Le gestures, le amiche della nonna e dove ho messo la farina

Scagli la prima pietra chi non ci ha mai provato!

Chi non è mai caduto nella tentazione di ingrandire l’etichetta dello shampoo, per verificare la concentrazione del laurisolfato, semplicemente appoggiando pollice ed indice sul flaconcino ed allontanandoli con un micro movimento?

O sulla confezione della pasta per riuscire a leggere il tempo di cottura dei fusilli?

La tecnologia ci ha abituati ad attività che in realtà non sono sempre possibili.

Parlo di azioni, in gergo gestures, che ci semplificano la vita, come il pinch per zoomare.

La traduzione letterale di pinch è pizzico, e infatti il movimento è simile: si avvicinano (pinch in) o allontanano (pinch out) il pollice e l’indice, come quando si dà o si allenta un pizzicotto, anche se con finalità diverse.

In caso di fotografie digitali funziona bene, riusciamo ad ingrandire i particolari fino a rilevare i dettagli che ci interessano.

Da una foto di gruppo riusciamo ad isolare un primo piano o una figura, vedere come era vestita, come era disteso il suo volto enne anni fa, osservare ciò che lo circondava.

Da un panorama riusciamo a risalire ad elementi particolari: un sasso, un’insegna, un locale.

A me però verrebbe naturale, quando l’insieme è troppo confuso, di fare altrettanto anche in altri contesti: non solo ingrandire i caratteri di una rivista patinata o dell’etichetta della marmellata per leggere quanto zucchero contiene.

L’olio di palma ce lo scrivono in grande che non c’è, ma se un olio di oliva è made in Italy o quanto elastan contiene una maglietta, a me serve la lente di Sherlock Holmes per capirlo.

Oppure il pinch.

Ma la cosa grave è che cerco di fare il pinch anche sui ricordi.

La scorsa settimana avevo deciso di preparare una torta; aperto il frigo ho scoperto con amarezza che avevo tutti gli ingredienti, tranne la farina.

Sono un’artista per fare qualcosa senza un ingrediente, ma la farina?

La mia nonna di torte ne faceva spesso, e se le mancava un uovo non si faceva alcun problema a suonare il campanello della vicina e chiederlo.

Cosa che mai mi sognerei di fare: DLIN DLON… scusa hai due etti di farina per cortesia? Altri tempi.

Ho iniziato a cercare di mettere a fuoco le amiche di mia nonna, 50 anni esatti più vecchia di me. Le sue amiche, quando ero bambina, avevano una decina anni più di quelli che ho io adesso.

Eppure le vedevo anziane.

Ora se penso a donne di quell’età non le vedo assolutamente anziane.

Ma quelle? Erano così diverse da come siamo oggi.

Molte di loro non sono più su questa terra, di altre ho perso le tracce.

Però come erano allora, zooma zooma, mi ricordo.

Tra le vicine di casa ricordo Carla, che mi chiamava Pippo. E io pensavo che Pippo sta a un maschio, io sono una femmina!

Nerina, senza figli, ma col suo cane Giulia, più simile ad un ratto.

Flora, anche lei senza figli, ma che più tardi negli anni avrebbe avuto un gran da fare con il marito, vittima di un ictus, che però continuava a guidare l’auto e faceva un triliardo di manovre per ricoverarla la sera in cortile.

Poi Vitalina, Rosi, Adriana. Questa ultima riscuoteva scarsa simpatia da parte mia da che mi aveva fatto i complimenti per un paio di scarpe ‘di coltello’. (A onore del vero era una pronuncia naïf di décolleté, ma io mi ero offesa perché non erano di coltello, ma di vernicia!).

Adriana ogni sera puntuale alle 19,30 gridava dal terzo piano al marito, Valteee (per iscritto Walter ma non l’ho mai sentita pronunciare Uolter), che era pronto. Gli intimava ‘vien su’ e lui non le dava nessun cenno di presenza.

Così qualche minuto dopo ancora Valteee.

Poi c’erano le amiche che abitavano al di fuori della via: Leda, sempre in tenuta leopardata, ombretto azzurro, parrucco perfetto e tacchi alti.

Veniva a far visita a mia nonna, perennemente nell’orto tra i pomodori, e cercava di mantenere un certo contegno camminando su tavole malferme appoggiate tra un filare e l’altro.

‘Miliana (all’anagrafe Emiliana) che abitava vicino al cimitero, e pare che quella casa non la poteva vendere proprio per la sua collocazione delicata, come se ai morti desse disturbo un trasloco.

Vida, veniva dalla Jugoslavia, quando ancora esisteva la Jugoslavia. Gestiva una specie di recupero e spesso arrivava con regali bizzarri.

Lidia, di origine Triestina, con gli occhi molto chiari; guidava l’auto anche diversi anni più tardi e scorrazzava la nonna (che non amava guidare) ovunque.

Mi stava simpatica perché apprezzava la mia capigliatura: mi vedeva appena alzata dal letto e si complimentava per come mi stavano bene i capelli.

Ad un certo punto, come con lo zoom digitale, l’immagine non si riesce più a dettagliare, non emergono altri particolari.

Però la farina l’ho trovata, anche senza poter zoomare (sì, ci ho provato!) … era in un’altra dispensa!

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Paragoni

Il luna park non mi entusiasma, soffro i vuoti d’aria e i giri vorticosi, piuttosto che una gita a Gardaland meglio una tranquilla passeggiata.

Ma la giostra affascina, soprattutto i più piccoli. E fu così che mi ritrovo a Leolandia, nella convinzione che si tratti di un parco divertimenti tranquillo, a misura di bambino.

Le attrazioni sono effettivamente adatte ai piccoli, resta che io soffro i vuoti.

Mi metto in fila con entrambe le figlie per salire sui tronchi, una giostra tipo montagna russa che alla fine della caduta solleva un mare di sprizzi.

Chiamiamola collina russa, che rende più l’idea.

Mentre mi trovo in fila per l’attesa alcuni megaschermi intrattengono gli utenti con messaggi apocalittici: sconsigliano di salire a chi ha problemi di cuore, di schiena e anche agli ultra cinquantenni, tanto per tenersi cauti.

Ripeto per chi si fosse sintonizzato solo a questa riga che non si tratta di un bunjee jumping, ma di una versione hard del bruco mela.

Leggo con un po’ di apprensione gli avvertimenti e la figlia più piccola che teme i vuoti tanto quanto me, inizia a dire che lei non vuole più salire; l’altra non ci pensa nemmeno ad aver atteso tutto quel tempo per niente.

Mi guardo attorno, é pieno di bambini. I due nonni dietro di me cercano di dissimulare il violato limite di età, mentre io considero che mi resta poco tempo per salire senza infrangere le regole, meglio approfittarne.

E così, tra il serio e il faceto, arriva l’attimo che saliamo sul tronco: nemmeno si ferma, saliamo al volo.

Abbraccio la piccola, le dico di tenersi forte, che la nostra vettura scenderà super veloce, ma proprio per questo tutto durerà molto poco.

Piagnucola, voglio che vada piano ripete, come se la velocità di caduta dipendesse da me.

Tieniti forte, e grida ancor più forte, le suggerisco.

La navetta viene issata da una cremagliera su una prima salita. Si avverte tutta la forza della gravità che ci tratterrebbe alla base.

Piange, saliamo, la incoraggio.

La navetta scollina, per un istante siamo orizzontali.

La navetta non si era fermata alla salita, figuriamoci se ci lascia tregua ora…!

È un attimo: la navetta scende a velocità elevata e in pochi secondi siamo giù, inondate di spruzzi. Quel tuffo al cuore che si prova nel vuoto è durato un niente, ma il cuore sta battendo fortissimo, il mio e anche il suo, lo sento con la mano che la cinge.

Era solo una discesa di prova, un’altra, più alta, ci attende a pochi metri di binario.

Abbiamo assaggiato la sensazione, ora andiamo a provarla tutta, ad impregnarci di ebbrezza.

Il cuore non smette di battere (e ci mancherebbe), va sempre più forte.

La navetta inesorabile aggancia un’altra salita, più alta, che prelude ad una discesa più impegnativa.

Nemmeno il tempo di protestare, siamo già in arrampicata, la vetta si avvicina con la fatica della cremagliera che ci issa.

Di nuovo il culmine, di nuovo la tangente orizzontale, di nuovo il vuoto sotto di noi.

Sembra non finire mai, la figlia coraggiosa seduta davanti guarda il paesaggio e grida, io racchiudo la piccola come in un bozzolo, trattengo le urla per non assordarla e non impaurirla ulteriormente.

Altra inondazione, altri spruzzi tutto intorno.

È finita, la navetta prosegue per qualche decina di metri e rallenta per consentirci di scendere.

L’adrenalina è alle nuvole, dove erano arrivati gli schizzi d’acqua.

Lo stato d’animo dell’attesa sembra evaporato, ora solo voglia di ridere e di consolare la piccolina, che reclama non è giusto, andava troppo veloce nella seconda discesa. Sottolineo la seconda.

Chi non ha mai disputato una gara e non si immagina l’evoluzione dei sensi dagli istanti che precedono la performance a come ci si sente dopo, può farsene un’idea da qui: sul blocco di partenza, al momento del via, è esattamente come essere sul cucuzzolo che precede la discesa.

Fate mente locale all’ultima volta che siete saliti su una montagna russa: a cosa stavate pensando giusto un attimo prima di precipitare? Al programma che davano in tv la sera prima? Alla battuta stronza del collega? Al rincaro dell’energia elettrica? Nulla di tutto ciò. La mente, in quell’istante, esclude tutto il resto.

Tutto, non si fa altro che pensare al via, all’inizio della caduta, all’inesorabilità di quell’istante, a quanto si è impotenti davanti a una situazione alla quale siamo presenti ma non possiamo nulla.

Ormai siamo parte di un sistema, particelle senza autonomia, eppure è per volontà nostra che siamo finiti lì.

Un pensiero fisso con il vuoto attorno.

E il prima? Come la prechiamata, quell’alternanza di posso ancora decidere, chi me l’ha fatto fare? Scherzi, battute, ripensamenti, fifa blu.

E il dopo? Uguale: euforia, lo voglio rifare.

POLVERI MAGICHE E ALTRI MIRACOLI ESTIVI

Quando entrate in una targetizzazione, fateci caso.

A me è capitato di buttarci l’occhio una volta: un post sponsorizzato che mi suggeriva un metodo di dimagrimento ‘rivoluzionario’.

Ora non ricordo nello specifico quale è stato il primo, perché come ho iniziato a porre attenzione alla cosa, mi sono accorta che ogni certo numero di post di amici ne usciva uno sponsorizzato (diverso) ma che mirava sempre allo stesso scopo: farmi dimagrire.

Qualche kg di meno ci starebbe, non lo nego, ma rimango del parere che non sia necessario acquistare bibitoni sostitutivi del pasto, tisane drenanti, indumenti snellenti, macchinari sciogligrasso e tutta una lista di proposte che a me parevano via via più incredibili.

Quello che si inventano per offrire il miracolo di un corpo in forma ha dell’incredibile, ma la cosa ancora più incredibile, dal mio punto di vista, è il numero di persone che ci credono: gente che domanda ‘quindi con questo prodotto non è necessario sottoporsi a diete o praticare attività fisica?’ e gli viene risposto che no, non è necessario.

Tra l’altro io due domande sugli effetti di certi prodotti me le porrei: si tratta di un banale bilancio, entrate e uscite. Se immetto molto e consumo poco, da che parte uscirà l’eccesso?

Gente che crede a prodotti che accelerano il metabolismo, che calmano la ‘fame nervosa’, ad esami che individuano le intolleranze colpevoli del peso in eccesso, a fanghi e massaggi che eliminano l’adipe (che? Mi schiacciano sotto un rullo compressore?)

I sali di Wanna Marchi contro il malocchio? Acqua fresca!

Resto allibita! per essere in forma bastano due cose semplicissime, mangiare meno e meglio, muoversi di più. Non mi pare un mistero nè un segreto.

Adottare uno stile di vita sano è una scelta personale, ognuno fa come crede.

Ritornando alla targetizzazione, mi domando come ci sono finita dentro: solo in quanto donna? O per età? Cosa fa pensare a questi signori del marketing che io possa essere interessata ai loro prodotti? Che possa valere la pena di sponsorizzare un post per recapitarmi il messaggio che comperando la loro polvere mirabolante potrei sfoggiare un fisico da urlo in meno di sei settimane?

Ma la cosa più inquietante è che adesso, che ormai l’estate è decollata, oltre ai suddetti mi iniziano ad arrivare altri messaggi… quelli della depilazione!

E se prima il grasso in eccesso veniva raffigurato con dei disegni, ma la foto definitiva era quella di un corpo modellato, adesso mi tocca affrontare in primo piano foreste di peli che si distaccano.

Da che parte?

DA CHE PARTE?

Guidava una Dyane rossa la mamma di B. o forse era una 2CV, non sono mai stata brava a distinguerle.

Era una mamma emblematica, era LA mamma, una professionista del ruolo.

Portava un caschetto lungo di capelli biondi, dritti come spaghetti; le labbra, dipinte dello stesso rosso un po’ stinto della vettura che guidava, distoglievano l’attenzione da una faccia leggermente accartocciata.

Indossava gonne svasate rigorosamente sotto al ginocchio, camicette ampie e mocassini coi tacchi, in pieno stile anni 70, anche se ormai versavamo a ridosso dei 90.

Ma lei rispettava i limiti!

Accompagnava B. a tutti gli allenamenti, e poi se lo riprendeva, il suo ragazzone.

Sebbene fosse biondo e di statura alta, B. non era esattamente l’idolo delle ragazze, no. Lo distinguevamo per quella sua caratteristica del culo a televisore, che accompagnato da una bracciata piuttosto scomposta, generava frequenti collisioni in corsia.

Nelle domeniche in cui gareggiavamo B. veniva accompagnato sempre dalla madre, e anche dal padre, con la sua Volvo.

Non socializzavano con gli altri accompagnatori, facevano nucleo a sè e se ne stavano per conto proprio.

In verità anche se avessero avuto dei posti auto disponibili nessuno avrebbe mai voluto salire con loro.

Ricordo di una manifestazione che si svolgeva nell’arco di una giornata intera, con una lunga pausa tra le gare del mattino e quelle del pomeriggio.

Poteva essere un 25 aprile.

Trovandoci nei pressi di Mira (Venezia) chi ci accompagnava aveva pensato di portarci a visitare Villa Pisani, e ne conservo un bellissimo ricordo: di una giornata di primavera vissuta, credo di aver disputato anche dei buoni crono quel giorno, ma di sicuro è stata una bella gita, all’aria aperta, insieme agli amici di allora, preludio di una serata di festa.

A ripensarci adesso trovo incredibile che potevo alzarmi presto, rimanere fuori casa tutto il giorno, disputare due gare e partecipare ad una festa la sera: tutto nell’arco della stessa giornata.

Ma allora avevo 15 anni.

Gita che B. si è perso perché i suoi genitori preferirono rincasare per il pranzo e poi, forse, tornare a Mira.

Anche mio papà a volte mi accompagnava alle gare; in una delle prime uscite mi ha mandata in avanscoperta a chiedere dove bisognava dirigersi.

Anche lui non brillava nell’intessere relazioni con il mondo circostante, ma io mi arrangiavo lo stesso.

Ad Arzignano, ho riferito, e abbiamo anticipato il resto della comitiva per fermarci alla prima edicola e comperare il quotidiano.

Una volta ad Arzignano abbiamo trovato tutto chiuso, e nessun atleta in procinto di gareggiare; solo la barista che stava per alzare le serrande e riscaldare la macchina del caffè.

No, oggi qua niente gare, forse dovete andare ad Arbizzano?

Arzignano o Arbizzano cosa vuoi che cambi? E via come frecce cercando di recuperare minuti preziosi sui km di disavanzo.

Anche un’altra volta, ora che mi sovviene, è accaduta una cosa simile: eravamo in vacanza in Francia, io e la mia famiglia; dovevamo andare ad Ares e abbiamo seguito le indicazioni per Arles.

Una L e qualche centinaio di km di differenza, cosa volete che è, come ripeteva l’allenatore della squadra di pallanuoto femminile.

Degli habitué dei qui pro quo.

Ho rischiato di ripetere l’errore di mio papà con Sofia, una mattina che aveva un’esibizione di ginnastica: io davo per scontato che la palestra fosse la medesima dell’esibizione precedente, per fortuna ho avuto l’intuizione di verificare il volantino al momento della partenza da casa.

Ci ho messo del mio invece salendo sul treno sbagliato il giorno del primo esame universitario, santa mamma è venuta a riprendermi a Dueville per portarmi a Padova.

Il fil rouge di tutti questi episodi?

Che a volte ‘il posto giusto’ e la giusta direzione possono anche sbagliare strada.

A mille

…ce n’è, nel mio cuore di fiabe da narrar.

Solo che io non le so; vengono fuori in modo autonomo quando, allo scopo di addormentare Viola, ottengo l’effetto opposto e perdo i sensi io.

Inizio a raccontare una cosa a caso, può essere una fiaba di quelle note o un racconto di mia invenzione.

L’incipit è il classico c’era una volta, poi segue un pezzo di storia di senso compiuto.

Dopo un minuto di monologo in genere mi rilasso e il canovaccio si impiglia in qualche ramo, le mie parole procedono sconnesse e narrano il mio subconscio ad alta voce, cose che in genere mi sorprendo a dire senza averle pensate.

Ieri sera ad esempio mi sono svegliata mentre proponevo l’alternativa: guidare una Renault 4 rossa oppure la Renault 5 verde?

Viola non sa cosa sia una Renault, per lei le automobili sono tutte macchine: mamma cos’hai detto? Renó5?

Ero partita coi tre porcellini e mi sono risvegliata con in mano la leva del cambio a 4 rapporti collocata dove adesso in genere c’è il navigatore.

L’ultima prima volta

Per tutte le cose c’è una prima volta: i primi passi, le prime parole, il primo giorno di scuola.
Ma anche il primo bacio, il primo lavoro, la prima sbornia.
Qual è il primo film che abbiamo visto al cinema? La prima volta che abbiamo sciato? La prima volta che abbiamo incontrato quella persona?

La prima sera in discoteca? Il primo concerto? La prima notte fuori di casa? Il primo viaggio da soli? Il primo aereo che abbiamo preso?

Qualcuna ce la ricordiamo per noi stessi, qualcuna la viviamo in seconda persona, osservando i figli, perché la nostra è troppo remota.
Non posso ricordare quando ho mosso i miei primi passi, ma ricordo bene quando hanno iniziato a camminare Sofia e Viola.
Non ricordo le mie prime parole, e ricordo a stento le loro.
Ricordo bene quando ho iniziato a pedalare senza le rotelle alla bicicletta, e l’ho rivissuto con la stessa emozione quando a non dover più sorreggere la bici da dietro ero io, non mio nonno.
A guidare l’auto ho imparato da privatista, con mio papà abbarbicato alla maniglia lato passeggero con entrambe le mani, la sigaretta in bocca e i piedi che cercavano il pedale del freno dove non c’era.
Ho vissuto come una liberazione il giorno dell’esame di pratica: qualunque esaminatore sarebbe stato più rilassato e, nella peggiore delle ipotesi, mi avrebbe bocciata. Mio papà invece me lo riportavo a casa ed avrebbe ripetuto altre mille volte cosa avevo sbagliato.
La prima guida da sola l’ho fatta verso l’ufficio postale, pochi km che mi sono sembrati impegnativi come la Parigi – Dakar più che altro per l’ansia che mi aveva trasmesso chi mi aspettava a casa.
Avere un familiare come insegnante crea un rapporto squilibrato, ed è il motivo per cui non ho insegnato alle mie figlie a nuotare.
Viola, suo malgrado, si è ritrovata Sofia come maestra, perché a loro piace giocare ‘alla scuola’. Fatto sta che, Rottenmeier scansati, avere Sofia come maestra è peggio che avere mio papà sul sedile di fianco.
Eppure questo gioco dei ruoli se lo sentono proprio, a loro piace e lo fanno spesso.
Col risultato che Viola ha imparato, a 4 anni e mezzo, a distinguere le lettere.
A leggere? No, solo a distinguere le lettere.
Firma i suoi disegni col nome perché sa che quelle sono le lettere che lo compongono.
Copia le cose che trova scritte in giro, senza capirne esattamente il senso.
Qualche sera fa ha preso in mano una vaschetta di Philadelphia, la crema spalmabile.
Ha guardato con diffidenza i caratteri cubitali, non capiva la P e la H vicine.
Poi, una dopo l’altra, ha scandito le lettere
F-O-R-M-A-G-G-I-O    F-R-E-S-C-O
La sua prima lettura.

Speciale San Valentino

L’inverno sta per concludersi, il vento ha spazzato via tutte le nubi, il sole timidamente si ripropone gagliardo: lì, al suo posto, con quei raggi fissi ed intensi, sembra ricordarti che lui c’è, c’è sempre stato, e ti sta aspettando.

Il cielo terso, la settimana volge al termine, tutto fila per il verso giusto.

No, non proprio tutto tutto, ma un motore che fa qualche bizza che mai sarà?

Il meccanico, consultato di prima mattina, tra il cinguettare degli uccellini e la temperatura dell’aria che spinge in su, mi rassicura:

“Ordino il pezzo, ci sentiamo nei prossimi giorni, intanto vai.”

Vai, e vai… allo stop mi si crea una piccola colonna dietro, forse pensano che io non sappia guidare, ma portano pazienza, finché lo spunto mi consente l’inserimento in carreggiata.

L’ottimismo è il profumo della vita, Gianni.

Sono sicura che appena potrò aumentare un po’ il passo queste incertezze nella marcia si scioglieranno, come la neve al sole di primavera.

Ed è così che appena varcato il telepass, l’unico effetto meteorologico che riproduco è la nebbia: una fumata bianca che pare sia stato eletto un nuovo Papa.

Procedo ai 10 km/h per un bel tratto, poi – galeotto fu il viadotto – la fumata bianca si dissolve e al suo posto, di bianco, si alza la bandiera.

Col metodo BillGates, spegni e riaccendi, una volta funziona; ma non basta a raggiungere lo svincolo.

Ferma, in corsia di emergenza, quattro frecce, e mille camion che mi sfrecciano a lato.

Se mi lasci non vale, provo a cantare. A San Valentino poi non mi pare una buona idea; ci sono coppie che per delicatezza attendono che siano trascorse le festività natalizie, prima di chiudere. Tu, cara la mia auto, non potresti attendere un paio di km che mi levo dall’autostrada? Ti avevo anche fatto un pieno di blu Diesel, irriconoscente!

Niente, chiamo il carro attrezzi.

E qui comincia l’avventura: come si chiama il carroattrezzi? Non di certo abbassando il finestrino e chiamandolo a gran voce.

No, per chiamare il carroattrezzi, da qui in avanti ca per gli amici, si compone il numero.

Giro di telefonate per trovare il numero ‘giusto’, mica ti risponde un tizio che ti rassicura ‘arrivo subito’.

Ti risponde Svetlana, a cui fai lo spelling della targa (D come Domodossola; oh Svetlana, tu sai dove è Domodossola? J come Jugoslavia; oh Svetlana, tu sai che esisteva la Jugoslavia?).

Poi ti arriva un sms.

Poi ti arriva una notifica per la richiesta di geolocalizzazione (autostrada Valdastico, direzione Rovigo, 500 m prima dello svincolo A4: mi pareva chiaro a sufficienza, no?).

Ed ecco che dietro di me si ferma un’altra auto, bianca e azzurra, col lampeggiante blu: scende una graziosissima poliziotta, mi chiede cosa faccio.

Se le rispondo che ho pensato a un picnic in corsia di emergenza rischio l’oltraggio a pubblico ufficiale.

– Sono in panne.

– E ha chiamato soccorso?

– Si certo, sto aspettando.

– Favorisca patente, libretto e assicurazione. Lei sa dove si trova?

– Beh esattamente no, ma starà arrivando.

Rispondo con riferimento al ca.

Invece la poliziotta chiedeva se IO so dove mi trovo IO.

Devo avere un aspetto disorientato, deduco.

– Non esca dall’auto, aspetti qua ferma!

Ora che mi ha dato istruzioni precise mi sento più tranquilla.

Passano minuti eterni come settimane di gennaio, il collega della poliziotta carina viene a bussare al finestrino:

– Ma quando arriva il ca?

Mi sorge il dubbio che pensino mi diverta e per questo ritardo l’intervento; ritelefono a Svetlana, che mi risponde un po’ scocciata: sono trascorsi appena 20 minuti, devo avere pazienza!

Finalmente appare lui, il ca: mi parcheggia davanti ed abbassa la pedana. Scende il tizio che lo manovra: mi ricorda molto un ex collega, soprannominato Husqvarna per la forte somiglianza con un taglialegna: berrettino, barba, buonumore. Il mio 3B.

Si procura il gancio dal bagagliaio e mi dice di assecondare col volante la salita sul suo mezzo. Issa l’auto e poi mi chiede: vuole scendere o resta su?

Sbircio dalla mia seduta alta, vedo solo camion in arrivo e un dislivello di più di un metro: rispondo come se mi avesse proposto il bunjee jumping che almeno fino al casello resto su.

Si ferma un paio di km dopo, appena prima della sbarra, mi chiede il casello a cui avevo fatto ingresso, per non incasinare il telepass.

Poi mi ripete:

“Adesso scende?”

E non è proprio una domanda, non concede riposte alternative.

Raccolgo tutte le mie cose ed esco dall’abitacolo, sulla piattaforma.

“Ma devo saltare giù?”

“Se vuole la prendo in braccio, purché pesi meno di 100 kg”

Ok mi ha convinta, anche se peso un po’ meno: balzo giù e finisco accovacciata.

Una volta a bordo concordiamo la destinazione da raggiungere; poi inizia la diagnosi, secondo lui è la turbina, ne è quasi certo.

Prosegue con la narrazione del suo lavoro, che la volante la vede spesso su quel tratto, fanno la spola, una volta sono rimasti in panne anche loro; lui mi aveva già vista stamattina, con quel fumo bianco che usciva dallo scarico, sapeva che lo avrebbero contattato, tempo di fare rifornimento e mi avrebbe raggiunta.

Mi porta fino all’officina, scarica l’auto e mi conferma la diagnosi: passa un dito sullo scarico, lo dimostra unto, lo ripulisce sull’asfalto.

Conclude serafico “è la turbina, senti che odor de costesina*”.

E odorando forzatamente se ne va, allegro come era arrivato.

* costesina: costina di maiale cotta alla brace, emana un tipico odore di carne grigliata

Scoperte sensazionali

UDITE UDITE!!!

Ho avuto la rivelazione di uno dei misteri più impenetrabili che affliggono l’umanità:

IL FENOMENO DEI CALZINI SPAIATI

ebbene ssiore e ssiori, i calzini ugnoli che si accumulano all’uscita della lavatrice / asciugatrice e che rimangono in attesa della loro anima gemella prima di ritornare nel cassetto o ai piedi, un po’ come Vladimiro ed Estragone in attesa di Godot o come Chuck Noland sull’isola deserta, speranzosi di ritrovare il compagno, ecco insomma questi qui

NON SONO PERSI, NO

non si sono mai infilati in qualche buco nero di antimateria dietro la macchina infernale

NO

è solo che

RULLO DI TAMBURI

loro non si riconoscono

cioè all’inizio erano uguali, stesso filato, stesso colore, stessa dimensione

poi una volta sono stati distanti durante la centrifuga, un’altra volta confinavano con maglie di colore diverso, insomma piccole esperienze difformi e loro si sono contraddistinti

sono ancora una coppia, anzi un paio come li chiamano al momento della vendita, ma non si riconoscono più, sembrano provenire da pianeti diversi

se vogliamo estendere la considerazione anche ai rapporti umani… fate voi

8 febbraio 2019 – giornata mondiale dei calzini spaiati

Ricordami di te

Ad inizio anno capita di imbattersi in qualche collage dei video clip dei maggiori successi di 20 anni addietro: canzoni che 20 anni prima avevano scalato le vette delle classifiche, vecchi tormentoni rispolverati, pochi secondi per ciascuna in un montaggio della durata totale di qualche minuto.

E tu sei lì che guardi, ascolti, le riconosci tutte, riemergono e ti fanno rimbalzare tra i ricordi che gli si sono annodati.

Qualcuna ha retto bene: ti ritrovi ad esclamare ‘già 20 anni???’ e intanto è già partito lo spezzone successivo.

Quest’anno non mi è capitato di trovare una cosa simile, o non ancora; e dato che sono curiosa e abitudinaria, ho fatto una semplice ricerca in internet e ho individuato un sito che per ogni anno riporta la classifica dei 100 brani: più venduti? Più ascoltati? Non lo so, ed è ininfluente ai fini delle mie considerazioni.

Trattandosi di un sito tradizionale (non è YouTube nè Spotify nè similari) la lista è una vera e propria lista: una tabella di 100 righe in cui, per ciascuna riga, compare numero (la posizione di merito), il titolo, l’interprete.

Per tale ragione la riproduzione del brano non è immediata, ma sollecita le sinapsi: leggi le info e per buona parte avviene il play nel mio riproduttore mentale.

Fa un effetto strano: leggi, canticchi, gli occhi scorrono alla riga successiva, canticchi, scorri, canticchi e avanti così fino alla riga 100.

Quando sei alla fine ti senti risucchiato nello stato d’animo dell’epoca: ricordi le ambizioni, le illusioni, i momenti belli e anche quelli difficili.

Visto che il giochino era simpatico ho pensato di farlo anche per i 5 anni a precedere, e a suon di lustri indietro sono arrivata all’anno più prossimo a quello della mia nascita.

Ovviamente le canzoni di quando sono nata non si ricollegano a momenti contestuali, ma le prime 10 della lista sono ancora famosissime. Idem per quelle dei 5 e 10 anni che hanno preceduto il mio arrivo.

I primi ricordi contestuali si attestano attorno ai miei 10 anni: al termine della scuola elementare ero perfettamente integrata nel mercato discografico.

La cosa strana è che dai 20 anni fa andando a ritroso ad ogni coppia titolo / interprete mi parte in automatico il jingle, mentre dai 20 anni fa andando in avanti questo non accade.

E non perché io non conosca il brano, lo conosco benissimo: si tratta di canzoni che ho ascoltato ad libitum e pure di recente.

Lo conosco ma non mi viene l’attacco, non mi viene il ritornello, nè l’aria di una qualunque parte.

È come se il mio database sonoro mentale ad un certo punto fosse esploso e le canzoni non ci stanno più.

Se a qualcuno interessa farsi un tour delle classifiche degli anni passati il sito è http://www.hitparadeitalia.it

Aggiungi un posto (a tavola) che c’è un amico in più

I segnali premonitori, bisogna saperli cogliere.

Una sbarra del telepass che non si alza, è un avvertimento: ricordati che il tuo percorso si interrompe, ogni tanto.

Ricordati che il tuo tragitto non si snoda su una linea retta, infinita, uniforme; è piuttosto un susseguirsi di segmenti, una spezzata, contorta, un viluppo.

Imbocchi il casello di uscita e vedi che non si alza: immagini un ritardo nei riflessi, i suoi; realizzi che i riflessi pronti spettano a te, cali il piede destro sul pedale centrale, dapprima con fare leggero, poi man mano che la distanza tra te e la sbarra si riduce, in maniera sempre più convinta.

L’auto si reinventa Karolina Kostner, inizia a pattinare, si aspetta un partner collaborativo; quando l’impatto si rivela inevitabile la sbarra si dimostra invece barbiere di Siviglia, e pettina dolcemente il parabrezza.

Una settimana più tardi, altro casello, altra direzione, ingresso stavolta, lo scenario si ripete.

Ho il telepass scarico? No: ad avere problemi è il mio predecessore, anzi sta tre auto avanti. Cerca di produrre il biglietto per l’ingresso, schiaccia qua e schiaccia là, ma la fila è sempre ferma.

Ovviamente la fila parallela procede indisturbata, Murphy ha provato spesso a spiegarlo; non hanno ancora inventato un rilevatore di possessori di telepass a distanza.

Dopo 5 minuti di paziente attesa inizio a valutare una retromarcia, e scopro che dietro di me hanno calato la sbarra di sicurezza: sono in trappola, non mi resta che aspettare.

Se per il primo della fila nutrivo poca stima, al secondo che non riesce a produrre il biglietto mi ricredo; al terzo, più vicino e quindi più visibile, ben 20 minuti dopo, ho invertito completamente la mia visione: il problema è la sbarra, non i guidatori.

Finalmente l’ectoplasma dell’omino ANAS arriva e pure io, che non ho bisogno di biglietto, entro.

Al momento dell’uscita, memore dell’esibizione artistica della settimana precedente, mi pongo il dubbio che il rifiuto a sollevarsi si ripeta: e infatti.

Freno per tempo, scendo, citofono all’omologo ectoplasma del casello di ingresso, dichiaro ad alta voce il punto di partenza.

Una sbarra che non si alza, è una richiesta di amicizia.

Il mio rapporto con le sbarre si è evoluto: ogni giorno attendo l’appuntamento, so che mi riservano sorprese, potremmo salutarci al volo o anche abbracciarci.

Potrebbero offrirmi 20 minuti di relax, una conversazione con un citofono, il brivido dell’impatto e poi no.