Convalescenza

Digerito il boccone che l’influenza l’ho beccata e superato il passaggio obbligato del certificato medico, mi arrendo all’evidenza e ai giorni di riposo che mi vengono prescritti.

Trascorro i primi tre, quelli del weekend, completamente ignara della realtà circostante, coricata per la maggior parte della giornata a lasciare che il virus faccia il suo corso.

Per il secondo atto prevedo una convalescenza nel silenzio e nella solitudine domestica, ad annoiarmi alternando libri letti sotto le coperte ascoltando della buona musica a serie televisive guardate sul divano, ormai senza febbre, struggendomi all’idea che tutti gli altri stanno bene, intervallando ore di sonno supplementari ad attività di completamento della giornata.

Si perché che cosa può desiderare una persona che sta uscendo dall’influenza?

Io nella mia mentalità ordinaria pensavo che la mia convalescenza si sarebbe svolta così.

“Lunedì alle 8,00 arriva il pittore per imbiancare il soggiorno” era l’ultimo dei miei pensieri, giuro.

Poco male, rimarrò tutto il giorno a letto, ho pensato.

Anche qui mi sbagliavo: non avevo fatto i conti con la mia infettività che nel frattempo aveva contagiato Viola.

Esclusa quindi l’ipotesi di rimanere a letto, e anche ahimè quella di essere sfebbrata, mi appresto a ricevere l’imbianchino con la presentabilita di Donald Trump alle presidenziali e una voce da Amanda Lear.

E così addio alle serie tv, addio all’ascolto di musica, addio alle sessioni di divano, addio a ‘mangio all’ora che voglio’.

Sapevo che avrei manifestato ancora una leggera spossatezza, avevo valutato male: la spossatezza è pesante.

Si aggiunga che anche Sofia lamenta qualche malessere e rimane a casa, addio struggimento nella solitudine.

Trascorro la giornata di lunedì tra scartavetramenti, polvere, spifferi da andirivieni, scale di legno, protezioni per terra che un altro po’ mi infortuno scivolandoci sopra, secchi di vernice per colorare tutti i muri, case vicoli e palazzi, perché lei ama i colori.

Proprio la convalescenza che sognavo.

Si aggiunga che lo stato febbrile dei minorenni, quello che Viola chiama infrulenza, sembra esaltarne le proprietà cinetiche e che, ciliegina sulla torta, inizia a suonare il telefono perché pare che le catastrofi lavorative abbiamo atteso la mia défaillance dietro l’angolo per scatenarsi tutte insieme.

Non molto diversi i giorni successivi ma il tempo passa e la situazione evolve al meglio; fino a che un bel vento forte ha spazzato via le nuvole all’orizzonte e ha ripulito il cielo e anche la mia personale tela.

Così questa mattina sono ripartita, guarita, col cielo terso e i pensieri pure e il soggiorno anche.

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Lezioni di respiro

È accaduto: nonostante io mi tenessi stretta ai miei stati d’animo positivi, a forza di sentire parlare di quanti sono a casa influenzati e leggere post qua e là su febbri, tossi e altre magagne, ad un certo punto ho iniziato a sentire male alla gola. Ma così di punto in bianco. Subito dopo i brividi di freddo, quelli che l’intercapedine tra il jeans e la gamba ti provoca fastidio, che per me è segno inequivocabile di febbre.

Ho cercato di pensare positivo e cantarla alla Vasco: io no io no io no.

Una volta a casa la sera ho voluto fare il test e misurarmi la temperatura.

Da quando l’ultimo termometro a mercurio ha sprizzato le sue palline sul pavimento, insieme ai frantumi del vetro che lo conteneva, in casa mia lo strumento più efficace per la misurazione della temperatura rimane il jeans: dopo la raccolta di un campione significativo di misurazioni con ben tre strumenti dotati di differenti tecnologie, ho stimato per media ponderata con il metodo ‘mano sulla fronte’ di avere due linee.

37,2 e sentirsi uno straccio.

La notte sembrava avermi guarita, o forse è stata la doccia, di fatto il giorno successivo ho cercato di ripartire, temperatura corporea 36,7.

A ora di pranzo ancora i jeans freddi, nonostante li avessi cambiati in favore di un paio aderenti, che non lasciassero aria attorno alla gamba.

Alla sera avevo 38, inequivocabilmente.

Il che significa una sola cosa: ho la febbre, devo stare in casa e quindi andare dal medico per il certificato.

Che è un deterrente piuttosto efficace: mi costa più sforzo andare dal medico che fare ciò che dovrei fare. Mica per il dottore in se, quanto per l’attesa.

Nella sala di una decina di metri quadri, almeno 10 donne e nessun posto a sedere. Magra consolazione ma pur sempre un vanto, sono la più giovane del gruppo, e di misura. Avrebbero potuto essere tutte mia madre; vorrei dire anche mia nonna ma poi ho fatto due conti e le mie nonne ormai sarebbero centenarie.

L’istinto è quello di aspettare fuori, in piedi devo rimanere comunque perché non c’è posto a sedere e nessuna di loro me lo cederà, ci mancherebbe.

All’aperto il ricambio d’aria è migliore, ma dopo qualche minuto ho freddo, così rientro e, appurato che l’influenza ce l’ho solo io, mi adatto a stare in compagnia.

La compagnia è piuttosto ciarliera, si raccontano di chi è morto quando; si tratta di casi recenti e anche risalenti alla prima metà del secolo scorso, un pout pourri per tutti i gusti.

La più loquace delle pazienti in attesa è tale Eva, una donna di esigua statura pur con la scarpa da ginnastica col tacco: oh mia piccola Eva, cantava Tozzi, forse si riferiva a lei.

Non sospende un istante il suo soliloquio, e le altre la punzecchiano per darle argomenti. Si va dai necrologi alle ricette di cucina (se hai i diverticoli lei ti spiega come togliere la buccia ai fagioli); dalla ripetizione della griglia di ingresso (prima io dopo lei dopo l’altra) ai trucchi del falegname che se una porta cigola bisogna metterci talco, non olio; fino ovviamente ai rimedi non farmaceutici per i vari mali, la spesa sanitaria sostenuta mensilmente e, immancabile, il resoconto dei referti che stanno nella borsina e che il Doc dovrà visionare.

In tutto questo non si comprende un granché: la parlantina di Eva tradisce l’accento del sud Italia con lo sforzo di esprimersi nel dialetto locale.

Ascoltare un chiodo che graffia una lavagna è una melodia zen a confronto.

Quando ha rivelato a tutta la platea che lei è portatrice di paches mache ho dovuto sforzarmi di non ridere troppo vistosamente.

Una volta che finalmente Eva è entrata, un’altra donna ha assunto il ruolo di protagonista e intrattenuto gli astanti, raccontando la saga delle sue 4 sorelle.

Finalmente dopo 3 ore il mio turno.

Il medico mi visita e mi ausculta i polmoni: faccia un bel respiro.

Inspiro profondamente.

Ancora.

Espiro l’aria ed inspiro nuovamente.

Ancora.

Espiro l’aria

Ancora

Esp

Ancora

Fingo di non aver sentito e continuo ad espirare.

Ancora! mi esorta come a voler affrettare la visita.

Ho una capacità polmonare elevata, i miei respiri impiegano del tempo a riempire e svuotare.

Però mi sorgono due domande:

1. Forse lui non sa che per poter inspirare devo aver espirato l’aria? Di più non ce ne sta!

2. Forse lui non sa che se anche smettesse di esortarmi a respirare io… respirerei ugualmente?

Entropia

Sai perché i buoni propositi sono destinati al fallimento? Perché si ancorano ad un terreno cedevole!

Da lunedì inizio la dieta, a settembre parto con la palestra, con l’anno nuovo non mi mangerò più le unghie… tutte belle intenzioni che mancano di un solido appoggio. Cosa succede lunedì / a settembre / con l’anno nuovo? Nulla! Cosa cambia rispetto al lunedì precedente, l’anno prima o il settembre successivo? Ancora: niente!

E soprattutto… Cosa accade se interrompo la novità? Chi se ne infischia!

E così l’ideale stile di vita proposto in simbiosi con la data perfetta si dissolve nell’entropia della vita ed in breve tempo, il necessario ad appurare che ‘d’ora in poi’ equivarrebbe ad un faticoso, talora insostenibile, ‘per sempre’, si ritorna alla normalità.

Se invece il proposito è legato ad una motivazione concreta, generalmente una ragione di salute nostra, o per il bene di una persona cara, la riuscita è molto più probabile. Si può smettere di fumare l’11 settembre o iniziare un’alimentazione sana il 27 di marzo: non è la data anonima che condiziona la riuscita di una nuova abitudine.

La nostra esistenza scivola tra uno stato di normalità e l’altro: a tutto ci si abitua, e quando la situazione cambia si ridefinisce il modello di normalità.

Dopo una malattia, una separazione, la perdita di una persona cara; ma anche dopo un matrimonio, la nascita di un figlio, l’inizio di una nuova attività lavorativa: dopo una fase di transizione, di tempesta, di sconvolgimento si ritrova un equilibrio.

Questo 2018 è iniziato di lunedì: quale migliore premessa per una ripartenza? Un inizio al quadrato, terreno fertile per buoni propositi che io, tenendo fede a quanto appena detto, non ho formulato. Però ho colto l’occasione per ritornare alla normalità con una pesante azione di decluttering.

Un alleggerimento degli spazi che ha creato una nuova prospettiva, fatta di luce e di ordine e di facilità di movimento.

Svuotato il frigo dagli avanzi, la taverna da vecchi giocattoli, sostituito un costume per la piscina; giù tutti gli addobbi, suggestivi per i primi giorni ma poi, ammettiamolo, inutili orpelli.

Difficile contrastare il lento deposito di nuovi strati di ammennicoli, che anzi sarà inevitabile.

Ora intanto mi godo il respiro che la minimalità domestica mi offre.

#aedidigitali

#ritornoallanormalità

Chi ha paura dell’uomo rosso?

Pare che il dilemma maggiore in questi giorni sia “ma mio / tuo / suo figlio… crede ancora a Babbo Natale?”.

Piano, fermi un momento…. credere ANCORA a Babbo Natale? siamo onesti…. qualcuno di noi ci ha mai creduto seriamente?

Io ho un ricordo piuttosto nitido, rincarato da una foto scattata ai tempi dell’asilo.

Ogni volta che osservo quella foto rileggo lampante nel mio sguardo la perplessità che nutrivo: ma chi è questo qui?

Ero andata alla scuola materna con entrambi i miei genitori di sera, ma col senno di poi forse erano solo trascorse le cinque del pomeriggio, special guest l’uomo con il vestito rosso.

Questo signore si prestava a scattare una foto con ciascuno dei bimbi, a cui poi elargiva una manciata di caramelle.

Sorridi, ritengo plausibile mi avessero caldeggiato.

Bella forza sorridere al fianco di sto soggetto, falso come una banconota del monopoli: ha la barba posticcia e non mi ispira granchè di simpatia (diffidente sin dai primi anni di vita).

Mi sono sentita a disagio come quella volta che al circo mi hanno piazzato in braccio una scimmietta per scattarmi un’altra foto.

Lo scorso anno durante la festina all’asilo di Viola il format si è ripetuto: su dai facciamo la foto! e Viola è scoppiata a piangere, infatti nello scatto ridiamo solo io e Sofia.

Il che conferma che bn esercita il suo fascino più sugli adulti, mentre i bambini nella migliore delle ipotesi gli sono indifferenti, più spesso lo temono.

Tornando a me piccola, ricordo che mi interrogavo: se costui è il famigerato, perchè si manifesta adesso a mani vuote e poi, forse, tra qualche giorno mi porterà i regali? Non gli conviene un giro unico? Di sicuro è uno poco organizzato; non tornavano tante cose.

Negli anni a seguire comunque rilevavo incongruenze: se sto tizio viene di notte con i pacchi, perchè poi arrivano alla spicciolata i regali dal bn dei nonni, il bn degli zii e il bn degli amici? non dovrebbero recapitarli tutti insieme? Quanti sono i bn? Se ne parla sempre al singolare ma poi spuntano come i funghi nel bosco dopo una notte di pioggia.

Proliferano le situazioni in cui i bn sono più d’uno: un giorno Sofia ha visto due cloni su un’auto decappotabile, e ha sentenziato ‘solo uno dei due è quello vero’.

Un’altra sera mentre guardavamo assieme ‘Una promessa è una promessa’, il film in cui Schwarzenegger affronta le dodici fatiche per entrare in possesso, il giorno 24 dicembre, di un giocattolo desiderato da suo figlio, in una scena si vedono centinaia di bn che lavorano assieme, Sofia ha dichiarato che quelli, allora, erano tutti finti.

Ma a chi vogliamo darla a bere?

Molto meglio il Grinch!

Bianco Natal

Niente. In estrema sintesi ecco cosa riemerge dal mio attuale stato di quiete.

La mia introspezione fluttua nell’atmosfera natalizia, confrontando l’avvento attraverso le varie epoche della mia esistenza.

Di fondo rimane la sensazione di una svolta tra il prima e il dopo.

Non riesco a collocare in maniera nitida il confine, indecisa se il prima corrisponda a quando non lavoravo, che dal 22 al 7 gennaio me ne stavo a casa fino al tedio; o forse a quando nemmeno studiavo, perché poi quelle due settimane erano buone per preparare la sessione di febbraio; o magari semplicemente a quando erano sulla terra gli artefici del mio di Natale.

In generale identifico il prima con un blando ‘quando credevo a Babbo Natale’.

Il poi, che sarebbe l’adesso, scivola scettico su questi giorni in cui il buio occupa una buona fetta delle 24 ore; su questi giorni in cui rimbalzo tra il desiderio di avvicinarmi a tutti e la ovattata piacevolezza di una chiusura tra me stessa e pochissimi intimi.

Errori e timori, in clima di bilanci, si fondono e aleggiano come macchie sbiadite su una tovaglia candeggiata: stanno lì, vengono accettati, si fa finta di non vederli perché non costituiscono sporco, si è fatto del proprio meglio per porvi rimedio o per non pensarci.

I rancori invece si sono essiccati e ad un certo punto rimossi, polverizzati; quindi soffiati via e dispersi.

Per scaramanzia evito proclami, se osassi affermare che va tutto bene, che questo è esattamente ciò che ritenevo con ‘quando sarò’ temo attirerei qualche invidia e forse anche la jella.

Non c’è nulla di eclatante, non ci sono eventi eccezionali, nessun traguardo raggiunto, nessuna partenza imminente.

Tra l’altro se vado a guardare bene, ho atteso per due mesi una risposta che è giunta nella forma che non aspettavo; nel frattempo non ho semplicemente elaborato film mentali, ma tutta un’intera rassegna cinematografica, e quando si sono accese le luci, leggendo i titoli di coda, ho fatto spallucce.

Inoltre il freddo mi rende meno mobile, ma sopporto.

Ho ripreso a dormire le notti intere, forse questa è la spiegazione più razionale al mio benessere psicofisico.

La ripetizione di questo palinsesto sa di stantio; tutti i palinsesti si ripetono, le stagioni sono quattro e seguono lo stesso identico ciclo, ma questo per me è il punto morto inferiore, non ci trovo più niente degno di celebrazione, anzi mi annoia.

Mi nutro di briciole di quotidianità che sanno essere ipercaloriche: una canzone ascoltata alla radio, una ricetta portata a termine con successo, una sessione di divano accoccolata alle mie bimbe, un messaggio inaspettato, un’esibizione di fine anno, l’estrazione del mio numero alla lotteria, una fotografia riuscita bene.

Chiedo scusa se non parlo abbastanza, ma non ho una scuola di danza nello stomaco… è che o è Natale tutti i giorni o non è Natale mai.

L’ultimo tortellino

L’atmosfera natalizia e la frenesia che la accompagna si librano nell’aria già dal 32 di ottobre.

Sì, perché non si fa nemmeno a tempo a celebrare Halloween che già ci si sente troppo nella tenebra, e allora su le luminarie, calate i Babbi Natale dai poggioli e si aprano le danze degli acquisti, la corsa all’ho già preso tutto mi mancano due pensierini.

Ci sono quelli che mordono il freno come i purosangue allo start, e vivono il mese di novembre come un noioso apostrofo tra le parole estate e Natale.

In ogni casa l’avvicinarsi della scadenza 25 dicembre vive i suoi rituali: a casa mia si concretizzava nella preparazione dei tortellini.

Ma cosa dico preparazione? Era una vera e propria produzione industriale! Non appena si girava l’ultima pagina del calendario eccolà, tutti precettati, non si esce più la sera, bisogna fare i tortellini.

Quanti? Tutti quelli che si può!

Perché? Questa è una domanda alla quale ho provato a dare delle risposte, nessuna di queste esaustiva.

Perché sono buoni; perchè li mangiamo al la sera del 24 in brodo, al pranzo del 25 al sugo e il 26 come avanzano; perché abbiamo un regalo pronto per chiunque passi a trovarci; perché li mettiamo in freezer che sono sempre buoni.

La tradizione affondava le radici nel passato remoto, ossia prima della mia nascita, quando la nonna lavorava nel ristorante da Pasquale. Aveva appreso l’arte e ne aveva fatto un lavoro da casa: c’è chi infila le perle dei braccialetti, chi cuce pezze di pellame e chi a cottimo annoda tortellini.

Mia nonna preparava, per professione, tortellini per tutte le panetterie del circondario. E quando prendi il ritmo per un’attività poi vai avanti per inerzia, anche quando l’attività cessa.

La catena aveva inizio con l’arrivo di mezzo prosciutto crudo che serviva come base per il ripieno. Parallelamente un numero imprecisato di uova fresche veniva sgusciato in un fontanone di farina bianca.

La polvere si sollevava quel tanto che serviva ad impastarsi coi tuorli, poi la nuvola precipitava in una pagnotta gialla che veniva lavorata e rimaneggiata.

Quando la consistenza era omogenea ne venivano affettate grossolanamente delle parti e faceva il suo ingresso in campo la pastamatic.

Rispetto alla produzione degli gnocchi, rigorosamente l’ultimo venerdì di carnevale, quella dei tortellini mi piaceva di più: le mani rimanevano meno appiccicose (le patate lesse sono un collante portentoso), nè subivo il fastidio della farina perché con le uova si amalgama meglio, nè si odorava la grappa.

Mi piaceva un sacco mangiare la pasta cruda, con una scusa fagocitavo tutti i ritagli.

“Basta che ti fa male!” mi ammonivano.

“L’ultimo pezzetto dai” che poi non era mai l’ultimo.

Eh perché l’ultima non era mai nemmeno la sfoglia che veniva stesa, c’era sempre un altro po’ di ripieno da finire.

Una task force quella che serviva: chi tirava la pasta, chi la stendeva sulla tavola e con la rotellina zigrinata creava i quadretti, chi distribuiva il ripieno dentro i quadretti, centrale sennò sborda!

E poi al via scatenate l’inferno, tutti ad annodare, super velocemente che la pasta si secca e non si chiude più, e si rischia che i tortellini si aprano durante la cottura.

Ricordo che i primi anni i tempi erano ancora più lunghi, e quindi la frenesia maggiore, perché la macchinetta veniva azionata a manovella; solo più tardi era comparso il motorino.

Eh ma si sente la differenza, a manovella erano più buoni, dicevano i nostalgici.

La fetta di impasto doveva passare una volta sull’1, due volte sul 3 e due volte sul 5; i numeri indicano la distanza tra i rulli.

Mi raccomando stessa trafila per tutte le fette, sennò si sente la differenza.

L’operazione di chiudere il tortellino era ogni volta oggetto di diatriba: guarda me, guarda che ti mostro come si fa, così e non così, quello tuo è rovescio.

Che poi si sente la differenza.

In effetti ciascun tortellino conservava l’impronta di chi lo aveva formato: un po’ come tutti gli ombelichi, o i padiglioni auricolari, o le punte del naso si somigliano ma non ne trovi due di uguali, così la conformazione anatomica del tortellino riportava alla dimensione delle dita, e alla manualità, di chi lo chiudeva.

Quando poi a tavola si ripescavano dal brodo una volta cotti si poteva affermare con un buon margine di sicurezza “Ecco questo lo hai fatto tu, si riconosce!”.

I tortellini annodati andavano disposti in ordine su un canovaccio perché si asciugassero; quello di metterli in fila era compito degli ultimi arrivati, e dei bambini.

Io ne approfittavo per mangiarne qualcuno di crudo, ancora più gustoso della sola pasta.

“Basta Elena che ti fa male!”

“È l’ultimo” rispondevo.

Ma non era l’ultimo, così come non era l’ultimo il tegame di ripieno sui fornelli, pronto per un altro lotto di produzione.

———

Questo post nasce dalla raccomandazione “Fatene buon uso!” di un racconto di Priscilla.

Sogno o son desta?

Questa non è un’esercitazione! Ripeto: questa non è un’esercitazione.

Io non faccio sogni premonitori, i miei sono dei veri e propri trailer, quasi spoiler direi, mi tolgono la suspense.

Ho appuntamento in un ufficio pubblico per le 9.30 della mattina; per non sprecare la mezza giornata che sono costretta a prendermi libera dal lavoro, ci aggancio altre due commissioni: il cambio pneumatici prima e un altro appuntamento dopo.

Calcolo gli orari in modo da avere tempi morti minimi per ospitare piccoli imprevisti.

E’ ovviamente un conteggio aleatorio, direi proprio spannometrico, perchè tante sono le variabili in gioco.

Il sonno della notte precedente non è profondo, forse a causa di un allenamento molto intenso la sera prima, ma come in una perfetta partita a tetris al risveglio riesco ad incastrare tutti i preparativi e muovermi entro i limiti imposti dalla tabella di marcia.

Arrivo al tribunale alle 9.00, con mezz’ora di anticipo; per essere precisi il biglietto del parcheggio riporta le ore 8.58.

L’incontro dura un’oretta, come stimato, e io sono ancora perfettamente on-time.

Quanto mi piace quando tutto l’ingranaggio gira!

Scendo al parcheggio per recuperare l’auto e decanto la lungimiranza dell’amministrazione comunale che offre la possibilità di evitare la fila alla torretta, basta avvicinare la carta di pagamento contactless alla sbarra di uscita.

La persona che è con me non è munita di contactless: paga il ticket la modica cifra di 4€.

Sticazzi!!! è arrivata all’appuntamento in orario, quindi mezzora dopo di me, il che significa che a me ne verranno richiesti almeno 5.

La nostra attenzione viene calamitata da un cartello che avvisa che ‘ai clienti del supermercato verrà rimborsato il parcheggio, per una spesa di almeno 10€ e nel limite temporale di 2 ore’.

Un rapido sguardo all’orologio: sono le 10.44, ho tempo fino alle 10.58: posso farcela!

Entro sera dovrei comunque fermarmi a comperare il latte, e di lì arrivare a 10€ non è difficile.

Salgo al supermercato, quasi vuoto a quell’ora del mattino, e depongo in un cestino il latte, lo yogurt e altre due cose.

Mi fiondo in cassa ma una coppia di anziani col carrello ricolmo mi batte al fotofinish: pazienza, farò in tempo ugualmente.

La signora indossa un tutore alla gamba e si sorregge con una stampella, a fare il carico del nastro è l’uomo, che poi è lo stesso che deve anche imbustare, seguendo attentamente le direttive della moglie.

Oltre alla cliente, anche la cassiera ha un handicap, non riesce a sollevare un braccio, quindi fa fatica a passare la merce.

Il conto dei miei predecessori procede a rilento, ma io ho poca roba, aspetto; e mal che vada, pazienza, io sono sana e di questo mi rallegro, pagherò 5 € di parcheggio, va bene.

Sticazzi ma va bene.

Nello scannerizzare prodotto per prodotto la cassiera si accorge che la cliente ha appiccicato il prezzo del sedano sui fagiolini boby, così spedisce il marito in missione a ripesare.

Confido che possa distinguere un sedano da un fagiolino, sono le 10.52, ho ancora tutto il tempo: inspira espira inspira espira.

Finalmente l’uomo torna, imbusta il tutto, paga e … scusate un attimo, la cassiera se ne va.

La fila si ferma, dietro di me altri ignari attendono che rientri in postazione.

Torna dopo un minuto che pare un’eternità, con il nuovo rotolo di carta per il registratore di cassa.

Cambia il rotolo, finalmente fa il mio conto, 13€ e rotti quindi – SI – ho diritto al timbro…. controlla l’ora di ingresso, SI sono le 9.55, ‘dovrebbe farcela!’ mi incoraggia.

Afferro la bio sportina carica di 5kg di spesa e scendo al parcheggio.

E qui il tetris inizia a inghipparsi.

Inizio a girare girare girare in cerca dell’auto.

Con una mano sorreggo la borsetta, pregando che il manico non ceda (tra l’altro piove e l’aria è carica di umidità), con l’altra protendo il telecomando dell’auto: ogni tre passi pigio il pulsante di apertura nella speranza di vedere apparire un bagliore che localizzi il mio mezzo; mi sento un rabdomante in cerca di acqua nel deserto.

Speranza vana, percorro in cerchio quattro giri del parcheggio come su una pista di atletica, guarda in su guarda in giù, dai un bacio a chi vuoi tu ma l’auto non c’è.

Diceva bene la mia mamma che l’auto deve essere gialla o rossa, per individuarla da distante a colpo d’occhio: invece la maggior parte delle auto sono nere, o grigie, come di nero o grigio erano vestiti tutti su in tribunale, e solo io indossavo una giacca a vento rosa.

Sono ormai le 11.00 e io inizio a prendere in seria considerazione di essere vittima di un furto, anche se è poco plausibile.

E comunque ormai l’obolo di 5€ al comune è d’obbligo.

Mi sovviene il sogno di qualche giorno addietro, forse se inizio a piangere a dirotto mi sveglio, ma sono tutta sudata e ho il braccio fiacco per aver trascinato il fardello, sento le dita segate: il dolore è fisico, non può essere un sogno.

Mi fermo, e anzichè piangere inizio a ridere, ridere fragorosamente; nel ridere guardo a terra, se qualcuno mi vede può pensare che io sia pazza!

BINGOOOO!!!

Le striscie che delimitano i posti auto sono bianche, dove avevo parcheggiato l’auto io erano blu.

Pollicino ma chi sei??? all’improvviso realizzo dove ho parcheggiato: al piano di sotto!

Tutta allegra travolgo un simpatico nonnetto vittima del mio stesso errore che sta girando con meno energia ma più oculatezza.

Gli suggerisco la soluzione, c’è un altro piano sotto, e mi ringrazia cordialmente: ho fatto anche la mia buona azione quotidiana!

Risalgo con la scala mobile fino al piano 0 e scendo con l’ascensore, -2, premo il pulsante con senso di trionfo.

Le porte si spalancano e di fronte a me un ragazzo con la sacca per la palestra attende che io scenda prima di salire.

‘No no, io scendo ancora al piano di sotto’ lo scoraggio.

‘Ancora? Più giù di così non si va!’ mi risponde esterrefatto.

Desolata osservo la scena davanti a me, è lo stesso parcheggio che ho appena girato 4 volte.

Poi osservo meglio: mi ero lasciata trarre in inganno dal questuante che sta alla torretta, fratello gemello di quello del -1.

Esco dall’ascensore, ecco le strisce blu, ecco la mia auto.

Ed ecco anche la sbarra che pur essendo le 11.03 non esige un ulteriore pagamento e me ne esco, con la spesa fatta, con 5€ in tasca in più e perfettamente in orario per l’appuntamento delle 12.00.

Il grande Cocomero

Ogni tanto faccio le scoperte dell’acqua calda. Anche Cristoforo Colombo ha scoperto l’America e questa stava lì già da un pezzo.

Io ad esempio ho scoperto, dopo anni di frequentazione di un locale, che il proprietario e una delle ragazze che servono ai tavoli sono i genitori della piccola Elena; cioè chi fosse la madre lo avevo capito bene, mater semper certa, ma il padre è stata una rivelazione tardiva.

Un’altra volta ero a cena con alcune amiche in un disco-ristorante che aveva come ospite il dj Albertino: alla faccia come somiglia a Linus, considero.

Bella forza, sono fratelli, è scritto su Wikipedia, mica un segreto di stato.

Adesso scopro che il grande Cocomero non è il titolo di un film; o meglio: il film ha preso spunto dal mito del grande Cocomero dei Peanuts, un personaggio immaginario che nella notte di Halloween sorge nell’orto di cocomeri che giudica più sincero e porta i regali ai bambini di tutto il mondo.

Che poi nella versione originale non sono cocomeri ma zucche, ma che ne sapevamo noi italiani delle zucche e di Halloween al tempo in cui sono state disegnate le strisce dei Bagigi?

Italiani pizza spaghetti mandolino e una cucurbitacea vale l’altra!

Halloween è il periodo dell’anno in cui torna l’ora solare, le giornate si accorciano terribilmente. È un caposaldo nel ciclo dell’anno e nell’avvicendarsi delle stagioni, e come tale merita di essere celebrato; chi sceglie il Capodanno, chi il primo giorno di primavera, chi l’inizio dell’anno scolastico.

Linus ha scelto Halloween: si piazza nell’orto confidando che sia il più sincero e attende Lui. Immancabilmente rimane deluso.

Certo che a stilare la graduatoria degli orti, o delle zucche, o dei cocomeri sinceri ci vuole fantasia.

Ma è solo un pretesto, come il lunedì per la dieta, o settembre per la palestra.

Io ad esempio ogni giorno quando faccio rientro dal lavoro e vado a riprendere le bimbe mi attendo di trovarle festose, serene, tranquille.

A modo loro lo sono, ma dopo tre minuti delle loro guerriglie, dei loro dispetti, dei loro strilli mi rendo conto che anche per quella sera il grande Cocomero ha scelto un orto più sincero del mio.

#aedidigitali

#ilgrandecocomero

Oggetti smarriti

O sono fortunata o faccio selezione alla fonte, di fatto non sono vittima di nessuna chat diabolica in cui arrivano pletore di messaggi privi di interesse.

Ne arrivano sì ma in numero modesto.

Così ogni tanto mi collego a qualche gruppo di mia spontanea volontà.

Anni fa seguivo uno dei tanti gruppi fb di auto-aiuto per mamme, quelli che il Signor Distruggere prende di mira.

Si trattava per la maggior parte dei post di questioni inerenti la maternità, e tra mille di scarso interesse ogni tanto ne usciva uno di utile.

Uno su mille ce la fa.

Ad esempio ho scoperto procedure abbreviate per le pratiche inps o sanitarie.

Molti post erano banali, altri erano frivoli ma simpatici: ce ne era un po’ per tutti i gusti.

È stato in quel periodo che ho scoperto l’esistenza dei sequeri.

Io ero rimasta al vecchio detto popolare che recita

Ciò che man non prende / Canton di casa rende

Ovvero se non è passato un ladro per casa, se hai perso qualcosa prima o poi lo ritroverai.

Già ci era arrivato Lucrezio che col suo

Ex nihilo nihil fit

aveva anticipato di secoli la legge di conservazione della massa di Lavoisier

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma

Si, ma dove sono finiti (scegliere a piacere tra i calzini, le chiavi, il telecomando, la bolletta della luce… )?

È qui che la scienza lascia spazio al paranormale e si quaeris miracula ovvero se desideri un miracolo, poi storpiato in sequeri, fatti aiutare da Sant’Antonio.

Esiste una formulazione dotta di una litania tutta in latino per invocare il santo padovano che andrebbe ripetuta 13 volte, la cosiddetta tredicina, al termine delle quali l’oggetto smarrito verrebbe rinvenuto.

Io mi sono accontentata di imparare la dicitura popolare

“Sant’Antonio dalla barba bianca

Fammi trovare il (calzino, mazzo di chiavi, portafoglio…) che manca”.

Pare incredibile ma cercando e ripetendo il mantra… l’oggetto si trova.

Fondamentale è cercare attivamente il pezzo, poi ‘sta filastrocca aiuta a mantenere la calma, più che altro.

La uso tantissimo con le bambine che quando perdono qualcosa vanno in panico e iniziano a frignare.

Allora intervengo io che recitando i sequeri e alzando un cuscino del divano faccio la magia e recupero la macchinina / tassello del puzzle / pallina che manca.

Mi portano in trionfo, a me e a Sant’Antonio.

Anche Viola ha imparato il testo della magia, e la vuole dire lei.

È in una fase di apprendimento del linguaggio in cui racconta un mucchio di strafalcioni divertenti, da aspetta che lo pulo (sta per pulisco), a no io non vieno (per dire non vengo), a non capiscio (in luogo di non capisco), a lo tieno (per dire lo tengo) o lo toglio (per dire lo tolgo).

La lingua italiana è proprio dispettosa in materia di coniugazione dei verbi nei casi corretti di tempo e di persona.

Sentirla pronunciare la formula magica mi fa sorridere, anche se la adatta al caso suo sacrificando la rima.

Si aggira per la stanza ripetendo

Sattattonio della babba bianca

Fammi trovare… la macchina!

Sattattonio della babba bianca

Fammi trovare… la macchina!

Ma poi dopo un po’ mi arriva delusa tra le braccia, rassegnandosi che

NON È SALTELLATA FUORI!

Dal mio terrazzo

La prima ad arrivare è una Lancia Musa color perla da cui scende un uomo che apre il bagagliaio e si cambia le scarpe: indossa le calzature antinfortunistiche, l’elmetto e si avvia verso il cantiere infondo alla strada. Subito dopo una berlina argento si protrae fino al nuovo tratto di strada, parcheggia esattamente davanti all’edificio in costruzione e viene raggiunto dall’uomo con l’elmetto bianco.

Si scambiano un rapido saluto ed iniziano ad aggiornarsi sull’andamento dei lavori.

Nel parcheggio dove sosta la Musa arriva un’altra utilitaria da cui scendono una mamma con due figli e un cagnolino: lei li sprona in continuazione, profondendo un’energia che potrebbe governare una mandria di cento buoi; invece sono solo due bambini della scuola primaria e anche piuttosto ubbidienti.

Anche il cagnolino è agitato.

Poi come in quei filmati in cui gli spalti si popolano, a ritmo accelerato, all’appropinquarsi dell’inizio dello spettacolo, la via prende ad animarsi: quella che esce il levriero afghano per i bisogni, quello che ritira la posta con gran calma e fumando la sigaretta, quella che si avvia in bicicletta verso il turno di lavoro pomeridiano, con le auricolari e una conversazione fitta in corso, quella che accompagna il figlio al calcio.

Una ragazza con lo zainetto in spalla suona il campanello in attesa che la sua amica le apra per studiare assieme: per un attimo ritorno ai miei 16 anni e ai pomeriggi di studio collettivo a cui ho raramente partecipato, perché negli orari in cui tutti facevano i compiti io ero in piscina ad allenarmi.

Anche lei ha le auricolari, ma ascolta la musica, non parla con nessuno.

Spremo la situazione avversa, quella del mio mal di schiena, cercando di estrarne tutti i vantaggi possibili, tra i quali un’ora di sole sul terrazzo.

È quasi un centrifugato quello che tento di ottenere: assorbo i raggi luminosi e mi lascio irradiare da quel calore che resta nelle ore centrali della giornata autunnale.

Dall’abitazione in cui sono entrati la donna con i figli arriva continuamente la voce materna che li incita all’azione, e ogni tanto qualche abbaiare nervoso.

Un anziano raggiunge la via con una bicicletta da donna, scende e la appoggia col pedale sul marciapiede; dal cestino afferra uno spruzzino, di quelli che si usano per concimare le orchidee, e inizia a pompare diserbante sulle erbacce che infestano il lotto che separa la mia abitazione dal cantiere. Con lo spruzzino.

Una vespa mi si avvicina, costringendomi ad un movimento repentino che mi fa sobbalzare: la schiena dolorante reclama l’immobilità.

“Mi manca solo questa!” esclamo riferendomi ad una puntura che schivo.

L’uomo con lo spruzzino alza lo sguardo e trova appiglio per il suo rammarico: le erbe infestanti sono più rapide a ricrescere che lui a sterminarle.

Sorrido, tra me e me, al pensiero di un bambino che cerca di svuotare il mare con un secchiello.

Lui finisce di spruzzare lungo tutto il marciapiede e poi si addentra nel campo con il falcetto, senza disturbare le galline che razzolano tranquille, cercando di ridurre l’erba alta.

Una telefonata che attendevo da tempo mi raggiunge tardiva.

La madre con i due figli risale in auto, per accompagnarli a qualche attività pomeridiana.

Il sole smette di riscaldarmi, un cimice mi si insinua nella maglietta, è ora di rientrare in casa.