Cosa resterà?

Cosa resterà di questo anno ‘20?
Cosa resterà di mille regole astruse, spesso incompatibili tra loro, sempre incompatibili con la vita quotidiana?

Le prime a sparire saranno le autocertificazioni, quelle in cui ogni 14 giorni dichiari che stai bene.
Anzi l’esercente di turno lo compila al posto tuo, te lo legge in faccia che stai bene.

Le altre autocertificazioni, quelle che effettui uno spostamento al fine inderogabile di effettuare uno spostamento (necessario) sono già morte da un pezzo.
Si sono evolute più veloci della luce, ogni 8 ore ne usciva un modello contenente la modifica su una riga.
Hanno bruciato le tappe: un’esistenza breve e intensa.

Il metro di distanza, in caso di attività fisica addirittura due o anche tre, sta facendo la fine dei miei rientri serali da minorenne: contrattavi un orario e poi di volta in volta ci aggiungevi 5 minuti. Il metro di volta in volta si accorcia di 5 cm. Siamo già molto prossimi a bucare la mia bolla di sicurezza personale.

I pannelli di plexiglas, immancabili negli scoop giornalistici, che lo immaginano ormai anche a letto tra marito e moglie, presto perderanno lucentezza, in quei rari casi in cui sono stati realizzati: già me li vedo tappezzati di adesivi appiccicati a casaccio.

Le strisce sul pavimento, applicate in maniera artigianale, si staccheranno e voleranno via: troveremo pezzetti di nastro giallo e nero ai bordi delle strade, li confonderemo con grossi calabroni schiattati.

Le file ordinate di persone fuori dai negozi, dalle banche, dai supermercati, dalla posta, al primo giorno di pioggia si faranno solubili.
Gli ingressi da un lato uscita dall’altro si confonderanno al primo che dimentica una cosa uscendo e inverte la marcia.

Le mascherine, già ritenute superflue all’aperto, ma che ancora penzolano sotto il mento ai più, finiranno come il casco appeso al braccio di certi scapestrati in motorino.
In un paese dove ancora c’è gente che fuma o che non allaccia la cintura di sicurezza alla guida, incurante dei danni concreti e immediati che reca a se stesso, figuriamoci quanto facile diventa ricordarsi di portarsi dietro un accessorio inutile e fastidioso.

I termoscanner che ti rilevano una temperatura corporea di 33 • vengono adoperati con malcelata sufficienza dal malcapitato addetto.

I guanti monouso (ha ha ha, mi fa troppo ridere monouso: cioè li usi una volta sola: chi mi spiega quando inizia e quando finisce la volta?) beh quelli comunque appartengono già al museo (degli orrori: pensa a tenerli addosso qualche ora, quando li levi …).

Le canzoncine della durata di 40 secondi per aiutare il lavaggio delle mani? Dai chi le canta ancora?

Resisteranno i flaconi di gel, quelli si: agli ingressi troveremo ampia disponibilità di quei dispenser che non riescono ad erogare e che non sono stati consumati; oppure resisterà la presenza di quei gel oleosi che ti impiastrano le mani e non vedi l’ora di lavartele per davvero.

Resisteranno come le bandiere arcobaleno con la scritta PACE, rimaste appese dai primi anni del nuovo secolo, stinte al punto di non distinguere più i colori.

Resisteranno gli arcobaleni disegnati dai bambini, a cui avete raccontato che andrà tutto bene e chissà se lo credevate davvero: sono ancora tutti esposti ‘sti disegni, come i babbi Natale ancora appesi al terrazzo al 25 di gennaio.

Ho il presentimento che resisteranno anche tutti gli aumenti, applicati per far fronte all’emergenza covid, che ad emergenza conclusa ci si dimenticherà di far rientrare.

Addio o… ciaone?

Ho sempre creduto che addio significasse ‘a mai più rivederci’. Esiste anche un’interpretazione più morbida, secondo cui è un saluto un po’ altisonante con cui si raccomanda il prossimo all’onnipotente.

È una parola che a me, comunque, non piace: se addio significa, come ho sempre inteso, ci rivedremo al cospetto di, è adatta solo in caso di dipartita definitiva.
È il saluto da riservare al decuius.
E questo è il caso che esula dalle mie riflessioni.

In tutti gli altri casi ‘chi non muore si rivede’.
Pertanto mi rivolgo a tutti coloro che si stanno struggendo in questi giorni per la fine inconsueta dell’anno scolastico / accademico / sportivo di questo bizzarro 2020: sursum corda!

Non esiste addio, almeno sotto questo aspetto, èandatotuttobene.

La scuola finisce, molti si ritroveranno a settembre, forse un po’ più distanziati, forse attraverso una lastra di plexiglas, forse dietro una mascherina, forse ancora dallo schermo di un computer.
Ma si ritroveranno!

Qualcuno ha concluso un ciclo e ne inizierà uno nuovo: ripartirà dalla prima di un nuovo percorso di studi, ripartirà con una diversa attività sportiva, tenterà di inserirsi nel mondo del lavoro.

Per inclinazione il mio sguardo è sempre in avanti, verso ciò che mi attende, verso quel che sarà.
Se immaginiamo ogni transizione come l’attraversata di un lago con una barca a remi, possiamo vogare volgendo le spalle alla riva che dobbiamo raggiungere o a quella da cui ci allontaniamo.
A prescindere da quale sia la voga più efficace, il mio modo di affrontare la vita che scorre è quello di guardare avanti.

Non si tratta di cinismo o di irriconoscenza: è semplicemente più comodo rivangare il passato, che si conosce; guardare all’ignoto puó essere spaventoso. Ma spesso riserva sorprese migliori.

Addio è ipocrisia: spesso lo diciamo a persone che non rivedremo più per mancanza di occasioni.
Può trattarsi di un compagno di scuola, un collega di lavoro, una persona in genere con cui abbiamo un rapporto quotidiano che viene a cessare.
Ecco, vorrei insistere su questo aspetto: cessa di essere quotidiano.
Magari quella persona abita a pochi isolati da casa nostra; magari invece si trasferisce in un’altra città o in un’altra regione.
Nel primo caso nulla ci impedisce di frequentare quella stessa persona in altri momenti della giornata.
La vicinanza ridotta ai momenti di svago può rivelarsi anche migliore: tempo di qualità, anziché quantità di tempo.

Nel secondo caso i mezzi di comunicazione oggi sono talmente potenti che riescono a mantenere vivi i rapporti nonostante le distanze, se questo è ciò che desideriamo.

Se invece non è ciò che desideriamo, ovvero mantenere vivo il rapporto ci richiede energie che non siamo disposti a dedicare… beh allora inutile farla tanto lunga con gli addii: ciaone può bastare.

RICOMINCIAMO: LA FASE 2 DEL NUOTATORE

Dodici settimane: tanto è durata l’impossibilità di entrare in vasca.

La sera del 9 marzo ho preso la sacca del nuoto e sono partita alla volta della piscina, appena prima dell’inizio della storica diretta televisiva che ha dichiarato il lockdown; sono andata all’ allenamento ma già subodoravo che sarebbe stato l’ultimo.

I mezzi di comunicazione raggiungevano il bordo vasca ed ero in costante aggiornamento sul progresso dei decreti: gustatelo, questo allenamento, perché per un pezzo non potrai più nuotare!
Tanto tuonò che piovve.

Inizialmente doveva trattarsi di quattro settimane, e nella mia testa immaginavo che sarebbero potute essere quattro settimane di stop completo, dal nuoto e da qualunque attività motoria: uno scarico completo, un tapering totale.

Presto però, ben prima delle quattro settimane, il mio corpo ha avvertito l’impellenza di muoversi, di creare delle situazioni di fatica: crisi di astinenza da attività fisica.

Inizialmente scettica mi sono avvicinata alla ginnastica, nome con cui io definisco tutto ciò che avviene al di fuori dell’acqua.

Per il resto del mondo assume molti nomi, come il diavolo che si può chiamare Satana, Belzebù o Mefistofele.
Per i non nuotatori esistono la psicomotricità, il risveglio muscolare dei club vacanze, la Zumba, il CrossFit, la ginnastica dolce e ciascuna è ben diversa dall’altra.

Il diavolo a cui mi sono rivolta io si potrebbe chiamare interval training o functional workout.
È un mondo fatto di esercizi dai nomi accattivanti come push up, jumping jack, mountain climber, squat, burpees.
Tutti rigorosamente in inglese perché detti così sembrano quasi dei tranquilli passatempo.

Nei giorni di pioggia, in cui ero costretta a rimanere dentro casa, il diavolo si chiamava pilates, quel famoso stretching che per mancanza cronica di tempo non eseguo mai; quell’attività che sembra semplice per il fatto di essere statica, ma non lo è per nulla.

Con l’aiuto di questi esercizi sono riuscita a far lavorare il sistema cardiovascolare, e con l’aiuto degli elastici a riprodurre molti dei movimenti del nuoto.

Però quando a metà maggio il governatore della mia regione ha nominato in conferenza stampa la riapertura delle piscine ho esultato come se avessero estratto il mio numero alla lotteria di capodanno.

Trepidante, il 25 maggio, dopo dodici settimane di assenza ho potuto finalmente ritornare a nuotare. Non posso parlare di 12 settimane di inattività, non lo sono state: il tapering non ha avuto luogo.

Ho atteso il momento dell’ingresso in acqua con sonni agitati, come accadeva ai tempi di scuola quando ritornava settembre e iniziava il nuovo anno.
Mi chiedevo come sarebbe stato, cosa avrei provato.

Eppure il bisogno base, quello di muoversi, lo avevo soddisfatto: perché tanto gaudio nel ritornare in acqua?

La primissima sensazione, che avevo dimenticato, è stata la spinta di Archimede. Lavorare in acqua è differente perché ci si muove a peso ridotto e la sensazione è un po’ quella di volare: passeggiare sulla luna anziché camminare per le vie del centro.

Forse per volare bisogna aggiungerci un po’ di energia, ma ho riscoperto l’appoggio pieno che si riceve dall’acqua, che è come stare su un materasso morbido.

Dopo il sostegno ho riscoperto il piacere di sentirsi avvolti, come un ritorno al liquido amniotico.

Avvolti e sostenuti: entrare in acqua ad allenarsi è la sensazione di una coccola.
Non il duro del pavimento attenuato appena da un tappetino, ma fluttuare in un dolce abbraccio.

Presto però la nuotata zen si è rivelata insoddisfacente e a breve giro è emersa la consapevolezza che il nuoto è uno sport insidioso: basta stargli lontana una sola settimana per ricadere al livello base. Figuriamoci dodici: la velocità che con tanta dedizione avevo affinato si è dispersa, tocca ripartire a lavorare sui gesti.

Non mi è mancata solo l’acqua, mi è mancata proprio la piscina, con la riga nera che divide la corsia a metà e la T che indica dove virare. Mi è mancata la socialità delle parole che si possono scambiare tra una serie e l’altra. Mi è mancato quel senso di completezza della giornata che provo quando sfilo la cuffia e gli occhialini.

Per me che sono un’insoddisfatta di natura, la ciliegina sulla torta sarà il ritorno alla competizione.

Non mi interessano le dispute a distanza: io voglio proprio quegli assembramenti che si formano prima della partenza, quei momenti di condivisione dei riti, quegli abbracci che anche dopo anni, a centinaia di km una dall’altra, ognuna chiuso fra quattro mura mi hanno fatta sentire vicina a chi vive la stessa mia passione, mi hanno regalato quel senso di identità e di appartenenza ad un mondo che pur essendosi eclissato per 12 settimane non ha smesso un solo minuto di pulsare.

Fase 2,5

Ho avuto un iniziale momento di rifiuto, in cui mi sono uniformata al divano.

Mi sono trasformata in runner, mio malgrado, quando essere un runner era più azzardato che arruolarsi da brigatista rosso.

Ho scoperto l’interval training: ho familiarizzato con i TABATA, gli AMRAP, gli EMOM.

Ho sperimentato i plank, gli squat, i jumping jack, lo skip nelle loro variegate forme.
Ho rivisitato il concetto di push up, che per me era solo un capo di biancheria, e scoperto che gli affondi bulgari non si vendono in gioielleria.
Sono passata a chiamare crunch gli addominali.
Ho odiato il mountain climber per poi farci pace, una volta passata alla guerra coi burpees.

Ho inspirato ed espirato al ritmo dettato dalla voce suadente dell’insegnante di pilates o di ginnastica posturale.

Ho stretto amicizie su Instagram e Facebook con i personal trainer, ho seguito le loro dirette in differita, studiato i loro video, ricercato gli esercizi su YouTube e su Wikipedia per poi poterli riprodurre senza crearmi traumi o lesioni.

Ho preso in prestito il tappetino e gli elastici a Sofia. Ho provato a variare i ritmi di lavoro e riposo per capire quali fossero più efficaci.
Efficaci per cosa? Boh, lo scopriremo, perché non so ancora bene che senso abbia avuto tutto questo.

Adesso finalmente so che presto potrò tornare semplicemente a nuotare.

Cronache dal Covid

“Quarantena? Ma perché la chiamano così se i giorni di isolamento sono 14? Deca-tetra-ena sarebbe il termine appropriato.”

Così si scherzava in ufficio verso la fine di febbraio, quando il ciclone Covid stava per travolgere l’Italia, anzi il mondo intero, in un lockdown senza precedenti.
Nessuno credo si aspettasse una situazione come la attuale. Perché se c’è qualcuno che se la sarebbe immaginata, o quel qualcuno o si chiama Stephen King, oppure quel qualcuno ha bisogno di un bravo psicanalista.

Io stessa molte volte, dovendo fare delle scelte, di fronte ad azioni che hanno ripercussioni sul futuro cerco di prevedere più scenari e poi concludo con una decisione dettata dal ‘facciamo così’ adducendo la spiegazione “perché non sai mai cosa può succedere”.

Ecco, sul ‘cosa’ resto vaga, non so e basta; non mi immagino catastrofi o scenari apocalittici, giusto una black box, potrebbe anche essere la vincita alla lotteria (di cui non ho comprato alcun biglietto).
Non acquisto un anno di servizi pagando anticipatamente, perché anche se sono convinta di volerne usufruire, non si sa mai. Resto cauta, ma agnostica.

Chi avrebbe potuto figurarsi uno scenario come l’attuale? Chi l’avrebbe mai detto? Io no.

Ma ora che ci siamo dentro, che l’incredibile è diventato ordinaria quotidianità, ora che stiamo vivendo, su scala mondiale, una realtà che nemmeno a inventarsela, ora?

Devo innanzitutto premettere che appartengo ad una fascia privilegiata della popolazione, che non ha subito – almeno ad ora, del doman non v’è certezza – ripercussioni gravi dal punto di vista nè sanitario nè economico; che dispone di tutto ciò che è necessario, e anche di buona parte del superfluo; che si ritrova in un’abitazione confortevole e spaziosa, con una famiglia che ama.
Con due figlie che non vedevano l’ora di poter stare a casa, meglio ancora di dover stare a casa.

D’un tratto però mi ritrovo io catapultata su un’isola spazio temporale.
Per lo spazio è chiaro: ognuno a casa sua, si esce al massimo per 200 m.
Ma il limite più importante lo vivo a livello di tempo: è stato nettamente reciso il passato, e non riesco a intravvedere un segno di continuità col futuro.

Il passato mi fa male: se ci penso, se riaffiorano tutte quelle cose che stavo facendo e che sono state bruscamente interrotte, mi sento stupida.
Stupida ad aver costruito, pianificato, progettato, perché tutto quello che quotidianamente mi impegnava era da ritenersi superfluo.
Superfluo accompagnare le figlie a scuola, superfluo allenarsi, superfluo andare in gita a Venezia o in montagna o a Gardaland, superfluo uscire a cena con gli amici, superfluo festeggiare un compleanno.
Tutti i miei sentimenti erano superflui: l’emozione per una gara, la rabbia per le piccole ingiustizie, la stanchezza per giornate lunghe ed impegnative, l’allegria di una serata in compagnia a ballare.

Se penso al futuro ho paura: quando? come? e se non se ne uscisse? e se ne si uscisse per lo stretto necessario, col terrore continuo di avvicinarsi al prossimo?

Che poi, per le distanze che uso mantenere io normalmente, sarebbe il problema minore. Ma é per il prossimo mio: l’altro giorno ho appena abbassato la mascherina per poter pagare con il riconoscimento facciale sul telefono; se avessi puntato una pistola quella dall’altra parte del banco sarebbe stata meno terrorizzata.

Non mi resta che godere del qui e ora: una quotidianità priva di ricordi e di ambizioni, vuota di sguardi ad un orizzonte impercettibile.

Una quotidianità fatta di figlie che si alzano quando vogliono e appena scendono mi vengono incontro e mi abbracciano, mentre prima le vedevo qualche istante al volo ed imbronciate per la levataccia.

Una quotidianità fatta di campanelli che suonano e corrieri che consegnano pacchi, spesso sbagliando ‘ah no mi scusi… era per Alessandro’.

Una quotidianità fatta di ricerca della concentrazione sul lavoro, che non è facile inserirsi in un ambiente nuovo con lo smart working, ma si cerca di fare del proprio meglio.

Una quotidianità fatta di appuntamenti fissi delle ragazze: la merenda, Fumbleland su Rai yo-yo, chissà che imparino un po’ di inglese, la sessione di allenamento via Zoom assieme a tutta la squadra.
Sentirle, mentre attendono l’inizio della fase di lavoro, che si mostrano cani, gatti, conigli e uova di Pasqua ti riempie la casa di allegria.

Una quotidianità fatta di allenamenti a secco, serviranno o no io ci metto l’anima poi si vedrà se al prossimo 50 stile le trazioni con gli elastici sono state efficaci.

Una quotidianità fatta di consegne a domicilio: il pesce al martedì, il messicano del sabato, la pizza e il gelato quando lo si vuole.

E se durante la settimana c’è il tele lavoro da ufficio, nel
weekend ci sono i lavori domestici, quale occasione migliore per tutto il decluttering per cui non si trova mai il tempo? E per sbizzarrirsi in cucina? E per riordinare e sistemare e pulire a fondo, che difficilmente si riesce a farlo?

Nei primi giorni di lockdown mi svegliavo di notte in preda al panico: qualcosa mi disturbava il sonno, aprivo gli occhi, ricordavo la quarantena, la reclusione, e non dormivo più.
Ora come una cosa che non puoi cambiare l’ho metabolizzata, dormo serena.
Accetto quel che è, consapevole che certi momenti sono un po’ un regalo.

Le relazioni col prossimo, pure a distanza, stanno per essere riscritte come su un quaderno nuovo. Non è vero che la lontananza le uccide: è vero che restano quelle che hanno un senso e la lontananza o la prossimità, nel senso fisico, diventano dettagli di scarso rilievo.

Quando si ripartirà? Non lo so, nessuno lo sa. Riprenderemo ad alzarci molto presto al mattino, a correre avanti e indietro per la città, ad organizzare, prenotare, ricevere ospiti a cena, uscire per una passeggiata o un aperitivo.
Ritorneremo a sottoporci a visite ed esami clinici, perché non è che esiste solo il Covid, e le altre malattie non sono andate in vacanza.
Ritorneremo a calzare un paio di scarpe e mantenerle addosso per l’intera giornata.

Ritorneremo a prenderci cura di noi stessi, ad andare dal parrucchiere, dall’estetista, dal massaggiatore, al ristorante ma anche più semplicemente a fare la spesa dove ci piace, a prendere il giornale senza correre il rischio di essere insultati, a gettare le immondizie senza passare per ‘furbetti’.

Ritorneremo a fare gite, a praticare sport, ad essere liberi, anche di rimanere a casa sul divano, quando lo desideriamo.

Nel frattempo viviamo. Confinati ma viviamo.

PANDEMIA: SUGGERIMENTI UTILI (aka CONSIGLI NON RICHIESTI)

  1. Restare concentrati su ciò che si fa: per chi come me ha la fortuna di lavorare ancora, è un ottimo sistema di mantenere la mente funzionante e lontana dal catastrofismo imperante. Se siete in ferie, o qualche altra forma di congedo non meglio definita, trovatevi un’attività casalinga che vi impegni il più possibile.
  2. Mantenere la normalità: anche se ci hanno tolto tutto, anche se non usciamo quotidianamente per andare al lavoro, anche se la palestra è chiusa, anche se andare a comperare il giornale è diventata un’attività ai limiti della legalità, anche se non abbiamo più una routine da sostenere, rimaniamo noi stessi. Vestiamoci, pettiniamoci, mettiamoci in ordine. Prima di tutto rimanere se stessi.
    Noi siamo qualcuno a prescindere di tutto ciò che facciamo ogni giorno.
  3. Individuare il lato positivo della questione: io ad esempio dormo sicuramente di più.
  4. Peace and love! Non appigliamoci ad ogni pretesto per scaricare la tensione: non è colpa di nessuno, non vale la pena di prendersela col governo che emette decreti come fuochi d’artificio, con le insegnanti che cercano di sperimentare loro malgrado la didattica a distanza, con il vicino che esce a pisciare il cane, con coloro che hanno contratto il virus perché potevano stare più attenti.
    Inutile scatenarsi in filippiche contro questo o quell’altro. Se trascinati in diatribe, levarsene.
  5. Non prendiamo i canali social come una pattumiera in cui riversare il nostro livore: piuttosto che scrivere un messaggio negativo o polemico o allarmistico meglio tacere.
  6. Cercare di tenere il morale alto: cacciare via le lacrime, l’ansia, il panico perché non servono a nessuno, anzi fanno male a noi stessi per primi.
  7. Diffondere pensieri positivi e di produzione propria. Inutile rigirare video, audio, memes scritti da altri di cui nemmeno si conosce l’origine; meglio raccontare del profumo di primavera che entra dalle nostre finestre, della forma che assumono le nuvole, dell’aria che si scalda, del colore del cielo sopra la nostra testa.
  8. Non reagire a qualsiasi hashtag come delle marionette: ore 18 tutti a cantare, ore 21 tutti a pregare… a che ora andremo tutti a pagare / vagare / cagare?
  9. Non prendere niente per oro colato. Niente. Verificare sempre l’autenticità della fonte o l’autorità di un ordine.
    E anche se la fonte è fidata e l’ordine proviene da chi di dovere mantenere il buon senso, ragionare con la propria testa: non ci si butta dal ponte nemmeno se lo grida il presidente della repubblica.
  10. Mantenere i contatti, quelli veri. Ora più che mai, adesso che i mezzi di comunicazione a distanza sono rimasti gli unici disponibili facciamone buon uso.
  11. Ultimo ma non ultimo… Lavarsi le mani!

Per distrarsi un po’

Quando, ormai due mesi fa, sono arrivata sul nuovo posto di lavoro ho trovato sulla scrivania un cioccolatino ad attendermi.

Non sono particolarmente golosa di cioccolato, anzi lo dovrei evitare, ma l’ho trovato un gesto di benvenuta molto incoraggiante.
Ho lasciato il cioccolatino sulla scrivania per i momenti di calo degli zuccheri o di sconforto in generale.

Anche il solo atto di rimirare un bene di conforto a volte può essere un sostegno, e infatti il guardare questo quadrato incartato con una bella carta dorata mi tirava su il morale. Poi in qualsiasi momento avrei potuto scegliere di mangiarlo.

Chi passava di lì si stupiva della mia resistenza alla forte tentazione.

Questa mattina ci sono arrivata vicino, l’ho preso tra le mani e con un piccolo senso di rivalsa ho scoperto che qualcuno aveva resistito meno di me, perché si era assaggiato il cioccolatino in questione.
Qualcuno che non aveva avuto la pazienza di scartarlo ma aveva rimosso un pezzetto di incarto e rosicchiato l’interno.

Ridendo ho chiesto chi fosse stato ma, nel momento stesso, ho realizzato che questo qualcuno non era un umano, e che quei trucioli che parevano residui di gomma da cancellare altro non erano che la parte di incarto asportata.

I colleghi hanno predisposto una eco trappola, una specie di parco divertimenti per attirare e stanare l’intruso con l’idea di accompagnarlo all’aperto.

Vi terrò aggiornati

Più biondo di chi?

Domenica mentre molti erano in montagna a sciare o in altre località amene a trascorrere la festività io recuperavo un po’ di faccende arretrate, tra cui gli approvvigionamenti alimentari, chè il frigo faceva l’eco. In due parole ero al supermercato.

Appena la scala mobile dal parcheggio sotterraneo sbuca dentro il negozio noto tre giovani, due donne e un uomo, con casacca azzurra recante il logo di una organizzazione umanitaria mondiale, che parlano tra loro.

Una delle ragazze si stacca dal gruppetto e mi si piazza di fronte, apostrofandomi con ‘signora, lei che è più bionda di me… ha pochi minuti?’.

La risposta sincera è che non li ho (e la considerazione è che questa tizia bionda non lo è nemmeno un pochino) ma devo aspettare il marito col carrello, pertanto mi fermo in silenzio, come se la cosa mi interessasse.

La tizia incalza anche lo sventurato sopraggiunto, chiedendogli se è mio marito.

Quindi si rivolge a me domandando che lavoro faccio.

Trattengo a stento un bel “Ma che te ne importa?” ma questa ripete la domanda.

Resto vaga ‘lavoro in ufficio, sono impiegata’ rispondo. Molto vaga.

Lei allora sottopone la stessa domanda al consorte, che ricicla la risposta.

Quindi insiste con ‘avete più di 25 anni vero?’.

Mi serve questo assist su un piatto d’argento, sembra che avere meno di 25 anni possa salvarmi dalla televendita, è un rigore a porta vuota; in coro rispondiamo NO, dobbiamo ancora compiere i 25 anni.

Non mi spiego il perché ma passa già alla domanda successiva, aggiungendo un ‘ma li portate bene’ che ha inflitto il colpo di grazia alla mia capacità di tollerare i venditori pedanti.

Il suo ‘Se volete vi posso spiegare velocemente…’ viene troncato dal mio ANCHE NO, quello che normalmente scatta dopo 3 secondi quando vengo contattata telefonicamente per le proposte commerciali.

Quindi di persona ho resistito di più, me ne compiaccio.

Questa sera entro nel centro sportivo per accompagnare Viola alla lezione di nuoto e di nuovo tre giovani, sempre due donne e un uomo, sempre con la stessa casacca. Non sono gli stessi di domenica, ma la composizione del gruppetto è analoga e la pettorina è inequivocabilmente della stessa fondazione.

Avanzo brandendo le mani in segno di NO e mi lasciano stare.

Mentre attendo mia figlia mi piazzo a pochi metri di distanza da loro. Scende un tipo dalle scale con una specie di pagliaio in testa, e una delle ragazze, dai capelli castani, ne interrompe l’andatura chiamandolo ‘ehi, lei che è più biondo di me…’ ma questo tira dritto senza lasciare spazio ad altre domande inutili.

In conclusione mi chiedo se ci sia qualcuno tra i lettori, più o meno biondo di me, che sappia come va a finire questo siparietto?

Conto fino a tre

Sono ligia alle regole, in linea di massima tendo a rispettarle. A volte però mi trovo costretta a delle eccezioni, ponderando, anche in tempi ristretti, tra i pro e contro delle conseguenze.

Dovevo fermarmi dal calzolaio per lasciare due paia di sandali a rifare il tacco. Non trovando un parcheggio dal lato della strada buono, ho optato per rinviare la commissione lungo la via del ritorno, parcheggiando dal lato opposto.

Il tratto di strada non offre molta disponibilità per la sosta, ma è questione di un minuto o due al massimo.

Non mi sogno nemmeno di sostare nella corsia preferenziale del bus, così mi infilo in un cortile condominiale che riserva i parcheggi esterni agli utenti delle attività commerciali del piano terreno. Peccato che io debba andare al di là della strada, ma trattandosi di una sosta brevissima ritengo il disturbo che arreco marginale.

Considero che le attività commerciali di una zona dovrebbero essere sinergiche e concedere ai clienti altrui dei benefici in vista della possibilità che un giorno diventino clienti propri; o anche solo del fatto che l’esercente dall’altro lato della strada possa essere benevolo col mio cliente in una sorta di vicendevole collaborazione.

Con un paio di manovre sistemo l’auto davanti ad un cartello ‘Proprietà privata – Posto auto riservato ai clienti dello studio dentistico’ e mi allontano, avendo cura di occupare solamente uno dei due posti disponibili.

Ho fatto mille ragionamenti senza l’oste, che nella fattispecie veste le sembianze di un parrucchiere; passeggiava nervoso per il cortile come se gli avessero dato buca a un appuntamento. Sembra uno che sta cercando di smettere di fumare e però non sa come impiegare il tempo di una pausa.

Mi si avvicina:

“Signora scusi ma lei dove va?”

“A portare i sandali a riparare” rispondo onesta.

“E perché allora parcheggia qui?”

“Perché lasciarla sulla corsia del bus mi pareva ancora più brutto”

“Deve andare dall’altro lato della strada a cercare un posteggio”

“Preferisco evitare un’inversione a U nel traffico serale. E anche attendere che si sollevino le sbarre del passaggio a livello per cercare un posto per girarmi non mi pare una grande idea”

“Ma lo sa che questa è proprietà privata? Non può lasciare l’auto qui! Se uno mettesse l’auto a casa sua?”

“Se mi parcheggia davanti a casa per un minuto non mi cambia niente; ma comunque non la lascio: il tempo tecnico di attraversare la strada e libero il posto”

“No, lei lo deve liberare adesso”

“Certo, se invece di perdere tempo a discutere inutilmente mi lasciava andare, a quest’ora l’avevo già spostata”

“Lei adesso sposta l’auto!”

“Tra un minuto esatto”

“No ho detto adesso!”

Cerco di mantenermi cortese, se fosse un operatore telefonico che insiste avrei riattaccato da un po’ ma di persona non mi riesce di chiudere la conversazione tout court.

Mi viene un lampo:

“Ma scusi, lei è il dentista?”

E qui la discussione vira verso il ridicolo:

“No … ma sono l’amministratore del condominio!”

È risaputo infatti che gli amministratori condominiali esercitino la loro attività sorvegliando i parcheggi pestolando avanti e indietro come leoni in gabbia.

“Vabbè allora se vuole chiami i vigili, per quando arrivano non sarò più qui”

Insiste che devo spostare l’auto, io ne ho abbastanza di discussioni sterili e me ne vado dicendo NO.

“Allora adesso io … FACCIO LA FOTOGRAFIA ”

Me lo segno tra le minacce dopo aver contato fino a 3 con le mie figlie: se non scendi dall’altalena FACCIO LA FOTOGRAFIA.

Le gestures, le amiche della nonna e dove ho messo la farina

Scagli la prima pietra chi non ci ha mai provato!

Chi non è mai caduto nella tentazione di ingrandire l’etichetta dello shampoo, per verificare la concentrazione del laurisolfato, semplicemente appoggiando pollice ed indice sul flaconcino ed allontanandoli con un micro movimento?

O sulla confezione della pasta per riuscire a leggere il tempo di cottura dei fusilli?

La tecnologia ci ha abituati ad attività che in realtà non sono sempre possibili.

Parlo di azioni, in gergo gestures, che ci semplificano la vita, come il pinch per zoomare.

La traduzione letterale di pinch è pizzico, e infatti il movimento è simile: si avvicinano (pinch in) o allontanano (pinch out) il pollice e l’indice, come quando si dà o si allenta un pizzicotto, anche se con finalità diverse.

In caso di fotografie digitali funziona bene, riusciamo ad ingrandire i particolari fino a rilevare i dettagli che ci interessano.

Da una foto di gruppo riusciamo ad isolare un primo piano o una figura, vedere come era vestita, come era disteso il suo volto enne anni fa, osservare ciò che lo circondava.

Da un panorama riusciamo a risalire ad elementi particolari: un sasso, un’insegna, un locale.

A me però verrebbe naturale, quando l’insieme è troppo confuso, di fare altrettanto anche in altri contesti: non solo ingrandire i caratteri di una rivista patinata o dell’etichetta della marmellata per leggere quanto zucchero contiene.

L’olio di palma ce lo scrivono in grande che non c’è, ma se un olio di oliva è made in Italy o quanto elastan contiene una maglietta, a me serve la lente di Sherlock Holmes per capirlo.

Oppure il pinch.

Ma la cosa grave è che cerco di fare il pinch anche sui ricordi.

La scorsa settimana avevo deciso di preparare una torta; aperto il frigo ho scoperto con amarezza che avevo tutti gli ingredienti, tranne la farina.

Sono un’artista per fare qualcosa senza un ingrediente, ma la farina?

La mia nonna di torte ne faceva spesso, e se le mancava un uovo non si faceva alcun problema a suonare il campanello della vicina e chiederlo.

Cosa che mai mi sognerei di fare: DLIN DLON… scusa hai due etti di farina per cortesia? Altri tempi.

Ho iniziato a cercare di mettere a fuoco le amiche di mia nonna, 50 anni esatti più vecchia di me. Le sue amiche, quando ero bambina, avevano una decina anni più di quelli che ho io adesso.

Eppure le vedevo anziane.

Ora se penso a donne di quell’età non le vedo assolutamente anziane.

Ma quelle? Erano così diverse da come siamo oggi.

Molte di loro non sono più su questa terra, di altre ho perso le tracce.

Però come erano allora, zooma zooma, mi ricordo.

Tra le vicine di casa ricordo Carla, che mi chiamava Pippo. E io pensavo che Pippo sta a un maschio, io sono una femmina!

Nerina, senza figli, ma col suo cane Giulia, più simile ad un ratto.

Flora, anche lei senza figli, ma che più tardi negli anni avrebbe avuto un gran da fare con il marito, vittima di un ictus, che però continuava a guidare l’auto e faceva un triliardo di manovre per ricoverarla la sera in cortile.

Poi Vitalina, Rosi, Adriana. Questa ultima riscuoteva scarsa simpatia da parte mia da che mi aveva fatto i complimenti per un paio di scarpe ‘di coltello’. (A onore del vero era una pronuncia naïf di décolleté, ma io mi ero offesa perché non erano di coltello, ma di vernicia!).

Adriana ogni sera puntuale alle 19,30 gridava dal terzo piano al marito, Valteee (per iscritto Walter ma non l’ho mai sentita pronunciare Uolter), che era pronto. Gli intimava ‘vien su’ e lui non le dava nessun cenno di presenza.

Così qualche minuto dopo ancora Valteee.

Poi c’erano le amiche che abitavano al di fuori della via: Leda, sempre in tenuta leopardata, ombretto azzurro, parrucco perfetto e tacchi alti.

Veniva a far visita a mia nonna, perennemente nell’orto tra i pomodori, e cercava di mantenere un certo contegno camminando su tavole malferme appoggiate tra un filare e l’altro.

‘Miliana (all’anagrafe Emiliana) che abitava vicino al cimitero, e pare che quella casa non la poteva vendere proprio per la sua collocazione delicata, come se ai morti desse disturbo un trasloco.

Vida, veniva dalla Jugoslavia, quando ancora esisteva la Jugoslavia. Gestiva una specie di recupero e spesso arrivava con regali bizzarri.

Lidia, di origine Triestina, con gli occhi molto chiari; guidava l’auto anche diversi anni più tardi e scorrazzava la nonna (che non amava guidare) ovunque.

Mi stava simpatica perché apprezzava la mia capigliatura: mi vedeva appena alzata dal letto e si complimentava per come mi stavano bene i capelli.

Ad un certo punto, come con lo zoom digitale, l’immagine non si riesce più a dettagliare, non emergono altri particolari.

Però la farina l’ho trovata, anche senza poter zoomare (sì, ci ho provato!) … era in un’altra dispensa!