Ufficiale e gentiluomo

Poco dopo le 6.00 il richiamo dall’altoparlante ci annuncia che siamo prossimi a terra. Con qualche contorsionismo ci disincastriamo dal Tetris della cabina e raggiungiamo il bar, dove tira un vento gelido di aria condizionata polare.

Poco alla volta tutti si risvegliano; chi ha usufruito del passaggio ponte si attarda un po’, raccoglie le proprie cose sparpagliate attorno. Qualcuno approfitta degli ultimi attimi di sonno, coprendosi testa e orecchie per attutire il disturbo del via vai.

Si vede già terra, eppure lo sbarco si farà ancora attendere.

Verso le 7.00 iniziano a chiamare gli automobilisti, suddivisi per garage.

Quelli più prossimi alla discesa defluiscono ai piani inferiori, gli altri attendono pazientemente sulle scale.

Ogni tanto si apre un nuovo garage e la folla si riduce, permettendo di discendere un altro piano.

Sull’ultima rampa sta disteso un uomo. La testa avvolta in un indumento, i piedi scalzi dalla pianta nerissima.

Indossa un paio di jeans sdruciti e una t-shirt consunta, che non copre le braccia macilente.

Attorno a lui bottigliette vuote, qualche effetto personale e tanta, tanta confusione.
Lui dorme, profondamente.

Gente che va e viene, bambini, cani, schiamazzi.

Tutti in piedi, lui disteso, dorme profondamente.

Bisticci di bambini assonnati, chiamate urgenti alla reception, risate da relax post vacanziero.
Lui dorme.

Passa un uomo dell’equipaggio, tenta di svegliarlo blandamente, gli dice che stiamo attraccando a Olbia, mentre siamo a Livorno.

Lui dorme, profondamente.

Scompiglio per l’annuncio errato tra gli astanti. Una famiglia in difficoltà a svitare il tappo della sua bottiglia di acqua.

Lui dorme.
Ormai dovremmo esserci, tra poco scenderanno tutti, sono ormai le 8.00.

Arriva un altro uomo dell’equipaggio, più alto in grado, prova a chiamarlo in modo perentorio.

“Signore, signore! Deve svegliarsi, siamo arrivati”

Niente, nessun segno di vita.

Una donna avvisa che già un collega aveva tentato la missione, senza successo.

Il tizio in uniforme bianca, con la spallina blu e le stelle dorate, i capelli neri raccolti in un codino, la barba che sa di pulito, non capisce.

“Un collega? Chi?”

La donna paziente gli risponde che non sa, un altro dell’equipaggio.

Nuovo tentativo più deciso del precedente: “Signore si deve svegliare” che però non sortisce alcun effetto.

L’uomo in uniforme inizia a spazientirsi e la tensione si fa palpabile.

Si accovaccia e prova a muoverlo, meditando a voce alta di chiamare la sicurezza.

Il tizio disteso accenna un lieve rotolamento, protesta da sotto la giacca che gli fa da turbante e mascherina.

Di nuovo un richiamo: “Signore deve svegliarsi”

L’altro prende forza e ribatte a voce impastata “ma io vivo qua” senza aprire gli occhi.

Disappunto tra i presenti, mormorii.
L’uomo in uniforme sta per rialzarsi e chiamare rinforzi.
Poi qualcosa lo attrae, ritorna abbasso e chiede “Ma tu… mica se’ Joseph???”

Ed è lui!
Carramba che sorpresa! L’uomo che dormiva si alza lentamente in piedi, con aria stralunata, la barba incolta, i capelli rasati, un occhio semi chiuso, peserà 50 kg.

“Joseph, che bello rivederti! Vieni vieni con me, che fai qua?”

I due si abbracciano e sembrano sinceramente felici di vedersi.

Il contrasto tra le due figure, il barbone e l’ammiraglio, si fonde: ora non sono più i ruoli che rappresentano, ora sono loro due, sono amici che non si vedono da un sacco di tempo.
Hanno recuperato ciascuno la propria dimensione umana.

“Vado a trovare i nipoti e tu?”

“E io ci lavoro! Vieni dai che ti faccio vedere un po’ in giro! Dove hai parcheggiato la macchina? Ti offro da bere!”

Il pubblico, non pagante, si scambia incredulo occhiate coi lucciconi mentre Joseph e l’ammiraglio si allontanano.

Sardegna 2022

Cosa riporto a casa da questa vacanza?

Rigorosamente in ordine random:

  • la sigla del tg1 delle 8,00 che riecheggia dalle finestre del vicino;
  • una cavigliera da ragazzina che ho trovato sul fondale mentre nuotavo;
  • un bel po’ di sabbia, sospinta dal vento incessante, e rimasta appiccicata agli asciugamani;
  • il monito che dentro un barattolo con la dicitura ‘zucchero’ potrebbe nascondersi altro (mamma come è salato questo the);
  • gli abitanti del centro che siedono sulla soglia di casa a fare salotto, direttamente sul ciglio della strada;
  • il sapore del sale chehaisullapelle chehaisullelabbra che dopo i primi 5 minuti di nuoto ti arriva fino in gola e hai voglia a sciacquare quando esci: non va più via;
  • che se vuoi la pasta senza formaggio devi precisarlo;
  • le seadas, il mirto, il pecorino, il pane carasau, il porcellino, i malloreddus, le sappuedas, il melone verde, l’acqua smeraldina e i tappi delle bottiglie che a Viola non piacciono;
  • il materasso del letto che pare un tagadà;
  • le visite alle miniere di Serbariu e al sito archeologico di Barumimi, la preparazione e la cortesia delle guide che ci hanno accompagnato, la totale mancanza di indicazioni stradali per raggiungere i luoghi;
  • il ballo della scopa che partiva in spiaggia appena si liberava un posto e tutti correvano a riaccaparrarsi la posizione migliore;
  • le folate improvvise che rovesciano gli ombrelloni e la gente che corre a riprenderli; noi siamo riusciti a rompere il nostro al secondo giorno: non male considerato che ci sono suppellettili in terracotta che resistono per millenni;
  • le figlie che socializzano con i coetanei (in misura diversa! ) e spariscono; poi ritornano (sempre in misura diversa);
  • l’esercente che non vuole rovinare il layout del suo plateatico e ci chiede di cambiare tavolino;
  • gli oleandri, le alghe, le meduse, l’acqua limpidissima su fondale bianco e sabbioso, un paesaggio insolitamente verde;
  • i reticoli di strade fittissimi con le auto parcheggiate ovunque;
  • la gelateria fantasma, sparita nel nulla dopo che avevo convinto il resto della famiglia ad una tappa;
  • il vento che mi pettina alla Mirko dei bee-hive e che quando si ferma rivela un caldo torrido quasi africano.

Top Gun Maverick – I miei 2 cents

Dicevano che era un gran film; dicevano che aveva effetti speciali; dicevano che Tom Cruise è inossidabile, che a 60 anni è rimasto tale e quale a quello del primo film, quando ne aveva appena 26.

Mi permetto di levarmi dal coro.

Il film, come ogni sequel, fa rimpiangere il primo.
Gli effetti, confermo, ci sono, e sono più o meno l’unico ingrediente.

Tom Cruise ha 35 anni in più. Si vedono, forse non tutti, ma si vedono. Per non farlo sfigurare troppo è stato selezionato un cast di basso profilo, per cui se andate a vedere il film per gustarvi l’occhio lasciate perdere. Vale anche per la componente femminile.

Maverick veste ancora lo stesso giubbotto e gli stessi occhiali a goccia; alla sua età ancora non ha imparato a infilarsi un casco prima di salire in sella a una moto.

La storia d’amore è stata inserita a forza, senza corteggiamento, nè scene di sesso, nè lieto fine. Solo un furtivo incontro guastato dalla presenza dei figli.

Il lessico ha subito, rispetto al primo film, troppa innovazione: quando mai adoperiamo il verbo brieffare per dire ragguagliare?

Anche la colonna sonora è rimasta la stessa, Highway to the Danger Zone, potete leggerlo canticchiando così vi sentirete già al 50% calati nella parte di spettatori.

Unica nota positiva: ho apprezzato la presenza di personaggi femminili (uno a dire il vero, forse una quota rosa) perfettamente integrati nella squadra, senza che si cadesse nei soliti stereotipi per cui a un certo punto ‘la donna non ce la fa’. Si è un po’ superato insomma il concetto che Venusia esce, spara due tette e poi è costretta a battere in ritirata e lasciare correggere il tiro a quel superdotato di missili che è ufo robot.

“Non conta l’aereo signore… conta il pilota!!!”

Cosa resterà?

Cosa resterà di questo anno ‘20?
Cosa resterà di mille regole astruse, spesso incompatibili tra loro, sempre incompatibili con la vita quotidiana?

Le prime a sparire saranno le autocertificazioni, quelle in cui ogni 14 giorni dichiari che stai bene.
Anzi l’esercente di turno lo compila al posto tuo, te lo legge in faccia che stai bene.

Le altre autocertificazioni, quelle che effettui uno spostamento al fine inderogabile di effettuare uno spostamento (necessario) sono già morte da un pezzo.
Si sono evolute più veloci della luce, ogni 8 ore ne usciva un modello contenente la modifica su una riga.
Hanno bruciato le tappe: un’esistenza breve e intensa.

Il metro di distanza, in caso di attività fisica addirittura due o anche tre, sta facendo la fine dei miei rientri serali da minorenne: contrattavi un orario e poi di volta in volta ci aggiungevi 5 minuti. Il metro di volta in volta si accorcia di 5 cm. Siamo già molto prossimi a bucare la mia bolla di sicurezza personale.

I pannelli di plexiglas, immancabili negli scoop giornalistici, che lo immaginano ormai anche a letto tra marito e moglie, presto perderanno lucentezza, in quei rari casi in cui sono stati realizzati: già me li vedo tappezzati di adesivi appiccicati a casaccio.

Le strisce sul pavimento, applicate in maniera artigianale, si staccheranno e voleranno via: troveremo pezzetti di nastro giallo e nero ai bordi delle strade, li confonderemo con grossi calabroni schiattati.

Le file ordinate di persone fuori dai negozi, dalle banche, dai supermercati, dalla posta, al primo giorno di pioggia si faranno solubili.
Gli ingressi da un lato uscita dall’altro si confonderanno al primo che dimentica una cosa uscendo e inverte la marcia.

Le mascherine, già ritenute superflue all’aperto, ma che ancora penzolano sotto il mento ai più, finiranno come il casco appeso al braccio di certi scapestrati in motorino.
In un paese dove ancora c’è gente che fuma o che non allaccia la cintura di sicurezza alla guida, incurante dei danni concreti e immediati che reca a se stesso, figuriamoci quanto facile diventa ricordarsi di portarsi dietro un accessorio inutile e fastidioso.

I termoscanner che ti rilevano una temperatura corporea di 33 • vengono adoperati con malcelata sufficienza dal malcapitato addetto.

I guanti monouso (ha ha ha, mi fa troppo ridere monouso: cioè li usi una volta sola: chi mi spiega quando inizia e quando finisce la volta?) beh quelli comunque appartengono già al museo (degli orrori: pensa a tenerli addosso qualche ora, quando li levi …).

Le canzoncine della durata di 40 secondi per aiutare il lavaggio delle mani? Dai chi le canta ancora?

Resisteranno i flaconi di gel, quelli si: agli ingressi troveremo ampia disponibilità di quei dispenser che non riescono ad erogare e che non sono stati consumati; oppure resisterà la presenza di quei gel oleosi che ti impiastrano le mani e non vedi l’ora di lavartele per davvero.

Resisteranno come le bandiere arcobaleno con la scritta PACE, rimaste appese dai primi anni del nuovo secolo, stinte al punto di non distinguere più i colori.

Resisteranno gli arcobaleni disegnati dai bambini, a cui avete raccontato che andrà tutto bene e chissà se lo credevate davvero: sono ancora tutti esposti ‘sti disegni, come i babbi Natale ancora appesi al terrazzo al 25 di gennaio.

Ho il presentimento che resisteranno anche tutti gli aumenti, applicati per far fronte all’emergenza covid, che ad emergenza conclusa ci si dimenticherà di far rientrare.

Addio o… ciaone?

Ho sempre creduto che addio significasse ‘a mai più rivederci’. Esiste anche un’interpretazione più morbida, secondo cui è un saluto un po’ altisonante con cui si raccomanda il prossimo all’onnipotente.

È una parola che a me, comunque, non piace: se addio significa, come ho sempre inteso, ci rivedremo al cospetto di, è adatta solo in caso di dipartita definitiva.
È il saluto da riservare al decuius.
E questo è il caso che esula dalle mie riflessioni.

In tutti gli altri casi ‘chi non muore si rivede’.
Pertanto mi rivolgo a tutti coloro che si stanno struggendo in questi giorni per la fine inconsueta dell’anno scolastico / accademico / sportivo di questo bizzarro 2020: sursum corda!

Non esiste addio, almeno sotto questo aspetto, èandatotuttobene.

La scuola finisce, molti si ritroveranno a settembre, forse un po’ più distanziati, forse attraverso una lastra di plexiglas, forse dietro una mascherina, forse ancora dallo schermo di un computer.
Ma si ritroveranno!

Qualcuno ha concluso un ciclo e ne inizierà uno nuovo: ripartirà dalla prima di un nuovo percorso di studi, ripartirà con una diversa attività sportiva, tenterà di inserirsi nel mondo del lavoro.

Per inclinazione il mio sguardo è sempre in avanti, verso ciò che mi attende, verso quel che sarà.
Se immaginiamo ogni transizione come l’attraversata di un lago con una barca a remi, possiamo vogare volgendo le spalle alla riva che dobbiamo raggiungere o a quella da cui ci allontaniamo.
A prescindere da quale sia la voga più efficace, il mio modo di affrontare la vita che scorre è quello di guardare avanti.

Non si tratta di cinismo o di irriconoscenza: è semplicemente più comodo rivangare il passato, che si conosce; guardare all’ignoto puó essere spaventoso. Ma spesso riserva sorprese migliori.

Addio è ipocrisia: spesso lo diciamo a persone che non rivedremo più per mancanza di occasioni.
Può trattarsi di un compagno di scuola, un collega di lavoro, una persona in genere con cui abbiamo un rapporto quotidiano che viene a cessare.
Ecco, vorrei insistere su questo aspetto: cessa di essere quotidiano.
Magari quella persona abita a pochi isolati da casa nostra; magari invece si trasferisce in un’altra città o in un’altra regione.
Nel primo caso nulla ci impedisce di frequentare quella stessa persona in altri momenti della giornata.
La vicinanza ridotta ai momenti di svago può rivelarsi anche migliore: tempo di qualità, anziché quantità di tempo.

Nel secondo caso i mezzi di comunicazione oggi sono talmente potenti che riescono a mantenere vivi i rapporti nonostante le distanze, se questo è ciò che desideriamo.

Se invece non è ciò che desideriamo, ovvero mantenere vivo il rapporto ci richiede energie che non siamo disposti a dedicare… beh allora inutile farla tanto lunga con gli addii: ciaone può bastare.

RICOMINCIAMO: LA FASE 2 DEL NUOTATORE

Dodici settimane: tanto è durata l’impossibilità di entrare in vasca.

La sera del 9 marzo ho preso la sacca del nuoto e sono partita alla volta della piscina, appena prima dell’inizio della storica diretta televisiva che ha dichiarato il lockdown; sono andata all’ allenamento ma già subodoravo che sarebbe stato l’ultimo.

I mezzi di comunicazione raggiungevano il bordo vasca ed ero in costante aggiornamento sul progresso dei decreti: gustatelo, questo allenamento, perché per un pezzo non potrai più nuotare!
Tanto tuonò che piovve.

Inizialmente doveva trattarsi di quattro settimane, e nella mia testa immaginavo che sarebbero potute essere quattro settimane di stop completo, dal nuoto e da qualunque attività motoria: uno scarico completo, un tapering totale.

Presto però, ben prima delle quattro settimane, il mio corpo ha avvertito l’impellenza di muoversi, di creare delle situazioni di fatica: crisi di astinenza da attività fisica.

Inizialmente scettica mi sono avvicinata alla ginnastica, nome con cui io definisco tutto ciò che avviene al di fuori dell’acqua.

Per il resto del mondo assume molti nomi, come il diavolo che si può chiamare Satana, Belzebù o Mefistofele.
Per i non nuotatori esistono la psicomotricità, il risveglio muscolare dei club vacanze, la Zumba, il CrossFit, la ginnastica dolce e ciascuna è ben diversa dall’altra.

Il diavolo a cui mi sono rivolta io si potrebbe chiamare interval training o functional workout.
È un mondo fatto di esercizi dai nomi accattivanti come push up, jumping jack, mountain climber, squat, burpees.
Tutti rigorosamente in inglese perché detti così sembrano quasi dei tranquilli passatempo.

Nei giorni di pioggia, in cui ero costretta a rimanere dentro casa, il diavolo si chiamava pilates, quel famoso stretching che per mancanza cronica di tempo non eseguo mai; quell’attività che sembra semplice per il fatto di essere statica, ma non lo è per nulla.

Con l’aiuto di questi esercizi sono riuscita a far lavorare il sistema cardiovascolare, e con l’aiuto degli elastici a riprodurre molti dei movimenti del nuoto.

Però quando a metà maggio il governatore della mia regione ha nominato in conferenza stampa la riapertura delle piscine ho esultato come se avessero estratto il mio numero alla lotteria di capodanno.

Trepidante, il 25 maggio, dopo dodici settimane di assenza ho potuto finalmente ritornare a nuotare. Non posso parlare di 12 settimane di inattività, non lo sono state: il tapering non ha avuto luogo.

Ho atteso il momento dell’ingresso in acqua con sonni agitati, come accadeva ai tempi di scuola quando ritornava settembre e iniziava il nuovo anno.
Mi chiedevo come sarebbe stato, cosa avrei provato.

Eppure il bisogno base, quello di muoversi, lo avevo soddisfatto: perché tanto gaudio nel ritornare in acqua?

La primissima sensazione, che avevo dimenticato, è stata la spinta di Archimede. Lavorare in acqua è differente perché ci si muove a peso ridotto e la sensazione è un po’ quella di volare: passeggiare sulla luna anziché camminare per le vie del centro.

Forse per volare bisogna aggiungerci un po’ di energia, ma ho riscoperto l’appoggio pieno che si riceve dall’acqua, che è come stare su un materasso morbido.

Dopo il sostegno ho riscoperto il piacere di sentirsi avvolti, come un ritorno al liquido amniotico.

Avvolti e sostenuti: entrare in acqua ad allenarsi è la sensazione di una coccola.
Non il duro del pavimento attenuato appena da un tappetino, ma fluttuare in un dolce abbraccio.

Presto però la nuotata zen si è rivelata insoddisfacente e a breve giro è emersa la consapevolezza che il nuoto è uno sport insidioso: basta stargli lontana una sola settimana per ricadere al livello base. Figuriamoci dodici: la velocità che con tanta dedizione avevo affinato si è dispersa, tocca ripartire a lavorare sui gesti.

Non mi è mancata solo l’acqua, mi è mancata proprio la piscina, con la riga nera che divide la corsia a metà e la T che indica dove virare. Mi è mancata la socialità delle parole che si possono scambiare tra una serie e l’altra. Mi è mancato quel senso di completezza della giornata che provo quando sfilo la cuffia e gli occhialini.

Per me che sono un’insoddisfatta di natura, la ciliegina sulla torta sarà il ritorno alla competizione.

Non mi interessano le dispute a distanza: io voglio proprio quegli assembramenti che si formano prima della partenza, quei momenti di condivisione dei riti, quegli abbracci che anche dopo anni, a centinaia di km una dall’altra, ognuna chiuso fra quattro mura mi hanno fatta sentire vicina a chi vive la stessa mia passione, mi hanno regalato quel senso di identità e di appartenenza ad un mondo che pur essendosi eclissato per 12 settimane non ha smesso un solo minuto di pulsare.

Fase 2,5

Ho avuto un iniziale momento di rifiuto, in cui mi sono uniformata al divano.

Mi sono trasformata in runner, mio malgrado, quando essere un runner era più azzardato che arruolarsi da brigatista rosso.

Ho scoperto l’interval training: ho familiarizzato con i TABATA, gli AMRAP, gli EMOM.

Ho sperimentato i plank, gli squat, i jumping jack, lo skip nelle loro variegate forme.
Ho rivisitato il concetto di push up, che per me era solo un capo di biancheria, e scoperto che gli affondi bulgari non si vendono in gioielleria.
Sono passata a chiamare crunch gli addominali.
Ho odiato il mountain climber per poi farci pace, una volta passata alla guerra coi burpees.

Ho inspirato ed espirato al ritmo dettato dalla voce suadente dell’insegnante di pilates o di ginnastica posturale.

Ho stretto amicizie su Instagram e Facebook con i personal trainer, ho seguito le loro dirette in differita, studiato i loro video, ricercato gli esercizi su YouTube e su Wikipedia per poi poterli riprodurre senza crearmi traumi o lesioni.

Ho preso in prestito il tappetino e gli elastici a Sofia. Ho provato a variare i ritmi di lavoro e riposo per capire quali fossero più efficaci.
Efficaci per cosa? Boh, lo scopriremo, perché non so ancora bene che senso abbia avuto tutto questo.

Adesso finalmente so che presto potrò tornare semplicemente a nuotare.

Cronache dal Covid

“Quarantena? Ma perché la chiamano così se i giorni di isolamento sono 14? Deca-tetra-ena sarebbe il termine appropriato.”

Così si scherzava in ufficio verso la fine di febbraio, quando il ciclone Covid stava per travolgere l’Italia, anzi il mondo intero, in un lockdown senza precedenti.
Nessuno credo si aspettasse una situazione come la attuale. Perché se c’è qualcuno che se la sarebbe immaginata, o quel qualcuno o si chiama Stephen King, oppure quel qualcuno ha bisogno di un bravo psicanalista.

Io stessa molte volte, dovendo fare delle scelte, di fronte ad azioni che hanno ripercussioni sul futuro cerco di prevedere più scenari e poi concludo con una decisione dettata dal ‘facciamo così’ adducendo la spiegazione “perché non sai mai cosa può succedere”.

Ecco, sul ‘cosa’ resto vaga, non so e basta; non mi immagino catastrofi o scenari apocalittici, giusto una black box, potrebbe anche essere la vincita alla lotteria (di cui non ho comprato alcun biglietto).
Non acquisto un anno di servizi pagando anticipatamente, perché anche se sono convinta di volerne usufruire, non si sa mai. Resto cauta, ma agnostica.

Chi avrebbe potuto figurarsi uno scenario come l’attuale? Chi l’avrebbe mai detto? Io no.

Ma ora che ci siamo dentro, che l’incredibile è diventato ordinaria quotidianità, ora che stiamo vivendo, su scala mondiale, una realtà che nemmeno a inventarsela, ora?

Devo innanzitutto premettere che appartengo ad una fascia privilegiata della popolazione, che non ha subito – almeno ad ora, del doman non v’è certezza – ripercussioni gravi dal punto di vista nè sanitario nè economico; che dispone di tutto ciò che è necessario, e anche di buona parte del superfluo; che si ritrova in un’abitazione confortevole e spaziosa, con una famiglia che ama.
Con due figlie che non vedevano l’ora di poter stare a casa, meglio ancora di dover stare a casa.

D’un tratto però mi ritrovo io catapultata su un’isola spazio temporale.
Per lo spazio è chiaro: ognuno a casa sua, si esce al massimo per 200 m.
Ma il limite più importante lo vivo a livello di tempo: è stato nettamente reciso il passato, e non riesco a intravvedere un segno di continuità col futuro.

Il passato mi fa male: se ci penso, se riaffiorano tutte quelle cose che stavo facendo e che sono state bruscamente interrotte, mi sento stupida.
Stupida ad aver costruito, pianificato, progettato, perché tutto quello che quotidianamente mi impegnava era da ritenersi superfluo.
Superfluo accompagnare le figlie a scuola, superfluo allenarsi, superfluo andare in gita a Venezia o in montagna o a Gardaland, superfluo uscire a cena con gli amici, superfluo festeggiare un compleanno.
Tutti i miei sentimenti erano superflui: l’emozione per una gara, la rabbia per le piccole ingiustizie, la stanchezza per giornate lunghe ed impegnative, l’allegria di una serata in compagnia a ballare.

Se penso al futuro ho paura: quando? come? e se non se ne uscisse? e se ne si uscisse per lo stretto necessario, col terrore continuo di avvicinarsi al prossimo?

Che poi, per le distanze che uso mantenere io normalmente, sarebbe il problema minore. Ma é per il prossimo mio: l’altro giorno ho appena abbassato la mascherina per poter pagare con il riconoscimento facciale sul telefono; se avessi puntato una pistola quella dall’altra parte del banco sarebbe stata meno terrorizzata.

Non mi resta che godere del qui e ora: una quotidianità priva di ricordi e di ambizioni, vuota di sguardi ad un orizzonte impercettibile.

Una quotidianità fatta di figlie che si alzano quando vogliono e appena scendono mi vengono incontro e mi abbracciano, mentre prima le vedevo qualche istante al volo ed imbronciate per la levataccia.

Una quotidianità fatta di campanelli che suonano e corrieri che consegnano pacchi, spesso sbagliando ‘ah no mi scusi… era per Alessandro’.

Una quotidianità fatta di ricerca della concentrazione sul lavoro, che non è facile inserirsi in un ambiente nuovo con lo smart working, ma si cerca di fare del proprio meglio.

Una quotidianità fatta di appuntamenti fissi delle ragazze: la merenda, Fumbleland su Rai yo-yo, chissà che imparino un po’ di inglese, la sessione di allenamento via Zoom assieme a tutta la squadra.
Sentirle, mentre attendono l’inizio della fase di lavoro, che si mostrano cani, gatti, conigli e uova di Pasqua ti riempie la casa di allegria.

Una quotidianità fatta di allenamenti a secco, serviranno o no io ci metto l’anima poi si vedrà se al prossimo 50 stile le trazioni con gli elastici sono state efficaci.

Una quotidianità fatta di consegne a domicilio: il pesce al martedì, il messicano del sabato, la pizza e il gelato quando lo si vuole.

E se durante la settimana c’è il tele lavoro da ufficio, nel
weekend ci sono i lavori domestici, quale occasione migliore per tutto il decluttering per cui non si trova mai il tempo? E per sbizzarrirsi in cucina? E per riordinare e sistemare e pulire a fondo, che difficilmente si riesce a farlo?

Nei primi giorni di lockdown mi svegliavo di notte in preda al panico: qualcosa mi disturbava il sonno, aprivo gli occhi, ricordavo la quarantena, la reclusione, e non dormivo più.
Ora come una cosa che non puoi cambiare l’ho metabolizzata, dormo serena.
Accetto quel che è, consapevole che certi momenti sono un po’ un regalo.

Le relazioni col prossimo, pure a distanza, stanno per essere riscritte come su un quaderno nuovo. Non è vero che la lontananza le uccide: è vero che restano quelle che hanno un senso e la lontananza o la prossimità, nel senso fisico, diventano dettagli di scarso rilievo.

Quando si ripartirà? Non lo so, nessuno lo sa. Riprenderemo ad alzarci molto presto al mattino, a correre avanti e indietro per la città, ad organizzare, prenotare, ricevere ospiti a cena, uscire per una passeggiata o un aperitivo.
Ritorneremo a sottoporci a visite ed esami clinici, perché non è che esiste solo il Covid, e le altre malattie non sono andate in vacanza.
Ritorneremo a calzare un paio di scarpe e mantenerle addosso per l’intera giornata.

Ritorneremo a prenderci cura di noi stessi, ad andare dal parrucchiere, dall’estetista, dal massaggiatore, al ristorante ma anche più semplicemente a fare la spesa dove ci piace, a prendere il giornale senza correre il rischio di essere insultati, a gettare le immondizie senza passare per ‘furbetti’.

Ritorneremo a fare gite, a praticare sport, ad essere liberi, anche di rimanere a casa sul divano, quando lo desideriamo.

Nel frattempo viviamo. Confinati ma viviamo.

PANDEMIA: SUGGERIMENTI UTILI (aka CONSIGLI NON RICHIESTI)

  1. Restare concentrati su ciò che si fa: per chi come me ha la fortuna di lavorare ancora, è un ottimo sistema di mantenere la mente funzionante e lontana dal catastrofismo imperante. Se siete in ferie, o qualche altra forma di congedo non meglio definita, trovatevi un’attività casalinga che vi impegni il più possibile.
  2. Mantenere la normalità: anche se ci hanno tolto tutto, anche se non usciamo quotidianamente per andare al lavoro, anche se la palestra è chiusa, anche se andare a comperare il giornale è diventata un’attività ai limiti della legalità, anche se non abbiamo più una routine da sostenere, rimaniamo noi stessi. Vestiamoci, pettiniamoci, mettiamoci in ordine. Prima di tutto rimanere se stessi.
    Noi siamo qualcuno a prescindere di tutto ciò che facciamo ogni giorno.
  3. Individuare il lato positivo della questione: io ad esempio dormo sicuramente di più.
  4. Peace and love! Non appigliamoci ad ogni pretesto per scaricare la tensione: non è colpa di nessuno, non vale la pena di prendersela col governo che emette decreti come fuochi d’artificio, con le insegnanti che cercano di sperimentare loro malgrado la didattica a distanza, con il vicino che esce a pisciare il cane, con coloro che hanno contratto il virus perché potevano stare più attenti.
    Inutile scatenarsi in filippiche contro questo o quell’altro. Se trascinati in diatribe, levarsene.
  5. Non prendiamo i canali social come una pattumiera in cui riversare il nostro livore: piuttosto che scrivere un messaggio negativo o polemico o allarmistico meglio tacere.
  6. Cercare di tenere il morale alto: cacciare via le lacrime, l’ansia, il panico perché non servono a nessuno, anzi fanno male a noi stessi per primi.
  7. Diffondere pensieri positivi e di produzione propria. Inutile rigirare video, audio, memes scritti da altri di cui nemmeno si conosce l’origine; meglio raccontare del profumo di primavera che entra dalle nostre finestre, della forma che assumono le nuvole, dell’aria che si scalda, del colore del cielo sopra la nostra testa.
  8. Non reagire a qualsiasi hashtag come delle marionette: ore 18 tutti a cantare, ore 21 tutti a pregare… a che ora andremo tutti a pagare / vagare / cagare?
  9. Non prendere niente per oro colato. Niente. Verificare sempre l’autenticità della fonte o l’autorità di un ordine.
    E anche se la fonte è fidata e l’ordine proviene da chi di dovere mantenere il buon senso, ragionare con la propria testa: non ci si butta dal ponte nemmeno se lo grida il presidente della repubblica.
  10. Mantenere i contatti, quelli veri. Ora più che mai, adesso che i mezzi di comunicazione a distanza sono rimasti gli unici disponibili facciamone buon uso.
  11. Ultimo ma non ultimo… Lavarsi le mani!

Per distrarsi un po’

Quando, ormai due mesi fa, sono arrivata sul nuovo posto di lavoro ho trovato sulla scrivania un cioccolatino ad attendermi.

Non sono particolarmente golosa di cioccolato, anzi lo dovrei evitare, ma l’ho trovato un gesto di benvenuta molto incoraggiante.
Ho lasciato il cioccolatino sulla scrivania per i momenti di calo degli zuccheri o di sconforto in generale.

Anche il solo atto di rimirare un bene di conforto a volte può essere un sostegno, e infatti il guardare questo quadrato incartato con una bella carta dorata mi tirava su il morale. Poi in qualsiasi momento avrei potuto scegliere di mangiarlo.

Chi passava di lì si stupiva della mia resistenza alla forte tentazione.

Questa mattina ci sono arrivata vicino, l’ho preso tra le mani e con un piccolo senso di rivalsa ho scoperto che qualcuno aveva resistito meno di me, perché si era assaggiato il cioccolatino in questione.
Qualcuno che non aveva avuto la pazienza di scartarlo ma aveva rimosso un pezzetto di incarto e rosicchiato l’interno.

Ridendo ho chiesto chi fosse stato ma, nel momento stesso, ho realizzato che questo qualcuno non era un umano, e che quei trucioli che parevano residui di gomma da cancellare altro non erano che la parte di incarto asportata.

I colleghi hanno predisposto una eco trappola, una specie di parco divertimenti per attirare e stanare l’intruso con l’idea di accompagnarlo all’aperto.

Vi terrò aggiornati