Fase 2,5

Ho avuto un iniziale momento di rifiuto, in cui mi sono uniformata al divano.

Mi sono trasformata in runner, mio malgrado, quando essere un runner era più azzardato che arruolarsi da brigatista rosso.

Ho scoperto l’interval training: ho familiarizzato con i TABATA, gli AMRAP, gli EMOM.

Ho sperimentato i plank, gli squat, i jumping jack, lo skip nelle loro variegate forme.
Ho rivisitato il concetto di push up, che per me era solo un capo di biancheria, e scoperto che gli affondi bulgari non si vendono in gioielleria.
Sono passata a chiamare crunch gli addominali.
Ho odiato il mountain climber per poi farci pace, una volta passata alla guerra coi burpees.

Ho inspirato ed espirato al ritmo dettato dalla voce suadente dell’insegnante di pilates o di ginnastica posturale.

Ho stretto amicizie su Instagram e Facebook con i personal trainer, ho seguito le loro dirette in differita, studiato i loro video, ricercato gli esercizi su YouTube e su Wikipedia per poi poterli riprodurre senza crearmi traumi o lesioni.

Ho preso in prestito il tappetino e gli elastici a Sofia. Ho provato a variare i ritmi di lavoro e riposo per capire quali fossero più efficaci.
Efficaci per cosa? Boh, lo scopriremo, perché non so ancora bene che senso abbia avuto tutto questo.

Adesso finalmente so che presto potrò tornare semplicemente a nuotare.

Cronache dal Covid

“Quarantena? Ma perché la chiamano così se i giorni di isolamento sono 14? Deca-tetra-ena sarebbe il termine appropriato.”

Così si scherzava in ufficio verso la fine di febbraio, quando il ciclone Covid stava per travolgere l’Italia, anzi il mondo intero, in un lockdown senza precedenti.
Nessuno credo si aspettasse una situazione come la attuale. Perché se c’è qualcuno che se la sarebbe immaginata, o quel qualcuno o si chiama Stephen King, oppure quel qualcuno ha bisogno di un bravo psicanalista.

Io stessa molte volte, dovendo fare delle scelte, di fronte ad azioni che hanno ripercussioni sul futuro cerco di prevedere più scenari e poi concludo con una decisione dettata dal ‘facciamo così’ adducendo la spiegazione “perché non sai mai cosa può succedere”.

Ecco, sul ‘cosa’ resto vaga, non so e basta; non mi immagino catastrofi o scenari apocalittici, giusto una black box, potrebbe anche essere la vincita alla lotteria (di cui non ho comprato alcun biglietto).
Non acquisto un anno di servizi pagando anticipatamente, perché anche se sono convinta di volerne usufruire, non si sa mai. Resto cauta, ma agnostica.

Chi avrebbe potuto figurarsi uno scenario come l’attuale? Chi l’avrebbe mai detto? Io no.

Ma ora che ci siamo dentro, che l’incredibile è diventato ordinaria quotidianità, ora che stiamo vivendo, su scala mondiale, una realtà che nemmeno a inventarsela, ora?

Devo innanzitutto premettere che appartengo ad una fascia privilegiata della popolazione, che non ha subito – almeno ad ora, del doman non v’è certezza – ripercussioni gravi dal punto di vista nè sanitario nè economico; che dispone di tutto ciò che è necessario, e anche di buona parte del superfluo; che si ritrova in un’abitazione confortevole e spaziosa, con una famiglia che ama.
Con due figlie che non vedevano l’ora di poter stare a casa, meglio ancora di dover stare a casa.

D’un tratto però mi ritrovo io catapultata su un’isola spazio temporale.
Per lo spazio è chiaro: ognuno a casa sua, si esce al massimo per 200 m.
Ma il limite più importante lo vivo a livello di tempo: è stato nettamente reciso il passato, e non riesco a intravvedere un segno di continuità col futuro.

Il passato mi fa male: se ci penso, se riaffiorano tutte quelle cose che stavo facendo e che sono state bruscamente interrotte, mi sento stupida.
Stupida ad aver costruito, pianificato, progettato, perché tutto quello che quotidianamente mi impegnava era da ritenersi superfluo.
Superfluo accompagnare le figlie a scuola, superfluo allenarsi, superfluo andare in gita a Venezia o in montagna o a Gardaland, superfluo uscire a cena con gli amici, superfluo festeggiare un compleanno.
Tutti i miei sentimenti erano superflui: l’emozione per una gara, la rabbia per le piccole ingiustizie, la stanchezza per giornate lunghe ed impegnative, l’allegria di una serata in compagnia a ballare.

Se penso al futuro ho paura: quando? come? e se non se ne uscisse? e se ne si uscisse per lo stretto necessario, col terrore continuo di avvicinarsi al prossimo?

Che poi, per le distanze che uso mantenere io normalmente, sarebbe il problema minore. Ma é per il prossimo mio: l’altro giorno ho appena abbassato la mascherina per poter pagare con il riconoscimento facciale sul telefono; se avessi puntato una pistola quella dall’altra parte del banco sarebbe stata meno terrorizzata.

Non mi resta che godere del qui e ora: una quotidianità priva di ricordi e di ambizioni, vuota di sguardi ad un orizzonte impercettibile.

Una quotidianità fatta di figlie che si alzano quando vogliono e appena scendono mi vengono incontro e mi abbracciano, mentre prima le vedevo qualche istante al volo ed imbronciate per la levataccia.

Una quotidianità fatta di campanelli che suonano e corrieri che consegnano pacchi, spesso sbagliando ‘ah no mi scusi… era per Alessandro’.

Una quotidianità fatta di ricerca della concentrazione sul lavoro, che non è facile inserirsi in un ambiente nuovo con lo smart working, ma si cerca di fare del proprio meglio.

Una quotidianità fatta di appuntamenti fissi delle ragazze: la merenda, Fumbleland su Rai yo-yo, chissà che imparino un po’ di inglese, la sessione di allenamento via Zoom assieme a tutta la squadra.
Sentirle, mentre attendono l’inizio della fase di lavoro, che si mostrano cani, gatti, conigli e uova di Pasqua ti riempie la casa di allegria.

Una quotidianità fatta di allenamenti a secco, serviranno o no io ci metto l’anima poi si vedrà se al prossimo 50 stile le trazioni con gli elastici sono state efficaci.

Una quotidianità fatta di consegne a domicilio: il pesce al martedì, il messicano del sabato, la pizza e il gelato quando lo si vuole.

E se durante la settimana c’è il tele lavoro da ufficio, nel
weekend ci sono i lavori domestici, quale occasione migliore per tutto il decluttering per cui non si trova mai il tempo? E per sbizzarrirsi in cucina? E per riordinare e sistemare e pulire a fondo, che difficilmente si riesce a farlo?

Nei primi giorni di lockdown mi svegliavo di notte in preda al panico: qualcosa mi disturbava il sonno, aprivo gli occhi, ricordavo la quarantena, la reclusione, e non dormivo più.
Ora come una cosa che non puoi cambiare l’ho metabolizzata, dormo serena.
Accetto quel che è, consapevole che certi momenti sono un po’ un regalo.

Le relazioni col prossimo, pure a distanza, stanno per essere riscritte come su un quaderno nuovo. Non è vero che la lontananza le uccide: è vero che restano quelle che hanno un senso e la lontananza o la prossimità, nel senso fisico, diventano dettagli di scarso rilievo.

Quando si ripartirà? Non lo so, nessuno lo sa. Riprenderemo ad alzarci molto presto al mattino, a correre avanti e indietro per la città, ad organizzare, prenotare, ricevere ospiti a cena, uscire per una passeggiata o un aperitivo.
Ritorneremo a sottoporci a visite ed esami clinici, perché non è che esiste solo il Covid, e le altre malattie non sono andate in vacanza.
Ritorneremo a calzare un paio di scarpe e mantenerle addosso per l’intera giornata.

Ritorneremo a prenderci cura di noi stessi, ad andare dal parrucchiere, dall’estetista, dal massaggiatore, al ristorante ma anche più semplicemente a fare la spesa dove ci piace, a prendere il giornale senza correre il rischio di essere insultati, a gettare le immondizie senza passare per ‘furbetti’.

Ritorneremo a fare gite, a praticare sport, ad essere liberi, anche di rimanere a casa sul divano, quando lo desideriamo.

Nel frattempo viviamo. Confinati ma viviamo.

PANDEMIA: SUGGERIMENTI UTILI (aka CONSIGLI NON RICHIESTI)

  1. Restare concentrati su ciò che si fa: per chi come me ha la fortuna di lavorare ancora, è un ottimo sistema di mantenere la mente funzionante e lontana dal catastrofismo imperante. Se siete in ferie, o qualche altra forma di congedo non meglio definita, trovatevi un’attività casalinga che vi impegni il più possibile.
  2. Mantenere la normalità: anche se ci hanno tolto tutto, anche se non usciamo quotidianamente per andare al lavoro, anche se la palestra è chiusa, anche se andare a comperare il giornale è diventata un’attività ai limiti della legalità, anche se non abbiamo più una routine da sostenere, rimaniamo noi stessi. Vestiamoci, pettiniamoci, mettiamoci in ordine. Prima di tutto rimanere se stessi.
    Noi siamo qualcuno a prescindere di tutto ciò che facciamo ogni giorno.
  3. Individuare il lato positivo della questione: io ad esempio dormo sicuramente di più.
  4. Peace and love! Non appigliamoci ad ogni pretesto per scaricare la tensione: non è colpa di nessuno, non vale la pena di prendersela col governo che emette decreti come fuochi d’artificio, con le insegnanti che cercano di sperimentare loro malgrado la didattica a distanza, con il vicino che esce a pisciare il cane, con coloro che hanno contratto il virus perché potevano stare più attenti.
    Inutile scatenarsi in filippiche contro questo o quell’altro. Se trascinati in diatribe, levarsene.
  5. Non prendiamo i canali social come una pattumiera in cui riversare il nostro livore: piuttosto che scrivere un messaggio negativo o polemico o allarmistico meglio tacere.
  6. Cercare di tenere il morale alto: cacciare via le lacrime, l’ansia, il panico perché non servono a nessuno, anzi fanno male a noi stessi per primi.
  7. Diffondere pensieri positivi e di produzione propria. Inutile rigirare video, audio, memes scritti da altri di cui nemmeno si conosce l’origine; meglio raccontare del profumo di primavera che entra dalle nostre finestre, della forma che assumono le nuvole, dell’aria che si scalda, del colore del cielo sopra la nostra testa.
  8. Non reagire a qualsiasi hashtag come delle marionette: ore 18 tutti a cantare, ore 21 tutti a pregare… a che ora andremo tutti a pagare / vagare / cagare?
  9. Non prendere niente per oro colato. Niente. Verificare sempre l’autenticità della fonte o l’autorità di un ordine.
    E anche se la fonte è fidata e l’ordine proviene da chi di dovere mantenere il buon senso, ragionare con la propria testa: non ci si butta dal ponte nemmeno se lo grida il presidente della repubblica.
  10. Mantenere i contatti, quelli veri. Ora più che mai, adesso che i mezzi di comunicazione a distanza sono rimasti gli unici disponibili facciamone buon uso.
  11. Ultimo ma non ultimo… Lavarsi le mani!

Per distrarsi un po’

Quando, ormai due mesi fa, sono arrivata sul nuovo posto di lavoro ho trovato sulla scrivania un cioccolatino ad attendermi.

Non sono particolarmente golosa di cioccolato, anzi lo dovrei evitare, ma l’ho trovato un gesto di benvenuta molto incoraggiante.
Ho lasciato il cioccolatino sulla scrivania per i momenti di calo degli zuccheri o di sconforto in generale.

Anche il solo atto di rimirare un bene di conforto a volte può essere un sostegno, e infatti il guardare questo quadrato incartato con una bella carta dorata mi tirava su il morale. Poi in qualsiasi momento avrei potuto scegliere di mangiarlo.

Chi passava di lì si stupiva della mia resistenza alla forte tentazione.

Questa mattina ci sono arrivata vicino, l’ho preso tra le mani e con un piccolo senso di rivalsa ho scoperto che qualcuno aveva resistito meno di me, perché si era assaggiato il cioccolatino in questione.
Qualcuno che non aveva avuto la pazienza di scartarlo ma aveva rimosso un pezzetto di incarto e rosicchiato l’interno.

Ridendo ho chiesto chi fosse stato ma, nel momento stesso, ho realizzato che questo qualcuno non era un umano, e che quei trucioli che parevano residui di gomma da cancellare altro non erano che la parte di incarto asportata.

I colleghi hanno predisposto una eco trappola, una specie di parco divertimenti per attirare e stanare l’intruso con l’idea di accompagnarlo all’aperto.

Vi terrò aggiornati

Più biondo di chi?

Domenica mentre molti erano in montagna a sciare o in altre località amene a trascorrere la festività io recuperavo un po’ di faccende arretrate, tra cui gli approvvigionamenti alimentari, chè il frigo faceva l’eco. In due parole ero al supermercato.

Appena la scala mobile dal parcheggio sotterraneo sbuca dentro il negozio noto tre giovani, due donne e un uomo, con casacca azzurra recante il logo di una organizzazione umanitaria mondiale, che parlano tra loro.

Una delle ragazze si stacca dal gruppetto e mi si piazza di fronte, apostrofandomi con ‘signora, lei che è più bionda di me… ha pochi minuti?’.

La risposta sincera è che non li ho (e la considerazione è che questa tizia bionda non lo è nemmeno un pochino) ma devo aspettare il marito col carrello, pertanto mi fermo in silenzio, come se la cosa mi interessasse.

La tizia incalza anche lo sventurato sopraggiunto, chiedendogli se è mio marito.

Quindi si rivolge a me domandando che lavoro faccio.

Trattengo a stento un bel “Ma che te ne importa?” ma questa ripete la domanda.

Resto vaga ‘lavoro in ufficio, sono impiegata’ rispondo. Molto vaga.

Lei allora sottopone la stessa domanda al consorte, che ricicla la risposta.

Quindi insiste con ‘avete più di 25 anni vero?’.

Mi serve questo assist su un piatto d’argento, sembra che avere meno di 25 anni possa salvarmi dalla televendita, è un rigore a porta vuota; in coro rispondiamo NO, dobbiamo ancora compiere i 25 anni.

Non mi spiego il perché ma passa già alla domanda successiva, aggiungendo un ‘ma li portate bene’ che ha inflitto il colpo di grazia alla mia capacità di tollerare i venditori pedanti.

Il suo ‘Se volete vi posso spiegare velocemente…’ viene troncato dal mio ANCHE NO, quello che normalmente scatta dopo 3 secondi quando vengo contattata telefonicamente per le proposte commerciali.

Quindi di persona ho resistito di più, me ne compiaccio.

Questa sera entro nel centro sportivo per accompagnare Viola alla lezione di nuoto e di nuovo tre giovani, sempre due donne e un uomo, sempre con la stessa casacca. Non sono gli stessi di domenica, ma la composizione del gruppetto è analoga e la pettorina è inequivocabilmente della stessa fondazione.

Avanzo brandendo le mani in segno di NO e mi lasciano stare.

Mentre attendo mia figlia mi piazzo a pochi metri di distanza da loro. Scende un tipo dalle scale con una specie di pagliaio in testa, e una delle ragazze, dai capelli castani, ne interrompe l’andatura chiamandolo ‘ehi, lei che è più biondo di me…’ ma questo tira dritto senza lasciare spazio ad altre domande inutili.

In conclusione mi chiedo se ci sia qualcuno tra i lettori, più o meno biondo di me, che sappia come va a finire questo siparietto?

Conto fino a tre

Sono ligia alle regole, in linea di massima tendo a rispettarle. A volte però mi trovo costretta a delle eccezioni, ponderando, anche in tempi ristretti, tra i pro e contro delle conseguenze.

Dovevo fermarmi dal calzolaio per lasciare due paia di sandali a rifare il tacco. Non trovando un parcheggio dal lato della strada buono, ho optato per rinviare la commissione lungo la via del ritorno, parcheggiando dal lato opposto.

Il tratto di strada non offre molta disponibilità per la sosta, ma è questione di un minuto o due al massimo.

Non mi sogno nemmeno di sostare nella corsia preferenziale del bus, così mi infilo in un cortile condominiale che riserva i parcheggi esterni agli utenti delle attività commerciali del piano terreno. Peccato che io debba andare al di là della strada, ma trattandosi di una sosta brevissima ritengo il disturbo che arreco marginale.

Considero che le attività commerciali di una zona dovrebbero essere sinergiche e concedere ai clienti altrui dei benefici in vista della possibilità che un giorno diventino clienti propri; o anche solo del fatto che l’esercente dall’altro lato della strada possa essere benevolo col mio cliente in una sorta di vicendevole collaborazione.

Con un paio di manovre sistemo l’auto davanti ad un cartello ‘Proprietà privata – Posto auto riservato ai clienti dello studio dentistico’ e mi allontano, avendo cura di occupare solamente uno dei due posti disponibili.

Ho fatto mille ragionamenti senza l’oste, che nella fattispecie veste le sembianze di un parrucchiere; passeggiava nervoso per il cortile come se gli avessero dato buca a un appuntamento. Sembra uno che sta cercando di smettere di fumare e però non sa come impiegare il tempo di una pausa.

Mi si avvicina:

“Signora scusi ma lei dove va?”

“A portare i sandali a riparare” rispondo onesta.

“E perché allora parcheggia qui?”

“Perché lasciarla sulla corsia del bus mi pareva ancora più brutto”

“Deve andare dall’altro lato della strada a cercare un posteggio”

“Preferisco evitare un’inversione a U nel traffico serale. E anche attendere che si sollevino le sbarre del passaggio a livello per cercare un posto per girarmi non mi pare una grande idea”

“Ma lo sa che questa è proprietà privata? Non può lasciare l’auto qui! Se uno mettesse l’auto a casa sua?”

“Se mi parcheggia davanti a casa per un minuto non mi cambia niente; ma comunque non la lascio: il tempo tecnico di attraversare la strada e libero il posto”

“No, lei lo deve liberare adesso”

“Certo, se invece di perdere tempo a discutere inutilmente mi lasciava andare, a quest’ora l’avevo già spostata”

“Lei adesso sposta l’auto!”

“Tra un minuto esatto”

“No ho detto adesso!”

Cerco di mantenermi cortese, se fosse un operatore telefonico che insiste avrei riattaccato da un po’ ma di persona non mi riesce di chiudere la conversazione tout court.

Mi viene un lampo:

“Ma scusi, lei è il dentista?”

E qui la discussione vira verso il ridicolo:

“No … ma sono l’amministratore del condominio!”

È risaputo infatti che gli amministratori condominiali esercitino la loro attività sorvegliando i parcheggi pestolando avanti e indietro come leoni in gabbia.

“Vabbè allora se vuole chiami i vigili, per quando arrivano non sarò più qui”

Insiste che devo spostare l’auto, io ne ho abbastanza di discussioni sterili e me ne vado dicendo NO.

“Allora adesso io … FACCIO LA FOTOGRAFIA ”

Me lo segno tra le minacce dopo aver contato fino a 3 con le mie figlie: se non scendi dall’altalena FACCIO LA FOTOGRAFIA.

Le gestures, le amiche della nonna e dove ho messo la farina

Scagli la prima pietra chi non ci ha mai provato!

Chi non è mai caduto nella tentazione di ingrandire l’etichetta dello shampoo, per verificare la concentrazione del laurisolfato, semplicemente appoggiando pollice ed indice sul flaconcino ed allontanandoli con un micro movimento?

O sulla confezione della pasta per riuscire a leggere il tempo di cottura dei fusilli?

La tecnologia ci ha abituati ad attività che in realtà non sono sempre possibili.

Parlo di azioni, in gergo gestures, che ci semplificano la vita, come il pinch per zoomare.

La traduzione letterale di pinch è pizzico, e infatti il movimento è simile: si avvicinano (pinch in) o allontanano (pinch out) il pollice e l’indice, come quando si dà o si allenta un pizzicotto, anche se con finalità diverse.

In caso di fotografie digitali funziona bene, riusciamo ad ingrandire i particolari fino a rilevare i dettagli che ci interessano.

Da una foto di gruppo riusciamo ad isolare un primo piano o una figura, vedere come era vestita, come era disteso il suo volto enne anni fa, osservare ciò che lo circondava.

Da un panorama riusciamo a risalire ad elementi particolari: un sasso, un’insegna, un locale.

A me però verrebbe naturale, quando l’insieme è troppo confuso, di fare altrettanto anche in altri contesti: non solo ingrandire i caratteri di una rivista patinata o dell’etichetta della marmellata per leggere quanto zucchero contiene.

L’olio di palma ce lo scrivono in grande che non c’è, ma se un olio di oliva è made in Italy o quanto elastan contiene una maglietta, a me serve la lente di Sherlock Holmes per capirlo.

Oppure il pinch.

Ma la cosa grave è che cerco di fare il pinch anche sui ricordi.

La scorsa settimana avevo deciso di preparare una torta; aperto il frigo ho scoperto con amarezza che avevo tutti gli ingredienti, tranne la farina.

Sono un’artista per fare qualcosa senza un ingrediente, ma la farina?

La mia nonna di torte ne faceva spesso, e se le mancava un uovo non si faceva alcun problema a suonare il campanello della vicina e chiederlo.

Cosa che mai mi sognerei di fare: DLIN DLON… scusa hai due etti di farina per cortesia? Altri tempi.

Ho iniziato a cercare di mettere a fuoco le amiche di mia nonna, 50 anni esatti più vecchia di me. Le sue amiche, quando ero bambina, avevano una decina anni più di quelli che ho io adesso.

Eppure le vedevo anziane.

Ora se penso a donne di quell’età non le vedo assolutamente anziane.

Ma quelle? Erano così diverse da come siamo oggi.

Molte di loro non sono più su questa terra, di altre ho perso le tracce.

Però come erano allora, zooma zooma, mi ricordo.

Tra le vicine di casa ricordo Carla, che mi chiamava Pippo. E io pensavo che Pippo sta a un maschio, io sono una femmina!

Nerina, senza figli, ma col suo cane Giulia, più simile ad un ratto.

Flora, anche lei senza figli, ma che più tardi negli anni avrebbe avuto un gran da fare con il marito, vittima di un ictus, che però continuava a guidare l’auto e faceva un triliardo di manovre per ricoverarla la sera in cortile.

Poi Vitalina, Rosi, Adriana. Questa ultima riscuoteva scarsa simpatia da parte mia da che mi aveva fatto i complimenti per un paio di scarpe ‘di coltello’. (A onore del vero era una pronuncia naïf di décolleté, ma io mi ero offesa perché non erano di coltello, ma di vernicia!).

Adriana ogni sera puntuale alle 19,30 gridava dal terzo piano al marito, Valteee (per iscritto Walter ma non l’ho mai sentita pronunciare Uolter), che era pronto. Gli intimava ‘vien su’ e lui non le dava nessun cenno di presenza.

Così qualche minuto dopo ancora Valteee.

Poi c’erano le amiche che abitavano al di fuori della via: Leda, sempre in tenuta leopardata, ombretto azzurro, parrucco perfetto e tacchi alti.

Veniva a far visita a mia nonna, perennemente nell’orto tra i pomodori, e cercava di mantenere un certo contegno camminando su tavole malferme appoggiate tra un filare e l’altro.

‘Miliana (all’anagrafe Emiliana) che abitava vicino al cimitero, e pare che quella casa non la poteva vendere proprio per la sua collocazione delicata, come se ai morti desse disturbo un trasloco.

Vida, veniva dalla Jugoslavia, quando ancora esisteva la Jugoslavia. Gestiva una specie di recupero e spesso arrivava con regali bizzarri.

Lidia, di origine Triestina, con gli occhi molto chiari; guidava l’auto anche diversi anni più tardi e scorrazzava la nonna (che non amava guidare) ovunque.

Mi stava simpatica perché apprezzava la mia capigliatura: mi vedeva appena alzata dal letto e si complimentava per come mi stavano bene i capelli.

Ad un certo punto, come con lo zoom digitale, l’immagine non si riesce più a dettagliare, non emergono altri particolari.

Però la farina l’ho trovata, anche senza poter zoomare (sì, ci ho provato!) … era in un’altra dispensa!

Paragoni

Il luna park non mi entusiasma, soffro i vuoti d’aria e i giri vorticosi, piuttosto che una gita a Gardaland meglio una tranquilla passeggiata.

Ma la giostra affascina, soprattutto i più piccoli. E fu così che mi ritrovo a Leolandia, nella convinzione che si tratti di un parco divertimenti tranquillo, a misura di bambino.

Le attrazioni sono effettivamente adatte ai piccoli, resta che io soffro i vuoti.

Mi metto in fila con entrambe le figlie per salire sui tronchi, una giostra tipo montagna russa che alla fine della caduta solleva un mare di sprizzi.

Chiamiamola collina russa, che rende più l’idea.

Mentre mi trovo in fila per l’attesa alcuni megaschermi intrattengono gli utenti con messaggi apocalittici: sconsigliano di salire a chi ha problemi di cuore, di schiena e anche agli ultra cinquantenni, tanto per tenersi cauti.

Ripeto per chi si fosse sintonizzato solo a questa riga che non si tratta di un bunjee jumping, ma di una versione hard del bruco mela.

Leggo con un po’ di apprensione gli avvertimenti e la figlia più piccola che teme i vuoti tanto quanto me, inizia a dire che lei non vuole più salire; l’altra non ci pensa nemmeno ad aver atteso tutto quel tempo per niente.

Mi guardo attorno, é pieno di bambini. I due nonni dietro di me cercano di dissimulare il violato limite di età, mentre io considero che mi resta poco tempo per salire senza infrangere le regole, meglio approfittarne.

E così, tra il serio e il faceto, arriva l’attimo che saliamo sul tronco: nemmeno si ferma, saliamo al volo.

Abbraccio la piccola, le dico di tenersi forte, che la nostra vettura scenderà super veloce, ma proprio per questo tutto durerà molto poco.

Piagnucola, voglio che vada piano ripete, come se la velocità di caduta dipendesse da me.

Tieniti forte, e grida ancor più forte, le suggerisco.

La navetta viene issata da una cremagliera su una prima salita. Si avverte tutta la forza della gravità che ci tratterrebbe alla base.

Piange, saliamo, la incoraggio.

La navetta scollina, per un istante siamo orizzontali.

La navetta non si era fermata alla salita, figuriamoci se ci lascia tregua ora…!

È un attimo: la navetta scende a velocità elevata e in pochi secondi siamo giù, inondate di spruzzi. Quel tuffo al cuore che si prova nel vuoto è durato un niente, ma il cuore sta battendo fortissimo, il mio e anche il suo, lo sento con la mano che la cinge.

Era solo una discesa di prova, un’altra, più alta, ci attende a pochi metri di binario.

Abbiamo assaggiato la sensazione, ora andiamo a provarla tutta, ad impregnarci di ebbrezza.

Il cuore non smette di battere (e ci mancherebbe), va sempre più forte.

La navetta inesorabile aggancia un’altra salita, più alta, che prelude ad una discesa più impegnativa.

Nemmeno il tempo di protestare, siamo già in arrampicata, la vetta si avvicina con la fatica della cremagliera che ci issa.

Di nuovo il culmine, di nuovo la tangente orizzontale, di nuovo il vuoto sotto di noi.

Sembra non finire mai, la figlia coraggiosa seduta davanti guarda il paesaggio e grida, io racchiudo la piccola come in un bozzolo, trattengo le urla per non assordarla e non impaurirla ulteriormente.

Altra inondazione, altri spruzzi tutto intorno.

È finita, la navetta prosegue per qualche decina di metri e rallenta per consentirci di scendere.

L’adrenalina è alle nuvole, dove erano arrivati gli schizzi d’acqua.

Lo stato d’animo dell’attesa sembra evaporato, ora solo voglia di ridere e di consolare la piccolina, che reclama non è giusto, andava troppo veloce nella seconda discesa. Sottolineo la seconda.

Chi non ha mai disputato una gara e non si immagina l’evoluzione dei sensi dagli istanti che precedono la performance a come ci si sente dopo, può farsene un’idea da qui: sul blocco di partenza, al momento del via, è esattamente come essere sul cucuzzolo che precede la discesa.

Fate mente locale all’ultima volta che siete saliti su una montagna russa: a cosa stavate pensando giusto un attimo prima di precipitare? Al programma che davano in tv la sera prima? Alla battuta stronza del collega? Al rincaro dell’energia elettrica? Nulla di tutto ciò. La mente, in quell’istante, esclude tutto il resto.

Tutto, non si fa altro che pensare al via, all’inizio della caduta, all’inesorabilità di quell’istante, a quanto si è impotenti davanti a una situazione alla quale siamo presenti ma non possiamo nulla.

Ormai siamo parte di un sistema, particelle senza autonomia, eppure è per volontà nostra che siamo finiti lì.

Un pensiero fisso con il vuoto attorno.

E il prima? Come la prechiamata, quell’alternanza di posso ancora decidere, chi me l’ha fatto fare? Scherzi, battute, ripensamenti, fifa blu.

E il dopo? Uguale: euforia, lo voglio rifare.

POLVERI MAGICHE E ALTRI MIRACOLI ESTIVI

Quando entrate in una targetizzazione, fateci caso.

A me è capitato di buttarci l’occhio una volta: un post sponsorizzato che mi suggeriva un metodo di dimagrimento ‘rivoluzionario’.

Ora non ricordo nello specifico quale è stato il primo, perché come ho iniziato a porre attenzione alla cosa, mi sono accorta che ogni certo numero di post di amici ne usciva uno sponsorizzato (diverso) ma che mirava sempre allo stesso scopo: farmi dimagrire.

Qualche kg di meno ci starebbe, non lo nego, ma rimango del parere che non sia necessario acquistare bibitoni sostitutivi del pasto, tisane drenanti, indumenti snellenti, macchinari sciogligrasso e tutta una lista di proposte che a me parevano via via più incredibili.

Quello che si inventano per offrire il miracolo di un corpo in forma ha dell’incredibile, ma la cosa ancora più incredibile, dal mio punto di vista, è il numero di persone che ci credono: gente che domanda ‘quindi con questo prodotto non è necessario sottoporsi a diete o praticare attività fisica?’ e gli viene risposto che no, non è necessario.

Tra l’altro io due domande sugli effetti di certi prodotti me le porrei: si tratta di un banale bilancio, entrate e uscite. Se immetto molto e consumo poco, da che parte uscirà l’eccesso?

Gente che crede a prodotti che accelerano il metabolismo, che calmano la ‘fame nervosa’, ad esami che individuano le intolleranze colpevoli del peso in eccesso, a fanghi e massaggi che eliminano l’adipe (che? Mi schiacciano sotto un rullo compressore?)

I sali di Wanna Marchi contro il malocchio? Acqua fresca!

Resto allibita! per essere in forma bastano due cose semplicissime, mangiare meno e meglio, muoversi di più. Non mi pare un mistero nè un segreto.

Adottare uno stile di vita sano è una scelta personale, ognuno fa come crede.

Ritornando alla targetizzazione, mi domando come ci sono finita dentro: solo in quanto donna? O per età? Cosa fa pensare a questi signori del marketing che io possa essere interessata ai loro prodotti? Che possa valere la pena di sponsorizzare un post per recapitarmi il messaggio che comperando la loro polvere mirabolante potrei sfoggiare un fisico da urlo in meno di sei settimane?

Ma la cosa più inquietante è che adesso, che ormai l’estate è decollata, oltre ai suddetti mi iniziano ad arrivare altri messaggi… quelli della depilazione!

E se prima il grasso in eccesso veniva raffigurato con dei disegni, ma la foto definitiva era quella di un corpo modellato, adesso mi tocca affrontare in primo piano foreste di peli che si distaccano.

Da che parte?

DA CHE PARTE?

Guidava una Dyane rossa la mamma di B. o forse era una 2CV, non sono mai stata brava a distinguerle.

Era una mamma emblematica, era LA mamma, una professionista del ruolo.

Portava un caschetto lungo di capelli biondi, dritti come spaghetti; le labbra, dipinte dello stesso rosso un po’ stinto della vettura che guidava, distoglievano l’attenzione da una faccia leggermente accartocciata.

Indossava gonne svasate rigorosamente sotto al ginocchio, camicette ampie e mocassini coi tacchi, in pieno stile anni 70, anche se ormai versavamo a ridosso dei 90.

Ma lei rispettava i limiti!

Accompagnava B. a tutti gli allenamenti, e poi se lo riprendeva, il suo ragazzone.

Sebbene fosse biondo e di statura alta, B. non era esattamente l’idolo delle ragazze, no. Lo distinguevamo per quella sua caratteristica del culo a televisore, che accompagnato da una bracciata piuttosto scomposta, generava frequenti collisioni in corsia.

Nelle domeniche in cui gareggiavamo B. veniva accompagnato sempre dalla madre, e anche dal padre, con la sua Volvo.

Non socializzavano con gli altri accompagnatori, facevano nucleo a sè e se ne stavano per conto proprio.

In verità anche se avessero avuto dei posti auto disponibili nessuno avrebbe mai voluto salire con loro.

Ricordo di una manifestazione che si svolgeva nell’arco di una giornata intera, con una lunga pausa tra le gare del mattino e quelle del pomeriggio.

Poteva essere un 25 aprile.

Trovandoci nei pressi di Mira (Venezia) chi ci accompagnava aveva pensato di portarci a visitare Villa Pisani, e ne conservo un bellissimo ricordo: di una giornata di primavera vissuta, credo di aver disputato anche dei buoni crono quel giorno, ma di sicuro è stata una bella gita, all’aria aperta, insieme agli amici di allora, preludio di una serata di festa.

A ripensarci adesso trovo incredibile che potevo alzarmi presto, rimanere fuori casa tutto il giorno, disputare due gare e partecipare ad una festa la sera: tutto nell’arco della stessa giornata.

Ma allora avevo 15 anni.

Gita che B. si è perso perché i suoi genitori preferirono rincasare per il pranzo e poi, forse, tornare a Mira.

Anche mio papà a volte mi accompagnava alle gare; in una delle prime uscite mi ha mandata in avanscoperta a chiedere dove bisognava dirigersi.

Anche lui non brillava nell’intessere relazioni con il mondo circostante, ma io mi arrangiavo lo stesso.

Ad Arzignano, ho riferito, e abbiamo anticipato il resto della comitiva per fermarci alla prima edicola e comperare il quotidiano.

Una volta ad Arzignano abbiamo trovato tutto chiuso, e nessun atleta in procinto di gareggiare; solo la barista che stava per alzare le serrande e riscaldare la macchina del caffè.

No, oggi qua niente gare, forse dovete andare ad Arbizzano?

Arzignano o Arbizzano cosa vuoi che cambi? E via come frecce cercando di recuperare minuti preziosi sui km di disavanzo.

Anche un’altra volta, ora che mi sovviene, è accaduta una cosa simile: eravamo in vacanza in Francia, io e la mia famiglia; dovevamo andare ad Ares e abbiamo seguito le indicazioni per Arles.

Una L e qualche centinaio di km di differenza, cosa volete che è, come ripeteva l’allenatore della squadra di pallanuoto femminile.

Degli habitué dei qui pro quo.

Ho rischiato di ripetere l’errore di mio papà con Sofia, una mattina che aveva un’esibizione di ginnastica: io davo per scontato che la palestra fosse la medesima dell’esibizione precedente, per fortuna ho avuto l’intuizione di verificare il volantino al momento della partenza da casa.

Ci ho messo del mio invece salendo sul treno sbagliato il giorno del primo esame universitario, santa mamma è venuta a riprendermi a Dueville per portarmi a Padova.

Il fil rouge di tutti questi episodi?

Che a volte ‘il posto giusto’ e la giusta direzione possono anche sbagliare strada.