Take your marks

Sono finalmente uscite le start-list (ordine di partenza) dei Campionati Italiani di nuoto master che si terranno a Riccione alla fine di questo mese.

http://corsia4.it/wp-content/uploads/2016/06/mst_n_stl_21-26_06_2016.pdf
La lettura di questa griglia procura sempre delle vibrazioni a chi ne è coinvolto.

Addirittura anche a chi non partecipa produce una certa tensione, perché ricrea stati d’animo forti, quelli vissuti nelle precedenti competizioni.

Due anni fa ero a fine gravidanza, in attesa di Viola, e sceglievo per questo motivo di non partecipare.

Allora scrivevo quanto segue:
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Ho appena letto le starting list di Riccione, tutte le gare delle M40…. E Mi sono immaginata lì con ciascuna di voi (mi sono calata anche nei panni di una dorsista e di una fondista, tanto con la fantasia si può volare; giá che era ‘gratis’ ho pensato di provare anche il delfino e la rana)…
Ho pensato a ritrovarsi dopo mesi / anni che non ci si vede (per qualcuna da mai), a sudare in spogliatoio nel tentativo di infilarsi un costumone che ogni volta sembra più difficile da indossare della precedente, ad incamminarsi fianco a fianco verso la prechiamata, ad attendere nervosamente insieme la formazione della batteria. 

Ho augurato a ciascuna di cuore un enorme in bocca al lupo prima di isolarmi sulla mia seggiolina in plastica dove depositare gli indumenti e il cartellino e fare qualche allungo, nell’attesa del fischio di richiamo sul blocco.

Ho sofferto e stretto i denti mentre cercavo di tenere il passo nella corsia a fianco della vostra.

Ho toccato con foga la piastra all’arrivo e ho cercato conforto della mia fatica nel tabellone, nello stesso momento in cui anche voi cercavate la corrispondenza del tempo e piazzamento con il vostro nome e la vostra corsia.

Sono uscita lateralmente da quell’ultimo lembo di vasca che non è una corsia ma che serve solo a separare la scaletta e frangere i flutti, dalla scaletta o dal bordo a sfioro, una dopo l’altra perchè lo spazio angusto non concede di più.

Ho gioito per un risultato insperato fino a sentire ossigeno vivo ad ogni atto respiratorio; ho provato rammarico per quello che è stato o che avrebbe potuto essere se solo non avessi commesso questa o quell’altra imprecisione.

Proprio come voi facevate a vostra volta…

Mi sono congratulata con voi, per le vostre prestazioni, oppure ho ascoltato la vostra insoddisfazione.

Mi sono defaticata sotto una doccia calda pensando giá alla prossima.

Mi sono fiaccamente rivestita, chiaccherando allegramente senza più tensione e vi ho salutate sentendo giá la vostra mancanza.

Tutto questo per trasmettervi il mio personale in bocca al lupo e sentirmi un pochino, con un pizzico di fantasia, lì vicina a voi.

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Quest’anno invece, salvo contrattempi, ci sarò 😝

Le antiche terme di Giunone

Si è concluso lo scorso sabato il Gran Prix del Veneto, circuito di gare di nuoto per atleti master (= anziani; = amatoriali).

L’ultima tappa della stagione è ospitata in un ambito meraviglioso: un complesso termale, con vasche che risalgono all’epoca romana, abbinato ad una regolare vasca olimpionica e ad alcune vasche studiate apposta per i bambini (scivoli, onde, basse profonditá).

La vasca olimpionica non é tra le più scorrevoli, anzi garantisce prestazioni di basso livello, ma il contesto é così allettante che una gita con la famiglia ha successo assicurato.

La manifestazione si tiene sempre a fine maggio e ovviamente non sempre il meteo è generoso. 

Tre anni fa ad esempio facevano 13*C e nonostante ciò la gara si tiene ugualmente.

Un’atleta anziana si era fatta forte della sua esperienza e si era attrezzata di moon-boot in piano vasca, e vi assicuro che non erano poi così fuori luogo.

Però una che circola in piscina con i doposci non passa inosservata, direi piuttosto che passa alla storia.

Quest’anno ho incontrato la stessa signora in spogliatoio mentre faticavo per infilarmi il costume da gara che, spiego per chi non é del giro, richiede una notevole dose di pazienza per essere indossato.

Si tratta di un modello che integra costume e pantalone al ginocchio, realizzato in un tessuto tecnico che favorisce lo scivolamento, ma che non è per nulla confortevole: non è il tessuto che si adatta al corpo, ma è il corpo che va insaccato dentro il costume, proprio come una soppressa. Non è un pigiama, per dirla in breve, ma un’armatura (erroneamente avevo digitato armatuta… E rende bene).

Indossarlo richiede almeno almeno un quarto d’ora.

Lei, donna pragmatica, ha commentato le nostre fatiche con un sarcastico ‘Quanta fatica fate ragazze…. Guardate come faccio presto io’.

Assieme a me c’erano due compagne di squadra, occupate nella stessa fatica; io ero quella più prossima alla signora freddolosa.

Il costume da gara, alias costumone, non é indispensabile: è una scelta alla quale lei ha rinunciato in favore di un tradizionalissimo costume intero.
Al suo richiamo ‘Guarda qua’ io ho obbedito, e ho visto cose che per pudore evito di dettagliare. Non contenta di questo sberleffo, si é avvicinata a noi, mentre indossava il suo costume, ripetendo il ‘Vedete come faccio presto io?’.

Per me era impossibile, ma avrei volentieri rinunciato, non osservare così da vicino la zona inguinale del costume fare da spartiacque alla sua straripante femminilità.  

Continuo a pensare che forse un indumento più contenitivo le sarebbe stato utile, invece si è presentata in camera di chiamata con il suo costumino stringato, calzettoni di lana e berretto di lana anch’esso, nonostante i 30*C.

A parte questa gag la giornata è stata molto positiva: sole, prato, amici, staffette, risotto al tastasale e, new entry tra le emozioni, uscire dalla gara più faticosa per me, i 100 m stile libero, e trovare le mie bimbe e il loro papá ad aspettarmi sul bordo vasca.

Teoria della relatività (for dummies) 

Ieri sera me lo sarei meritata, un bel gelato intendo. 

Dopo l’allenamento sono rientrata a casa che era tutto buio.

Avrei voluto scendere sotto i famigerati 31″ nelle prove tempi, ma niente da fare.

Quindi se lo avessi fatto, se avessi fatto 30″99 intendo, mi sarei meritata un bel gelato.

Invece così avevo bisogno di consolazione, di ripristinare un po’ di autostima con gli zuccheri.

Infondo io ce l’avevo messa tutta, avevo dato il massimo.

E invece niente, pazienza, sono stata brava lo stesso.

Così entro in casa e senza accendere la luce inizio a rovistare nel freezer.

Tre scomparti a cassetto, lo avevo riposto proprio in quello di mezzo sul davanti la sera precedente, quel barattolino da mezzo kg alla panna cotta.

La sera precedente ero stata costretta ad aprirlo quel barattolo: mi faceva male la gola e qualcosa di fresco era necessario, quasi indispensabile. 

Ieri sera era per l’autostima: il gelato è un po’ come la tachipirina, funziona a 360•, una golosa panacea.

Cerco un po’ in tutti i cassetti ma il gelato non c’è; una voce nel buio mi informa che il gelato se lo sono slurpato i miei angioletti, che ora dormono beate.

(Stavo per correggere in ‘le mie angiolette’ ma davanti al dubbio ‘di che sesso sono gli angeli?’ ho rinviato ad un altro post)
Ora: a me pareva che una volta la vaschetta da mezzo kg fosse tanta, che durasse a sufficienza intendo.

Invece tre bocche e … PUF.

Un po’ come quando torni da adulto nelle aule che avevi frequentato alla scuola materna: ma come così piccole? Me le ricordavo enormi…!!!

Allergia al successo

Alcuni successi funzionano un po’ come una reazione allergica: non occorre essere medici per sapere che l’organismo, quando entra in contatto una prima volta con l’allergene, non ha una reazione immediata.

Il primo contatto scatena semplicemente una sensibilizzazione. Poi, al secondo contatto, si ha la vera e propria reazione allergica, starnuto o prurito che sia.

Così il successo di una prestazione sportiva: al primo tentativo mancano dei parametri di riferimento. 

Ma se poi col tempo ci si ritrova a non riuscire a riprodurre il risultato, se altri stentano a replicarlo, allora ci si rende conto che quel primo tentativo è stato un successo. 

E magari all’epoca non ce ne si era nemmeno resi conto, lo si era ampiamente sottovalutato, non lo si era celebrato a sufficienza. 

Il popolo del nuoto libero

Ritornando al qui-ed-ora….ieri sera, per ragioni organizzative, ho anticipato l’allenamento del martedì e l’ho fatto in solitaria in mezzo al nuoto libero.

Per solitaria intendo senza compagni di squadra, perché sola non ero affatto!

Il popolo del nuoto libero è riserva di sorprese e non mancherò di tornare sull’argomento, perché ogni volta si scopre qualche stranezza della natura umana.

Premetto che sono ben consapevole che siamo tutti uguali, più o meno veloci: sempre utenti a pagamento siamo, utenti di uno spazio limitato, che ha bisogno di buonsenso per essere condiviso.

Buonsenso richiesto in parte uguale, veloci e meno veloci, così come uguale è il prezzo dell’ingresso che paghiamo.

Al mio arrivo constato che ci sono solo due corsie disponibili, in cui si suddividono in maniera assolutamente eterogenea gli utenti, in tutto circa 6, già presenti: osservo le corsie da fuori, nell’ardua scelta tra quella occupata in tutta ampiezza da una donna che fa rana larga, o quella con la chicane mobile del bradipo in movimento, con difficoltà di sorpasso in lunghezza.

Io perplessa ma poco preoccupata, piuttosto speranzosa che data la tarda ora avessero già finito tutti, o quasi, i loro esercizi.
Loro un po’scocciati di dover dividere il loro spazio con me, mi guardavano tra l’infastidito e il ‘ma proprio qua ti devi mettere?’ e il ‘non potresti andare un po’ più piano?’.

Inizio con un po’ di riscaldamento e nel giro di poco si fa avanti uno, il classico che fa il gentile, e mi dice PARTI.

Io sto sistemando gli occhialini e lo ringrazio, ma gli dico che vada pure.

Insiste: sei più veloce, PARTI!!!

Ah quindi non è cortesia …è un ordine!!!

Per fortuna interviene l’assistente che mi sposta di corsia: la pallanuoto per ora non usa la palla e posso stare lì una mezz’ora.

Sono in fase di scarico: ho solo  3 x 100 m frazionati da fare alla massima velocità, poi altri ma più blandi, in soglia.

Parto per il primo 100 a tutta, sono ancora fresca; all’arrivo ci sono 3 uomini che mi guardano attoniti. 
Mi sento osservata come se io non fossi lì ma al di là di uno schermo; sembrava pensassero che non li potessi vedere nè sentire.

Mi guardano come se fossi Valentino Rossi che si rialza da terra dopo una carambola, miracolosamente illeso.

No! io decisamente andavo più piano di Valentino: mi guardano come se fossi precipitata dal terzo piano, e volessero valutare la mia incolumità. 

Tutto questo post merita di essere scritto per poter descrivere la faccia di quei tre.

Si danno di gomito, sempre fissandomi esterrefatti, e uno dice agli altri due: ve l’avevo detto che arrivava forte!
Poi attraversano la corsia ed escono.

Nel secondo da 100 ricevo la compagnia in corsia di un tizio che fa la boa, giusto per il tempo in cui io nuoto; poi mentre riposo, fa altrettanto.

Il terzo lo faccio in parallelo con giovani pallanuotisti che fanno scatti sui 25 m, incerta se tenere il loro ritmo.

Poi inizio con la soglia; ben presto mi arrivano le corsie addosso, segno che i pallanuotisti si preparano a giocare e si riprendono il loro spazio.

Perciò ritorno in corsia condivisa, dove siamo rimasti in pochi.

Nel frattempo è arrivato l’uomo zanzara, detto così per i suoi esercizi bizzarri, a seminare il terrore piscina.

Ma io intanto sono riuscita a finire il mio lavoro.

Potenza della tribuna

Lobotomizzati davanti alla tv di tutto il mondo… unitevi!
Lo zapping non si fa più così…. si bazzica tra i social network, i forum, i gruppi e adesso, ultima scoperta, si leggono i post dei blog.

Così mi imbatto in storie più o meno verosimili, raccontate in modo più o meno avvincente.
Scopro persone lontane da me e incredibilmente vicine per interessi e pensieri, e scopro storie di cronaca remote riportate alla luce.
Così (sì, sono sempre l’ultima a sapere le cose, perché non c’ero e se c’ero dormivo) ho scoperto di questo tizio, Eric Moussambani.

Una storia incredibile, magistralmente raccontata in questo post https://topperharley.org/2016/03/16/eric-languilla/ 

il cui ritorno forse ha a che vedere con la vittoria del Leicester, di cui non so nulla, e va bene lo stesso.

La storia, molto sinteticamente, vede un africano alle olimpiadi di Sidney del 2000 fare una figura pietosa nella gara dei 100m stile libero.
Un atleta sottratto ad altre discipline e lanciato nel nuoto; un ragazzo che non aveva titolo di partecipare, perché non aveva nemmeno sfiorato le qualificazioni, ma che viene inserito d’ufficio in una sorta di categoria protetta (in gergo wild card).
E però alla fine, il lieto fine.
Vi suggerisco di leggere la storia per intero al link indicato, perché non ho intenzione di ripeterla. 
Piuttosto mi soffermo a meditare sullo stato d’animo suo e delle persone che aveva intorno in quel momento, quello della gara appunto, che potete rivedere integralmente a questo link

https://youtu.be/r0ZePJy_nZw

Indugio a riflettere: come lo avranno guardato con sufficienza in camera di chiamata, dove tutti son lì che si squadrano, cercano di concentrarsi e di carpire lo stato di forma degli avversari dai loro discorsi, di prevedere la tecnica di gara, di studiare i punti di forza e quelli deboli.
Si conoscono tutti, si sono già trovati alle precedenti competizioni internazionali; lui no, Eric non conosce nessuno, ma non appare per nulla intimorito.
Quel ragazzo dal fisico possente, dalla muscolatura poco elastica, che non indossa un costumone e anzi indossa un costumino slacciato è, è proprio un controsenso in termini, un pesce fuor d’acqua.
Ultima batteria, cioè la prima (si parte dai più lenti).
Non è nemmeno completa, ci sono solo tre atleti su 10 corsie, ma va a finire che gareggia lui solo.

Gli organizzatori non sacrificano nemmeno un atleta della penultima batteria per bilanciare le formazioni.
Il giudice fischia, Eric si alza spedito, quasi impaziente, privo di tensione.
Normalmente il tragitto dalla sedia al blocco di partenza sembra lento come quello di un condannato al patibolo che temporeggia: sistema gli occhialini, controlla l’aderenza del costume, asciuga il blocco.

Fa melina insomma, per radunare tutte le energie, fisiche e mentali.

Lui, Eric, no: la cuffia nemmeno ce l’ha, l’elastico degli occhialini lo lascia pendente e quello del costume slacciato e volante.

Non importa se rispetta il regolamento fischio lungo = avvicinarsi al blocco / fischio doppio = salire / take your marks = caricare, che tante volte mi sono sentita richiamare al tempo (che significa che qualcuno non ha rispettato il cerimoniale): a nessuno importa delle sue irregolarità, sembra che tutti sappiano già che non supererà mai le fasi eliminatorie.
Lo starter gracchia il via ed Eric parte con un tuffo discreto; i primi 25 m, la prima delle quattro frazioni della gara, vengono percorsi con lo zelo del neofita: a tutto gas, senza respirazione o quasi, la nuotata è complessivamente composta.

Nella seconda frazione inizia ad avvertire la fatica: la nuotata mantiene il livello di compostezza ma smette di coordinare la respirazione.
La testa rimane alta, come nella pallanuoto, dove devi osservare la posizione della palla e gli avversari, che qui però non ci sono.

Raggiunge il muro, che gli dà un barlume di speranza, di essere già a metà dell’opera.

Vira, e lo fa tutto sommato bene, poi inizia il ritorno.
Dalla nuova posizione riesce ad osservare la distanza che gli resta da percorrere: lui ha già bruciato tutte le sue energie, io lo capisco bene quello sconforto che ti prende, ti chiedi a quale santo conviene votarsi per ritornare indietro.
Eric non ha mai disputato i 100 m stile libero prima d’ora in vita sua, ma già nella sola frazione di andata ha avuto il tempo di rendersi conto del rapporto spazio / tempo / consumo di energia: lo slancio del tuffo è esaurito, le energie sono state consumate, devi continuare con le tue forze, quelle che non hai più.
A me, oltre che ogni volta che affronto i 100 stile con audacia e parto convinta, è successo anche a Chichen-itza: ho salito la piramide tutta d’un fiato, poi ho guardato giù e ho realizzato che dovevo ritornare sotto con le mie gambe, ma mi è preso il panico perché mi sono ritrovata il vuoto.
Così Eric riprende a nuotare ma sembra la moviola di quello che ha fatto l’andata.
Nella terza frazione la nuotata si scompone: la testa è sempre alta e le gambe vanno una a rana e una a stile, ovvero fa una sforbiciata, che in termini propulsivi è ben poco funzionale.

Arriva l’ultima frazione: fino ai 75 m siamo tutti uguali, è da lì in poi che si vede la differenza, si sente spesso dire.
Ma lui gli avversari della corsia a fianco non ce li ha; se hai uno vicino ti fai coraggio: soffro io, significa che starà soffrendo anche lui, no?

Ti sembra che qualcuno abbia schiacciato il tasto stop sulla tua corsia e che l’altro sia rimasto in play, ti sembra che la vasca sia stata messa in salita, ma ti fai forza e cerchi di tenere il suo passo.
Eric invece è rimasto a fare i conti con l’acido lattico, il più temibile degli avversari.
Ai 75 m non ce ne è davvero più: chi sa nuotare, chi lo fa bene come camminare intendo, potrebbe rallentare il ritmo e comunque avrebbe delle difficoltà a completare la distanza.

Quando arriva al filo dei 15 m l’acido lattico è ai livelli massimi, da qui in poi il pubblico potrebbe essere tentato di tuffarsi e salvarlo perchè sembra rischi l’annegamento.
Impiega 32″ solo per gli ultimi 15m, quando per i primi 25m gliene erano bastati 17″.
Non coordina più nulla: braccia, gambe, testa vanno ciascuno per la propria strada; uno normale si sarebbe fermato a prendere fiato, tanto cosa cambiava?

Perchè se hai uno di fianco ti senti in buona compagnia: se alla tua destra, o sinistra, c’è uno di quelli che in prechiamata aveva scherzato con te diventa una sfida a due.

Ma se non hai nessuno, se sai che comunque sei l’ultimo al traguardo….
E qui inizia il miracolo: il pubblico lo incita e lui, nonostante tutto, nonostante veramente tutto, arriva in fondo.

È un’ovazione! 
Lo voglio anche io un pubblico così! Da adesso in avanti quando arriverò al filo dei 15m inizierò a replicare nella mia testa il tifo che ha ricevuto Eric, quella carica di energia incredibile che solo la folla acclamante riesce a darti.