Il grande Cocomero

Ogni tanto faccio le scoperte dell’acqua calda. Anche Cristoforo Colombo ha scoperto l’America e questa stava lì già da un pezzo.

Io ad esempio ho scoperto, dopo anni di frequentazione di un locale, che il proprietario e una delle ragazze che servono ai tavoli sono i genitori della piccola Elena; cioè chi fosse la madre lo avevo capito bene, mater semper certa, ma il padre è stata una rivelazione tardiva.

Un’altra volta ero a cena con alcune amiche in un disco-ristorante che aveva come ospite il dj Albertino: alla faccia come somiglia a Linus, considero.

Bella forza, sono fratelli, è scritto su Wikipedia, mica un segreto di stato.

Adesso scopro che il grande Cocomero non è il titolo di un film; o meglio: il film ha preso spunto dal mito del grande Cocomero dei Peanuts, un personaggio immaginario che nella notte di Halloween sorge nell’orto di cocomeri che giudica più sincero e porta i regali ai bambini di tutto il mondo.

Che poi nella versione originale non sono cocomeri ma zucche, ma che ne sapevamo noi italiani delle zucche e di Halloween al tempo in cui sono state disegnate le strisce dei Bagigi?

Italiani pizza spaghetti mandolino e una cucurbitacea vale l’altra!

Halloween è il periodo dell’anno in cui torna l’ora solare, le giornate si accorciano terribilmente. È un caposaldo nel ciclo dell’anno e nell’avvicendarsi delle stagioni, e come tale merita di essere celebrato; chi sceglie il Capodanno, chi il primo giorno di primavera, chi l’inizio dell’anno scolastico.

Linus ha scelto Halloween: si piazza nell’orto confidando che sia il più sincero e attende Lui. Immancabilmente rimane deluso.

Certo che a stilare la graduatoria degli orti, o delle zucche, o dei cocomeri sinceri ci vuole fantasia.

Ma è solo un pretesto, come il lunedì per la dieta, o settembre per la palestra.

Io ad esempio ogni giorno quando faccio rientro dal lavoro e vado a riprendere le bimbe mi attendo di trovarle festose, serene, tranquille.

A modo loro lo sono, ma dopo tre minuti delle loro guerriglie, dei loro dispetti, dei loro strilli mi rendo conto che anche per quella sera il grande Cocomero ha scelto un orto più sincero del mio.

#aedidigitali

#ilgrandecocomero

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Oggetti smarriti

O sono fortunata o faccio selezione alla fonte, di fatto non sono vittima di nessuna chat diabolica in cui arrivano pletore di messaggi privi di interesse.

Ne arrivano sì ma in numero modesto.

Così ogni tanto mi collego a qualche gruppo di mia spontanea volontà.

Anni fa seguivo uno dei tanti gruppi fb di auto-aiuto per mamme, quelli che il Signor Distruggere prende di mira.

Si trattava per la maggior parte dei post di questioni inerenti la maternità, e tra mille di scarso interesse ogni tanto ne usciva uno di utile.

Uno su mille ce la fa.

Ad esempio ho scoperto procedure abbreviate per le pratiche inps o sanitarie.

Molti post erano banali, altri erano frivoli ma simpatici: ce ne era un po’ per tutti i gusti.

È stato in quel periodo che ho scoperto l’esistenza dei sequeri.

Io ero rimasta al vecchio detto popolare che recita

Ciò che man non prende / Canton di casa rende

Ovvero se non è passato un ladro per casa, se hai perso qualcosa prima o poi lo ritroverai.

Già ci era arrivato Lucrezio che col suo

Ex nihilo nihil fit

aveva anticipato di secoli la legge di conservazione della massa di Lavoisier

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma

Si, ma dove sono finiti (scegliere a piacere tra i calzini, le chiavi, il telecomando, la bolletta della luce… )?

È qui che la scienza lascia spazio al paranormale e si quaeris miracula ovvero se desideri un miracolo, poi storpiato in sequeri, fatti aiutare da Sant’Antonio.

Esiste una formulazione dotta di una litania tutta in latino per invocare il santo padovano che andrebbe ripetuta 13 volte, la cosiddetta tredicina, al termine delle quali l’oggetto smarrito verrebbe rinvenuto.

Io mi sono accontentata di imparare la dicitura popolare

“Sant’Antonio dalla barba bianca

Fammi trovare il (calzino, mazzo di chiavi, portafoglio…) che manca”.

Pare incredibile ma cercando e ripetendo il mantra… l’oggetto si trova.

Fondamentale è cercare attivamente il pezzo, poi ‘sta filastrocca aiuta a mantenere la calma, più che altro.

La uso tantissimo con le bambine che quando perdono qualcosa vanno in panico e iniziano a frignare.

Allora intervengo io che recitando i sequeri e alzando un cuscino del divano faccio la magia e recupero la macchinina / tassello del puzzle / pallina che manca.

Mi portano in trionfo, a me e a Sant’Antonio.

Anche Viola ha imparato il testo della magia, e la vuole dire lei.

È in una fase di apprendimento del linguaggio in cui racconta un mucchio di strafalcioni divertenti, da aspetta che lo pulo (sta per pulisco), a no io non vieno (per dire non vengo), a non capiscio (in luogo di non capisco), a lo tieno (per dire lo tengo) o lo toglio (per dire lo tolgo).

La lingua italiana è proprio dispettosa in materia di coniugazione dei verbi nei casi corretti di tempo e di persona.

Sentirla pronunciare la formula magica mi fa sorridere, anche se la adatta al caso suo sacrificando la rima.

Si aggira per la stanza ripetendo

Sattattonio della babba bianca

Fammi trovare… la macchina!

Sattattonio della babba bianca

Fammi trovare… la macchina!

Ma poi dopo un po’ mi arriva delusa tra le braccia, rassegnandosi che

NON È SALTELLATA FUORI!

Dal mio terrazzo

La prima ad arrivare è una Lancia Musa color perla da cui scende un uomo che apre il bagagliaio e si cambia le scarpe: indossa le calzature antinfortunistiche, l’elmetto e si avvia verso il cantiere infondo alla strada. Subito dopo una berlina argento si protrae fino al nuovo tratto di strada, parcheggia esattamente davanti all’edificio in costruzione e viene raggiunto dall’uomo con l’elmetto bianco.

Si scambiano un rapido saluto ed iniziano ad aggiornarsi sull’andamento dei lavori.

Nel parcheggio dove sosta la Musa arriva un’altra utilitaria da cui scendono una mamma con due figli e un cagnolino: lei li sprona in continuazione, profondendo un’energia che potrebbe governare una mandria di cento buoi; invece sono solo due bambini della scuola primaria e anche piuttosto ubbidienti.

Anche il cagnolino è agitato.

Poi come in quei filmati in cui gli spalti si popolano, a ritmo accelerato, all’appropinquarsi dell’inizio dello spettacolo, la via prende ad animarsi: quella che esce il levriero afghano per i bisogni, quello che ritira la posta con gran calma e fumando la sigaretta, quella che si avvia in bicicletta verso il turno di lavoro pomeridiano, con le auricolari e una conversazione fitta in corso, quella che accompagna il figlio al calcio.

Una ragazza con lo zainetto in spalla suona il campanello in attesa che la sua amica le apra per studiare assieme: per un attimo ritorno ai miei 16 anni e ai pomeriggi di studio collettivo a cui ho raramente partecipato, perché negli orari in cui tutti facevano i compiti io ero in piscina ad allenarmi.

Anche lei ha le auricolari, ma ascolta la musica, non parla con nessuno.

Spremo la situazione avversa, quella del mio mal di schiena, cercando di estrarne tutti i vantaggi possibili, tra i quali un’ora di sole sul terrazzo.

È quasi un centrifugato quello che tento di ottenere: assorbo i raggi luminosi e mi lascio irradiare da quel calore che resta nelle ore centrali della giornata autunnale.

Dall’abitazione in cui sono entrati la donna con i figli arriva continuamente la voce materna che li incita all’azione, e ogni tanto qualche abbaiare nervoso.

Un anziano raggiunge la via con una bicicletta da donna, scende e la appoggia col pedale sul marciapiede; dal cestino afferra uno spruzzino, di quelli che si usano per concimare le orchidee, e inizia a pompare diserbante sulle erbacce che infestano il lotto che separa la mia abitazione dal cantiere. Con lo spruzzino.

Una vespa mi si avvicina, costringendomi ad un movimento repentino che mi fa sobbalzare: la schiena dolorante reclama l’immobilità.

“Mi manca solo questa!” esclamo riferendomi ad una puntura che schivo.

L’uomo con lo spruzzino alza lo sguardo e trova appiglio per il suo rammarico: le erbe infestanti sono più rapide a ricrescere che lui a sterminarle.

Sorrido, tra me e me, al pensiero di un bambino che cerca di svuotare il mare con un secchiello.

Lui finisce di spruzzare lungo tutto il marciapiede e poi si addentra nel campo con il falcetto, senza disturbare le galline che razzolano tranquille, cercando di ridurre l’erba alta.

Una telefonata che attendevo da tempo mi raggiunge tardiva.

La madre con i due figli risale in auto, per accompagnarli a qualche attività pomeridiana.

Il sole smette di riscaldarmi, un cimice mi si insinua nella maglietta, è ora di rientrare in casa.

La sala d’attesa

Siamo esseri umani, ovvero macchine strabilianti ma imperfette, che ogni tanto richiedono manutenzione o revisione.

È così che mi ritrovo a camminare come il Gabibbo da una settimana; un bel mattino mi alzo e i movimenti che fino alla sera prima mi erano naturali ora diventano impossibili: flessuosa come un tronco di pino.

Provo a resistere sperando che, come è arrivato, il dolore alla zona lombo-sacrale se ne vada.

Ricevo anche dei complimenti volanti dal finestrino di un’auto mentre incedo semi claudicante: valgono il doppio! da quanto tempo uno sconosciuto non mi valorizzava così espressamente, pensa se mi vedeva in forma, si sarebbe fermato a chiedermi un autografo.

Tronfia di questo sottovaluto l’infiammazione e cerco di comportarmi con naturalezza, svolgendo tutte le attività fisiche che sono solita.

Risultato: blocco ulteriore.

Da Gabibbo passiamo a Bibendum, l’omino Michelin.

Dopo quattro giorni di sopportazione mi arrendo e vado dal medico.

La cosa che mi indispone di più dell’andare dal medico condotto è l’attesa: intendo sia il tempo materiale che essa comporta ma soprattutto la condivisione di otto metri quadri di stanza con dieci individui che sani non sono, altrimenti non sarebbero lì.

Il mal di schiena non è contagioso, altrettanto non si può dire dell’influenza o del raffreddore: il rischio è di andare con un problema e tornare con due, come al discount.

E poi, ancor più dei bacilli, temo le vecchie!

Non sto parlando dei veri anziani, che generalmente dal medico mandano qualcuno a ritirare la ricetta; sto parlando delle vecchie, quelle che magari anagraficamente hanno appena 10-20 anni più di me.

Quelle che ne sanno una più del fornaio su chi ha sposato chi, e chi lavora dove.

Quelle che si lamentano di quanto bisogna aspettare e ti intimano di fare presto.

Quelle che guardano quanti minuti sta dentro ciascun paziente che le precede; che fanno proporzioni matematiche tra l’ora di arrivo e la durata della visita; che se c’è un informatore (ma loro lo chiamano rappresentante) lo stalkerizzano per tutta la sua permanenza.

Il caso ha voluto che invece la compagnia durante l’attesa del mio turno fosse prevalentemente maschile, anche se il risultato è stato lo stesso: chi lavora dove, ma quanti ne mancano ancora? da che ora siete qua voi? fino all’immancabile ‘lei è un rappresentante?’.

Di vecchia ce ne era solo una, e io lo sapevo che sarebbe stata la mia consolazione, che avrebbe sfoderato qualche meraviglia per darmi materia a scrivere un post del mio blog.

Si alza dalla sedia già quando entra in studio la paziente che la precede, ma non posso biasimarla per questo perché ho dovuto fare altrettanto, tanto sono rapida nei movimenti.

Mentre attende si avvicina al tavolino dove stanno sparpagliate tutte le riviste di cultura che è normale trovare in una sala d’attesa: Gente, Chi, Novella 2000.

Ne sorteggia una, la prende in mano, inizia a sfogliarla.

Poi si rivolge all’assemblea, cioè gli altri pazienti in attesa, e ci interroga con il dubbio più amletico della storia del giornalismo: ma perché parlano sempre di gente bella e ricca in vacanza, e di noialtri poareti non scrivono mai niente?

E così facendo mostra a noi ‘signori della giuria’ la foto del lato B di una qualche starlette sdraiata al sole in barca: varda qua, tutto in mostra!

Il mio sipario mentale cala sull’ipotesi della foto delle chiappe vizze di questa signora che reclama i suoi 15 minuti di notorietà.

La voce dell’innocenza

È iniziato l’autunno ma le giornate sono ancora lunghe: mi godo questi ultimi giorni di transizione verso la stagione invernale, godo della luce che a breve lascerà spazio alla tenebra, godo del lieve tepore che ancora il sole ci regala.

Sabato pomeriggio ho voluto spremerlo fino in fondo questo spicchio di mezza stagione, mi sono trattenuta ad oltranza a passeggiare con le mie bimbe, sorbendo il gelato, odorando quel lieve profumo dell’osmanto odoroso che arriva randagio dai giardini, osservando le diverse fogge con cui si veste la gente: il piumino coi sandali, la mezza manica con l’anfibio, tutto è lecito.

E poi i colori, nitidi e precisi, non più scontornati dall’afa; ancora gli abiti estivi con le loro tinte pastello che si mescolano col nero marrone del guardaroba invernale.

Una luce ottimale che risalta la realtà come il filtro Ludwig.

In questo poutpourrì di cittadinanza mi piace stare ferma e lasciare passare la gente, osservarla, ascoltarla.

La chiesa di San Gaetano si affaccia in maniera anonima sul corso Palladio, via principale di Vicenza, completamente pedonale: nessun sagrato, nessuno slargo, solo una scalinata di accesso di quattro bassi gradini che costeggia la via per una ventina buona di metri.

Wikipedia dice che

La facciata è arretrata rispetto al piano stradale, inserendosi armoniosamente tra i palazzi vicini ai quali è collegata da due brevi ali avanzanti.

In pratica si forma una nicchia che Viola e Sofia ritengono ideale per fermarsi a giocare: salgono assieme e poi si danno il via per scendere i gradini a salti, uno alla volta; non fanno schiamazzi, o comunque non superano il livello sonoro ambientale.

Loro giocano e io le osservo, armeggiando con lo smartphone per scattare un’istantanea a quell’attimo di armonia ed intesa.

Arriva una suora, col velo bianco e l’abito grigio; la sua espressione è lievemente piccata, non so se per la fatica a salire i gradini o per il disappunto verso i bambini che giocano.

È comunque quanto di più distante da uno sguardo materno ed amorevole, le manca solo il ringhio.

Aggrappata al corrimano risale il dislivello e spinge con poca decisione una delle porte di ingresso.

Viola la osserva: ha smesso di saltare mentre la suora faceva i gradini e adesso mi guarda interrogativa.

Non è ‘con aria interrogativa‘ che mi guarda, scandisce proprio la domanda, precisa: “ma dove va?”.

Io e Sofia, che è al mio fianco alla base della scalinata, ridacchiamo sommesse, sperando che la Sorella, quella con la S maiuscola intendo, non abbia sentito Viola, sorella con la s minuscola.

La suora spinge nuovamente le porte che rimangono ferme.

Viola rincara chiedendomi “Ma dove va? Non vede che è chiuso?”

La suora profonde un pochino più di energia e finalmente le porte si aprono, inghiottendo la sua figura grottesca.

Viola dà le spalle alle porte e non si è resa conto che ormai la suora è entrata, quindi continua la sua indagine: “Non lo vede che è chiuso il museo?”

“Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?”

Quando andavo alle scuole elementari portavo una cartella dentro cui stavano un quaderno a righe, uno a quadretti, l’astuccio e il diario. Stop!

Semplice no? Elementare direi, Watson.

Oggi le elementari si chiamano primarie, e di elementare hanno perso anche i connotati.

Quaderni a quadretti, a righe, ad anelli; mi raccomando che abbiano i margini; e poi le copertine, ad ogni colore corrisponde una materia; rivestire i libri, etichettare tutto. I pastelli, i pennarelli, a punta fine e a punta grossa. Il diario datato (che sti paraculi dei produttori hanno trovato il sistema per vendere negli anni a seguire i fondi di magazzino). L’album con i fogli per disegnare, le forbici con le punte arrotondate, le scarpe da ginnastica in un sacchetto di stoffa col nome.

I primi giorni di scuola è una corsa all’approvvigionamento, genitori e figli accaniti nelle corsie ‘cancelleria’ dei supermercati e nelle cartolerie: i genitori ad ottimizzare la spesa, i figli a scegliere tra i diari e gli astucci: un delirio, sembra il Toys al 24 dicembre.

Quest’anno alla lista si è aggiunto un elemento: il dizionario della lingua italiana.

Panico: la chat di WhatsApp inizia a fibrillare a poche ore dalla ricezione della lista.

Quale?

Eh sì: di quale dizionario dotare i figli?

In casa non ne abbiamo nemmeno uno, ma i produttori le liste del materiale devono averle avute con largo anticipo perché TOH ecco lì al supermercato una bella torretta ricolma di dizionari, di marca e prezzo variabili.

D’un tratto i pensieri che dovrebbero aiutarmi a scegliere mi risucchiano al mio inizio del liceo: una carriola di materiale da comprare; i miei per contenere la spesa avevano costruito con le loro mani un parallelografo e recuperato dei pennini a china di quelli a serbatoio, non a cartuccia.

Di fatto hanno ucciso sul nascere la mia scarsa propensione per il disegno tecnico, che qualche anno dopo all’università sono riuscita a farmi bocciare all’esame, uno di quegli esami cosiddetti salvanaja in cui prendono tutti 30 senza troppa fatica.

Dodici??? Ho chiesto vedendo il voto. No, che 12… R… RITORNARE! (Non aveva una mano tanto meglio della mia il professore, ma a sostenere l’esame ero io… Non gli pareva vero di bocciare qualcuno e restituire un po’ di dignità a quell’esame che tutti consideravano già fatto).

Vabbè mi sono rifatta un paio di anni dopo, conseguendo al primo appello un bel 28 in Scienza delle Costruzioni, roba che altri studenti impiegavano anni a superare, e alcuni rinunciando abbandonavano l’ateneo.

Ma sto decisamente divagando!

Dicevo che oltre al materiale per il disegno tecnico, all’ingresso al liceo era richiesto anche il vocabolario di latino.

Suggerimento degli insegnanti IL Castiglioni Mariotti, un voluminoso tomo con copertina bianca su cui l’articolo IL campeggiava a piena pagina.

IL Castiglioni-Mariotti costava parecchio, potrei azzardare una cifra intorno alle 80000£, e a casa mia giaceva sonnecchiante un vecchio vocabolario di latino, senza copertina e senza autori illustri. Forse proprio senza autori.

“Quello va benissimo, di certo non ci sono neologismi nel latino, non vediamo che senso abbia spendere tanto quando hai già tutto” avevano sentenziato i miei.

Che è un po’ il filone logico per cui a Natale ricevevo la Tania in luogo della Barbie e il motivo per cui adesso voglio l’iPhone e non l’Huawei.

Obiettivamente neologismi no, ma il motivo per cui IL C-M era così corposo e il mio era tanto snello c’era!

Io l’ho scoperto alla prima versione in classe!

La versione è un compito in cui l’insegnante distribuisce un foglio con un brano da tradurre, tratto da qualche opera generalmente di Cicerone.

Si chiama versione e non traduzione perché il lavoro maggiore non consiste nel tradurre i vocaboli, ma nel ricostruire il senso logico delle frasi, individuando principalmente soggetto e predicato, quindi assegnando un valore logico coerente ai complementi, sostantivi declinati nei casi corrispondenti.

Un esercizio molto più matematico che linguistico, nel quale il pensiero laterale a volte si rivelava fondamentale.

Dove non arrivava il pensiero laterale, arrivava IL C-M: tu cercavi un termine e trovavi tutta la frase già tradotta.

Io invece cercavo un termine e trovavo il suo primo significato.

In questo modo mi sono trovata costretta a girare e rigirare il mio vocabolario vintage come fosse un motore di ricerca, e ad ingegnarmi per fornire un senso compiuto a frasi che apparentemente non ne possedevano alcuno.

Qualche anno dopo, quando mia sorella ha iniziato il liceo, in casa ha fatto ingresso il famigerato IL.

“Quello ormai è distrutto, perde le pagine, ha fatto la sua epoca” avevano ammesso i miei.

Questa considerazione mi è rimbombata mentre dalla torretta dei dizionari avevo preso in mano un Garzanti che costava più del triplo degli altri.

Poi lo userà anche Viola, mi sono sorpresa a pensare. Ma il fatto di avere qualcosa di riciclato è un deterrente per appassionarsi alla materia.

Meglio questo, più facile da utilizzare, con i colori a bordo pagina per individuare di primo acchito la lettera iniziale.

“Il mio primo dizionario” mi pare adatto ad una terza elementare, e il costo contenuto non mi farà rimpiangere di doverne comperare presto un altro.

Scelta fatta.

In fin dei conti avere uno strumento limitato ha affinato la mia capacità di fare ricerche mirate su Google, 30 anni dopo.

Per poi sentirsi dire da Sofia, una volta a casa la sera “Mamma… questo è proprio QUELLO che le maestre hanno consigliato di prendere!”.

Resoconti che su trip advisor mancano

Settembre è tempo di santi patroni e feste paesane, nella zona in cui vivo.

Una di queste mi piace in particolare, la chiamano ‘festa del buon rientro’ a sottolineare il fatto che viene organizzata per riprendere la socialità da dove la si era interrotta prima dei soggiorni vacanzieri.

Per evitare di arrivare troppo tardi e trascorrere tutta la serata alla ricerca di un parcheggio, prenoto un tavolo in quella che una volta era una pizzeria.

Consultando il sito in velocità alla ricerca del numero di telefono non attribuisco troppa importanza alla denominazione Ristorante.

Scopro la conversione al rango più elevato solo una volta arrivata sul posto, con 20 minuti di ritardo: troppo tardi per cercare un’alternativa.

L’ascesa da comune pizzeria a pretenzioso ristorante ha comportato una maggiore raffinatezza nell’allestimento dell’ambiente e una forzosa formalità nel personale di sala, che si sforza di darsi un tono di alterigia, pur rimanendo di semplice natura.

“Ma perché ci cambiano il piatto per metterne un altro di uguale?” mi chiede Sofia con la sua schietta ingenuità.

Trattandosi di una serata di festa locale l’esercizio ha tutti i tavoli impegnati. Nella nostra sala sediamo all’unica tavolata collettiva, per il resto sono tutte coppie. All’interno del locale ci sono due sale, più un giardino esterno: non vedo tutti gli altri avventori ma dal silenzio che regna posso affermare con buona certezza che solo noi abbiamo bimbi al seguito.

La coppia seduta al tavolo di fianco al nostro è formata da due giovani, uomo e donna; sembra una coppia di recente formazione, lei in particolare sembra molto entusiasta dell’essere fuori a cena, lui appare più compassato.

La ragazza ha capelli scuri e lucidi, raccolti da una pinza; il viso di forma triangolare, molto abbronzato, è impreziosito da un paio di occhiali con la montatura rossa, dietro ai quali non passano inosservati due occhi color nocciola accuratamente truccati.

In particolare noto le unghie laccate con uno smalto color acquamarina, che fa pendant con il foulard che indossa.

Lei parla, telefona, racconta, ride, si avvicina a lui, si allontana; lui sta spalmato sulla sedia e la ascolta.

Cerco di fare in modo che gli schiamazzi delle mie bimbe non disturbino troppo, e tutto sommato riesco a contenere i decibel, ma ovviamente siamo il tavolo più rumoroso.

Siamo un po’ fuori dalla media della frequentazione: tutti così compìti gli altri, ma nessuno ce lo fa pesare.

A servirci sono il proprietario e due donne, ciascuno con mansioni diverse: chi raccoglie gli ordini, chi i piatti e chi serve le pietanze.

In comune hanno quell’aria un po’ impettita e una colorazione dei capelli nera oltremodo artificiale; una delle due donne mi ricorda Amelia, la fattucchiera che ammalia: alta, magrissima e in testa un cespuglio corvino; l’espressione molto triste, quasi funerea, dà la sensazione di non approvare la nostra presenza.

Mangiamo un antipasto ed un secondo, poi cerchiamo di accelerare i tempi ed ordiniamo i caffè, direttamente al capo. L’altra donna ci porge i listini per i dessert e, mentre cerco di spiegarle che siamo già oltre il dolce, un missile nero della lunghezza di pochi centimetri volteggia sopra il nostro tavolo per un istante e poi fugge via.

La donna ci informa: è un pipistrello! Abbandona i listini sul tavolo e scappa via, senza ascoltare il mio diniego.

Da quel momento l’atmosfera di cena in ambasciata viene infranta, e sembra di essere precipitati al circo: il volatile alterna la sua presenza tra le due sale e, ora l’una ora l’altra, si sprecano in urletti isterici collettivi e abbassamenti repentini del capo, seguiti da uno studio attento del resto della traiettoria. Le mie figlie acclamano all’uccellino, ma spiego loro che è un pipistrello, o più brutalmente un topo con le ali.

La cameriera con la chioma informe si mantiene serissima ma si piega in due per schivare ogni passaggio della bestiola.

La fashion girl al mio fianco che fino a quel momento ci aveva ignorati con aria di mondanità non condivisibile con una famigliola, si mette a ridere e diventa un’appendice della nostra tavolata, quasi partecipa ai nostri discorsi; è rimasta temporaneamente sola e sembra che chieda asilo e protezione.

Il suo compagno, che si era assentato qualche minuto, di ritorno dai servizi trova lo scenario cambiato, e si guarda intorno disorientato come un attore catapultato sul palco di una commedia per cui non ha studiato la parte.

La sua ragazza gli indica il volatile e anche lui si unisce al coro degli ‘uuuhhh’ ad ogni passaggio; il suo uuuhhh è un’ottava sopra perché alle sue spalle abbiamo aperto la finestra, nella speranza che il simpatico notturno trovi la sua strada.

Ed ecco che ritorna in sala l’eroe della serata, il proprietario del locale: munito di un retino verde per acchiappare le farfalle ci spiega che la visita è diventata ormai routine, il pipistrello si presenta tutte le sere, fa un giro e poi se ne va. E mentre racconta la storiella dell’orso… ops… del pipistrello, lo cattura e lo accompagna fuori.

Poi con aria trionfale commenta, rigorosamente in dialetto “Queste donne… tutte spaventate da un uccello”.

Giusto per confermare che all’osteria era stato fatto indossare un abito troppo stretto.

404 – Page not found

Gli amministratori della mia pagina fb si sono accorti che non pubblico da qualche giorno. Mi fanno notare che ci sono 404 followers che attendono mie notizie.

Se ci aggiungiamo i followers degli altri social mi vien da dire che c’è una folla trepidante di un migliaio di persone che, stando ai fantomatici amministratori, non dorme di notte dall’attesa.

Invece secondo me al massimo ci saranno 44 persone che sono consapevoli dell’esistenza di un mio blog.

Stima ottimistica: 44 contati in discesa e col vento a favore.

Però quel 404 mi ha colpito, perché 404 è il tipico codice di errore in internet per dire Page not found.

Così mi sono un po’ messa una mano sulla coscienza e mi son detta: cosa posso raccontare ai miei seguaci, pochi o tanti che siano?

Ho letto parecchi libri durante le mie vacanze, ma ve li sciropperete un po’ per volta, altrimenti sì che i 404 diventano proprio ‘not found’: scappate via tutti.

La settimana del rientro non è stata particolarmente interessante: è iniziata con un volo in ritardo di ben 4 ore.

I passeggeri vengono informati un po’ alla volta, un’ora dopo l’altra.

Nella prima ora di ritardo ho ripensato alle attese che ho pazientato in altri aeroporti del mondo, negli anni passati.

Poi la seconda ora ho cercato di ricordare i dettagli di quel film in cui Tom Hanks vive in pianta stabile dentro il JFK di New York, che però in realtà le riprese le hanno fatte a Montreal.

Dalla terza ora in poi pensavo ai passeggeri che attendevano il DC9 di Ustica, che il volo non lo hanno mai più preso.

Il rientro al lavoro è stato a dir poco sconfortante: non so se mi sono incazzata di più per non aver ancora delineato la mia determinazione nel far le cose fatte bene o per aver dimenticato i motivi per cui un certo task era rimasto incompiuto (fosse stata una dimenticanza me ne cruccerei di meno, invece c’è una ragione specifica, e soprattutto sensata, per cui è rimasto pendente, ed escludo l’incuria).

Nei trend topic è passata la ricorrenza dei vent’anni dalla morte di Lady D.

Ricordo molto bene quella notizia, i replay della ricostruzione dell’incidente nel tunnel a Parigi, i fotografi che avevano ripreso la principessa fuori dal Ritz con un uomo che non era suo marito.

È un ricordo impresso nella mia memoria per due ragioni: la prima è che nello stesso giorno era arrivata un’altra terribile notizia, meno mondana e molto più tangibile.

La seconda è che mi si attribuiva una forte rassomiglianza con il personaggio di Diana Spencer, e la sua scomparsa ha aperto la via a falsi riconoscimenti postumi.

Una mattina stavo passeggiando per il corso Palladio e una giovane coppia si è fermata a qualche metro: lei mi ha osservata e poi ha strattonato il braccio di lui e gli ha detto tutta in fibrillazione ‘ma hai visto??? È Lady D!!!’.

Ecco, tutto ciò ben 20 anni fa.

Oppure potrei consultare i miei followers su alcuni dubbi amletici, tipo: chi ha inventato le luci temporizzate nei wc? Deve essere qualcuno che voleva diffondere la macarena nel mondo.

Oppure: perché nei bar ti propongono della carta oleosa mascherata da salviette?

O anche: quelli che hanno la go-pro e se la portano in giro giornate intere, in montagna, in bicicletta, in moto… poi passano la giornata successiva a sbobinare e riguardare il tutto?

Ultimo argomento che al pari degli altri non fa notizia è che Viola ha compiuto i tre anni e magicamente ha preso a dormire la notte intera, ma ssshhhh… diciamolo piano che non cambi idea.

Giù dal chiodo!

Da quando è nata Viola non avevo più corso. Non sono una runner, non mi infiltrerei mai nella nebbia e nel buio invernali, ma quando arrivavano i mesi estivi, di sospensione dell'attività natatoria, qualche corsetta me la facevo.

Poi, complici le notti insonni, avevo lasciato perdere.

Un giorno di luglio mentre ripongo un paio di sandali vedo le mie Mizuno abbandonate che mi strizzano l'occhio; il pensiero delle mie gambe poco toniche, scacciato poche ore prima, ritorna prepotente.

Potrei soffermarmi sulla fatica di alzarsi alle 6.00, ma preferisco raccontare di quanto sia bello uscire di casa quando ancora tutti dormono; calzare le scarpe, sentirle aderire perfettamente al piede; muovere i primi passi pian pianino avviando il riproduttore mp3 e infilando le auricolari nelle orecchie.
Vedere gli stormi degli uccelli comporre le formazioni a V nel cielo e le anatre nuotare nel Tesina.
Osservare i fiori rigenerati nella notte, con petali ben distesi; chè una sera mi ero fermata per fotografarli, ma non erano più così freschi.

Fiori selvatici dai bordi delle strade e fiori coltivati che si inerpicano sulle reti di recinzione, vorrei fotografarli tutti.

Guardare i colori del mattino, la luce ancora tenue, il sole che sta salendo, il cielo azzurro e rosa.
Incontrare le solite faccie di chi corre nel senso di marcia opposto o porta a spasso il cane, o semplicemente cammina.

Salire sull'argine, individuare un tracciato poco disconnesso, percepire la rugiada della notte che filtra attraverso i calzini. Ritrovarsi immersi completamente nella natura, invisibili da tutte le case. Evitare le lumache, quelle senza la casetta che sembrano foglie accartocciate.

Attraversare il ponte e ritrovarsi sul tratto di argine più largo, su un sentiero più agevole.

Scendere dall'argine direttamente in centro al paese, incrociare i ciclisti del mattino e le prime automobili che si recano al lavoro.
Svoltare per la via in cui si trova lo studio medico e sorridere al pensiero dei bisticci che tra poche ore avranno luogo tra i pensionati per il posto in coda.

Ritrovarsi lungo il viale della Forall con l'insegna luminosa che riporta ora e temperatura.
Col sole in faccia arrivare fino in fondo al viale, accecata dal riverbero, senza vedere nulla tranne il sole e la strada, e fingere di essere sul ponte di Brooklyn a correre la maratona.

Immaginarsi la folla che acclama il mio arrivo, battere il cinque ad un cespuglio di lavanda che sporge da una recinzione.
Passare attraverso le vie lambite dalle irrigazioni mattutine.
Svoltare l'ultimo angolo, con la consapevolezza di essere ormai arrivata a casa. Attraversare un incrocio bislacco ma tanto a quest'ora non c'è nessuno.
Vedere casa, estrarre il telecomando con 400 m di anticipo.
Scendere la rampa del garage, togliere le scarpe e pensare: domani ancora.
E poi, una volta ferma, quando il tenue scirocchino creato dalla mia modesta velocità smette di asciugare il sudore, sentirlo imperlarsi, rigare la fronte, solcare la gote.
Domani ancora.

Un penny per i miei pensieri refrigeranti

If I share with you my story

won't you share your dollar with me?

Tranquilli, non è una richiesta di denaro, mi basta condividere con voi una storiella refrigerante che mi è tornata in mente a pranzo qualche giorno fa.

Si parlava di climatizzatori, in particolare di guasti ai climatizzatori, di questo caldo ostile (ostile ai più, io lo apprezzo), di sopravvivenza alle temperature elevate, di alternative ai climatizzatori.

Uno dei commensali se ne esce raccontando di aziende che commercializzano ghiaccio e a me la cosa è rimasta impressa perchè proprio la stessa mattina alla radio avevano raccontato di tre imprenditori della zona che hanno fatto fortuna grazie al ghiaccio.

Un altro dei commensali schernisce l'attività menzionata, perchè tanto il prodotto arriva a destinazione già tutto sciolto; io non gli dò peso perchè questo collega è disprezzo-uno-stile-di-vita.

Qualunque sia l'argomento lui ha da ridire, che non si fa così, che solo in Italia, che altrove è meglio, che lui aveva uno zio che.
Aveva appena terminato una filippica sull'uso delle cinture di sicurezza, che lui ha l'esenzione, ma sui sedili posteriori a cosa serve, ma quelli che vanno in moto non la usano, ma negli altri paesi non è obbligatoria.

Penso che ognuno di noi abbia nella sua cerchia di conoscenze un simile elemento, colui che sa tutto ma quando gli chiedi di aiutarti sguiscia come un'anguilla e arrangiati.
Si capisce perché io non presti tanta attenzione alle conversazioni, che partono sempre per la tangente con un tale partecipante, così ho iniziato a pensare a quanto impiega a sciogliersi il ghiaccio.

Mi sono tornati in mente due episodi, esempi pratici che sciolgono, in ogni senso, il dubbio fisico su cui stavo ragionando.

Il primo risale a qualche decade fa, quando andavo in vacanza in campeggio con i miei genitori. I campeggi di allora non sono nemmeno lontani parenti di quelli di adesso, villaggi super attrezzati.

I campeggi di allora lo erano nel vero senso della parola: picchettavi la tenda, gonfiavi il materassino, dormivi nel sacco a pelo e mangiavi su tavolini improvvisati quanto traballanti.

La corrente elettrica non raggiungeva tutte le piazzole e comunque noi ne facevamo tranquillamente a meno: lampada e fornellino alimentati a bomboletta di gas, nessun elettrodomestico (no televisione, no asciugacapelli, ovviamente no telefoni); il frigorifero si riduceva ad un contenitore termico che evitava che le pietanze si deteriorassero in poche ore.

Pochi giorni fa ho letto un post nostalgico dai toni ah-come-era-bello-il-campeggio. Anche no, ma casomai ne parlerò in un altro momento.

Il frigorifero dicevo era uno scatolone dalle pareti isolanti in cui creavi il fresco con le buste refrigeranti, da portare ogni 24 ore al market dove te le riponevano nel freezer dei surgelati e il giorno dopo non le trovavi più, perchè qualcuno le aveva scambiate con le tue, già fresche, e ti aveva lasciato lì, forse, le sue, calde. Forse.
Così i campeggi più all'avanguardia vendevano dei blocchi di ghiaccio da un paio di kg, che tenevano sì fresco ma poi ovviamente si scioglievano e il formaggio che volevi mantenere per la sera te lo trovavi a galleggiare insieme alla mortadella e buon appetito.

Le vacanze con i miei genitori non erano mai ripetitive, ogni anno si cambiava meta, stessa spiaggia stesso mare solo nella canzone. Di conseguenza io non ho mai avuto 'gli amici del mare' ma nemmeno il piacere di consolidare i percorsi che dalla piazzola portavano alla spiaggia, ai bagni, al market.
Mi assegnavano piccole mansioni tipo vai a lavare i piatti, a prendere acqua con la tanica (no, l'acqua corrente non faceva parte delle comodità), a comperare un litro di latte; e io, che quando veniva distribuito il senso dell'orientamento ero da qualche altra parte, forse a nuotare, mi perdevo, immancabilmente.
Impiegavo ore per cercare la piazzola, e non sapevo nemmeno come fare a chiedere indicazioni: peregrinavo fino a che, per esclusione, la trovavo.

Questo scenario per dire che io lo so bene che il ghiaccio a blocchi impiega parecchio a sciogliersi, che quella volta che mi hanno spedita al market a prendere il cubone sono riuscita ad arrivare con ancora metà del blocco compatto, e il resto liquefatto lungo il tragitto, tipo Pollicino, così capivo se da quel sentiero ci ero già passata.

Il ghiaccio a pezzetti si scioglie più in fretta, ma se è tanto, comunque impiega parecchio tempo.
Anni fa, appena una decina in questo caso, nella squadra di nuoto c'erano alcuni elementi che amavano organizzare festicciole estive in campagna.
Chiamavano tutti gli amici, e gli amici degli amici, ognuno portava qualcosa e si metteva un po' di musica.
Tra gli ospiti, a volte in veste di organizzatore altre di invitato, vi era tale Matteo; anche Matteo è un personaggio caratteristico, uno di quelli che in tutte le compagnie ce n'è uno. Lui è quello che arriva sempre dopo, che non si affretta per rispettare gli orari o gli impegni presi.
Così quella volta che era invitato ha chiesto cosa doveva portare quando tutti ormai si erano presi la loro parte di incarico e se ognuno porta per due / tre volte il quantitativo che mangerebbe va a finire che viene avanzato un mucchio di cibo.
"Matteo porta il ghiaccio per mettere le bibite in fresca" il compito che gli viene assegnato.
E ovviamente non è che puoi procurartelo la mattina per portarlo la sera, no: lo prendi subito prima, giusto quando sei di strada.
Ma Matteo non è, come dicevo, uno che si anticipa; arriva alla Auchan in orario di chiusura e pensa di trovare il ghiaccio senza nemmeno aver verificato se sia presente in assortimento.
Spiacenti non abbiamo ghiaccio da vendere, si sente rispondere, ma essendo in orario di chiusura il banco del pesce gli propone di tirarsi su quello che durante il giorno ha mantenuto arzille le triglie e le orate.
A Matteo non par vero: ghiaccio disponibile e a prezzo zero, fantastico.

Se non che quando gli invitati vedono una buona quantità di ghiaccio tritato fino non pensano più ormai alle bibite da refrigerare: come Homer Simpson quando vede le ciambelle perde la testa, ci sono due o tre che pensano bene di farsi un cocktail.

Cosa c'è di meglio in una calda serata estiva di un mohito al gusto di branzino?