sgualcita. Ma è sempre quel libro.

Così quello che io definisco signore si rivela essere un mio (quasi) coetaneo, che non vedevo dal ‘92.

E cosi anche il 100 stile: sempre 4 vasche da 25 metri, anche se non ho più lo zelo di sbranare la gara dai primi metri.

Sentieri (del nuoto libero) – Puntata 4738532

Centro sportivo – Piano vasca – Interno giorno – Tardo pomeriggio

Un orario insolito per i miei allenamenti ma per una serie di incastri sono finita lì, nell’orario e nello spazio dedicati al nuoto libero.

Che poi non è che sono fuori contesto: è libero (e pagante) anche il mio di nuoto.

Lo spazio c’è, per tutti. A volte è il buonsenso che scarseggia.

Non sembra questo il caso in oggetto: tutto scorre tranquillo.

Quando entro in corsia ci sono due donne che nuotano insieme, mi lasciano spazio, ci incrociamo pochissime volte perché aspettano alla parete che io riparta.

Sono più veloce di loro ma questo non sembra infastidirle minimamente.

Quando escono per qualche istante mi ritrovo da sola in corsia; in pochissimo entra in acqua una ragazza in avanzato stato di gravidanza.

Siamo solo io e lei, ci incrociamo e la supero senza nessun problema: nuota pianissimo, è quasi ferma, non faccio nemmeno fatica, non serve accelerare nè fare grandi spostamenti laterali.

Poi ad un certo punto qualcosa mi taglia la strada: una terza signora è entrata in corsia con noi e anziché percorrerla per lungo la attraversa in larghezza.

Così come per strada c’è un senso di percorrenza da rispettare e delle precedenze, le stesse vigono in vasca.

Niente, questa donna incurante della presenza pregressa di altri utenti si prende la libertà di circolare a modo suo.

Penso stia cercando di uscire, mi sembra in difficoltà, non la vedo in grado di rimanere dove si è messa; suppongo che stia cercando di portarsi nella corsia lungo il muro.

Mi sbaglio: questa tizia inizia a nuotare, tutto a modo suo; ha scelto la corsia in cui mi trovo io.

Indossa un costume di quelli con la sgambatura anni ‘30, che le copre interamente i glutei.

Mentre nuoto riesco a distinguere chiaramente l’una dall’altra: una con la pancia prominente, l’altra con una specie di burqa.

Con un minimo di attenzione quando le incrocio riesco a portare avanti il mio lavoro senza difficoltà, senza creare situazioni di pericolo.

È un lavoro prevalentemente di soglia il mio, con qualche variazione di velocità e adeguato riposo.

Quando arrivo a toccare la parete e mi fermo la seconda signora, quella col burqa sulle chiappe, mi prende una mano.

Lei non poteva sapere che mi stavo per fermare, quindi posso tranquillamente affermare che mi ha interrotta.

Niente di paragonabile al tizio che una volta, mentre facevo una virata e cercavo di chiudere una distanza in velocità, mi ha afferrato per una caviglia e apostrofata ‘ehi tu… guarda che non sei mica Federica Pellegrini’.

Però anche questa a suo modo è stata piuttosto invadente.

E per cosa mi ha fermata?

“Scusa ma tu… sbagli la bracciata!”

Che se mi avesse detto che sbagliavo candeggio l’avrei guardata con la stessa bocca spalancata.

“Tu fai così” prosegue mimando il mio recupero a braccio teso “mentre la bracciata corretta è così” e in quello mi dimostra un movimento a gomito alto.

“No perché con quel braccio lì ho paura che mi colpisci”.

Quindi il suo consiglio non solo non produce effetti in termini di efficacia della nuotata, ma ha un secondo fine, nemmeno troppo velato.

La rassicuro che sono in grado di nuotare in mezzo agli altri senza entrare in collisione, che non si preoccupi, ma lei insiste che “questo è”.

In cuor mio ricevo la conferma che si è messa in una corsia non adatta a lei, ce ne sono altre, spero le prenda in considerazione.

Il mio tempo di riposo è scaduto, riparto e cerco di accontentarla stringendo il più possibile il braccio in fase di recupero, almeno nei tratti in cui ci incrociamo.

Lei invece esce: non la vedo più e dopo essermi accertata che non è rimasta sul fondo completo le mie sequenze.

Trascorre circa mezz’ora e quindi esco anche io.

Sono pronta per andarmene, lavata e vestita, in spogliatoio trovo un’amica e non resisto a raccontarle immediatamente l’accaduto.

E lì mi si materializza dal nulla la stessa signora, che evidentemente non aveva troppa fretta nemmeno fuori dall’acqua: mi riprende di nuovo a spiegare la sua tecnica, commentando che io, oltre a sbagliare, sono troppo aggressiva.

“Vedi, io voglio solo insegnarti come si fa… ho fatto agonismo quando avevo 6 anni. Tu invece ti alteri, non accetti i miei consigli…”.

Istantanee dal campo gara: Desenzano

Il Trofeo città di Desenzano aveva la nomea di campionato italiano invernale master, pur non esistendone uno ufficialmente.

Per un insieme di caratteristiche (la vasca scorrevole, la disponibilità di numerose gare, la data di metà anno agonistico, la precisa organizzazione) ha sempre attirato iscritti da tutto lo stivale, garantendo confronti di buon livello.

Andare a podio a Desenzano, più ancora che rispetto ad altre manifestazioni, è sempre stato motivo di prestigio.

Nel 2010, anno in cui i costumi gommati sono stati dichiarati fuori regolamento, c’era stata l’ultima edizione, prima che il trofeo si spostasse a Gussago.

Ho un ricordo nitido di quella ultima gara a Desenzano, ormai prossima alla nascita di Sofia; una gara disputata in costumino e senza sforzare, eppure con risultati che adesso mi sembrano sorprendenti.

Ho un ricordo vago di Desenzano come città, sede dell’ospedale in cui ho tentato il rivolgimento di una principessa podalica: quando sono uscita dalla struttura sanitaria, dopo un intero giorno di digiuno, mi sono precipitata al Mc Donald.

Desenzano, meta di qualche gita domenicale primaverile, con la passeggiata sul lago in mezzo a tantissimi turisti tedeschi.

Desenzano un tempo sede del campionato italiano invernale assoluto, quello vero e proprio, a cui ho avuto il piacere di partecipare in giovane età solo come frazionista di staffetta.

Sirmio ocelle insularum, decantava Catullo; ma anche Desenzano non scherza, aggiungo io.

Dopo 7 anni di latitanza la manifestazione è ritornata alla sua sede originale, e in memoria di quelle che erano valide prestazioni disputate un tempo, ho puntato la mia preparazione orientandomi a questo evento.

Non potevo prevedere i malanni di stagione, giusto un paio di settimane prima.

Accidenti, lo stato di forma fisica e le sensazioni in acqua post influenza mi avevano instillato un tarlo: ha senso presentarsi e gareggiare quando sai già a priori che il risultato sarà sottotono?

D’un tratto però ho iniziato a rivedere nella mia mente i volti di gente forte che ad un certo punto si è ritirata dalla scena; e ho valutato che difficilmente ci si riesce a presentare in chiamata solo quando si ha la certezza di ottenere un buon crono.

In poche parole ho considerato che non presentarsi sarebbe equivalso ad un primo passo verso l’abbandono.

Andrà come andrà ma almeno ci ho provato.

Non so se si possa considerare un atteggiamento vincente o perdente, a volte il mio tentare ad ogni costo sfora nella cieca cocciutaggine.

Ad ogni modo questo è il mio carattere quindi si va.

Il McDonald è sempre al suo posto e anche l’impianto arroccato sopra la città ha sempre il parcheggio al completo.

Mentre infilo il costume per il riscaldamento altre donne stanno già indossando quello da gara; in particolare al mio fianco due giovani ragazze e una signora attempata si aiutano a vicenda a perfezionare la calzata delle spalline.

Le due ragazze si rivolgono alla signora dandole del lei, e scherzando le richiedono un compenso di 10€ per l’aiuto.

Una delle due ragazze giovani ha un paio di tette esemplari, di quelle che andrebbero conservate a Parigi presso l’Ufficio internazionale dei pesi e delle misure, assieme al kilogrammo e al metro di riferimento: l’archetipo della tetta.

La signora controbatte chiedendo di abbassare a 5€ la tariffa; mi inserisco nella contrattazione chiedendo di aiutare anche me ad aggiustare le spalline.

Mentre la sua amica mi aggiusta, la ragazza tetta-di-riferimento mi dice, in maniera del tutto inaspettata “e complimenti per il fisico!”.

In quel preciso istante sento di avere già dato un senso alla mia ostinazione, ancora prima di presentarmi al blocco.

Anche se il risultato finale non sarà quello sperato, il benessere psicofisico che traggo dall’allenamento è già un traguardo importante.

Non mi ha dato del lei, non mi ha detto ‘per la tua età te li porti bene’. No.

Una perfetta sconosciuta, per giunta di considerevole aspetto, di diversi anni più giovane, senza nessun secondo fine, mi ha regalato una frase che mi ha lasciato di stucco e con una sola parola: grazie!

Forte di questa massiccia dose di autostima ho anche la fortuna di partire fianco a fianco con l’avversaria che nella mia categoria ha il miglior tempo di iscrizione.

Non vinco, ma ottengo in un solo colpo di abbattere due muri psicologici, quello cronometrico dei 30” e quello della soglia dei 900 punti.

Posso dirmi, cosa rara, abbastanza soddisfatta.

Nel frattempo che non è più stato adibito a campo gara l’impianto non è cambiato, ma ho avuto modo di conoscere tanti altri impianti, di nuova costruzione.

Un po’ come quando ritrovi un amico di vecchia data, e negli anni che non lo hai visto hai conosciuto altra gente: è sempre lui, ma lo trovi invecchiato. E subito ti domandi: lo sarò anche io?

Per la vasca il dettaglio che tradisce il tempo trascorso sono i blocchi di partenza: ma davvero mi tuffavo senza alette?

Poi la gara dei 100 misti mi restituisce il pensiero: si, sono passati anche per me degli anni da quel personal best che Desenzano mi aveva aiutato a disputare!

Il bilancio della partecipazione è comunque positivo: la giornata ha avuto il merito di ridare pieno senso ai miei sforzi, di ottenere qualche consiglio direttamente dal piano vasca, di ritrovare vecchie conoscenze e di scoprirne altre di nuove; e di ascoltare la pioggia di proclamazioni di nuovi record, confermando che la manifestazione rimane uno standard di riferimento elevato.

Perché se Sanremo è Sanremo… Desenzano è Desenzano!

X Trofeo master Nuoto Vicenza

Ogni volta la stessa domanda, ogni volta una diversa risposta, un nuovo tassello del puzzle.

Cosa mi entusiasma del nuoto master? Dove trovo la spinta a continuare a praticare il medesimo sport e a cimentarmi nella competizione?

Nel caso della manifestazione di casa la risposta appare ovvia, quasi scontata: l’evento si svolge a pochi km da dove abito, è un’occasione di incontro con tante persone senza nemmeno scomodarsi a fare strada.

Ma non si tratta di ciò, o almeno non è la spiegazione che ho formulato in questo caso.

Il trofeo master Nuoto Vicenza ha compiuto 10 anni, è come se avesse ormai conseguito la licenza elementare.

Mi sembra ieri che la gara di novembre (la squadra partecipa di norma ad una gara ogni mese) veniva scelta tra Bologna e Vimercate, nell’indecisione se affrontare la nebbia verso ovest o leggermente più a sud.

La prima edizione del trofeo era surreale: inverosimile rivedere tutti quei volti nella propria città, e contestualmente disputare la gara in una vasca scorrevolissima.

L’organizzazione è partita con alti standard ed ha progredito verso la perfezione: tabelle di marcia rispettate al minuto consentono a chi come me abita nei pressi di gestirsi le iscrizioni e conciliarle con altri impegni.

Gli anni passano, le prestazioni non sono più quelle delle prime edizioni; ma su un migliaio di gare disputate provate a chiedere ai concorrenti se sono soddisfatti del risultato: risponderà SI la minima parte. Eppure continuano ad essere in tanti gli iscritti, sempre più numerosi, sempre più frequenti le liste di attesa per partecipare.

Tra quei disillusi recidivi io.

Perché?

La risposta questa volta mi è arrivata su due fronti.

Per una delle gare in programma sono ricaduta nell’ultima batteria, la più veloce, cosa che un tempo davo per scontata, ora non avviene sistematicamente.

Mi sono ritrovata in compagnia di ragazze che potevano essere, anagraficamente e senza troppa fantasia, quasi tutte mie figlie.

Una di queste in particolare celebrava il momento come se fosse in gita scolastica, con cori di incitamento alla compagna di squadra che partiva al suo fianco.

Per una volta io non ero l’accompagnatrice: in gita e con lo stesso entusiasmo ci ero anche io, anche se lo davo a vedere in maniera meno eclatante.

La seconda spiegazione, quella più illuminante, me l’ha data la fotografia.

Il giorno seguente all’evento le foto scattate durante la manifestazione sono state pubblicate sul web: foto di amicizia in primo luogo, e di concentrazione, di sforzi, di risultati e di premiazioni.

E poi un primo piano mio, mentre guardavo (lo so io, nella foto non si vede) il cronometro.

Non è il primo piano del mio viso ad avere nulla di particolare, solo essendo il mio l’ho osservato abbastanza approfonditamente da rilevare un dettaglio.

Lo stesso dettaglio che, con un po’ di attenzione, emerge da tutte le foto simili a questa.

Sono vanesia, passerei ore davanti allo specchio a farmi le boccacce, ma in questo scatto rimiro non tanto il volto, quanto il rapimento.

Mentre guardo il tabellone emerge che l’unico pensiero in quell’istante è la ricerca del riscontro, la domanda che tutti si pongono appena toccata la piastra: quanto ho fatto?

È un dialogo con un’entità astratta: è lo sguardo di un bambino che osserva un prestigiatore mentre fa le sue magie.

È lo stupore e la meraviglia di chi guarda un dispositivo elettronico ma in realtà sta attendendo l’oracolo.

Non importa se la risposta è quella che si vorrebbe, ciò che conta è che in quel momento siamo esattamente dei bambini in balia del mistero; non fa differenza se babbo natale ci porta i doni o la befana il carbone: il vero regalo è riuscire per mezza giornata a dimenticare la spesa, l’appello all’università, il traffico del rientro, la multa da pagare, le bollette, il rincaro della benzina, le paturnie della suocera e mettersi ad osservare una sequenza di led, agognando una soddisfazione.

È questo il dono più grande che una passione sportiva ci consegna; per un attimo ritorniamo ancora più indietro che alla gita scolastica: per qualche istante regrediamo alla pura fanciullezza, e il cronometro è la finestra che ci permette di affacciarci su quell’epoca.

XXI Trofeo Rovigonuoto

Cattedrali nel deserto, o white elephants in inglese: sono grandiose opere i cui costi non sono compensati dai benefici che dànno.

Ogni volta che viaggio lungo il prolungamento sud della Valdastico è a questo che penso: un’autostrada nel deserto, che percorro in totale solitudine, valicando una sequenza di ponti strallati; anche il navigatore mi considera un puntino solitario nel grigio, e la nebbia gli dà conferma.

È proprio grazie alla strada scorrevole e galeotto il ritorno dell’ora solare, che mi concede un’ora di sonno in più, che riesco a raggiungere il polo natatorio di Rovigo in meno di un’ora, e sufficientemente presto per riscaldarmi nella vasca di gara.

L’apertura della vasca ricorda un po’ il buffet di aperitivo dei matrimoni: appena vengono scoperti i vassoi si fanno tutti riguardo, poi basta che un invitato si serva e tutti gli altri si precipitano come i lanzichenecchi; così la vasca, si tuffa il primo temerario e nel giro di pochi attimi pare di essere tra le corsie del Toys al pomeriggio del 24 dicembre.

Non è facile alzarsi al mattino presto per andare a disputare una gara, pur sempre faticosa. Non ricordo perché ogni volta poi ritorno dalle manifestazioni con tanto entusiasmo, ma mi concedo la fiducia, una valida ragione ci sarà.

L’autunno avanza, le giornate si accorciano, le temperature si abbassano, l’umidità regna sovrana: si stava tanto bene sotto la coperta a dormire, perché ho puntato la sveglia alle 6.00? Non ho spiegazioni plausibili.

Ho dimenticato tutto dalla scorsa stagione: non ricordo nemmeno come distribuire le energie per gestire la distanza dei 200m; dovrei tenere un diario delle sensazioni che provo in gara, ricollegarle alle rilevazioni cronometriche, capire quando attaccare una gambata più energica e quando invece non lasciarsi sopraffare dalla fatica.

La gara di Rovigo apre la stagione del nuovo anno agonistico ed è una festa ritrovare un po’ tutti, riabbracciare le amicizie incontrate negli anni, con cui condivido la passione del nuoto.

Per me è un nuovo anno più speciale degli altri perché inauguro la categoria M45.

Quando ho cominciato a nuotare come master, appena 30enne, guardavo le signore sedute in prechiamata con un filo di compatimento: ma non avranno di meglio da fare? la casa? il marito? i figli?

Dentro di me però intendevo quel meglio riferito a loro, non che io ritenevo che fosse l’alternativa migliore possibile.

Sulle stesse panchine mi ci ritrovo adesso con le M30, M25 e pure le under (leggi ventenni) e mi ci sento, per certi versi, ancora coetanea: non ho dimenticato come ero a quell’epoca, mi rendo conto che non sono più la stessa, che sono cambiata, che la quotidianità è diversa, che anche gli allenamenti sono cambiati, o comunque lo sono le mie capacità di sostenerli, ma ora come allora mi ritrovo con la stessa voglia di competere.

Minore energia fisica, minore resistenza, anche minore reattività ma maggiore capacità di analisi, concentrazione e determinazione; e anche un pizzico di leggerezza in più, che non guasta non attendersi troppo dal risultato, è già un gran traguardo esserci.

Dopo il 200, che mi regala una piccola soddisfazione, trascorro tutta la mattinata in attesa di disputare la seconda gara, prevista per l’ora di pranzo.

Non mancano gli aneddoti da spogliatoio: il brivido di rimanere chiusa nel wc e trovare un’anima pia (o buona ascoltatrice) esterna che accoglie il mio richiamo; la collaborazione per aiutare un’altra ragazza (o dovrei chiamarla signora?) a comprimersi dentro il costumone.

Appena conclusa la seconda prestazione ritorno a gran velocità verso casa; dal viva-voce le mie bimbe apprendono che sono in transpolesana, la strada di connessione tra l’impianto la Valdastico, ma comprendono transcoresana e la cosa le diverte moltissimo: da allora ogni giorno Viola mi chiede di portarla dove si nuota veloce che si fa la strada scoresana.

La mia mancanza di voglia si è trasformata nuovamente in entusiasmo, anche se non so spiegarlo meglio di così, e nemmeno questa volta sono in grado di annotare le sensazioni che provo durante lo sforzo. Toccherà ripetere, e il prossimo appuntamento è proprio sotto casa.

 Un coro che sa di cloro

Lo scorso anno mi è capitato di assistere ad un torneo di tennis. Mica Wimbledon, una cosa di quartiere, l’analogo delle partite di calcio scapoli contro ammogliati.

Quando sono arrivata nei pressi del campo durante la partita a cui mi interessava assistere sono stata avvisata che dovevo parlare piano… SSSSSHHHHHH.

Sssshhhh? Ma come sssshhhh?

Devono concentrarsi, mi è stato spiegato.

“Oh bella, e il tifo?” Ho pensato. Come posso incitare l’uno o l’altro?

Sentivo tra una battuta e la successiva qualche sommesso ‘Oh’ ma niente di più.

Per me il tifo è parte integrante di una performance: esultare di fronte a un risultato, parziale o definitivo, trasmette l’entusiasmo e quindi energia viva a chi sta disputando la gara o la partita.

Penso ad esempio al grido “il cielo è azzurro sopra Berlino” che è riecheggiato per settimane, mesi, anni dopo la vittoria della nostra nazionale ai mondiali di calcio del 2006, e a quanta adrenalina restituisse; ma penso anche alle meno note tiratrici con l’arco, viste per caso una domenica durante la scorsa Olimpiade, che mentre si concentravano mi facevano emozionare davanti al teleschermo; consideravo quanta preparazione avevano profuso in quella singola scoccata e mi veniva naturale incitarle pur sapendo che non potevano sentirmi.

Nel nuoto la concentrazione è garantita dal silenzio invocato dallo starter, unico momento in cui è necessario a far sì che il via sia inequivocabile e non sporcato da rumori.

Poi l’acqua ovatta le orecchie dell’atleta che si è tuffato, e chi riceve il tifo non lo sente, o ne coglie una minima parte: che spreco!

Il ritmo scandito dagli ‘oh oh’ a rana, i fischi prolungati per invitare il velocista a sostenere gli ultimi metri, i ‘vaiiii’ urlati a squarciagola, magari in coro: che peccato non poter ascoltare queste voci amiche durante lo sforzo.

Così ho iniziato una pratica di trasfusione del tifo, una sorta di banca delle incitazioni e delle urla.

Ascolto i cori, meglio ancora quelli delle staffette, gare collettive, concentrati di energia e grinta, e li immagino dedicati a me, per poi riprodurli mentalmente quando ne avverto il bisogno.

Io non sento quelli per me, questi sono per qualcuno che non li sente.

Sarò passibile di ricettazione?

Un gioco da ragazze

Questa è la storia di Elena Saboori, 25 anni, studia Economia e vorrebbe imparare a nuotare.

Beh che ci vuole? Un po' di impegno, magari non andrà alle Olimpiadi ma può farcela, sì…

Ah… Aspetta, dimenticavo … Riformulo: Elena Saboori ha 25 anni, studia Economia e vorrebbe imparare a nuotare per partecipare alle prossime Olimpiadi di Tokyo 2020.

Ah ah ah… impossibile! Non ce la può fare… Invece io scommetto di sì, voglio credere che ce la farà!

Alla presentazione di Elena manca un dettaglio: vive in Afghanistan. 
In tutto il paese si contano 30 piscine (circa il numero di impianti che si trova in una provincia italiana di medie dimensioni) e solo una di queste consente l'accesso alle donne. 

Per poter competere Elena deve prima imparare a nuotare, ma chi glielo può insegnare? Le leggi talebane vietano alle donne di praticare sport, non esiste un'insegnante donna che le possa trasmettere i rudimenti. Niente paura, su YouTube si trova tutto, ci sarà pure un qualche tutorial che spiega come si fa, basterà aprire Google e digitare 'Aranzulla & crawl' no?

Elena non si perde d'animo e si guarda qualche video. Poi cerca di mettere in pratica ma si accorge che non è così semplice: una cosa è vedere i fotogrammi, un'altra è fare i conti con galleggiamento, spinta, propulsione, respirazione. Allora Elena aggiusta il tiro: non vuole più semplicemente imparare a nuotare ed andare alle Olimpiadi, ma vuole anche insegnare a nuotare alle altre donne, capisce che saper nuotare è anche una questione di sopravvivenza.

I rischi aumentano, gli attacchi terroristici si fanno più probabili, la sfida diventa incredibile. Anche perché, come se non bastassero le difficoltà descritte fino a qui, queste donne mica possono andare a nuotare con semplici costumi, no: devono essere coperte da testa a piedi, braccia-schiena-gambe comprese.

Ihsan Taheri, presidente della federazione natatoria afghana, loda il coraggio di Elena e sta dalla sua parte.

Hanno contattato un'azienda brasiliana per creare dei costumi adatti, nel frattempo le nuotatrici devono indossare calze nere e un top a maniche lunghe in lycra, sotto un normale costume intero.

A questo punto la mission impossible non mi pare più 'andare alle Olimpiadi', mi sembra che le difficoltà siano ben altre.

Se ce la farà, Elena sarà la prima nuotatrice nazionale afghana.

Io tifo per lei, non fosse altro che perché è mia omonima!