Motivazioni

Spesso mi sento domandare dove trovo la forza di partire da casa per andare a nuotare la sera, di inverno, dopo una giornata di lavoro, quando magari fuori è brutto tempo e il divano è così ospitale.

Nutro verso l’acqua sentimenti ambivalenti. L’impatto è sempre uno shock: che sia uno spruzzo, una passeggiata sotto la pioggia senza ombrello, una doccia in piena estate, un tuffo in piscina.

Passare dallo stato di asciutto a quello di umido o bagnato, volente o nolente, richiede di accettare un cambiamento repentino del proprio equilibrio termico. Anche solo camminare nella nebbia, con l’umidità che ti penetra nelle ossa.

Quando arrivo sul blocchetto (escluse le competizioni, quello è tutto un altro discorso) mi sento come un gatto sul punto di infradiciarsi tutto.

Dopo alcuni minuti di titubanza rinnovo l’atto di coraggio e mi butto: l’acqua imbeve il costume, entra nella cuffia; micro bollicine di aria si staccano dal corpo, la sento fluire.

Quando muovo le prime bracciate mi pare di essere bloccata, di non essere capace, di non ricordarmi come si fa anche se sono passati solo due giorni dall’ultimo allenamento.

Immersa nel silenzio, perché sotto acqua tutto è attutito, arriva solo l’eco di qualche partenza e qualche SCIAF SCIAF captato dalle bracciate altrui.

Tutti i pensieri iniziano a scivolare fuori dalla testa che si concentra sul da farsi, contando le vasche e dosando le energie o spremendole tutte. Gli arti sprigionano tutta la forza, comprese le tensioni negative. Inizia la lotta contro il cronometro.

L’affanno delle prime vasche lascia spazio ad un’euforia da iperventilazione.

Il sistema cardiocircolatorio inizia a pompare e ti scalda nel profondo.

Le battute e le risate tra una vasca e l’altra; le sfide tra compagni di squadra ti fanno sentire un eterno adolescente.

La soddisfazione, a volte e mai regalata, di battere il cronometro.

Essere bagnato ti costringe ad essere te stesso, senza abiti, senza make-up, senza possedimenti: tu e nient’altro che tu.

Essere immerso ti fa ricevere la spinta di Archimede, una legge fisica meravigliosa, patrimonio dell’umanità.

Tu in assenza di peso: non esiste circostanza migliore per mettere in atto un’attività fisica; tutto lo sforzo trasformato in risultato, senza dispendio per mantenersi eretti.

Essere capaci di nuotare è il privilegio di praticare ad ogni età lo stesso sport, cosa che in altre discipline potrebbe rivelarsi pericolosa.

Quando finisco provo una sensazione di pulito totale, con la pelle ammorbidita, e la mente sgombra di pensieri; mi sento tonica e dopo la doccia ne ho conferma dallo specchio, perchè immediatamente dopo lo sforzo il tono muscolare è nettamente visibile.

Ogni volta a fine seduta considero compiaciuta ‘non credevo che sarei stata in grado di completare questo lavoro’, e sono già pronta, protesa verso il prossimo.

Per questo nuotare sta diventando un’attività imprescindibile da me stessa, non riesco ad immaginarmi di stare senza. Anche se ogni volta che devo buttarmi dentro è un piccolo dramma.

 

Gli esordi

Una vetrina di eccezione per il mio post del giorno

http://nuotounostiledivita.it/pensieridicloro/gli-esordi/

Di seguito il testo integrale:

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In uno dei libri che ho letto quest’estate (Edoardo Albinati – La scuola cattolica, nemmeno ultimato per la verità) l’autore racconta, nella parte iniziale, del suo percorso scolastico.

Nella scuola che frequentava era prevista l’ora di nuoto, per un paio di volte alla settimana.

Ne ha un ricordo brutto, pesante: ricorda il freddo, l’umidità, la cattiva sensazione legata allo svestirsi, un po’ perché rimani scoperto al freddo e un po’ per la scarsa accettazione del proprio fisico in via di sviluppo, paragonato a tutti gli altri fisici in via di sviluppo.

Lo riteneva umiliante, si vergognava di rimanere lì, tutti i corpi svestiti ed esposti: chi sfoggiava una cassa toracica segnata da un evidente costato, chi qualche rotolo di ciccia, chi un colorito verdognolo.

Poi la ginnastica prenatatoria, e poi tutti dentro: dice che sì, era bello distrarsi dalla monotonia dei banchi, ma superato il momento dell’ingresso in acqua e l’euforia degli schizzi, diventava faticosissimo. Faticoso avanzare, faticoso muoversi, faticoso respirare.

Io non ho assolutamente un ricordo così negativo dei miei inizi, anzi non ricordo di aver mai fatto tanta fatica, almeno fino a che non ho iniziato gli allenamenti intensivi.

Ricordo sì un’insegnante terribile, di nome Flaminia, che faceva battere le gambe a secco, durante quei minuti della ginnastica prenatatoria, seduti a terra in appoggio sui gomiti, per un paio di interminabili minuti.

Non so se fosse più duro mantenere gli addominali in tensione o sopportare le scanalature delle mattonelle che si imprimevano sull’avambraccio vicino al gomito. A chi appoggiava le gambe arrivava un urlo da soprano, di ripartire immediatamente.

Questa Flaminia non è mai stata la mia insegnante ma sono dovuti trascorrere almeno trent’anni prima che incontrassi un’altra persona che si chiamasse così e che potesse farmi rivalutare completamente il nome, perché secondo la locuzione ‘in nomen omen’ per me Flaminia significava temibile urlatrice.

Ricordo Armando, che seguiva la pre agonistica con molta simpatia: un insegnante che faceva lavorare molto i bambini ma scherzava anche tanto con loro, e infatti io mi ero auto promossa nella sua corsia, senza attendere che mi dicessero ‘tu passi in quel gruppo là’.

Armando è tuttora uno dei pilastri portanti nell’organizzazione del nuoto a Vicenza e nel Veneto.

Avevo un costume intero rosso, che lateralmente portava due fasce, bianca e blu, su entrambi i fianchi.

In testa la cuffia di lattice, ogni settimana una diversa perché non riuscivo a tenerne da conto: tempo due volte che la usavi e diventava una palla appiccicosa, e nel tentativo di aprirla si lacerava.

Invidiavo molto quei bambini che la tiravano fuori dalla sacca tutta imborotalcata, che sembrava sempre nuova.

Addirittura ce ne era uno (ma questo non lo invidiavo per nulla) che arrivava da casa in bicicletta, seduto sul sellino dietro a sua mamma, già con la cuffia in testa.

Gli occhialini invece, quelli li perdevo, in maniera abbastanza sistematica.

La società in cui ho fatto tutti i corsi fino all’ingresso in agonistica si chiamava ANV, acronimo di Associazione Nuoto Vicenza.

Come materiale di supporto c’erano delle tavolette spesse e strette sulle quali campeggiava a tutta diagonale la scritta, quasi palindroma: se gli insegnanti avessero ecceduto nel farmi ripetere gli esercizi di gambe, con sostegni di questo genere, non sarei mai andata oltre il corso estivo.

E invece ho proseguito fino a contrarre questa malattia inguaribile che è il nuoto, che non riesco più a smettere di praticare.

Gli estremi

L’inizio dell’amore è spesso simultaneo. Non così la fine: da ciò nascono le tragedie.

(Alessandro Morandotti)

Io non so parlar d’amore, come cantava anche Celentano, ma l’aforisma citato trova spiccate analogie con la gara:

L’inizio della gara è sempre simultaneo. Non così la fine: da ciò nascono le classifiche.

Eppure quei due momenti, l’inizio e la fine, pur non essendo entrambi simultanei, sono uguali un po’ per tutti i nuotatori; sono due istanti, nel senso letterale del termine, che racchiudono tra di loro l’intera prestazione, e si chiamano partenza e arrivo.

La partenza è quel momento carico di tensione, quando il ballo di gruppo che eleva tutti i concorrenti al livello del blocco, regolato dal ritmo dei fischi del giudice, si arresta: tutti fermi.
Il giudice dice A POSTO (o nelle competizioni internazionali TAKE YOUR MARKS) e da lì trascorrono alcuni interminabili eterni secondi prima che gracchi il via.
Quegli attimi, quando tutti gli atleti della batteria sono disposti a testa in giù, aggrappati allo spigolo anteriore del blocco, caricati sulle gambe, sembrano eterni.
Si tratta generalmente di pochi secondi, un paio, dipende dalla giuria di gara.
Ma a te che sei lì sembra ti scorra davanti l’intera esistenza: silenzio, tutte le energie sono dietro i padiglioni auricolari, pronte a captare il via, quel via che farà esplodere la potenza dello stacco.
La mente umana ha delle potenzialità incredibili, riesce a filtrare i rumori e ignorare tutto ciò che è diverso dal beep che si sta attendendo.
Intanto tu sei ancora lì, piegato, col sangue che va alla testa e quel goccio di acqua che hai bevuto mezzora fa tenta la risalita; se poi hai mangiato anche mezzo biscotto sei finito: o mi date il via o vomito, mi vien da riprendere gli starter più lenti.

Invece guai a distrarsi, che un secondo in più sul blocco è una gara un secondo più lenta.
Poi l’ingresso in acqua, l’impatto con l’acqua, l’abbassamento di temperatura corporea e a seguire la gara.
Nuoti nuoti nuoti fino a che …… eccola là: la parete, ammantata di giallo, rivestita di quella membrana a strisce verticali in rilievo che è la piastra, pronta ad attenderti, a registrare il tuo arrivo.
Non importa quanto affaticati si pervenga, alla piastra spetta sempre una potente pacca, quasi fosse colpa sua se, da quando è suonato il beep, ci abbiamo impiegato tutto quel tempo, e soprattutto tutta quella fatica, ad arrivare fin lì da lei.
Se lo merita quel sonoro ceffone, è rimasta inane, senza fare niente per venirci incontro, per alleviare il nostro sforzo. 

Magari nei giri intermedi si è anche beffata di noi, dandoci l’illusione di essere lì ad attenderci, col suo colore evidente, facendoci credere che la fine fosse vicina, offrendoci un soffice (rispetto al muro) contrasto per ripartire per la successiva frazione.

E immediatamente dopo la pacca, lo sguardo al partner della piastra: il signor tabellone elettronico, che spesso sembra giocare a nascondino, e a volte si lascia trovare recando sorprese sgradite, altre con notizie entusiasmanti.

Questi due momenti sono comuni a tutti i nuotatori: giovani e meno giovani, agonisti e master, uomini e donne, velocisti e fondisti.
Unica eccezione i dorsisti per i quali la visione è tutta a rovescio.

Allo ‘zoo’ *

Il nuoto libero è un po’ come lo zoo: ci trovi di tutte le specie!

Il fatto che io non mi stia ‘allenando’ non toglie che un 200 misto si fa come un 200 misto: con i primi 50 metri a delfino. 

Ne faccio un paio, giusto per variare un po’ gli stili. 

Al termine del primo si cala nella mia corsia una tizia che vedendomi arrivare mi suggerisce di ripartire, con aria un po’ impettita. 

Nasce subito una profonda simpatia e le rispondo che vado, certo, dopo che ho riposato un attimo.

Lei parte a stile libero, io aspetto un po’ e riparto a delfino per il secondo duecento misto. 

Vasca da 25 metri, arrivo per virare, chi nuota sa come ci si sente prima della virata a delfino: avidi di quel breve ristoro che la parete offre. Un ristoro fatto di una respirazione un po’ più lunga e un intervallo tra le bracciate che si sono accorciate come le giornate di fine ottobre.

E questa cosa fa? Mi afferra il polso sinistro! Sopprimo l’istinto di menarla con la mano che mi resta libera, che quando si è sotto sforzo si diventa istintivi.

Mi limito a guardarla con aria interrogativa: checazz??? 

Lei scocciata mi avverte che stavo quasi per colpirla in faccia. 

Premesso che quando nuoto ho il massimo rispetto di chi è in corsia con me, e che l’avevo ben vista e che stavo per allungare, non per colpirla, la cosa che mi sorprende maggiormente è che al problema ‘sono ferma in mezzo al passaggio’ la soluzione più naturale sarebbe ‘mi levo’.

Invece no, a lei viene ‘fermo il mondo dietro di me’.

Sto per iniziare a discutere, e tra tutte le risposte possibili mi esce la frase portabandiera della disistima che ho del mio delfino “guarda che io so come si nuota”.

Ora che la nostra amicizia è consolidata, continuo a nuotare, e la supero diverse volte. 

Lei è molto carina, bel fisico, per nulla atletico, non ha muscolatura ma è proporzionatissima: elegante, ha movenze molto leggere sull’acqua. Ed è stronza.

Valuto di cambiare corsia ma a fianco a me ci sono 3 o 4 panzer che ogni 25 metri ne percorrono almeno 40.

Lo fa lei: bella mossa amica mia! 

Dopo pochi attimi la osservo in corsia laterale e capisco che tutta la sua boria in realtà è insicurezza profonda, forse anche un bel po’ di paura: un po’ come il gratta e vinci, che sotto la patina argentata confidi si nasconda una bella vincita ma hai timore a grattare via, perché senti puzza di sóla.
Rimasta da sola con un’altra tizia, molto più modesta, continuo la mia scaletta di 100 e 200 stile libero, mentre anche lei nuota indisturbata.

Al termine faccio un altro po’ di misto e alla tizia n• 2 si sostituisce un ragazzetto: il più scoordinato della terra.

Mi fermo, ho quasi finito, manca solo un bel 400 sciolto. Il ragazzo attacca bottone: “ma quanto forte vai?”.

Rispondo che è solo questione di abitudine.

“Facciamo una gara sui 50 metri?” mi sfida.

Che fare? Ma si facciamolo contento!

Partiamo una a fianco all’altro. Alla prima vasca procedo con andatura normale, praticamente sciolta, e lui arranca per starmi al passo. Viriamo.

Indecisa: lo lascio vincere? Ma anche no, ha voluto lui la gara!

Inserisco un po’ di battuta di gambe; arrivo infondo che lui si trova ancora a metà della vasca di ritorno.

Quando tocca il muro e mi vede già bella riposata, prende un respiro profondo e mi dice “complimenti, ma adesso fai ancora altro? Io esco ciao alla prossima”.

Mi sento come Giovanni di AldoGiovannieGiacomo quando sfida a salti mortali i bimbetti fuori dall’autogrill nel film ‘Tre uomini e una gamba’.

E così, da incazzata che ero con la prima tizia, me ne esco ridente e ilare.

Il potere di una nuotata!

(* Rivisitato da uno scritto del 2015)

Cronaca dettagliata di un’emozione bellissima

La stagione master in vasca si è conclusa e io mi sto dedicando allo scarico totale.

Ci pensa l’accadde oggi a rinfrescarmi la memoria, come uno spruzzo di acqua fresca sulla pelle arroventata dal sole dell’ozio, mi ricorda che nuotare è bello e che ogni tanto arrivano anche grandi soddisfazioni.

Scrivevo così alcuni anni fa in occasione della gara conclusiva della stagione di esordio da M40, i 50 stile libero.

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In camera di chiamata, tensione condivisa con le altre atlete. Incerta se sia meglio stare seduta, con il rischio del calo di pressione quando mi alzo, o in piedi, ma mi si affaticano le gambe. 

Ognuna la vive a modo suo: R. si raccoglie su se stessa; M., trasferita a Roma, mi chiede delle vecchie compagne di squadra e in particolare di B. 

F. se ne sta seduta in silenzio e mi chiede di aiutarla a infilare la cuffia; S. mi racconta che le scarpe della sera prima le hanno fatto uscire le vesciche. D. invece mi confessa che le ho fatto crescere l’ansia.

Sto già con la cuffia in testa, pronta ad infilare gli occhialini attraverso cui vedo poco, hanno le lenti rovinate; ma non è il momento per rischiarne un paio nuovo. Devo calzarli come ho sempre fatto, un elastico sotto e uno sopra i capelli raccolti. Anche se uno è più lento va bene così, non posso rischiare di perderli.

Sono arrivata fin qua e sono ad un passo dalla conquista della seconda medaglia d’oro. So che posso farcela, nei giorni precedenti ho capito di aver raggiunto un buono stato di forma; ma so anche che tutte siamo determinate ad avere la meglio, e che sulle brevi distanze giocano tanti fattori importanti oltre alla preparazione: la partenza, l’arrivo… Questione di centesimi preziosi. 

Nella notte precedente mi bastava il pensiero di sentirmi chiamare perché il battito cardiaco accelerasse come dopo una corsa in salita.

Non ci sono mostri sacri in batteria, ex atlete di nazionale; ci sono altre donne come me, che conciliano il lavoro, la famiglia, gli impegni personali con la passione per il nuoto e la fatica degli allenamenti.

Ecco, mi chiamano. Passo il controllo cartellini e mi assegnano una corsia, quella centrale. Auguro un in bocca al lupo di cuore alle mie avversarie.

Manca poco, pochissimo… Vado alla corsia, mi spoglio stando attenta a non muovere cuffia e occhialini, appoggio tutto sulla sedia.

Mi bagno con l’acqua presa da una cassetta di plastica che riporta il numero della corsia: polsi, tempie, collo, petto. La temperatura corporea si inizia ad adeguare. 

Presentano le atlete per nome e per società, faccio il solito cenno di saluto al pubblico. Asciugo il blocco con le mani. Attimi che sembrano eterni. Qualche saltello, qualche rotazione delle braccia, qualche allungo. Sistemo le spalline del costumone, mai che esca un seno (per quanto poco probabile).

Tocca a me: tre fischi e mi avvicino al blocco, ci piazzo già un piede sopra, ci sono. Un fischio lungo e ci salgo: piede destro avanti che aggancia il blocco, il sinistro dietro pronto a spingere. A posto. Mi carico. Qualche secondo che sembrano ore. Non sento niente altro che il beep. Guai a lanciarsi prima: tutto buttato; non un istante dopo: tutto buttato. Beep. Spingo e sono in acqua: mi sento avvolgere. Il costume completa la sua adesione al mio corpo: entra un po’ di acqua dal davanti. 

La spinta dal tuffo è terminata, le gambe stanno già battendo. Emergo e inizio a girare le braccia. All’inizio non respiro ma poi decido di non lavorare in ipossia. Via via via. 

A fianco a me inizio a guadagnare terreno, centimetro dopo centimetro sono più avanti. Dai che ce la sto facendo dai. Realizzo di essere in testa, grande! Ecco il muro è là e… Iniziano a cedermi le braccia, le forze si stanno esaurendo: ma su, ancora qualche sforzo, il muro è vicino, giù avanti forza… Tocco. Non so se l’arrivo è stato buono, ho dovuto correggere la bracciata finale. Alzo gli occhi al tabellone: che ero prima lo avevo intuito, ma vedere scritto il mio nome a fianco del numero 1 ha il potere di entusiasmarmi di nuovo.

Poi lo sguardo corre veloce a destra, leggo il tempo, 28″91. Non riesco a trattenere un grido di gioia, mi sforzo di trattenere le lacrime: quello stesso tabellone spesso impietoso verso di me, che per tutto l’anno mi aveva relegato al fondo della batteria con tempi da allenamento, sembrava stare cercando un riscatto! Non scendevo sotto il 29″ in vasca lunga da almeno 5 anni.

Credevo di aver iniziato un declino, di non poter più disputare buoni tempi, di non essere più in grado di affrontare una competizione.

E invece no: sono andata forte, ce l’ho messa tutta e ce l’ho fatta, bastava crederci fino in fondo. Non sento più la stanchezza, mi sento onnipotente.

È euforia, è una gioia intensa mai provata prima. È un’iniezione di fiducia e di autostima. È felicità. È uno stato di grazia che non so quanto durerà ma che voglio poter rileggere e ricreare almeno nella memoria anche quando inizierà a scemare.

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Non mi capita spesso di fare centro, anzi piuttosto raramente.

Se sia stata la giornata giusta, la determinazione o semplice fortuna non lo so; so che rileggere queste parole mi dà la forza per continuare a provarci.

Riccione 2016 – giorno 3

Si conclude con un’enorme soddisfazione questo campionato italiano per nuotatori master.

Nei giorni precedenti ho odorato il profumo del podio e assaggiato il gusto del legno, oggi è arrivato il più prezioso dei metalli, nella staffetta 4×50 stile libero.

Un risultato da dividere in quattro? No! Un risultato da moltiplicare per quattro!!!

Se posso arrogarmi un merito è quello di aver rotto l’anima a chiunque ne avesse i requisiti per formarle e presentarle, ‘ste benedette staffette.

La medaglia della rompiscatole mi spettava comunque di diritto, è arrivato anche l’oro!

Ma ciò che entusiasma, al di là del risultato personale o collettivo, è lo spirito di questo genere di competizioni: vedere scendere in acqua un ragazzo ipovedente, o guardare le staffette di 320 anni (somma minima) di età tuffarsi e nuotare con la stessa grinta dei giovanissimi è già di per sè una lezione di vita.

Nell’area antistante la partenza dell’ultima gara mi sorprendo a considerare che 10 anni fa mi trovavo esattamente nello stesso luogo con le stesse persone che allora erano primi incontri, anche fortuiti, e oggi sono diventate delle vere e proprie amicizie.

Una delle sere precedenti passeggiando per il Viale Ceccarini ho acquistato per le mie bimbe una ‘patata’ fatta di segatura che immersa in acqua e opportunamente abbeverata dovrebbe buttare dell’erbetta: la adotto a simbolo di queste amicizie, per me importantissime, nate nell’acqua e cresciute grazie alla stessa.

Gli starter oggi sono stati molto lenti, forse il loro intento era farti scendere il sangue alla testa tra l’a posto e il beep, in modo da privilegiare le energie mentali, che dove non arrivano le gambe arriva la testa.

Che altro aggiungere? Una volta finite le gare e chiuse le vasche si accende la musica e sul prato si riversano centinaia di persone elettrizzate, a festeggiare, a ritirare le medaglie, a scattare le foto di gruppo.

Le stesse persone che pochi giorni fa arrivavano a popolare lo stadio del nuoto e ora si accingevano ad abbandonarlo.

Persone che per alcuni giorni hanno vissuto al di fuori del tempo, senza età, e da domani ritorneranno alle loro occupazioni quotidiane, al lavoro e anche a pensare già alla prossima gara.

Colgo l’occasione per ringraziare chi mi ha fatto, a turno, da baby sitter, o meglio dire da badante forse, aiutandomi a recuperare tutto ciò che rischiavo di smarrire, automobile inclusa (a essere precisi avevo smarrito il parcheggio).

Io ho concluso il campionato con l’ultimo esperimento in materia di gelati: il cornetto choco-coco; ultimo perché ho capito che tutte le variazioni in tema di cioccolato sui gelati sono dei gran bidoni (quello che sembra un innocuo disco di copertura affonda le sue radici nella punta infima del cono).

Riccione 2016 – giorno 2

Una babilonia di regionalismi, un pout-puorrì di età, di specialità e di distanze ma l’argomento che rimbalza tra un gruppetto e l’altro è sempre il medesimo: come ti è andata la gara?

E lì si sciorinano considerazioni sulla propria prestazione, analizzata pezzo per pezzo, confrontata con quella degli avversari e con le proprie precedenti.

L’aria dentro gli spogliatoi è carica di umidità: lo sforzo per indossare il costumone raddoppia, credo che una parte della fatica accumulata nelle braccia dipenda proprio da questo.

Accetto l’offerta di utilizzare un po’ di borotalco che spingo dentro il costume indossato a metà, così mi ritrovo ad uscire dallo spogliatoio come una nuvoletta che emana strascichi bianchi e profumati.

Ancora prechiamata, formazione batterie, controllo cartellini; il sole ha scelto di nascondersi.

La gara del giorno è quella dei 50 m stile libero: metà distanza di quella del giorno precedente, metà tempo di svolgimento, anche i preparativi sono così rapidi che non ti lasciano il tempo di pensare.

E così si svolge la gara: senza pensarci, d’istinto, spingendo al massimo dal tuffo fino all’ultimo centimetro, più che si può.

Se per una volta venisse premiata l’esattezza del risultato cronometrico avrei fatto bingo: nemmeno a provarci mille volte potrei ripetere un tempo con zero decimi e zero centesimi.

Ma la classifica si stila come sempre in base all’ordine di arrivo, mi merito la medaglia di legno.

L’unica cosa che non è a metà oggi è il magnum che, non mi bidonano più, d’ora in avanti solo full-version.

Il sole ha deciso di non ritornare e cosi la giornata si conclude non con la spiaggia ma con passeggiata e aperitivo in viale Ceccarini: una serata calda, popolata e di pieno relax mentale.

(To be continued…)

Riccione 2016 – giorno 1

Come i tortellini che raggiungono il punto di cottura, le mie emozioni e i miei stati d’animo affiorano in questo brodo di stanchezza ed eccitazione.

Si è conclusa ieri la mia prima giornata di partecipazione ai campionati italiani master di nuoto, in corso a Riccione, iniziati martedì.

La colonna sonora di accompagnamento mentale si è aperta con ‘Venderó’ di Bennato perché anch’io, come Raffaele, non ho fatto il soldato; ma mi trovo a dormire sul cemento e recuperare inaspettatamente energie dopo il viaggio percorso in mattinata per raggiungere la località marina.

Al mio risveglio dopo lo scomodo pisolino attacca ‘Il mare d’inverno’ della Bertè, quando canta ‘e passerà il freddo, e la spiaggia lentamente si colorerà’: la coincidenza vuole che in questa estate 2016 il caldo sia arrivato esattamente in questi giorni.

L’impianto natatorio al mio arrivo era semi deserto, perché era orario di pausa pranzo: ora poco a poco i concorrenti ritornano, le donne indossano bikini tutti dello stesso modello a canotta, ma tutti diversi per fantasia e colore, ed è un clima festoso.

Quindi Loredana lascia spazio a Cher che, in questo caso è ironico, dal ritornello di ‘Dov’è l’amore’ grida ‘Non c’è nessuno / non c’è nessuno’: la vasca esterna brulica di nuotatori in fase di riscaldamento.

Il mio riscaldamento rivela l’inadeguatezza di un paio di occhialini con lenti scure ma assolutamente inaffidabili.

Ed ecco, arriva il momento della prima gara, il 100 m stile libero, a lungo atteso: a lungo ho pensato e ripensato a come sarebbe stato questa volta; uguale a tutti i precedenti, carico di tensione. Sarei riuscita a mantenere la concentrazione? 

È un po’ come la gravidanza: sai che il parto arriva ad una certa data, giorno più giorno meno, ma quando quel momento arriva veramente ti coglie impreparata e ti ritrovi ad esclamare ‘ma come? Ci siamo già?’ e non ti senti mai pronta.

Ma quando è l’ora non puoi tergiversare.

Sei lì in mezzo a tutte le avversarie, e scopri che tutte sono egualmente agitate, anche le più forti.

Le batterie vengono formate, le atlete ad una ad una vengono chiamate e salvate dal sole a picco; vengono disposte sotto un tendone per il controllo cartellini, quindi accompagnate ai blocchi.

Lo starter gracchia il via, incurante delle nostre angosce, e la gara si disputa.

La mente umana è meravigliosa perchè anche di fronte ad un imparzialissimo risultato cronometrico riesce a stilare una versione personale della classifica, infilando come perle in una collana tutta una serie di considerazioni che riqualificano la propria prestazione.

Un po’ come dopo le elezioni politiche: tutti hanno vinto.

E poi resta il tempo per incontrare molte persone che attendevi di rivedere da un intero anno; per scambiare pettegolezzi (in questo gli uomini si rivelano formidabili); per gustare il nuovo double chocolate che è un po’ una chiavica perché era più corretto chiamarlo half ice cream o meglio ancora traces (of ice cream); per incontrare nuove persone; per scattare selfies e farsi fotografare; per quell’atmosfera gioiosa che precede la partenza delle mistaffette.

(To be continued…)