Giù dal chiodo!

Da quando è nata Viola non avevo più corso. Non sono una runner, non mi infiltrerei mai nella nebbia e nel buio invernali, ma quando arrivavano i mesi estivi, di sospensione dell'attività natatoria, qualche corsetta me la facevo.

Poi, complici le notti insonni, avevo lasciato perdere.

Un giorno di luglio mentre ripongo un paio di sandali vedo le mie Mizuno abbandonate che mi strizzano l'occhio; il pensiero delle mie gambe poco toniche, scacciato poche ore prima, ritorna prepotente.

Potrei soffermarmi sulla fatica di alzarsi alle 6.00, ma preferisco raccontare di quanto sia bello uscire di casa quando ancora tutti dormono; calzare le scarpe, sentirle aderire perfettamente al piede; muovere i primi passi pian pianino avviando il riproduttore mp3 e infilando le auricolari nelle orecchie.
Vedere gli stormi degli uccelli comporre le formazioni a V nel cielo e le anatre nuotare nel Tesina.
Osservare i fiori rigenerati nella notte, con petali ben distesi; chè una sera mi ero fermata per fotografarli, ma non erano più così freschi.

Fiori selvatici dai bordi delle strade e fiori coltivati che si inerpicano sulle reti di recinzione, vorrei fotografarli tutti.

Guardare i colori del mattino, la luce ancora tenue, il sole che sta salendo, il cielo azzurro e rosa.
Incontrare le solite faccie di chi corre nel senso di marcia opposto o porta a spasso il cane, o semplicemente cammina.

Salire sull'argine, individuare un tracciato poco disconnesso, percepire la rugiada della notte che filtra attraverso i calzini. Ritrovarsi immersi completamente nella natura, invisibili da tutte le case. Evitare le lumache, quelle senza la casetta che sembrano foglie accartocciate.

Attraversare il ponte e ritrovarsi sul tratto di argine più largo, su un sentiero più agevole.

Scendere dall'argine direttamente in centro al paese, incrociare i ciclisti del mattino e le prime automobili che si recano al lavoro.
Svoltare per la via in cui si trova lo studio medico e sorridere al pensiero dei bisticci che tra poche ore avranno luogo tra i pensionati per il posto in coda.

Ritrovarsi lungo il viale della Forall con l'insegna luminosa che riporta ora e temperatura.
Col sole in faccia arrivare fino in fondo al viale, accecata dal riverbero, senza vedere nulla tranne il sole e la strada, e fingere di essere sul ponte di Brooklyn a correre la maratona.

Immaginarsi la folla che acclama il mio arrivo, battere il cinque ad un cespuglio di lavanda che sporge da una recinzione.
Passare attraverso le vie lambite dalle irrigazioni mattutine.
Svoltare l'ultimo angolo, con la consapevolezza di essere ormai arrivata a casa. Attraversare un incrocio bislacco ma tanto a quest'ora non c'è nessuno.
Vedere casa, estrarre il telecomando con 400 m di anticipo.
Scendere la rampa del garage, togliere le scarpe e pensare: domani ancora.
E poi, una volta ferma, quando il tenue scirocchino creato dalla mia modesta velocità smette di asciugare il sudore, sentirlo imperlarsi, rigare la fronte, solcare la gote.
Domani ancora.

Un penny per i miei pensieri refrigeranti

If I share with you my story

won't you share your dollar with me?

Tranquilli, non è una richiesta di denaro, mi basta condividere con voi una storiella refrigerante che mi è tornata in mente a pranzo qualche giorno fa.

Si parlava di climatizzatori, in particolare di guasti ai climatizzatori, di questo caldo ostile (ostile ai più, io lo apprezzo), di sopravvivenza alle temperature elevate, di alternative ai climatizzatori.

Uno dei commensali se ne esce raccontando di aziende che commercializzano ghiaccio e a me la cosa è rimasta impressa perchè proprio la stessa mattina alla radio avevano raccontato di tre imprenditori della zona che hanno fatto fortuna grazie al ghiaccio.

Un altro dei commensali schernisce l'attività menzionata, perchè tanto il prodotto arriva a destinazione già tutto sciolto; io non gli dò peso perchè questo collega è disprezzo-uno-stile-di-vita.

Qualunque sia l'argomento lui ha da ridire, che non si fa così, che solo in Italia, che altrove è meglio, che lui aveva uno zio che.
Aveva appena terminato una filippica sull'uso delle cinture di sicurezza, che lui ha l'esenzione, ma sui sedili posteriori a cosa serve, ma quelli che vanno in moto non la usano, ma negli altri paesi non è obbligatoria.

Penso che ognuno di noi abbia nella sua cerchia di conoscenze un simile elemento, colui che sa tutto ma quando gli chiedi di aiutarti sguiscia come un'anguilla e arrangiati.
Si capisce perché io non presti tanta attenzione alle conversazioni, che partono sempre per la tangente con un tale partecipante, così ho iniziato a pensare a quanto impiega a sciogliersi il ghiaccio.

Mi sono tornati in mente due episodi, esempi pratici che sciolgono, in ogni senso, il dubbio fisico su cui stavo ragionando.

Il primo risale a qualche decade fa, quando andavo in vacanza in campeggio con i miei genitori. I campeggi di allora non sono nemmeno lontani parenti di quelli di adesso, villaggi super attrezzati.

I campeggi di allora lo erano nel vero senso della parola: picchettavi la tenda, gonfiavi il materassino, dormivi nel sacco a pelo e mangiavi su tavolini improvvisati quanto traballanti.

La corrente elettrica non raggiungeva tutte le piazzole e comunque noi ne facevamo tranquillamente a meno: lampada e fornellino alimentati a bomboletta di gas, nessun elettrodomestico (no televisione, no asciugacapelli, ovviamente no telefoni); il frigorifero si riduceva ad un contenitore termico che evitava che le pietanze si deteriorassero in poche ore.

Pochi giorni fa ho letto un post nostalgico dai toni ah-come-era-bello-il-campeggio. Anche no, ma casomai ne parlerò in un altro momento.

Il frigorifero dicevo era uno scatolone dalle pareti isolanti in cui creavi il fresco con le buste refrigeranti, da portare ogni 24 ore al market dove te le riponevano nel freezer dei surgelati e il giorno dopo non le trovavi più, perchè qualcuno le aveva scambiate con le tue, già fresche, e ti aveva lasciato lì, forse, le sue, calde. Forse.
Così i campeggi più all'avanguardia vendevano dei blocchi di ghiaccio da un paio di kg, che tenevano sì fresco ma poi ovviamente si scioglievano e il formaggio che volevi mantenere per la sera te lo trovavi a galleggiare insieme alla mortadella e buon appetito.

Le vacanze con i miei genitori non erano mai ripetitive, ogni anno si cambiava meta, stessa spiaggia stesso mare solo nella canzone. Di conseguenza io non ho mai avuto 'gli amici del mare' ma nemmeno il piacere di consolidare i percorsi che dalla piazzola portavano alla spiaggia, ai bagni, al market.
Mi assegnavano piccole mansioni tipo vai a lavare i piatti, a prendere acqua con la tanica (no, l'acqua corrente non faceva parte delle comodità), a comperare un litro di latte; e io, che quando veniva distribuito il senso dell'orientamento ero da qualche altra parte, forse a nuotare, mi perdevo, immancabilmente.
Impiegavo ore per cercare la piazzola, e non sapevo nemmeno come fare a chiedere indicazioni: peregrinavo fino a che, per esclusione, la trovavo.

Questo scenario per dire che io lo so bene che il ghiaccio a blocchi impiega parecchio a sciogliersi, che quella volta che mi hanno spedita al market a prendere il cubone sono riuscita ad arrivare con ancora metà del blocco compatto, e il resto liquefatto lungo il tragitto, tipo Pollicino, così capivo se da quel sentiero ci ero già passata.

Il ghiaccio a pezzetti si scioglie più in fretta, ma se è tanto, comunque impiega parecchio tempo.
Anni fa, appena una decina in questo caso, nella squadra di nuoto c'erano alcuni elementi che amavano organizzare festicciole estive in campagna.
Chiamavano tutti gli amici, e gli amici degli amici, ognuno portava qualcosa e si metteva un po' di musica.
Tra gli ospiti, a volte in veste di organizzatore altre di invitato, vi era tale Matteo; anche Matteo è un personaggio caratteristico, uno di quelli che in tutte le compagnie ce n'è uno. Lui è quello che arriva sempre dopo, che non si affretta per rispettare gli orari o gli impegni presi.
Così quella volta che era invitato ha chiesto cosa doveva portare quando tutti ormai si erano presi la loro parte di incarico e se ognuno porta per due / tre volte il quantitativo che mangerebbe va a finire che viene avanzato un mucchio di cibo.
"Matteo porta il ghiaccio per mettere le bibite in fresca" il compito che gli viene assegnato.
E ovviamente non è che puoi procurartelo la mattina per portarlo la sera, no: lo prendi subito prima, giusto quando sei di strada.
Ma Matteo non è, come dicevo, uno che si anticipa; arriva alla Auchan in orario di chiusura e pensa di trovare il ghiaccio senza nemmeno aver verificato se sia presente in assortimento.
Spiacenti non abbiamo ghiaccio da vendere, si sente rispondere, ma essendo in orario di chiusura il banco del pesce gli propone di tirarsi su quello che durante il giorno ha mantenuto arzille le triglie e le orate.
A Matteo non par vero: ghiaccio disponibile e a prezzo zero, fantastico.

Se non che quando gli invitati vedono una buona quantità di ghiaccio tritato fino non pensano più ormai alle bibite da refrigerare: come Homer Simpson quando vede le ciambelle perde la testa, ci sono due o tre che pensano bene di farsi un cocktail.

Cosa c'è di meglio in una calda serata estiva di un mohito al gusto di branzino?

La storia di Piero (che però si chiama Vittorio, o Giancarlo)

Se ‘ascoltare i discorsi altrui’ fosse uno sport io potrei ambire alla medaglia d’oro: campionessa olimpica di fatti degli altri.

Una sera della scorsa settimana dopo una nuotata mi stavo rivestendo. Lo spogliatoio era occupato da un gruppo di gestanti che avevano appena terminato il corso di acquagym pre-parto. Sorvolo sui dettagli di questa attività di cui, brevemente, nutro scarsa considerazione.

Però vedere tutte ‘ste pancione che si ungono di crema e si rivestono mi mette una certa allegria. Due di loro si erano attardate e si stavano scambiando pareri sulla pesantezza del vestiario del neonato necessaria tra settembre e ottobre.

Io ero lì con loro, nello spogliatoio comune, e non potevo non sentire i loro discorsi. Una delle due ha terminato la vestizione e ha salutato l’altra che ancora doveva oliarsi la pancia.

Questa ragazza, che chiameremo Jessica, è rimasta da sola, o meglio senza altre gestanti con cui conversare.

Jessica ha lunghi capelli rossi, proprio come Jessica Rabbit; ha un fisico minuto ma molto tonico. Per raccogliere ciò che le cade a terra non si china ma fa lo squat.

L’ho sentita affermare che il suo bimbo nascerà molto grande, perché nella sua famiglia lei e le sorelle sono nate oltre i 4 kg. La cosa non sembra preoccuparla, se non per la taglia dei pagliaccetti.

Dato che è rimasta da sola mi faccio coraggio, le chiedo timidamente quando è prevista la nascita.

Mi risponde ottobre, e inizia una serie di considerazioni su come vola il tempo e come si sono rivoluzionate le cose in questo ultimo semestre.

Ah, allora la conversazione ha ingranato, mi sbilancio già a chiedere il nome del nascituro (sono una velocista inside).

Jessica tergiversa giusto un istante per creare la suspence.

Una signora dei corsi di acquagym cosiddetta normale (cioè non riservata alle gestanti), di alcuni anni più di me, si introduce nel nostro dialogo e avanza l’ipotesi di Pietro, perché adesso si chiamano tutti così, e poi va a finire che lo chiamano Piero.

Jessica riprende la parola e risponde sommessa:

Jaian Karma.

Adesso per voi che leggete è facile, ma io non so nemmeno in verità se l’ho scritto correttamente.

Rimango lì perplessa, inebetita, come un equilibrista che si accorge di non avere la rete sotto e cerca comunque di mantenere il controllo.

Mi pare di aver capito Giancarla ma non oso chiedere di ripetere. Annaspo a vuoto, non so proprio cosa dire, non posso nemmeno dire che mi piace perché non ho capito.

Eppure le avevo sentito dire chiaramente che era un maschio, che su 40 donne che fanno il corso tutte sono in attesa di un maschio e che si vede che il mondo ha bisogno di uomini veri.

Mi rincuoro, avendo due figlie femmine, di tutta questa disponibilità e considero tra me che comunque, per fortuna, anche nelle generazioni precedenti qualche esemplare si è salvato.

La signora pierofobica, un metro più indietro, si avvicina e mi sorpassa sul rush finale, soffiandomi di diritto la medaglia d’oro: eeeeeeeeeehhhhhh?

Jaian Karma, scandisce Jessica paziente.

Niente, così come non ho capito io non ha capito nemmeno lei, se lo fa ripetere quattro volte, esattamente il numero che serve anche a me per metabolizzare la risposta.

Quando Jessica ottiene un feedback positivo, della serie che abbiamo afferrato il suono ma non osiamo ripetere, però le nostre espressioni sembrano rassegnate alla comprensione della assonanze, aggiunge la traduzione: è un nome indù che significa animo vittorioso, “Dato che è nato in ambiente sportivo…”

Prima ho evitato di demolire le varie attività con cui riempiono la vasca le persone che non nuotano, ma adesso penso che definire ‘sport’ la ginnastica in acqua per gestanti mi pare veramente eccessivo.

Ma Jessica continua il suo discorso “… dato che è nato in palestra…”.

Aaaaahhhhh …. Ora ricollego tutto: lo squat, il tempo che passa in fretta, e galeotta la canzone che ha vinto Sanremo!

Silent party 

Agorafobia è la paura degli spazi aperti, della piazza, agorà.

Io allora ho il problema opposto, agorafilia, cioè mi sento appagata, gratificata di fronte ad uno spazio aperto esteso: mi piace la piazza. 

Agoramania direi piuttosto: appena mi è possibile ne approfitto per andare nella piazza più grande della mia città, la piazza dei Signori.

Uno dei lati lunghi è interamente costeggiato dalla basilica palladiana, mentre lungo uno dei lati corti si ergono due colonne: una volta ho sentito una guida turistica spiegare che un tempo venivano utilizzate per le pubbliche esecuzioni, ma non ho trovato nessun riscontro quindi prendetela col beneficio del dubbio.

Alla base delle colonne ci sono degli scalini, sui quali spesso la gente si siede a mangiare il gelato, leggere il giornale, conversare, mentre i bambini si arrampicano e saltano giù.

Non ci sono attività particolari da svolgere ma a me anche solo rimanere lì a contemplare dà un senso di libertà. 

Devo aver trasmesso questa passione alle mie figlie che scorrazzano avanti e indietro fino a stancarsi e sfinire me.

La scorsa settimana a lato della piazza si ergeva un tendone a fianco di un palco sopraelevato.

Il tendone era stato allestito per noleggiare le cuffie audio entro cui un dj dal palco trasmetteva una sequenza di brani.

Ho scoperto così il silent party, ovvero: dietro pagamento ti prestano un paio di cuffie entro cui viene diffusa una musica; fuori tutto silenzio, dentro le tue orecchie musica.

L’intento immagino è quello di creare l’ambiente di una discoteca senza scassare i timpani al resto del mondo.

E a me, che andare in discoteca mi piace parecchio, dovrebbe sembrare una figata.

Invece come dicevano i Trettrè… ammè me para ‘na strunzata!

Primo perché se devo ascoltare musica in cuffia non vedo il senso di pagare 6€: me la porto da casa, quella che piace a me.

Alla base delle colonne di cui parlavo poco fa ad esempio c’era una ragazza di origine nordafricana che indossava auricolari di proprietà e un paio di occhiali scuri, anche se il sole era calato da un po’. Stava in piedi sul secondo gradino, e si atteggiava come una modella che dovesse fare un servizio fotografico: in effetti pochi metri più in là un suo connazionale riprendeva tutte queste movenze sensuali con uno smartphone sorretto da un’asta per selfie. Però aveva tutta l’aria di essere una ripresa a scopo personale, a partire dal physique du rôle che proprio mancava, sia alla modella che al fotografo / regista.

Ritornando al silent party, se il senso è quello che tutti ascoltino la medesima musica, obiezione vostro onore! La programmazione prevede tre tipi di ascolto (classica, rock, pop e non pensare di fare l’intellettuale raccontando che ascolti la classica perché le cuffie si illuminano di un colore diverso a seconda dell’opzione che scegli).

Secondo motivo per cui secondo me ha poco senso, è perché se esco di casa è anche per socializzare, e con le cuffie nelle orecchie è la morte di ogni conversazione. (Alla ballerina sulla colonna a cui la musica era necessaria per simulare armonia nelle movenze.)

Anche in discoteca non si conversa? E chi l’ha detto? Ti sgoli, dici poche cose, ma le orecchie sono attive.

Anche il cellulare ti estrania? No, le orecchie sono libere, e se anche sbirci una notifica ogni tanto non perdi completamente il contatto con il mondo.

Senza contare che il silent party, visto dal di fuori, appare decisamente grottesco, così come lo era la ragazza sulla colonna.

Quelli che ballavano erano visti come pazzi da quelli che non sentivano la musica.

Friedrich Wilhelm Nietzsche

Ecco, non vedo perché il mio diritto ad ascoltare la musica deva essere tassato!

Vecchio sdraione…

… quanto tempo è passato!

Non ci si rende conto del tempo che passa fino a che non ci si va a sbattere contro (è il caso di dirlo).

Come quelle persone che incontri dopo diverso tempo che non le vedi: le saluti con entusiasmo, ti complimenti ‘sei sempre uguale’ ma in cuor tuo osservi quanto siano invecchiate e ti chiedi se altrettanto è per te.

Io a dire il vero non sono così falsa, mi astengo; ma me lo sento dire spesso, anche da compagni di scuola che non vedevo da quella stessa epoca: quantomeno improbabile!

Comunque, dicevo, in cuor nostro portiamo il ricordo di come erano le cose e neghiamo a noi stessi l’evidenza dei segni del tempo trascorso.

Tutto questo preambolo per raccontare la mia ultima disavventura: ieri sera contemplavo le mie figlie che, ancora infanti, ma finalmente interagiscono tra loro in armonia, giocano insieme e io, dopo alcuni anni di sdoppiamento, posso concedermi un po’ di requie mentre loro si dedicano a qualche attività ludica.

Così le ho accompagnate sul salterino, il tappeto elastico che abbiamo in terrazza; ho steso un asciugamano sulla sdraio, perché sì in effetti… meritava una pulita, ma la tregua non sarebbe durata molto, meglio approfittare di quei preziosi minuti in cui avrebbero saltato senza litigare.

Steso l’asciugamano mi sono piazzata, ho preso in mano l’ebook, recuperato il segno della lettura….. aaaaaahhhhh…. che pac……

Non ho potuto completare l’esclamazione CHE PACCHIA perché già loro si stavano scornando ma … le corde che tenevano assieme lo schienale hanno ceduto e io sono finita gambe all’aria. 

Quindi mi sono rimangiata la vocale riformulando aaaaaaahhhhh … CHE PACCA!!!

Eppure mi pareva ancora nuova!

Raccomandazioni 

“Stai attenta Cappuccetto Rosso: non attraversare il bosco, e non fermarti a parlare con nessuno”.

Tempo fa frequentavo un gruppo fb di Mamme, quelle con la M maiuscola, che sanno sempre cosa è giusto e cosa no.

Più che frequentavo dovrei dire leggevo, perché mi trovavo sempre molto impreparata, inadeguata, indietro.
Leggevo i loro dubbi e i consigli che prontamente arrivavano dalle altre: sapevano esattamente a che ora sia giusto coricare i pargoli e cosa preparare loro per cena; sapevano quanta TV concedere, se permettere l’uso del tablet e degli smartphone.

Un giorno una ha scritto che le sue figlie dovevano fare una ricerca scolastica e lei ha imposto che non adoperassero Google ma la cara vecchia enciclopedia.
Io sono rimasta attonita: fare le ricerche in Google è uno dei passi più importanti che un percorso formativo possa prevedere.

Individuare le parole chiave da utilizzare, selezionare i siti attendibili, assegnare una corretta importanza alla mole di informazioni reperite.
È inutile voler imporre una metodologia assolutamente obsoleta, che fosse i Quindici, Conoscere o la Treccani: la fonte cartacea non può competere in alcun modo con lo scibile elettronico.

Ritengo che da parte della mia generazione ci sia il timore di non saper gestire ciò che riguarda la rete globale, che ci sia molta ignoranza nei confronti di internet e per questo si scelga di ‘vietarlo finché possibile’.
Ritengo anche che, sia pur comprensibile, questo atteggiamento sia limitativo.
Dovremmo insegnare alla generazione successiva alla nostra, ma forse dovremmo prima impararlo noi, ad utilizzare gli strumenti nella corretta maniera; vietare, chiudere, proibire non è la soluzione.
La soluzione è discernere, separare il buono dal nocivo, come quando si sbuccia un frutto: forse diciamo ai nostri figli di non mangiare le banane, o gli insegniamo a sbucciarle? Le noci, se sgusciate, sono ottime; certo il guscio non va rotto con i denti. Le patate? Crude fanno schifo, ma perché non mangiarle cotte?
Arrivo al dunque: il filone social della rete.

Il problema è che non esiste un criterio oggettivo per riconoscere le persone che si celano dietro le tastiere. Bisogna affinare una certa sensibilità e imparare a distinguere ciò che è artefatto da ciò che è sincero.
Non posso essere io a fornire un principio di valutazione, mi spiace.

Voglio solo sottolineare che, attraverso i forum tematici agli albori e successivamente tramite i vari social network e i blog ho instaurato delle relazioni che mi hanno riservato meravigliose sorprese.
A coloro che criticano qualcuno perchè ‘sta sempre col cellulare in mano’ mi viene da obiettare

1. ma cosa ne sai di cosa sta scrivendo / leggendo?

2. forse era più nobile vedere lavorare all’uncinetto? o sgranare il rosario? o calare il fante al bar? o girare il cubo di Rubik?

La rete ti consente di accorciare le distanze, che fisicamente sono importanti, e allacciare legami con coloro con i quali hai argomenti in comune.

E’ un’arma potente e, in quanto tale, certamente pericolosa; dobbiamo imparare ad usarla, non credo che la soluzione di riporre tutto in un cassetto e accontentarsi di quelle poche persone che fanno parte della realtà quotidiana sia la scelta più opportuna.

A Cappuccetto Rosso bisogna spiegare che, attraversando il bosco, può incontrare il lupo; e dobbiamo insegnare una strategia per individuare le uscite di emergenza.

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Ringrazio Claudia del blog DiSerieZero per la fotografia e per la conferma che il bosco è popolato di graziosissime creature, non necessariamente di lupi.

Despacito

Domenica pomeriggio di sole, il mio gene da lucertola fà la voce grossa, mi piazzo sulla sdraio in terrazzo in bikini, cuffiette nelle orecchie, mp3 a palla, occhiali da sole e Kindle in una mano.
Viola dorme, il resto della famiglia sfrutta il divano, io preferisco crogiolarmi all’aperto, al caldo.
Dopo alcuni capitoli di lettura l’orario post prandiale mi concilia il sonno, la mano posa il lettore di epub, gli occhi si chiudono, la mente fluttua tra i pensieri fino ad appoggiarsi su uno di questi, come una farfalla su un fiore: saranno uscite le start list dei campionati italiani master di nuoto, le griglie di partenza? 
Al solo pensiero mi si accelera il battito.

Solo con pensarlo se acelera el pulso.

Silenzio tra una traccia e l’altra, mi figuro sul blocco di partenza, un istante prima dello start, stessa assenza di rumori.

Casualità vuole che la traccia successiva 

Schitarrata

Parte 

O-Yeah… Fonsi… Dirin dirin dirin din din

Alzo il volume in cuffia! 

Conosco gente che ha fretta di essere vecchia, già a 30 anni si atteggia come se avesse raggiunto l’età della pensione.
Disprezzano ‘i giovani’, criticano aprioristicamente tutto ciò che contraddistingue le generazioni successive. 

Muestrame el camino que yo voy

Io credo di soffrire del disturbo opposto, mi sento costretta dalle circostanze a comportarmi da adulta.
Tu, Tu eres el iman yo soy el metal

Viola, quando guardiamo YouTube sulla smartTV, riconosce il video di questa canzone, chiama quello con gli occhiali ‘il mio papà’.

Ho provato a spiegarle che non è lui ma niente da fare. Poi fa anche la sospettosa perché quando compare la donna chiede ‘e lei? Chi è?’; nemmeno per scherzo dice che potrei essere io.
Ogni volta che provo a seguire il testo della canzone e canticchiarlo Viola mi blocca ‘noooo mama, tu non cantare’; finalmente sono da sola ma non ho il testo, ne ricordo solo qualche strofa, però posso cantare e anche sbagliare tanto chi mi sente?

DE – SPA – CI – TO

Le mani mi partono simulando delle onde ritmicamente, tanto sono in terrazza e nessuno mi vede, posso ballare sommessamente no?
Il volume è alto in cuffia, non sento i rumori esterni, ma la sensazione di essere osservata mi spinge ad aprire gli occhi: da una station wagon blu elettrico che fa manovra scende una specie di dea, un terzo dei miei anni e metà dei miei chili, si attacca al muretto dove sono i campanelli.
Appoggia la mano sopra la soglia di marmo e osservo, da dietro i miei occhiali scuri, le sue unghie perfette laccate di nero; da un abitino estivo trapela un reggiseno coordinato. A ben guardare tutto è coordinato: unghie, abito, biancheria, capelli, occhiali da sole. 
Ha l’aria di chi si sente brutto anatroccolo, le manca la scoperta di essere cigno.
Mentre cerca il campanello si accorge di me (ma giuro che stavo cantando solo mentalmente) e mi osserva.

… quiero desnudarte a besos despacito…

Insomma, ormai mi ha vista, inutile che adesso mi finga morta, continuo il mio balletto fatto di mani a serpentello, tanto entrerà no? Le apriranno e lei percorrerà il vialetto lasciandosi la vecchia pazza alle spalle

… que le insegnes a mi boca tus lugares favorito…


Sube sube!



Invece ho sbagliato tutte le mie supposizioni: lei rimane ferma, facendo malamente finta di niente, impaziente che le venga aperto il cancello; fino a che dall’appartamento a fianco esce la sua amica

Sabes che tu corazon conmigo haces BAM BAM

(E sul BAM BAM le mani passano dal serpentello al batticuore)
che percorre tutto il vialetto 
Pasito pasito Suave suavecito
indecisa se sia opportuno salutarmi, rivelando di avermi vista o meno, e comunque cercando di mantenersi seria.
Risalgono entrambe sulla station wagon lasciandomi sulla strofa finale

hasta que las olas griten ‘Ay Bendito’

(In un’intervista alla radio Luis Fonsi spiegava in un italiano spagnoleggiante che Ay Bendito equivale alla locuzione italiana ‘Mamma mia’ e cantava a cappella questa strofa finale)

lasciandomi dicevo su questa strofa con la certezza di aver regalato a due ragazze qualche minuto di ilarità per quella strana vecchia sul terrazzo della casa a fianco.

Parco Cavour

Appena cinque giorni prima che nascesse Viola, piena estate 2014, avevamo trascorso una giornata al parco acquatico Cavour, di Valeggio sul Mincio. 

Si tratta di un’enorme area immersa nel verde, sorella del parco Sigurtà, stessa zona, ma con piscine e scivoli al posto di saliscendi e coltivazioni floreali.

Delle attrazioni che sfruttano la forza di gravità mi era rimasto il desiderio, perché per ovvi motivi quel giorno avevo preferito godermi le vasche ‘pianeggianti’.

È un parco acquatico adatto ai più piccoli, a differenza del più adrenalinico Caneva Sport, meta delle mie prime uscite fuori porta da post adolescente, o del più famoso Acquafan.

Gli scivoli non hanno pendenze importanti, per la maggior parte sono piuttosto bassi e tranquilli. Inoltre ci sono vasche ferme, a temerarietà zero.

Siamo ritornati con Viola, a breve treenne.

Il primo approccio è stato con la piscina oasi, ricavata su un fondo di ghiaia fine, con un’isola artificiale al centro. Viola stava aggrappata fissa alla mia spalla, teneva appena i piedi in ammollo, e dovevo cantare una canzone di pirati in loop perché si sentisse a suo agio.

Poi ci siamo spostati sull’attrazione fatta a forma di vascello, dove alcuni forzieri si riempiono di acqua e quando colmi si rovesciano addosso a chi sta sotto; una scaletta a chiocciola ti porta alla selezione di tre scivoli di diverse pendenze. Per Viola la scelta migliore è stata di ripercorrere la scala al contrario.

Ci siamo quindi spostati verso quello che era stato il mio rammarico maggiore tre anni fa: lo scivolo ghiaccio. È uno dei due scivoli più alti che il parco ospita, ricreato in un’atmosfera da iceberg: l’attesa lungo la scala per la salita è suggestivamente fresca. 

La discesa prevede 6 corsie parallele su un appoggio morbidissimo, da percorrere seduti o distesi. Lo avessi affrontato allora, considero mentre scendo, avrei potuto espettorare Viola con un colpo di tosse una volta giunta a valle, perché la sensazione era proprio quella che l’acqua mi si fosse incanalata in ogni orifizio a gran velocità: naso, bocca e poi a scendere.

Dopo questa avventura Sofia ha voluto soffermarsi in un’area per i più piccoli: un cartello riporta la dicitura ‘Area adatta a ragazzi di età compresa tra 0 e 15 anni, di normale peso e corporatura’.

Mentre sorveglio Sofia osservo un papà che scende lo scivolo tenendo in braccio il figlio: 15 anni inequivocabilmente superati da quella volta, e ancor più inequivocabilmente fuori dai parametri di corporatura e peso ‘normali’.

Lo scivolo, grazie ai fattori cautelativi che si applicano in ogni calcolo di struttura, ha retto; ma il papà non aveva fatto i conti con il fondale molto basso che lo attendeva: arrivato in velocità ha impattato con i talloni e facendo ‘cao-leva’ * ha barcollato un bel po’ per non investire il figlio intrappolato tra le sue gambe.

Viola dimostra che quando distribuivano il coraggio lei era in fila per l’appetito, rifiutando anche questi scivoli.

Sofia mi chiede di salire su una struttura chiamata Kamikaze, dalla quale la rimandano giù a scala perché non ha ancora compiuto 10 anni. A me invece lasciano scendere senza riserve. Sono tre corsie metalliche, piuttosto spigolose: scelgo quella centrale e arrivo rapidamente a valle, dopo un saltino nel vuoto a metà percorso che mi ha fatto rimpiangere il confort dello scivolo ghiaccio e lasciato un’ammaccatura sulla schiena. Deve essere il motivo per cui non c’era fila di persone in attesa.

Dopo una sosta per la merenda, consumata in una zona all’ombra su un tappeto erboso fittissimo, ritorniamo all’acqua: è la volta di un percorso su zattere successive a cui approdare con equilibrismi dipendenti dalla propria abilità: salti, aiuto delle corde, passi lunghi e calibrati. Da qui altri tre tipi di scivoli e più sotto una spiaggia artificiale con un’attrazione adatta ai piccolissimi.

Ritorno alla sorveglianza su Viola e la persuado a provare almeno uno di tutti gli scivoli disponibili: è uno scivolo perfettamente analogo a quelli del parco giochi, quasi asciutto. Raggiunta la consapevolezza che il gioco non è oltre le sue possibilità si lancia in un altro scivolo, stavolta con delle curve che le fanno guadagnare un minimo di velocità. È quasi ora di tornare a casa quando si rende conto di quanti altri scivoli ci sono: ora vuole provarli. Entra finalmente in acqua fino alle ginocchia, si piega verso avanti e mi chiede: “mamma… come si fa a nuotare?”.

Gioia inesprimibile per me questa sua nuova curiosità, rovinerei ogni ricordo cercando di descriverla.

Ma il parco non è solo un parco acquatico: ci sono i tappeti salterini, gli spettacolini, il truccabimbi; aree per giocare a pallone; un laghetto con le anatre; si può scegliere di sostare all’ombra, o sotto l’ombrellone, oppure in una delle spiaggie artificiali.

Ci sono bar e tavole calde. Insomma, non manca nulla per trascorrere una giornata estiva con la famiglia.
* cao-leva: espressione dialettale per indicare il rischio di ribaltamento attorno ad un fulcro.

A nudo *

Ieri sera per raggiungere la piscina, come ogni altra sera, ho attraversato la città. Non pioveva mentre procedevo con l’auto.

Mi sembrava di vederla sotto un’altra luce: come un pulcino bagnato, con tutte le piume compattate contro il corpo, incapace di muovere le ali perché troppo pesanti, anche se all’apparenza di un volume inferiore rispetto allo stato asciutto.

Come una persona che conosci bene e che un giorno trovi in piscina, coi capelli bagnati, molto più vera, più se stessa di come si è abituati ad incontrarla.

Mi è sembrata una città messa a nudo.

MEMORIAL ANDREA BETTIOL – XVI BIS

L’ottimismo è il profumo della vita è stato il mio mantra, concetto rinforzato dal SPF 10 infilato nello zaino già gonfio di felpe e biancheria.
Il Memorial Andrea Bettiol inaugura la fase ‘vasca scoperta’ per il Grand Prix del Veneto, gruppo di gare che si svolgono nella mia regione, entro il più ampio circuito di gare di nuoto master italiano annuale.
La data del penultimo weekend di maggio è ogni anno un terno al lotto meteorologico.

Sotto l’aspetto organizzativo invece l’appuntamento è una garanzia: impeccabile, anzi eccellente.
La vasca del Natatorium Treviso è un’ottima vasca, molto scorrevole, temperatura dell’acqua ideale e blocchi reattivi: in passato ho fatto anche qualche buona prestazione personale.
Quest’anno ho scelto di iscrivermi ad una gara per me insolita, una distanza medio lunga, la prima gara del sabato mattina. L’avevo già disputata negli anni precedenti e avevo fatto tesoro di un’esperienza: portarsi i calzini. Nelle prime ore del mattino la temperatura non è mai eccessiva e partire dal blocco con i piedi freddi è una pessima sensazione. Anche quei leggings che avevo preso a carnevale per fare Wonder Woman, che pensavo non avrei più utilizzato, sono ritornati utili per arrivare in temperatura fino al blocco di partenza.
Durante la prechiamata Martina, che fa parte dello staff, ci racconta che per la pasta del mezzogiorno, offerta a tutti gli atleti partecipanti, sono già tutti al lavoro. 

La sera prima hanno lavorato fino alle 1,30 perchè la manifestazione inizia già al venerdì pomeriggio.

Un’ospitalità completa quella della famiglia Bettiol, che non fa mancare proprio nulla ai partecipanti: dà da mangiare, da bere e li fà divertire.
Si tratta della 17esima edizione (anzi… 16 bis hanno preferito intitolarla): ma come? Mi sembra fosse ieri la prima volta che ho partecipato, era la 5a o 6a.

Si trattava allora di una gara a cui partecipavano poche persone, si svolgeva in una sola giornata, una gara di pochi intimi. 
Allora non c’erano tante delle cose che impreziosiscono oggi la manifestazione: non c’era un dj che sceglieva i brani da proporre in piano vasca; non c’era lo speaker Gilberto Zorat a presentare uno ad uno gli atleti con immutato entusiasmo e ad infondere a ciascuno in partenza una buona dose di energia (“siete pronte a scrivere il finale dei 400 stile?” ha chiesto alle partecipanti delle ultime batterie); non c’era il the caldo che ti viene offerto appena esci dall’acqua, graditissimo; non c’era Fabio Cetti ad immortalare con i suoi scatti i momenti salienti della competizione, e a rendere importanti anche quelli minori.
Per le prime edizioni la manifestazione aveva l’aspetto classico di una gara di nuoto; adesso, pur mantenendo lo standard che si richiede ad un evento ufficiale, offre molto di più. 

Attorno al piano vasca numerosi gli stand di materiale sportivo.
Tanto per fare un esempio, l’attuale stand Boneswimmer 15 anni fa era solo il saccone gigante di una ragazza di buona iniziativa che proponeva le sue creazioni a chi, incuriosito, si avvicinava a quel drappello di persone che attendevano di vedere cosa c’era infondo.
Adesso è un marchio conosciuto e rinomato nel settore per le sue fantasie sgargianti, con punti vendita sparsi in tutta Italia.
Ho approfittato delle ore tra i miei 400 stile e la seconda gara in programma, i 50 stile, per fare alcuni acquisti, incontrare vecchie amicizie e nuove conoscenze, osservare la passerella di altre atlete che si provavano nuovi coloratissimi costumi. 

Perché per noi atlete master un costume nuovo “vale un po’ come una Vuitton per le donne normali”, ha spiegato Manuela a chi sbuffava annoiato dai nostri discorsi su colori e modelli.
Mi è piaciuta un sacco questa distinzione tra le donne normali e un gruppo che non saprei come definire, ma che qualcosa di diverso, forse un po’ più di una passione, ce l’ha.
“La stessa acqua per cui nutrite tanta passione vi spaventa se arriva dal cielo?” ha incitato i presenti lo speaker prima che partisse l’ultima batteria della staffetta 4×100.

La domanda in realtà andava rivolta a coloro che hanno scelto, mal per loro, di rimanere a casa spaventati dalla pioggia.

Io stessa sono rimasta priva di buona parte della compagnia della mia squadra, ma sono stata accolta ed ospitata sotto il tendone della compagine di una squadra concittadina della mia.
Avrei certo preferito potermi sdraiare al sole sull’erba, ma mi sono fatta delle risate così genuine che difficilmente dimenticherò: nel tentativo di mantenere un equilibrio precario alla ricerca di quelle poche zone rimaste riparate e asciutte, l’equilibrio invece è mancato.

Sono finite a bagno, nell’ordine, un paio di scarpe e un piatto intero di pasta, sparpagliato sulle gradinate appena dopo che il pic-nic era stato predisposto con pazienza certosina: farfalle tricolore ovunque, una nota cromatica in una giornata così grigia.
Negli anni alcune caratteristiche si sono mantenute intatte, come la commemorazione di Andrea, al termine del quale momento vengono librati in aria numerosi palloncini bianchi.
La manifestazione è passata dall’essere una delle tante gare del circuito ad essere una delle più ambite, è insomma cresciuta, maturata: un po’ come a prolungare la presenza di Andrea, che non ho avuto il piacere di conoscere, che al momento della prima edizione era un ragazzo e adesso sarebbe un uomo.