L’ultima prima volta

Per tutte le cose c’è una prima volta: i primi passi, le prime parole, il primo giorno di scuola.
Ma anche il primo bacio, il primo lavoro, la prima sbornia.
Qual è il primo film che abbiamo visto al cinema? La prima volta che abbiamo sciato? La prima volta che abbiamo incontrato quella persona?

La prima sera in discoteca? Il primo concerto? La prima notte fuori di casa? Il primo viaggio da soli? Il primo aereo che abbiamo preso?

Qualcuna ce la ricordiamo per noi stessi, qualcuna la viviamo in seconda persona, osservando i figli, perché la nostra è troppo remota.
Non posso ricordare quando ho mosso i miei primi passi, ma ricordo bene quando hanno iniziato a camminare Sofia e Viola.
Non ricordo le mie prime parole, e ricordo a stento le loro.
Ricordo bene quando ho iniziato a pedalare senza le rotelle alla bicicletta, e l’ho rivissuto con la stessa emozione quando a non dover più sorreggere la bici da dietro ero io, non mio nonno.
A guidare l’auto ho imparato da privatista, con mio papà abbarbicato alla maniglia lato passeggero con entrambe le mani, la sigaretta in bocca e i piedi che cercavano il pedale del freno dove non c’era.
Ho vissuto come una liberazione il giorno dell’esame di pratica: qualunque esaminatore sarebbe stato più rilassato e, nella peggiore delle ipotesi, mi avrebbe bocciata. Mio papà invece me lo riportavo a casa ed avrebbe ripetuto altre mille volte cosa avevo sbagliato.
La prima guida da sola l’ho fatta verso l’ufficio postale, pochi km che mi sono sembrati impegnativi come la Parigi – Dakar più che altro per l’ansia che mi aveva trasmesso chi mi aspettava a casa.
Avere un familiare come insegnante crea un rapporto squilibrato, ed è il motivo per cui non ho insegnato alle mie figlie a nuotare.
Viola, suo malgrado, si è ritrovata Sofia come maestra, perché a loro piace giocare ‘alla scuola’. Fatto sta che, Rottenmeier scansati, avere Sofia come maestra è peggio che avere mio papà sul sedile di fianco.
Eppure questo gioco dei ruoli se lo sentono proprio, a loro piace e lo fanno spesso.
Col risultato che Viola ha imparato, a 4 anni e mezzo, a distinguere le lettere.
A leggere? No, solo a distinguere le lettere.
Firma i suoi disegni col nome perché sa che quelle sono le lettere che lo compongono.
Copia le cose che trova scritte in giro, senza capirne esattamente il senso.
Qualche sera fa ha preso in mano una vaschetta di Philadelphia, la crema spalmabile.
Ha guardato con diffidenza i caratteri cubitali, non capiva la P e la H vicine.
Poi, una dopo l’altra, ha scandito le lettere
F-O-R-M-A-G-G-I-O    F-R-E-S-C-O
La sua prima lettura.
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Speciale San Valentino

L’inverno sta per concludersi, il vento ha spazzato via tutte le nubi, il sole timidamente si ripropone gagliardo: lì, al suo posto, con quei raggi fissi ed intensi, sembra ricordarti che lui c’è, c’è sempre stato, e ti sta aspettando.

Il cielo terso, la settimana volge al termine, tutto fila per il verso giusto.

No, non proprio tutto tutto, ma un motore che fa qualche bizza che mai sarà?

Il meccanico, consultato di prima mattina, tra il cinguettare degli uccellini e la temperatura dell’aria che spinge in su, mi rassicura:

“Ordino il pezzo, ci sentiamo nei prossimi giorni, intanto vai.”

Vai, e vai… allo stop mi si crea una piccola colonna dietro, forse pensano che io non sappia guidare, ma portano pazienza, finché lo spunto mi consente l’inserimento in carreggiata.

L’ottimismo è il profumo della vita, Gianni.

Sono sicura che appena potrò aumentare un po’ il passo queste incertezze nella marcia si scioglieranno, come la neve al sole di primavera.

Ed è così che appena varcato il telepass, l’unico effetto meteorologico che riproduco è la nebbia: una fumata bianca che pare sia stato eletto un nuovo Papa.

Procedo ai 10 km/h per un bel tratto, poi – galeotto fu il viadotto – la fumata bianca si dissolve e al suo posto, di bianco, si alza la bandiera.

Col metodo BillGates, spegni e riaccendi, una volta funziona; ma non basta a raggiungere lo svincolo.

Ferma, in corsia di emergenza, quattro frecce, e mille camion che mi sfrecciano a lato.

Se mi lasci non vale, provo a cantare. A San Valentino poi non mi pare una buona idea; ci sono coppie che per delicatezza attendono che siano trascorse le festività natalizie, prima di chiudere. Tu, cara la mia auto, non potresti attendere un paio di km che mi levo dall’autostrada? Ti avevo anche fatto un pieno di blu Diesel, irriconoscente!

Niente, chiamo il carro attrezzi.

E qui comincia l’avventura: come si chiama il carroattrezzi? Non di certo abbassando il finestrino e chiamandolo a gran voce.

No, per chiamare il carroattrezzi, da qui in avanti ca per gli amici, si compone il numero.

Giro di telefonate per trovare il numero ‘giusto’, mica ti risponde un tizio che ti rassicura ‘arrivo subito’.

Ti risponde Svetlana, a cui fai lo spelling della targa (D come Domodossola; oh Svetlana, tu sai dove è Domodossola? J come Jugoslavia; oh Svetlana, tu sai che esisteva la Jugoslavia?).

Poi ti arriva un sms.

Poi ti arriva una notifica per la richiesta di geolocalizzazione (autostrada Valdastico, direzione Rovigo, 500 m prima dello svincolo A4: mi pareva chiaro a sufficienza, no?).

Ed ecco che dietro di me si ferma un’altra auto, bianca e azzurra, col lampeggiante blu: scende una graziosissima poliziotta, mi chiede cosa faccio.

Se le rispondo che ho pensato a un picnic in corsia di emergenza rischio l’oltraggio a pubblico ufficiale.

– Sono in panne.

– E ha chiamato soccorso?

– Si certo, sto aspettando.

– Favorisca patente, libretto e assicurazione. Lei sa dove si trova?

– Beh esattamente no, ma starà arrivando.

Rispondo con riferimento al ca.

Invece la poliziotta chiedeva se IO so dove mi trovo IO.

Devo avere un aspetto disorientato, deduco.

– Non esca dall’auto, aspetti qua ferma!

Ora che mi ha dato istruzioni precise mi sento più tranquilla.

Passano minuti eterni come settimane di gennaio, il collega della poliziotta carina viene a bussare al finestrino:

– Ma quando arriva il ca?

Mi sorge il dubbio che pensino mi diverta e per questo ritardo l’intervento; ritelefono a Svetlana, che mi risponde un po’ scocciata: sono trascorsi appena 20 minuti, devo avere pazienza!

Finalmente appare lui, il ca: mi parcheggia davanti ed abbassa la pedana. Scende il tizio che lo manovra: mi ricorda molto un ex collega, soprannominato Husqvarna per la forte somiglianza con un taglialegna: berrettino, barba, buonumore. Il mio 3B.

Si procura il gancio dal bagagliaio e mi dice di assecondare col volante la salita sul suo mezzo. Issa l’auto e poi mi chiede: vuole scendere o resta su?

Sbircio dalla mia seduta alta, vedo solo camion in arrivo e un dislivello di più di un metro: rispondo come se mi avesse proposto il bunjee jumping che almeno fino al casello resto su.

Si ferma un paio di km dopo, appena prima della sbarra, mi chiede il casello a cui avevo fatto ingresso, per non incasinare il telepass.

Poi mi ripete:

“Adesso scende?”

E non è proprio una domanda, non concede riposte alternative.

Raccolgo tutte le mie cose ed esco dall’abitacolo, sulla piattaforma.

“Ma devo saltare giù?”

“Se vuole la prendo in braccio, purché pesi meno di 100 kg”

Ok mi ha convinta, anche se peso un po’ meno: balzo giù e finisco accovacciata.

Una volta a bordo concordiamo la destinazione da raggiungere; poi inizia la diagnosi, secondo lui è la turbina, ne è quasi certo.

Prosegue con la narrazione del suo lavoro, che la volante la vede spesso su quel tratto, fanno la spola, una volta sono rimasti in panne anche loro; lui mi aveva già vista stamattina, con quel fumo bianco che usciva dallo scarico, sapeva che lo avrebbero contattato, tempo di fare rifornimento e mi avrebbe raggiunta.

Mi porta fino all’officina, scarica l’auto e mi conferma la diagnosi: passa un dito sullo scarico, lo dimostra unto, lo ripulisce sull’asfalto.

Conclude serafico “è la turbina, senti che odor de costesina*”.

E odorando forzatamente se ne va, allegro come era arrivato.

* costesina: costina di maiale cotta alla brace, emana un tipico odore di carne grigliata

Scoperte sensazionali

UDITE UDITE!!!

Ho avuto la rivelazione di uno dei misteri più impenetrabili che affliggono l’umanità:

IL FENOMENO DEI CALZINI SPAIATI

ebbene ssiore e ssiori, i calzini ugnoli che si accumulano all’uscita della lavatrice / asciugatrice e che rimangono in attesa della loro anima gemella prima di ritornare nel cassetto o ai piedi, un po’ come Vladimiro ed Estragone in attesa di Godot o come Chuck Noland sull’isola deserta, speranzosi di ritrovare il compagno, ecco insomma questi qui

NON SONO PERSI, NO

non si sono mai infilati in qualche buco nero di antimateria dietro la macchina infernale

NO

è solo che

RULLO DI TAMBURI

loro non si riconoscono

cioè all’inizio erano uguali, stesso filato, stesso colore, stessa dimensione

poi una volta sono stati distanti durante la centrifuga, un’altra volta confinavano con maglie di colore diverso, insomma piccole esperienze difformi e loro si sono contraddistinti

sono ancora una coppia, anzi un paio come li chiamano al momento della vendita, ma non si riconoscono più, sembrano provenire da pianeti diversi

se vogliamo estendere la considerazione anche ai rapporti umani… fate voi

8 febbraio 2019 – giornata mondiale dei calzini spaiati

Ricordami di te

Ad inizio anno capita di imbattersi in qualche collage dei video clip dei maggiori successi di 20 anni addietro: canzoni che 20 anni prima avevano scalato le vette delle classifiche, vecchi tormentoni rispolverati, pochi secondi per ciascuna in un montaggio della durata totale di qualche minuto.

E tu sei lì che guardi, ascolti, le riconosci tutte, riemergono e ti fanno rimbalzare tra i ricordi che gli si sono annodati.

Qualcuna ha retto bene: ti ritrovi ad esclamare ‘già 20 anni???’ e intanto è già partito lo spezzone successivo.

Quest’anno non mi è capitato di trovare una cosa simile, o non ancora; e dato che sono curiosa e abitudinaria, ho fatto una semplice ricerca in internet e ho individuato un sito che per ogni anno riporta la classifica dei 100 brani: più venduti? Più ascoltati? Non lo so, ed è ininfluente ai fini delle mie considerazioni.

Trattandosi di un sito tradizionale (non è YouTube nè Spotify nè similari) la lista è una vera e propria lista: una tabella di 100 righe in cui, per ciascuna riga, compare numero (la posizione di merito), il titolo, l’interprete.

Per tale ragione la riproduzione del brano non è immediata, ma sollecita le sinapsi: leggi le info e per buona parte avviene il play nel mio riproduttore mentale.

Fa un effetto strano: leggi, canticchi, gli occhi scorrono alla riga successiva, canticchi, scorri, canticchi e avanti così fino alla riga 100.

Quando sei alla fine ti senti risucchiato nello stato d’animo dell’epoca: ricordi le ambizioni, le illusioni, i momenti belli e anche quelli difficili.

Visto che il giochino era simpatico ho pensato di farlo anche per i 5 anni a precedere, e a suon di lustri indietro sono arrivata all’anno più prossimo a quello della mia nascita.

Ovviamente le canzoni di quando sono nata non si ricollegano a momenti contestuali, ma le prime 10 della lista sono ancora famosissime. Idem per quelle dei 5 e 10 anni che hanno preceduto il mio arrivo.

I primi ricordi contestuali si attestano attorno ai miei 10 anni: al termine della scuola elementare ero perfettamente integrata nel mercato discografico.

La cosa strana è che dai 20 anni fa andando a ritroso ad ogni coppia titolo / interprete mi parte in automatico il jingle, mentre dai 20 anni fa andando in avanti questo non accade.

E non perché io non conosca il brano, lo conosco benissimo: si tratta di canzoni che ho ascoltato ad libitum e pure di recente.

Lo conosco ma non mi viene l’attacco, non mi viene il ritornello, nè l’aria di una qualunque parte.

È come se il mio database sonoro mentale ad un certo punto fosse esploso e le canzoni non ci stanno più.

Se a qualcuno interessa farsi un tour delle classifiche degli anni passati il sito è http://www.hitparadeitalia.it

Aggiungi un posto (a tavola) che c’è un amico in più

I segnali premonitori, bisogna saperli cogliere.

Una sbarra del telepass che non si alza, è un avvertimento: ricordati che il tuo percorso si interrompe, ogni tanto.

Ricordati che il tuo tragitto non si snoda su una linea retta, infinita, uniforme; è piuttosto un susseguirsi di segmenti, una spezzata, contorta, un viluppo.

Imbocchi il casello di uscita e vedi che non si alza: immagini un ritardo nei riflessi, i suoi; realizzi che i riflessi pronti spettano a te, cali il piede destro sul pedale centrale, dapprima con fare leggero, poi man mano che la distanza tra te e la sbarra si riduce, in maniera sempre più convinta.

L’auto si reinventa Karolina Kostner, inizia a pattinare, si aspetta un partner collaborativo; quando l’impatto si rivela inevitabile la sbarra si dimostra invece barbiere di Siviglia, e pettina dolcemente il parabrezza.

Una settimana più tardi, altro casello, altra direzione, ingresso stavolta, lo scenario si ripete.

Ho il telepass scarico? No: ad avere problemi è il mio predecessore, anzi sta tre auto avanti. Cerca di produrre il biglietto per l’ingresso, schiaccia qua e schiaccia là, ma la fila è sempre ferma.

Ovviamente la fila parallela procede indisturbata, Murphy ha provato spesso a spiegarlo; non hanno ancora inventato un rilevatore di possessori di telepass a distanza.

Dopo 5 minuti di paziente attesa inizio a valutare una retromarcia, e scopro che dietro di me hanno calato la sbarra di sicurezza: sono in trappola, non mi resta che aspettare.

Se per il primo della fila nutrivo poca stima, al secondo che non riesce a produrre il biglietto mi ricredo; al terzo, più vicino e quindi più visibile, ben 20 minuti dopo, ho invertito completamente la mia visione: il problema è la sbarra, non i guidatori.

Finalmente l’ectoplasma dell’omino ANAS arriva e pure io, che non ho bisogno di biglietto, entro.

Al momento dell’uscita, memore dell’esibizione artistica della settimana precedente, mi pongo il dubbio che il rifiuto a sollevarsi si ripeta: e infatti.

Freno per tempo, scendo, citofono all’omologo ectoplasma del casello di ingresso, dichiaro ad alta voce il punto di partenza.

Una sbarra che non si alza, è una richiesta di amicizia.

Il mio rapporto con le sbarre si è evoluto: ogni giorno attendo l’appuntamento, so che mi riservano sorprese, potremmo salutarci al volo o anche abbracciarci.

Potrebbero offrirmi 20 minuti di relax, una conversazione con un citofono, il brivido dell’impatto e poi no.

Salva con nome: 2018

Un altro anno terminato, un nuovo anno comincia.
Di bilanci e buoni propositi se ne sono letti abbastanza.
Io ad esempio vorrei tornare a scrivere un po’ di più, e allora parto proprio da qui, da dove si stanno inserendo tutti: da un sunto dell’anno concluso. 
Il 2018 è stato un anno senza particolari impennate, nel bene e nel male.
È stato un anno che non ha visto da vicino perdite, nè arrivi; non ci sono state svolte epocali, non è iniziato nessun ciclo, non è terminato nessun percorso importante.
Un anno che rischia di essere dimenticato? Meglio allora fare mente locale e mettere a fuoco alcuni punti salienti, in modo da archiviarlo con le etichette al posto giusto.
Il 2018 ha visto l’addio di Viola al suo fidato ciuccio: come ho fatto a farle smettere il vizio? Semplicemente niente, da un giorno all’altro non lo ha più chiesto e io ho provveduto a farli sparire.
Un mese dopo appena abbiamo tolto le rotelle alla sua bicicletta: ora versiamo nel limbo in cui per partire ha bisogno di essere sorretta, poi è autonoma. Verrà anche il momento dell’indipendenza.
E Sofia? Sofia ormai ha raggiunto tutte queste tappe della prima infanzia, ed è ancora presto per quelle dell’adolescenza.
Però un giorno mi ha chiesto di provare a fare il nuoto sincronizzato e da alcuni mesi me la trovo tesserata FIN nella squadra che ‘gioca il derby’ con quella in cui nuoto io.
Per me? Dal punto di vista della salute sono partita con una brutta influenza e poi ad agosto mi sono bloccata nuovamente con la schiena, quindi non proprio perfetto; ma sono mali transitori, non ci diamo troppo peso.
Invece il mio appuntamento quinquennale con quel fastidiosissimo esame che è la colonscopia, che oltre ad essere invasivo a livello fisico mi prostra psicologicamente con terribili ricordi, ha dato il suo responso negativo; un lungo respiro di sollievo.
Ho cambiato anche occhiali, e riscontrato un inizio di presbiopia.
L’influenza di inizio anno mi aveva fatto perdere  un po’ di peso, che ho cercato di non recuperare; da fine settembre ho voluto fare di meglio e con piccole rinunce alimentari ritornare al mio peso forma: obiettivo in avvicinamento.
Sportivamente è stato un anno di delusioni, per l’aspetto tecnico; ma ho avuto anche modo di stringere nuove amicizie e consolidarne di esistenti, il che riporta l’ago della bilancia al suo posto.
Penso che alcuni eventi assumano il loro valore concreto a distanza di un tempo più lungo di pochi mesi, pertanto può benissimo essere che accadimenti che ad oggi non sembrano avere peso ne assumeranno più in là.
Per il 2019 non ho obiettivi prefissati nè richieste o aspettative… quel che arriva va benissimo, anche perché non ci sono alternative.

A chi mi legge un sereno 2019, e a chi non mi legge auguro di cominciare a farlo.

Momenti di Natale

Mannaggia alle canzoncine campanellose che dal primo di dicembre mi hanno tintinnato nelle orecchie in loop.

Mannaggia alle renne che si sono mangiate lo scotch e così babbo natale si è ritrovato a chiudere i pacchi con la pritt.

Mannaggia alle cene troppo lunghe, che ti riportano alla realtà di certe conversazioni che per il resto dell’anno riesci ad evitare.

Mannaggia alla fatturazione elettronica e alle mille sorprese che riserva, altro che uova di Pasqua.

Mannaggia allo sfizio di insalata russa, e dei salami, e del bollito col kren, e dei pandori e dei panettoni e dei panforti.

Mannaggia agli auguri che mi sembrano sempre ridondanti, ma poi quando arrivano mi commuovono: davvero ti sei ricordato/a di me?

Mannaggia al mese di dicembre, gonfio di appuntamenti e con quella scadenza improrogabile del giorno 25, entro cui devi incastrare tutto.

Mannaggia alla scoperta che, se anche non riesci a fare tutto, non succederà assolutamente niente: pensi di schiantarti contro il muro ma poi ti accorgi che il muro non c’è.

Mannaggia a certi Natali brutti del passato, che di Natale non avevano un bel niente, che hanno rovinato la magia che Natale è un giorno speciale e poi ti accorgi che non è sempre così.

Mannaggia alla vita che continua, alla meraviglia dei bambini che scartano i pacchi ed esultano, che gridano che babbo natale si è accorto che loro hanno fatto i bravi.

Mannaggia ai foruncoli che non danno tregua al mio viso.

Mannaggia a questo Natale 2018, che è già passato.

Mentre tutto scorre (panta rei)

Dicembre. Dicembre 2018. Ultimo mese dell’anno, ora di ricomporre l’albero, e mi sembra ieri che l’ho riposto nel sottoscala.

Qualche sera fa ho aperto una scatola dal contenuto misterioso, ci ho trovato dentro alberelli, frutto di lavoretti scolastici, fatti con l’anima della carta igienica o con altri materiali di fortuna. Si sono ripresentati puntuali, non c’è che dire; se la stessa scatola l’avessi aperta ad agosto probabilmente avrei fatto proseguire al contenuto (o alla scatola intera?) il percorso verso il bidone del secco. Così si sono salvati, per ora.

Alcuni anni fa durante il periodo delle festività natalizie Sofia aveva preso l’abitudine di portarsi in doccia delle statuine del presepio, a cui faceva il bagnetto; pur di non spezzare questa catena coi suoi indiscutibili risvolti positivi (dai che è ora di lavarsi, c’è anche il katalìcammello) ho tenuto in doccia Baldassarre e Melchiorre fino al Natale successivo.

Giorni, settimane, mesi che si inanellano; la sensazione è quella di mantenere bassa la linea dei blocchi caduti alla base del tetris. Blocchi che scendono sempre più velocemente e non mi danno tempo di pensare. Pensieri che si affastellano, il tempo che corre, la vita che avanza, ogni tanto si inceppano, dimentico un dettaglio, poi recupero, e corro.

Fermate la giostra, vorrei scendere, vorrei guardare da ferma da giù.

Inizio un pensiero, non lo porto a termine, non lo riesco a completare, un altro prepotente lo scansa, e poi un altro ancora.

Non riesco a scrivere, principalmente perché non riesco a pensare: non scrivo nemmeno messaggi, a volte neanche rispondo.

La giostra gira, peccato fermarla, ma in corsa ho paura di cadere, continuo a girare con lei, sempre più veloce, vorticosamente.

Un anno, questo 2018, iniziato in modo bizzarro: ore 3.00 del primo gennaio mi fermano i carabinieri “Ma si è resa conto che è passata col rosso?”

Sì, me ne sono resa benissimo conto, ma io non volevo, stavo giusto discutendo che il semaforo non ha solo due fasi ma almeno tre, forse quattro, forza muoviti che sei in mezzo a un incrocio.

Però sono passata, guidavo io e sono l’unica responsabile delle mie azioni, niente scuse puerili.

Favorisco i documenti, la cosa finisce lì.

Tempo una settimana che gennaio è iniziato e un’influenza da cavalli mi stende a letto per dieci giorni.

Se il buongiorno si vede dal mattino, dicono.

Invece no, tutto sommato non ho particolari recriminazioni da fare all’anno che se ne va.

Mentre ci penso mi ritorna quella data siciliana di metà anno, tanto attesa quanto deludente, marcato spartiacque tra aspettative e realtà.

Rimugino, insisto. Sotto la coltre della mia disillusione pensieri positivi si aprono un varco, emergono boccioli di ricordi belli, di momenti di amicizia, di traguardi raggiunti in altri ambiti, di soddisfazioni estranee all’obiettivo.

Momenti spensierati trascorsi in compagnia; messaggi inaspettati, per l’arrivo ma soprattutto per il contenuto; Viola che spinge sui pedali di una bici senza rotelle, la mia mano allenta la presa della sella, le mie gambe rallentano la corsa, lei procede ugualmente, autonoma.

Scoprire che a volte basta un sorriso per iniziare un dialogo, che ad un dialogo si aggancia una conversazione, e da una conversazione può nascere un’amicizia; scoprire che alcune persone sono molto più sole di quanto ogni tanto mi capita di sentirmi.

HOT PARADE AUTUNNO 2018

I dischi che caratterizzano questo momento; non significa i migliori o che siano pezzi memorabili o particolarmente belli, semplicemente sono brani che in questo periodo della mia si ascoltano con maggiore frequenza e che hanno un nesso con la vita quotidiana.

Assolutamente in ordine di niente.

* Da zero a cento – Baby K

Tocca ascoltarlo da capo ogni volta che per qualche motivo viene interrotto: Viola chiede che lo carichiamo da YouTube e riproduce fedelmente (fedelmente a modo suo) le mosse delle ballerine, cantando i pezzi che ricorda “Andale andaleeee”

* Faccio quello che voglio – Fabio Rovazzi

Questo viene ascoltato in loop in auto quando a bordo ci sono le bambine; se invece siamo a casa tocca vedere il video integrale, in cui si può apprezzare per intero la storia che sta dietro le parole.

Più che un video musicale, un vero e proprio cortometraggio scritto e diretto per intero dallo stesso Rovazzi.

Pensatela come volete, il ragazzo ha talento. Non per cantare, ma ci sa fare. Ha già sbaragliato i suoi mentori J-Ax e Fedez, ha rimesso in pista personaggi come Morandi e Al Bano. Vedo una lunga strada tracciata davanti a lui, sta andando a comandare

* Tutto tua madre – J-Ax

La (non ancora) madre che lanciava il reggiseno a ogni concerto ce l’ha fatta, e ora ha un pargolo tutto suo. Io preferivo il J-Ax senza figli, ma ho sentito molti spendere parole molto positive per la nuova veste di musicista genitore.

* Torna a casa – Maneskin

Questi ragazzi mi sono piaciuti dal primo ascolto, da quando inneggiavano con voce graffiante a Marlena / spogliati nera / apri la vela / viaggia leggera.

Ora Marlena deve aver preso il largo, perché la richiamano: torna a casa / il freddo ormai si fa sentire.

Apprezzo la coerenza di dedicare più canzoni alla stessa donna, mi unisco al coro di appello: quindi, Marlena, da brava, torna a casa!!!

* Le tasche piene di sassi – Giorgia

Finché questo tripudio di S usciva storpiato in F dalla bocca di Jovanotti non lo potevo sopportare. Ora ne riscopro tutta la meraviglia.

Mi torna in mente, granitica, una scena. Ero in età di scuola elementare e all’epoca il tempo pieno era per pochi; io andavo a scuola solo al mattino, poi al pomeriggio praticavo diverse attività tra cui, per due pomeriggi a settimana, la ginnastica.

Fosse oggi avrebbe un nome più esotico, come minimo si chiamerebbe psicomotricità; allora era semplicemente ginnastica al palazzetto dello sport.

Martedì e giovedì pomeriggio, tra le 15,30 e le 16,30 credo.

Vabbè magari dedicherò un post a parte a quello che si faceva in quest’ora e a vari aneddoti correlati; in questa sede mi limito a ricordare che una volta è successo che all’uscita a prendermi non è arrivata mia mamma. Nè una zia, una nonna, una baby sitter improvvisata. Non è arrivato un bel niente di nessuno, per un tempo indefinito che a me è parso eterno.

“Sono sola stasera senza di te / mi hai lasciata da sola davanti al cielo / arriva subito / mi vien da piangere”

Poi da dietro la curva, con uno stile di guida che Shumaker levati, è arrivata la mamma.

Non ho mai saputo cosa fosse accaduto, se mi aveva dimenticata o solo avuto un contrattempo: lei è arrivata e questo mi basta!

* Bling bling – Gue Pequeno

“Euro cash grana soldi schei / un milione anche più / anche l’ultima marlboro”

Ci sono diversi modi di riferirsi al denaro, schei è tipico veneto, ma è un termine talmente diffuso che non se ne coglie quasi l’accezione dialettale.

E poi, inossidabile, il richiamo a Mango: Oro.

Il metallo prezioso che è riferimento per il valore di ogni bene, convertibile nelle summenzionate unità di misura.

Mango col suo oro come il metro depositato al Bureau international des poids et mesures di Parigi, Gue Pequeno che ci rappa sopra a me non dispiace affatto.

* Piovesse il tuo nome – Elisa

“Se in mezzo alle strade

O nella confusione

Piovesse il tuo nome io

Una lettera per volta vorrei bere”

E se il nome che piove fosse Pierferdinando, sai quante lettere dovrebbe bersi, una alla volta? E soprattutto se cade un tafernario tanto di nome in mezzo a mille persone… non c’è pericolo che faccia dei morti?

* Pem pem – Elettra Lamborghini

Tutta in spagnolo ma si capisce perfettamente che lui non la ama ma la invita a casa sua a fumar marjuana pemperepem

* Paracetamolo – Calcutta

Collega1 entra in ufficio dicendo che si sente la febbre, se abbiamo una Tachipirina; io ravano un po’ nella mia borsa e gli porgo una pastiglia greca, equivalente di una Tachipirina 500. Collega2 gli allunga una bustina di qualcosa che sostiene essere pari alla Tachipirina 1000. Collega1 accetta la seconda offerta e io intono “lo sai che la Tachipirina 500 se ne prendi due… diventa 1000?”. Collega3 allibito, mi chiede se mi sono diventata cantautrice. Cultura musicale pari a zero, accendo Spotify e li aggiorno.

* Nera – Irama

“Nera come la tua schiena”

Che però ora a novembre è sbiadita

* Voglio – Marco Mengoni

“Voglio dire al vero amore che non era vero”

Non potete immaginare che razza di trip mentali mi scatena questa frase: se non era vero allora non posso dirglielo, perché lo direi alla persona sbagliata. O a non essere vero era qualcos’altro, non l’amore? In tal caso… cosa???

* Shut Up – Black eyed peas

Vero, è una canzone di parecchi anni addietro, ma la stanno riproponendo insistentemente e a me piaceva tantissimo e mi piace tuttora!

Sopra a tutto il dialogo cantato che termina con lo sfogo gridato della voce femminile:

“It was the same damn thing

Same ass excuses

Boy you’re usless

Whhoooaaaa”

Ciclo vitale

L’autostima non si crea e non si distrugge, ma si trasforma da un solido stato d’animo a un puzzle di mille pezzi scomposto, raffigurante una folla di minions tutti ugualmente gialli e azzurri da rimettere insieme; 101 cuccioli di dalmata frammentati in mille tesserine, cerchi Crudelia Demon come punto di partenza.

Resiste un po’, scricchiola sotto il peso dei pregiudizi di genere, spiffera in pianti liberatori gridati nell’abitacolo dell’auto a squarciagola sulle note di canzoni proposte a caso dallo zapping radiofonico, deflagra ma non si smaterializza: giace come un mucchio di residuo di combustione, pronta a risorgere dalle sue stesse ceneri come l’araba fenice.

Sublima poi dallo stato aereo per ritornare a quello solido tramite bizzarre visioni oniriche, che non hanno alcun riscontro con la realtà ma bastano a far tornare il sorriso, come una scialuppa di salvataggio.

Mentre il Titanic intero affonda Rose aggrappata ad un sughero raggiunge la riva e riparte, riprende a vivere.