Despacito

Domenica pomeriggio di sole, il mio gene da lucertola fà la voce grossa, mi piazzo sulla sdraio in terrazzo in bikini, cuffiette nelle orecchie, mp3 a palla, occhiali da sole e Kindle in una mano.
Viola dorme, il resto della famiglia sfrutta il divano, io preferisco crogiolarmi all’aperto, al caldo.
Dopo alcuni capitoli di lettura l’orario post prandiale mi concilia il sonno, la mano posa il lettore di epub, gli occhi si chiudono, la mente fluttua tra i pensieri fino ad appoggiarsi su uno di questi, come una farfalla su un fiore: saranno uscite le start list dei campionati italiani master di nuoto, le griglie di partenza? 
Al solo pensiero mi si accelera il battito.

Solo con pensarlo se acelera el pulso.

Silenzio tra una traccia e l’altra, mi figuro sul blocco di partenza, un istante prima dello start, stessa assenza di rumori.

Casualità vuole che la traccia successiva 

Schitarrata

Parte 

O-Yeah… Fonsi… Dirin dirin dirin din din

Alzo il volume in cuffia! 

Conosco gente che ha fretta di essere vecchia, già a 30 anni si atteggia come se avesse raggiunto l’età della pensione.
Disprezzano ‘i giovani’, criticano aprioristicamente tutto ciò che contraddistingue le generazioni successive. 

Muestrame el camino que yo voy

Io credo di soffrire del disturbo opposto, mi sento costretta dalle circostanze a comportarmi da adulta.
Tu, Tu eres el iman yo soy el metal

Viola, quando guardiamo YouTube sulla smartTV, riconosce il video di questa canzone, chiama quello con gli occhiali ‘il mio papà’.

Ho provato a spiegarle che non è lui ma niente da fare. Poi fa anche la sospettosa perché quando compare la donna chiede ‘e lei? Chi è?’; nemmeno per scherzo dice che potrei essere io.
Ogni volta che provo a seguire il testo della canzone e canticchiarlo Viola mi blocca ‘noooo mama, tu non cantare’; finalmente sono da sola ma non ho il testo, ne ricordo solo qualche strofa, però posso cantare e anche sbagliare tanto chi mi sente?

DE – SPA – CI – TO

Le mani mi partono simulando delle onde ritmicamente, tanto sono in terrazza e nessuno mi vede, posso ballare sommessamente no?
Il volume è alto in cuffia, non sento i rumori esterni, ma la sensazione di essere osservata mi spinge ad aprire gli occhi: da una station wagon blu elettrico che fa manovra scende una specie di dea, un terzo dei miei anni e metà dei miei chili, si attacca al muretto dove sono i campanelli.
Appoggia la mano sopra la soglia di marmo e osservo, da dietro i miei occhiali scuri, le sue unghie perfette laccate di nero; da un abitino estivo trapela un reggiseno coordinato. A ben guardare tutto è coordinato: unghie, abito, biancheria, capelli, occhiali da sole. 
Ha l’aria di chi si sente brutto anatroccolo, le manca la scoperta di essere cigno.
Mentre cerca il campanello si accorge di me (ma giuro che stavo cantando solo mentalmente) e mi osserva.

… quiero desnudarte a besos despacito…

Insomma, ormai mi ha vista, inutile che adesso mi finga morta, continuo il mio balletto fatto di mani a serpentello, tanto entrerà no? Le apriranno e lei percorrerà il vialetto lasciandosi la vecchia pazza alle spalle

… que le insegnes a mi boca tus lugares favorito…


Sube sube!



Invece ho sbagliato tutte le mie supposizioni: lei rimane ferma, facendo malamente finta di niente, impaziente che le venga aperto il cancello; fino a che dall’appartamento a fianco esce la sua amica

Sabes che tu corazon conmigo haces BAM BAM

(E sul BAM BAM le mani passano dal serpentello al batticuore)
che percorre tutto il vialetto 
Pasito pasito Suave suavecito
indecisa se sia opportuno salutarmi, rivelando di avermi vista o meno, e comunque cercando di mantenersi seria.
Risalgono entrambe sulla station wagon lasciandomi sulla strofa finale

hasta que las olas griten ‘Ay Bendito’

(In un’intervista alla radio Luis Fonsi spiegava in un italiano spagnoleggiante che Ay Bendito equivale alla locuzione italiana ‘Mamma mia’ e cantava a cappella questa strofa finale)

lasciandomi dicevo su questa strofa con la certezza di aver regalato a due ragazze qualche minuto di ilarità per quella strana vecchia sul terrazzo della casa a fianco.

Parco Cavour

Appena cinque giorni prima che nascesse Viola, piena estate 2014, avevamo trascorso una giornata al parco acquatico Cavour, di Valeggio sul Mincio. 

Si tratta di un’enorme area immersa nel verde, sorella del parco Sigurtà, stessa zona, ma con piscine e scivoli al posto di saliscendi e coltivazioni floreali.

Delle attrazioni che sfruttano la forza di gravità mi era rimasto il desiderio, perché per ovvi motivi quel giorno avevo preferito godermi le vasche ‘pianeggianti’.

È un parco acquatico adatto ai più piccoli, a differenza del più adrenalinico Caneva Sport, meta delle mie prime uscite fuori porta da post adolescente, o del più famoso Acquafan.

Gli scivoli non hanno pendenze importanti, per la maggior parte sono piuttosto bassi e tranquilli. Inoltre ci sono vasche ferme, a temerarietà zero.

Siamo ritornati con Viola, a breve treenne.

Il primo approccio è stato con la piscina oasi, ricavata su un fondo di ghiaia fine, con un’isola artificiale al centro. Viola stava aggrappata fissa alla mia spalla, teneva appena i piedi in ammollo, e dovevo cantare una canzone di pirati in loop perché si sentisse a suo agio.

Poi ci siamo spostati sull’attrazione fatta a forma di vascello, dove alcuni forzieri si riempiono di acqua e quando colmi si rovesciano addosso a chi sta sotto; una scaletta a chiocciola ti porta alla selezione di tre scivoli di diverse pendenze. Per Viola la scelta migliore è stata di ripercorrere la scala al contrario.

Ci siamo quindi spostati verso quello che era stato il mio rammarico maggiore tre anni fa: lo scivolo ghiaccio. È uno dei due scivoli più alti che il parco ospita, ricreato in un’atmosfera da iceberg: l’attesa lungo la scala per la salita è suggestivamente fresca. 

La discesa prevede 6 corsie parallele su un appoggio morbidissimo, da percorrere seduti o distesi. Lo avessi affrontato allora, considero mentre scendo, avrei potuto espettorare Viola con un colpo di tosse una volta giunta a valle, perché la sensazione era proprio quella che l’acqua mi si fosse incanalata in ogni orifizio a gran velocità: naso, bocca e poi a scendere.

Dopo questa avventura Sofia ha voluto soffermarsi in un’area per i più piccoli: un cartello riporta la dicitura ‘Area adatta a ragazzi di età compresa tra 0 e 15 anni, di normale peso e corporatura’.

Mentre sorveglio Sofia osservo un papà che scende lo scivolo tenendo in braccio il figlio: 15 anni inequivocabilmente superati da quella volta, e ancor più inequivocabilmente fuori dai parametri di corporatura e peso ‘normali’.

Lo scivolo, grazie ai fattori cautelativi che si applicano in ogni calcolo di struttura, ha retto; ma il papà non aveva fatto i conti con il fondale molto basso che lo attendeva: arrivato in velocità ha impattato con i talloni e facendo ‘cao-leva’ * ha barcollato un bel po’ per non investire il figlio intrappolato tra le sue gambe.

Viola dimostra che quando distribuivano il coraggio lei era in fila per l’appetito, rifiutando anche questi scivoli.

Sofia mi chiede di salire su una struttura chiamata Kamikaze, dalla quale la rimandano giù a scala perché non ha ancora compiuto 10 anni. A me invece lasciano scendere senza riserve. Sono tre corsie metalliche, piuttosto spigolose: scelgo quella centrale e arrivo rapidamente a valle, dopo un saltino nel vuoto a metà percorso che mi ha fatto rimpiangere il confort dello scivolo ghiaccio e lasciato un’ammaccatura sulla schiena. Deve essere il motivo per cui non c’era fila di persone in attesa.

Dopo una sosta per la merenda, consumata in una zona all’ombra su un tappeto erboso fittissimo, ritorniamo all’acqua: è la volta di un percorso su zattere successive a cui approdare con equilibrismi dipendenti dalla propria abilità: salti, aiuto delle corde, passi lunghi e calibrati. Da qui altri tre tipi di scivoli e più sotto una spiaggia artificiale con un’attrazione adatta ai piccolissimi.

Ritorno alla sorveglianza su Viola e la persuado a provare almeno uno di tutti gli scivoli disponibili: è uno scivolo perfettamente analogo a quelli del parco giochi, quasi asciutto. Raggiunta la consapevolezza che il gioco non è oltre le sue possibilità si lancia in un altro scivolo, stavolta con delle curve che le fanno guadagnare un minimo di velocità. È quasi ora di tornare a casa quando si rende conto di quanti altri scivoli ci sono: ora vuole provarli. Entra finalmente in acqua fino alle ginocchia, si piega verso avanti e mi chiede: “mamma… come si fa a nuotare?”.

Gioia inesprimibile per me questa sua nuova curiosità, rovinerei ogni ricordo cercando di descriverla.

Ma il parco non è solo un parco acquatico: ci sono i tappeti salterini, gli spettacolini, il truccabimbi; aree per giocare a pallone; un laghetto con le anatre; si può scegliere di sostare all’ombra, o sotto l’ombrellone, oppure in una delle spiaggie artificiali.

Ci sono bar e tavole calde. Insomma, non manca nulla per trascorrere una giornata estiva con la famiglia.
* cao-leva: espressione dialettale per indicare il rischio di ribaltamento attorno ad un fulcro.

A nudo *

Ieri sera per raggiungere la piscina, come ogni altra sera, ho attraversato la città. Non pioveva mentre procedevo con l’auto.

Mi sembrava di vederla sotto un’altra luce: come un pulcino bagnato, con tutte le piume compattate contro il corpo, incapace di muovere le ali perché troppo pesanti, anche se all’apparenza di un volume inferiore rispetto allo stato asciutto.

Come una persona che conosci bene e che un giorno trovi in piscina, coi capelli bagnati, molto più vera, più se stessa di come si è abituati ad incontrarla.

Mi è sembrata una città messa a nudo.

MEMORIAL ANDREA BETTIOL – XVI BIS

L’ottimismo è il profumo della vita è stato il mio mantra, concetto rinforzato dal SPF 10 infilato nello zaino già gonfio di felpe e biancheria.
Il Memorial Andrea Bettiol inaugura la fase ‘vasca scoperta’ per il Grand Prix del Veneto, gruppo di gare che si svolgono nella mia regione, entro il più ampio circuito di gare di nuoto master italiano annuale.
La data del penultimo weekend di maggio è ogni anno un terno al lotto meteorologico.

Sotto l’aspetto organizzativo invece l’appuntamento è una garanzia: impeccabile, anzi eccellente.
La vasca del Natatorium Treviso è un’ottima vasca, molto scorrevole, temperatura dell’acqua ideale e blocchi reattivi: in passato ho fatto anche qualche buona prestazione personale.
Quest’anno ho scelto di iscrivermi ad una gara per me insolita, una distanza medio lunga, la prima gara del sabato mattina. L’avevo già disputata negli anni precedenti e avevo fatto tesoro di un’esperienza: portarsi i calzini. Nelle prime ore del mattino la temperatura non è mai eccessiva e partire dal blocco con i piedi freddi è una pessima sensazione. Anche quei leggings che avevo preso a carnevale per fare Wonder Woman, che pensavo non avrei più utilizzato, sono ritornati utili per arrivare in temperatura fino al blocco di partenza.
Durante la prechiamata Martina, che fa parte dello staff, ci racconta che per la pasta del mezzogiorno, offerta a tutti gli atleti partecipanti, sono già tutti al lavoro. 

La sera prima hanno lavorato fino alle 1,30 perchè la manifestazione inizia già al venerdì pomeriggio.

Un’ospitalità completa quella della famiglia Bettiol, che non fa mancare proprio nulla ai partecipanti: dà da mangiare, da bere e li fà divertire.
Si tratta della 17esima edizione (anzi… 16 bis hanno preferito intitolarla): ma come? Mi sembra fosse ieri la prima volta che ho partecipato, era la 5a o 6a.

Si trattava allora di una gara a cui partecipavano poche persone, si svolgeva in una sola giornata, una gara di pochi intimi. 
Allora non c’erano tante delle cose che impreziosiscono oggi la manifestazione: non c’era un dj che sceglieva i brani da proporre in piano vasca; non c’era lo speaker Gilberto Zorat a presentare uno ad uno gli atleti con immutato entusiasmo e ad infondere a ciascuno in partenza una buona dose di energia (“siete pronte a scrivere il finale dei 400 stile?” ha chiesto alle partecipanti delle ultime batterie); non c’era il the caldo che ti viene offerto appena esci dall’acqua, graditissimo; non c’era Fabio Cetti ad immortalare con i suoi scatti i momenti salienti della competizione, e a rendere importanti anche quelli minori.
Per le prime edizioni la manifestazione aveva l’aspetto classico di una gara di nuoto; adesso, pur mantenendo lo standard che si richiede ad un evento ufficiale, offre molto di più. 

Attorno al piano vasca numerosi gli stand di materiale sportivo.
Tanto per fare un esempio, l’attuale stand Boneswimmer 15 anni fa era solo il saccone gigante di una ragazza di buona iniziativa che proponeva le sue creazioni a chi, incuriosito, si avvicinava a quel drappello di persone che attendevano di vedere cosa c’era infondo.
Adesso è un marchio conosciuto e rinomato nel settore per le sue fantasie sgargianti, con punti vendita sparsi in tutta Italia.
Ho approfittato delle ore tra i miei 400 stile e la seconda gara in programma, i 50 stile, per fare alcuni acquisti, incontrare vecchie amicizie e nuove conoscenze, osservare la passerella di altre atlete che si provavano nuovi coloratissimi costumi. 

Perché per noi atlete master un costume nuovo “vale un po’ come una Vuitton per le donne normali”, ha spiegato Manuela a chi sbuffava annoiato dai nostri discorsi su colori e modelli.
Mi è piaciuta un sacco questa distinzione tra le donne normali e un gruppo che non saprei come definire, ma che qualcosa di diverso, forse un po’ più di una passione, ce l’ha.
“La stessa acqua per cui nutrite tanta passione vi spaventa se arriva dal cielo?” ha incitato i presenti lo speaker prima che partisse l’ultima batteria della staffetta 4×100.

La domanda in realtà andava rivolta a coloro che hanno scelto, mal per loro, di rimanere a casa spaventati dalla pioggia.

Io stessa sono rimasta priva di buona parte della compagnia della mia squadra, ma sono stata accolta ed ospitata sotto il tendone della compagine di una squadra concittadina della mia.
Avrei certo preferito potermi sdraiare al sole sull’erba, ma mi sono fatta delle risate così genuine che difficilmente dimenticherò: nel tentativo di mantenere un equilibrio precario alla ricerca di quelle poche zone rimaste riparate e asciutte, l’equilibrio invece è mancato.

Sono finite a bagno, nell’ordine, un paio di scarpe e un piatto intero di pasta, sparpagliato sulle gradinate appena dopo che il pic-nic era stato predisposto con pazienza certosina: farfalle tricolore ovunque, una nota cromatica in una giornata così grigia.
Negli anni alcune caratteristiche si sono mantenute intatte, come la commemorazione di Andrea, al termine del quale momento vengono librati in aria numerosi palloncini bianchi.
La manifestazione è passata dall’essere una delle tante gare del circuito ad essere una delle più ambite, è insomma cresciuta, maturata: un po’ come a prolungare la presenza di Andrea, che non ho avuto il piacere di conoscere, che al momento della prima edizione era un ragazzo e adesso sarebbe un uomo.

La precedenza è di chi se la prende?

1 maggio, festa del lavoro, entro al supermercato (lapidatemi, ma mi serviva il latte!) quasi deserto. Quando esco piove: raggiungo l’auto e mi accorgo che quello che ha parcheggiato di fianco a me sta comodamente armeggiando con la sua portiera spalancata addosso alla mia.

Capita anche a me, lo ammetto, ma se sopraggiunge il proprietario dell’auto mi affretto almeno a staccare la prova della mia colpevolezza. Comprensiva gli concedo il tempo che mi serve a riporre la sportina nel bagagliaio ma nel frattempo niente, il tizio è ancora lì che lega il bambino al seggiolino, e la sua porta sempre addosso alla mia.

Capisco che sia un’operazione che richiede tempo, lo so bene! quello che non capisco è come possa fregarsene totalmente del fatto che mi è addosso.

Chiedo cortesemente se può staccare la sua portiera dalla mia; risponde stizzito ‘Un attimo’ aggiungendo ‘L’ho solo appoggiata’.

Mancava anche che la avessi sbattuta…!

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Uscita dal parco giochi, pieno pomeriggio di una bella giornata di sole; il cancello insiste su una via a senso unico di percorrenza. 

Dal lato di marcia non sopraggiungono auto, dal lato opposto avvisto una vecchia punto color blu elettrico, costretta a girare a sinistra.

Ho le bimbe a fianco, una per lato; valuto la situazione e le incoraggio ad attraversare e raggiungere il marciapiede dal lato opposto. La punto però non svolta a sinistra, ma procede dritta verso le bambine.

Istintivamente grido: “ma lei è pazzo?” acciuffando Viola per il rotto della cuffia mentre Sofia scatta sul marciapiede.

Il vecchio, affiancato da moglie non meno rimbambita, sporge la testa dal finestrino piccato, rimproverandomi che non eravamo sulle strisce (che nemmeno ci sono).

Una donna che passava lì vicino mi dà manforte e gli fa notare il divieto di accesso; il vecchio ingrana la retro, abbassa la cresta (il finestrino era già giù per controbattere che avrei dovuto attraversare sopra le zebre) e si scusa blandamente, chiedendo sorpreso da quanto tempo hanno affisso il divieto.

“Sono cinque anni che abito qua e c’è sempre stato” rispondo con lo stesso tono con cui ho inveito inizialmente.

“Eh ok ok… ma calmati” mi ammonisce, ancora turbato dal mio tono di voce e dall’epiteto pazzo che ritiene offensivo.

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Due episodi recenti, questi, che mi hanno fatto riflettere: per certo in ogni discussione esiste una componente di ragione e di torto per ciascuno ma è atteggiamento prevalente (a partire da me) quello di ricercare esclusivamente la prima.
 

A quel paese 

Un tornado mi ci ha condotta: un ciclone di eventi della vita, una spirale dalla forza crescente che ha stravolto la mia routine.

Fino ad appena 5 anni fa di questo comune a cinque miglia dalla mia città conoscevo solo la pizzeria, quella che adesso nemmeno si trova più lì.

Mi era capitato di venirci alcune volte per mangiare, per il resto lo confondevo con quello situato dal lato opposto lungo la statale che conduce a nord-est.

Per me, nata e cresciuta in una città che già di per sè metropoli non é, i comuni della prima fascia urbana avevano tutti lo stesso sapore: quello del contesto sub-urbano, dei quartieri residenziali, del casolino.

Erano già una decina di anni che non abitavo più fisicamente in città, ma il luogo che avevo stabilito come residenza non era il posto in cui vivevo: per me il punto di ritorno era sempre là, dove ero nata e cresciuta.

Ci andavo quasi tutti i giorni: a trovare i miei genitori, a salutare la nonna, dopo il lavoro.

Poi una nuvola all’orizzonte: la salute della nonna ormai 90enne ha iniziato a vacillare, e in poco tempo si è spenta.

Succede, è nell’ordine naturale degli eventi.

Subito dopo anche la salute dei miei genitori ha iniziato a vacillare, quasi contemporaneamente per i due. I miei spostamenti da casa (dove abitavo) verso casa (natale) si sono infittiti, è come se io in quel periodo avessi avuto due dimore, quella di residenza e quella natìa.

Poi un fuoco d’artificio: la dipartita di papà, la nascita di Sofia e subito dopo l’addio a mamma. E nello stesso periodo la perdita del lavoro, la ricerca strenua di uno nuovo, un ulteriore cambiamento professionale frutto di una precisa scelta. In mezzo a questi eventi anche l’alluvione che dalla casa natale si è portata via tutto; quindi il trasloco di nuovo in città, di nuovo a casa dei miei.

Forse in poche righe sembra tutto più semplice, più compatto, più veloce, ma per me è stato come essere travolta da un ciclone.

Nella lista delle cause di stress lutti, traslochi, nascita dei figli, perdita del lavoro occupano posizioni importanti: io le ho vissute tutte insieme, un en-plein, la tombola delle fatiche della vita.

Per ragioni pratiche decidiamo di trasferirci in uno di quei paesi che non avevo mai considerato.

Non sono pervenuta qui con un atterraggio di quelli che meritano gli applausi dei passeggeri sui charter, ma ci sono stata catapultata, sparata.

Così il mio arrivo in un paese a me nuovo, dove tutti si conoscono da 7 generazioni e dove io non conosco nessuno. Sono stordita dagli eventi precedenti, non so bene chi sono, dove vado, cosa faccio.

Il paese è un piccolo centro abitato, un comune a pochi chilometri dal capoluogo, dove tutto è a portata: il mini market essenziale ma fornito come un ipermercato, le scuole dell’infanzia e dell’obbligo, la gelateria (esercizio commerciale fondamentale nella mia ottica), il municipio.

La mia conoscenza della geografia locale inizia con il jogging mattutino attraverso i quartieri residenziali, ordinatissimi, quasi pettinati e lungo l’argine del fiume.

Iscrivo Sofia alla scuola materna, un po’ alla volta i volti degli altri genitori mi rimangono impressi, mi ritornano familiari.

La pro-loco organizza numerosi eventi: il palio delle contrade, la festa della befana, la sfilata delle maschere a carnevale, la dolce questua di Halloween.

Gli abitanti della via istituiscono la cena annuale prendendo spunto dalla data che alla via dà il nome, e diventa una bella festa, un appuntamento fisso di inizio estate.

Il mercato rionale da cui mi rifornisco di frutta e verdura mi attende ogni sabato e sa già cosa comprerò; il camioncino del pesce il giovedì sera si ricorda che io non prendo il fritto ma il fresco; tante persone che iniziano a diventare volti noti, persone che mi conoscono e mi salutano, appuntamenti che si ripetono.

A poco a poco scopro che alcuni abitanti del posto sono arrivati solo pochi anni prima di me: riscopro vecchie conoscenze dai tempi dell’asilo o dal primo posto di lavoro.

Nel giro di pochi anni, pur essendo sempre straniera, mi ritrovo a non sentire più quella forza centripeta che la città esercitava su di me, e mi ritrovo qui, a quel paese che mi contiene come una guaina modellante, che a volte lo sento stretto ma mi dà delle certezze, mi fa sentire parte di un sistema, mi regala un po’ di stabilità, mi fa sentire di nuovo a casa mia.

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Stephen King in On Writing suggerisce di scrivere con la porta chiusa e rileggere con la porta aperta: grazie al tema #paeseditutti proposto da #aedidigitali per questa settimana sono riuscita, dopo un anno di incubazione, a chiudere la porta e sviluppare questo.

Al supermercato 

Quando vado a far la spesa

ogni volta è una sorpresa:

presto arrivo nel parcheggio

cerco l’euro e … oooh!!! dileggio

non ho i soldi pel carrello!

poco importa prendo quello

è così che afferro un cesto

poca roba, faccio presto!

poca roba occupa spazio

giocoliera pago dazio

fino in cassa mi sospingo

e il cliente avanti guardingo

pone il varco tra il prosciutto

e quel mio scomposto mucchio;

quello dietro a me soltanto

quattro cose ha, e chiede franco

se gli cedo il turno mio

lui fa presto grazie a dio!

pago tutto in furia e fretta

mentre la commessa aspetta

che mi arrenda alla mancanza

delle sporte: dimenticanza!

Anche se è pieno inverno 

Sempre è caldo come inferno
Esco tutta trafelata

Sempre madida e sudata;

torno fuori nel parcheggio

e in un attimo, il peggio:

mi ricordo cosa manca

alla lista mia! Ma stanca

mi ripeto ‘non importa’ 

prenderò un’altra volta.

La vettura mia non trovo 

Sembra sempre un posto nuovo! 
(Seguirá versione ‘in prosa’)

Le dipendenze

Da quando le giornate si sono allungate, al rientro dal lavoro prendo le bimbe che sono dai nonni e le porto un quarto d’ora al parco.
È un orario poco frequentato, in genere siamo solo noi. Una sera però c’erano altri due bambini con la loro mamma. Sofia conosceva la sorella maggiore, così questa donna si è sentita forse in dovere di fare conversazione con me.

Prima di salire sullo scivolo Viola si tocca le tasche del giubbino in cui al mattino avevo infilato i suoi occhiali da sole e il ciuccio, dopo che la avevo accompagnata al nido; mi chiede “cosa c’è qui dentro mamma?” e io le rispondo con onestà dichiarando il contenuto, come in dogana. “Voj metterli”. “Va bene” rispondo.

Indossa gli occhiali, rovesci, si infila il ciuccio in bocca e sale sullo scivolo.

È buffa: il fratellino minore dell’amichetta di Sofia ride. La mamma commenta con una punta di acredine “eh… questo ciuccio…. come si fa fatica a toglierlo!!!”. 

Rispondo serafica che non lo so, perché Sofia non lo ha mai adoperato.

La donna, una mamma di quelle con laurea post specialistica per il ruolo, mica un’improvvisata come me, rincara la dose “con lei – indica la figlia maggiore – ho fatto tanta fatica; soprattutto la notte… diventa una dipendenza!”

Ora, io probabilmente minimizzo i problemi, però dal ciuccio alle canne e poi alle spade credo che il percorso non sia esattamente marcato.

Senza dare troppo peso alla preoccupazione della mia luminare, scrollo le spalle e riduco la faccenda a un “mah si… a settembre inizia la materna… lo lascerà perdere; già adesso durante il giorno lo usa poco, solo se le viene in mente che c’è… ma all’asilo no…”

Non mi da tregua e spaventata domanda: ma quanti anni ha? 

Due e mezzo, dico sperando di tranquillizzarla: ‘zia… stai serena!’ è il messaggio che vorrei trasmettere.

“Aaaaahhh … allora questo sarebbe il momento adatto, sennò poi si affeziona”.

No ma… vuoi farmi un tutorial su come togliere il ciuccio stile Aranzulla? E ‘na padellata di cazzi tuoi no?

Una telefonata di servizio *

Generalmente l’approccio ai pubblici uffici mi mette di malumore; quando so di dover andare in posta ad esempio mi gira già storta la giornata, perché perdo un mucchio di tempo.

Invece stamattina un dipendente pubblico ha avuto la capacità di farmi ridere sonoramente.
Antefatto: lo scorso mese ho ricevuto una lettera dalla direzione generale della scuola che frequenta Sofia, che mi chiedeva di comunicare quanto prima e in via ufficiale dove ho iscritto la bambina.
Precisazione dovuta è che Sofia è anticipataria, ovvero nata nel 2010 ma iscritta alla prima classe insieme ai nati nel 2009.

Pertanto a iscrizioni terminate per il prossimo anno 2016/17, lei manca all’appello.
Comprensibile la richiesta. Se poi io avessi optato per una scuola diversa da quella a cui è previsto che la iscrivessi, la richiesta sarebbe più che legittima.

Trattandosi invece della stessa scuola, un po’ meno.
Unica attenuante è che la direzione ha sede in un’altra scuola dello stesso istituto comprensivo, ma questi sono fatti di organizzazione loro.
Comunque in via ufficiale rispondo alla richiesta via mail, senza ricevere riscontro.

Pertanto stamattina chiamo.

Sono in auto e sono appena ripartita dopo il rifornimento di carburante: il vivavoce dovrebbe essere agganciato ma forse non lo è ancora, e a volte la comunicazione non è ottimale.
Dopo alcuni squilli ottengo risposta e mi presento ‘Buongiorno sono Elena Rigon, mi sente?’

La risposta arriva qualche istante dopo “adesso la sento forte & chiaro, come al militare”

“Beh bene…. anche se io il militare non l’ho fatto…” rispondo.
Già mi figuro il ritratto di un alpino, con tanto di riserva di grappino, perché ha una voce un po’ impastata, quella tipica di coloro che hanno bevuto un goccetto; parla come se la sua lingua fosse gonfia.
“Comunque…” continuo descrivendo il motivo della chiamata nei dettagli.
Mi sento un po’ come nella barzelletta in cui un ubriaco al volante viene fermato dalle forze dell’ordine, che gli chiedono di esibire la patente, e lui ribatte “ma come … Ve l’ho data l’altro giorno, l’avete già persa???”

Solo che al posto della patente di guida c’è Sofia, e io non ho bevuto.
Per tutta risposta il mio interlocutore minimizza: “aaaaaaaaaaaaahhhhhh” esclama come un motorino in lontananza “….Signora…. Non si preoccupi….. Come si chiama la bambina?”

Quando rispondo confesso che la loro richiesta mi ha un po’ spiazzata; si giustifica ”è stato il computer che ha mandato via le lettere, non ne tenga conto” sempre parlando come se avesse una mela intera tra i denti.
Ed ecco che torno ad immaginarmi l’uomo che da alpino reduce dall’adunata nazionale, dopo essere stato per qualche istante carabiniere al posto di blocco, diventa impiegato statale a tutti gli effetti: me lo vedo in un ufficio dagli archivi cartacei straripanti, con un pc che gira con sistema operativo DOS ma che (il computer intendo) è dotato di un dispositivo speciale che chiude le buste e le affranca, leccando minuziosamente il francobollo.
“Quindi – concludo- posso stare tranquilla che non mi avete perso la bambina?”
(Mi diverto con poco).

La festicciola 

“Mamma… per il mio compleanno vorrei fare una festa con i miei amici”.
La prima volta che Sofia mi ha fatto questa richiesta era alle soglie del suo 5 compleanno. Per lei gli amici erano i compagni dell’asilo, in tutto 25; più alcuni coetanei figli di amici di famiglia. Insomma, contando su qualche fisiologica defezione, si arrivava a radunare 20 piccoletti.
La prima cosa che mi è venuta in mente è stata di verificare la disponibilità della sala parrocchiale, perchè il pensiero di ospitare quel numero di bambini in casa mi impensieriva.

Poi il grande interrogativo: come intrattenerli? E così, sulla base delle esperienze di altre festicciole a cui aveva partecipato Sofia, ho pensato di contattare qualcuno che fosse in grado di animare la festa. Io non lo sono, e poi avevo anche molte altre cose da tenere sotto controllo.
Mi sono tuffata nella giungla, chiamando alcuni nominativi che avevo a disposizione.

La fortuna ha voluto che tra i vari sulla piazza, la combinazione di disponibilità in prossimità della data di mio interesse e della fiducia che mi ispiravano, la scelta sia ricaduta su un’organizzazione chiamata Il grande tiglio.
A quella festa poi è seguita quella dei 6 anni e quella dei 7, sempre con la stessa animazione, perchè squadra che vince non si cambia.
Si è trattato di tre feste riuscite bene: la presenza di persone qualificate, che non siano i genitori o gli educatori già noti ai bambini, presentate in veste divertente fa in modo che i bimbi abbiano al contempo un riferimento e un supervisore, senza sentirselo stretto.
L’ultima di queste feste si è svolta sabato scorso.
Una delle animatrici ha indossato un vestito da Elsa di Frozen: le bambine, maggioranza netta dei partecipanti, sono rimaste stupite pur avendo subito capito che c’era qualche differenza, ma lo hanno ritenuto divertente e sono state al gioco.

Mentre una delle animatrici truccava i bambini (anche i maschietti: c’era un uomo-ragno più bello del vero spiderman) le altre due, Elsa e un’altra, facevano sfidare due squadre a bowling.
I giochi non venivano comandati, ogni bimbo veniva invitato e poi era libero di scegliere se partecipare o meno; ma il gioco era così allettante, le stesse animatrici non si limitavano a dirigerlo ma ne facevano parte entusiasta, e così un po’ alla volta in fila per fare un bello strike si sono trovati tutti: anche gli amici extra classe, anche la minoranza maschile, anche la sorellina di Sofia, due anni e mezzo, meno della metà degli anni degli altri.
Abbiamo avuto la fortuna di un sabato marzolino di eccezione, con temperature tardo primaverili, quasi estive, così dopo il bowling hanno proseguito con i giochi all’aperto: hanno sfoderato un tendone rotondo tutto colorato a spicchi, con i manici ai bordi e un buco al centro, sorretto dai bambini che a turno andavano in mezzo, e poi ognuno nominava un altro, il telo girava ed era uno spettacolo di colori e una festa per ciascuno.
Poi seduti sugli spicchi colorati a rispondere a delle azioni, e poi a urlare a squarciagola.
Quando la luce solare ha iniziato a difettare e i bimbi si erano ben sfogati sono stati invitati a fare un gioco creativo a tavolino. Non lo stesso degli anni precedenti, le animatrici si ricordavano e hanno proposto una cosa diversa.

Così si sono portati a casa un ricordo fatto a mano della loro giornata, un collage di ritagli e brillantini.

Infine la torta e i regali, era già arrivato il momento in cui i genitori sono venuti a riprenderli.
Devo i miei ringraziamenti a queste ragazze e all’organizzazione, che hanno trasformato una potenziale baraonda in un divertente pomeriggio di giochi.