Ricordami di te

Ad inizio anno capita di imbattersi in qualche collage dei video clip dei maggiori successi di 20 anni addietro: canzoni che 20 anni prima avevano scalato le vette delle classifiche, vecchi tormentoni rispolverati, pochi secondi per ciascuna in un montaggio della durata totale di qualche minuto.

E tu sei lì che guardi, ascolti, le riconosci tutte, riemergono e ti fanno rimbalzare tra i ricordi che gli si sono annodati.

Qualcuna ha retto bene: ti ritrovi ad esclamare ‘già 20 anni???’ e intanto è già partito lo spezzone successivo.

Quest’anno non mi è capitato di trovare una cosa simile, o non ancora; e dato che sono curiosa e abitudinaria, ho fatto una semplice ricerca in internet e ho individuato un sito che per ogni anno riporta la classifica dei 100 brani: più venduti? Più ascoltati? Non lo so, ed è ininfluente ai fini delle mie considerazioni.

Trattandosi di un sito tradizionale (non è YouTube nè Spotify nè similari) la lista è una vera e propria lista: una tabella di 100 righe in cui, per ciascuna riga, compare numero (la posizione di merito), il titolo, l’interprete.

Per tale ragione la riproduzione del brano non è immediata, ma sollecita le sinapsi: leggi le info e per buona parte avviene il play nel mio riproduttore mentale.

Fa un effetto strano: leggi, canticchi, gli occhi scorrono alla riga successiva, canticchi, scorri, canticchi e avanti così fino alla riga 100.

Quando sei alla fine ti senti risucchiato nello stato d’animo dell’epoca: ricordi le ambizioni, le illusioni, i momenti belli e anche quelli difficili.

Visto che il giochino era simpatico ho pensato di farlo anche per i 5 anni a precedere, e a suon di lustri indietro sono arrivata all’anno più prossimo a quello della mia nascita.

Ovviamente le canzoni di quando sono nata non si ricollegano a momenti contestuali, ma le prime 10 della lista sono ancora famosissime. Idem per quelle dei 5 e 10 anni che hanno preceduto il mio arrivo.

I primi ricordi contestuali si attestano attorno ai miei 10 anni: al termine della scuola elementare ero perfettamente integrata nel mercato discografico.

La cosa strana è che dai 20 anni fa andando a ritroso ad ogni coppia titolo / interprete mi parte in automatico il jingle, mentre dai 20 anni fa andando in avanti questo non accade.

E non perché io non conosca il brano, lo conosco benissimo: si tratta di canzoni che ho ascoltato ad libitum e pure di recente.

Lo conosco ma non mi viene l’attacco, non mi viene il ritornello, nè l’aria di una qualunque parte.

È come se il mio database sonoro mentale ad un certo punto fosse esploso e le canzoni non ci stanno più.

Se a qualcuno interessa farsi un tour delle classifiche degli anni passati il sito è http://www.hitparadeitalia.it

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Aggiungi un posto (a tavola) che c’è un amico in più

I segnali premonitori, bisogna saperli cogliere.

Una sbarra del telepass che non si alza, è un avvertimento: ricordati che il tuo percorso si interrompe, ogni tanto.

Ricordati che il tuo tragitto non si snoda su una linea retta, infinita, uniforme; è piuttosto un susseguirsi di segmenti, una spezzata, contorta, un viluppo.

Imbocchi il casello di uscita e vedi che non si alza: immagini un ritardo nei riflessi, i suoi; realizzi che i riflessi pronti spettano a te, cali il piede destro sul pedale centrale, dapprima con fare leggero, poi man mano che la distanza tra te e la sbarra si riduce, in maniera sempre più convinta.

L’auto si reinventa Karolina Kostner, inizia a pattinare, si aspetta un partner collaborativo; quando l’impatto si rivela inevitabile la sbarra si dimostra invece barbiere di Siviglia, e pettina dolcemente il parabrezza.

Una settimana più tardi, altro casello, altra direzione, ingresso stavolta, lo scenario si ripete.

Ho il telepass scarico? No: ad avere problemi è il mio predecessore, anzi sta tre auto avanti. Cerca di produrre il biglietto per l’ingresso, schiaccia qua e schiaccia là, ma la fila è sempre ferma.

Ovviamente la fila parallela procede indisturbata, Murphy ha provato spesso a spiegarlo; non hanno ancora inventato un rilevatore di possessori di telepass a distanza.

Dopo 5 minuti di paziente attesa inizio a valutare una retromarcia, e scopro che dietro di me hanno calato la sbarra di sicurezza: sono in trappola, non mi resta che aspettare.

Se per il primo della fila nutrivo poca stima, al secondo che non riesce a produrre il biglietto mi ricredo; al terzo, più vicino e quindi più visibile, ben 20 minuti dopo, ho invertito completamente la mia visione: il problema è la sbarra, non i guidatori.

Finalmente l’ectoplasma dell’omino ANAS arriva e pure io, che non ho bisogno di biglietto, entro.

Al momento dell’uscita, memore dell’esibizione artistica della settimana precedente, mi pongo il dubbio che il rifiuto a sollevarsi si ripeta: e infatti.

Freno per tempo, scendo, citofono all’omologo ectoplasma del casello di ingresso, dichiaro ad alta voce il punto di partenza.

Una sbarra che non si alza, è una richiesta di amicizia.

Il mio rapporto con le sbarre si è evoluto: ogni giorno attendo l’appuntamento, so che mi riservano sorprese, potremmo salutarci al volo o anche abbracciarci.

Potrebbero offrirmi 20 minuti di relax, una conversazione con un citofono, il brivido dell’impatto e poi no.

Salva con nome: 2018

Un altro anno terminato, un nuovo anno comincia.
Di bilanci e buoni propositi se ne sono letti abbastanza.
Io ad esempio vorrei tornare a scrivere un po’ di più, e allora parto proprio da qui, da dove si stanno inserendo tutti: da un sunto dell’anno concluso. 
Il 2018 è stato un anno senza particolari impennate, nel bene e nel male.
È stato un anno che non ha visto da vicino perdite, nè arrivi; non ci sono state svolte epocali, non è iniziato nessun ciclo, non è terminato nessun percorso importante.
Un anno che rischia di essere dimenticato? Meglio allora fare mente locale e mettere a fuoco alcuni punti salienti, in modo da archiviarlo con le etichette al posto giusto.
Il 2018 ha visto l’addio di Viola al suo fidato ciuccio: come ho fatto a farle smettere il vizio? Semplicemente niente, da un giorno all’altro non lo ha più chiesto e io ho provveduto a farli sparire.
Un mese dopo appena abbiamo tolto le rotelle alla sua bicicletta: ora versiamo nel limbo in cui per partire ha bisogno di essere sorretta, poi è autonoma. Verrà anche il momento dell’indipendenza.
E Sofia? Sofia ormai ha raggiunto tutte queste tappe della prima infanzia, ed è ancora presto per quelle dell’adolescenza.
Però un giorno mi ha chiesto di provare a fare il nuoto sincronizzato e da alcuni mesi me la trovo tesserata FIN nella squadra che ‘gioca il derby’ con quella in cui nuoto io.
Per me? Dal punto di vista della salute sono partita con una brutta influenza e poi ad agosto mi sono bloccata nuovamente con la schiena, quindi non proprio perfetto; ma sono mali transitori, non ci diamo troppo peso.
Invece il mio appuntamento quinquennale con quel fastidiosissimo esame che è la colonscopia, che oltre ad essere invasivo a livello fisico mi prostra psicologicamente con terribili ricordi, ha dato il suo responso negativo; un lungo respiro di sollievo.
Ho cambiato anche occhiali, e riscontrato un inizio di presbiopia.
L’influenza di inizio anno mi aveva fatto perdere  un po’ di peso, che ho cercato di non recuperare; da fine settembre ho voluto fare di meglio e con piccole rinunce alimentari ritornare al mio peso forma: obiettivo in avvicinamento.
Sportivamente è stato un anno di delusioni, per l’aspetto tecnico; ma ho avuto anche modo di stringere nuove amicizie e consolidarne di esistenti, il che riporta l’ago della bilancia al suo posto.
Penso che alcuni eventi assumano il loro valore concreto a distanza di un tempo più lungo di pochi mesi, pertanto può benissimo essere che accadimenti che ad oggi non sembrano avere peso ne assumeranno più in là.
Per il 2019 non ho obiettivi prefissati nè richieste o aspettative… quel che arriva va benissimo, anche perché non ci sono alternative.

A chi mi legge un sereno 2019, e a chi non mi legge auguro di cominciare a farlo.

Momenti di Natale

Mannaggia alle canzoncine campanellose che dal primo di dicembre mi hanno tintinnato nelle orecchie in loop.

Mannaggia alle renne che si sono mangiate lo scotch e così babbo natale si è ritrovato a chiudere i pacchi con la pritt.

Mannaggia alle cene troppo lunghe, che ti riportano alla realtà di certe conversazioni che per il resto dell’anno riesci ad evitare.

Mannaggia alla fatturazione elettronica e alle mille sorprese che riserva, altro che uova di Pasqua.

Mannaggia allo sfizio di insalata russa, e dei salami, e del bollito col kren, e dei pandori e dei panettoni e dei panforti.

Mannaggia agli auguri che mi sembrano sempre ridondanti, ma poi quando arrivano mi commuovono: davvero ti sei ricordato/a di me?

Mannaggia al mese di dicembre, gonfio di appuntamenti e con quella scadenza improrogabile del giorno 25, entro cui devi incastrare tutto.

Mannaggia alla scoperta che, se anche non riesci a fare tutto, non succederà assolutamente niente: pensi di schiantarti contro il muro ma poi ti accorgi che il muro non c’è.

Mannaggia a certi Natali brutti del passato, che di Natale non avevano un bel niente, che hanno rovinato la magia che Natale è un giorno speciale e poi ti accorgi che non è sempre così.

Mannaggia alla vita che continua, alla meraviglia dei bambini che scartano i pacchi ed esultano, che gridano che babbo natale si è accorto che loro hanno fatto i bravi.

Mannaggia ai foruncoli che non danno tregua al mio viso.

Mannaggia a questo Natale 2018, che è già passato.

Mentre tutto scorre (panta rei)

Dicembre. Dicembre 2018. Ultimo mese dell’anno, ora di ricomporre l’albero, e mi sembra ieri che l’ho riposto nel sottoscala.

Qualche sera fa ho aperto una scatola dal contenuto misterioso, ci ho trovato dentro alberelli, frutto di lavoretti scolastici, fatti con l’anima della carta igienica o con altri materiali di fortuna. Si sono ripresentati puntuali, non c’è che dire; se la stessa scatola l’avessi aperta ad agosto probabilmente avrei fatto proseguire al contenuto (o alla scatola intera?) il percorso verso il bidone del secco. Così si sono salvati, per ora.

Alcuni anni fa durante il periodo delle festività natalizie Sofia aveva preso l’abitudine di portarsi in doccia delle statuine del presepio, a cui faceva il bagnetto; pur di non spezzare questa catena coi suoi indiscutibili risvolti positivi (dai che è ora di lavarsi, c’è anche il katalìcammello) ho tenuto in doccia Baldassarre e Melchiorre fino al Natale successivo.

Giorni, settimane, mesi che si inanellano; la sensazione è quella di mantenere bassa la linea dei blocchi caduti alla base del tetris. Blocchi che scendono sempre più velocemente e non mi danno tempo di pensare. Pensieri che si affastellano, il tempo che corre, la vita che avanza, ogni tanto si inceppano, dimentico un dettaglio, poi recupero, e corro.

Fermate la giostra, vorrei scendere, vorrei guardare da ferma da giù.

Inizio un pensiero, non lo porto a termine, non lo riesco a completare, un altro prepotente lo scansa, e poi un altro ancora.

Non riesco a scrivere, principalmente perché non riesco a pensare: non scrivo nemmeno messaggi, a volte neanche rispondo.

La giostra gira, peccato fermarla, ma in corsa ho paura di cadere, continuo a girare con lei, sempre più veloce, vorticosamente.

Un anno, questo 2018, iniziato in modo bizzarro: ore 3.00 del primo gennaio mi fermano i carabinieri “Ma si è resa conto che è passata col rosso?”

Sì, me ne sono resa benissimo conto, ma io non volevo, stavo giusto discutendo che il semaforo non ha solo due fasi ma almeno tre, forse quattro, forza muoviti che sei in mezzo a un incrocio.

Però sono passata, guidavo io e sono l’unica responsabile delle mie azioni, niente scuse puerili.

Favorisco i documenti, la cosa finisce lì.

Tempo una settimana che gennaio è iniziato e un’influenza da cavalli mi stende a letto per dieci giorni.

Se il buongiorno si vede dal mattino, dicono.

Invece no, tutto sommato non ho particolari recriminazioni da fare all’anno che se ne va.

Mentre ci penso mi ritorna quella data siciliana di metà anno, tanto attesa quanto deludente, marcato spartiacque tra aspettative e realtà.

Rimugino, insisto. Sotto la coltre della mia disillusione pensieri positivi si aprono un varco, emergono boccioli di ricordi belli, di momenti di amicizia, di traguardi raggiunti in altri ambiti, di soddisfazioni estranee all’obiettivo.

Momenti spensierati trascorsi in compagnia; messaggi inaspettati, per l’arrivo ma soprattutto per il contenuto; Viola che spinge sui pedali di una bici senza rotelle, la mia mano allenta la presa della sella, le mie gambe rallentano la corsa, lei procede ugualmente, autonoma.

Scoprire che a volte basta un sorriso per iniziare un dialogo, che ad un dialogo si aggancia una conversazione, e da una conversazione può nascere un’amicizia; scoprire che alcune persone sono molto più sole di quanto ogni tanto mi capita di sentirmi.

HOT PARADE AUTUNNO 2018

I dischi che caratterizzano questo momento; non significa i migliori o che siano pezzi memorabili o particolarmente belli, semplicemente sono brani che in questo periodo della mia si ascoltano con maggiore frequenza e che hanno un nesso con la vita quotidiana.

Assolutamente in ordine di niente.

* Da zero a cento – Baby K

Tocca ascoltarlo da capo ogni volta che per qualche motivo viene interrotto: Viola chiede che lo carichiamo da YouTube e riproduce fedelmente (fedelmente a modo suo) le mosse delle ballerine, cantando i pezzi che ricorda “Andale andaleeee”

* Faccio quello che voglio – Fabio Rovazzi

Questo viene ascoltato in loop in auto quando a bordo ci sono le bambine; se invece siamo a casa tocca vedere il video integrale, in cui si può apprezzare per intero la storia che sta dietro le parole.

Più che un video musicale, un vero e proprio cortometraggio scritto e diretto per intero dallo stesso Rovazzi.

Pensatela come volete, il ragazzo ha talento. Non per cantare, ma ci sa fare. Ha già sbaragliato i suoi mentori J-Ax e Fedez, ha rimesso in pista personaggi come Morandi e Al Bano. Vedo una lunga strada tracciata davanti a lui, sta andando a comandare

* Tutto tua madre – J-Ax

La (non ancora) madre che lanciava il reggiseno a ogni concerto ce l’ha fatta, e ora ha un pargolo tutto suo. Io preferivo il J-Ax senza figli, ma ho sentito molti spendere parole molto positive per la nuova veste di musicista genitore.

* Torna a casa – Maneskin

Questi ragazzi mi sono piaciuti dal primo ascolto, da quando inneggiavano con voce graffiante a Marlena / spogliati nera / apri la vela / viaggia leggera.

Ora Marlena deve aver preso il largo, perché la richiamano: torna a casa / il freddo ormai si fa sentire.

Apprezzo la coerenza di dedicare più canzoni alla stessa donna, mi unisco al coro di appello: quindi, Marlena, da brava, torna a casa!!!

* Le tasche piene di sassi – Giorgia

Finché questo tripudio di S usciva storpiato in F dalla bocca di Jovanotti non lo potevo sopportare. Ora ne riscopro tutta la meraviglia.

Mi torna in mente, granitica, una scena. Ero in età di scuola elementare e all’epoca il tempo pieno era per pochi; io andavo a scuola solo al mattino, poi al pomeriggio praticavo diverse attività tra cui, per due pomeriggi a settimana, la ginnastica.

Fosse oggi avrebbe un nome più esotico, come minimo si chiamerebbe psicomotricità; allora era semplicemente ginnastica al palazzetto dello sport.

Martedì e giovedì pomeriggio, tra le 15,30 e le 16,30 credo.

Vabbè magari dedicherò un post a parte a quello che si faceva in quest’ora e a vari aneddoti correlati; in questa sede mi limito a ricordare che una volta è successo che all’uscita a prendermi non è arrivata mia mamma. Nè una zia, una nonna, una baby sitter improvvisata. Non è arrivato un bel niente di nessuno, per un tempo indefinito che a me è parso eterno.

“Sono sola stasera senza di te / mi hai lasciata da sola davanti al cielo / arriva subito / mi vien da piangere”

Poi da dietro la curva, con uno stile di guida che Shumaker levati, è arrivata la mamma.

Non ho mai saputo cosa fosse accaduto, se mi aveva dimenticata o solo avuto un contrattempo: lei è arrivata e questo mi basta!

* Bling bling – Gue Pequeno

“Euro cash grana soldi schei / un milione anche più / anche l’ultima marlboro”

Ci sono diversi modi di riferirsi al denaro, schei è tipico veneto, ma è un termine talmente diffuso che non se ne coglie quasi l’accezione dialettale.

E poi, inossidabile, il richiamo a Mango: Oro.

Il metallo prezioso che è riferimento per il valore di ogni bene, convertibile nelle summenzionate unità di misura.

Mango col suo oro come il metro depositato al Bureau international des poids et mesures di Parigi, Gue Pequeno che ci rappa sopra a me non dispiace affatto.

* Piovesse il tuo nome – Elisa

“Se in mezzo alle strade

O nella confusione

Piovesse il tuo nome io

Una lettera per volta vorrei bere”

E se il nome che piove fosse Pierferdinando, sai quante lettere dovrebbe bersi, una alla volta? E soprattutto se cade un tafernario tanto di nome in mezzo a mille persone… non c’è pericolo che faccia dei morti?

* Pem pem – Elettra Lamborghini

Tutta in spagnolo ma si capisce perfettamente che lui non la ama ma la invita a casa sua a fumar marjuana pemperepem

* Paracetamolo – Calcutta

Collega1 entra in ufficio dicendo che si sente la febbre, se abbiamo una Tachipirina; io ravano un po’ nella mia borsa e gli porgo una pastiglia greca, equivalente di una Tachipirina 500. Collega2 gli allunga una bustina di qualcosa che sostiene essere pari alla Tachipirina 1000. Collega1 accetta la seconda offerta e io intono “lo sai che la Tachipirina 500 se ne prendi due… diventa 1000?”. Collega3 allibito, mi chiede se mi sono diventata cantautrice. Cultura musicale pari a zero, accendo Spotify e li aggiorno.

* Nera – Irama

“Nera come la tua schiena”

Che però ora a novembre è sbiadita

* Voglio – Marco Mengoni

“Voglio dire al vero amore che non era vero”

Non potete immaginare che razza di trip mentali mi scatena questa frase: se non era vero allora non posso dirglielo, perché lo direi alla persona sbagliata. O a non essere vero era qualcos’altro, non l’amore? In tal caso… cosa???

* Shut Up – Black eyed peas

Vero, è una canzone di parecchi anni addietro, ma la stanno riproponendo insistentemente e a me piaceva tantissimo e mi piace tuttora!

Sopra a tutto il dialogo cantato che termina con lo sfogo gridato della voce femminile:

“It was the same damn thing

Same ass excuses

Boy you’re usless

Whhoooaaaa”

Ciclo vitale

L’autostima non si crea e non si distrugge, ma si trasforma da un solido stato d’animo a un puzzle di mille pezzi scomposto, raffigurante una folla di minions tutti ugualmente gialli e azzurri da rimettere insieme; 101 cuccioli di dalmata frammentati in mille tesserine, cerchi Crudelia Demon come punto di partenza.

Resiste un po’, scricchiola sotto il peso dei pregiudizi di genere, spiffera in pianti liberatori gridati nell’abitacolo dell’auto a squarciagola sulle note di canzoni proposte a caso dallo zapping radiofonico, deflagra ma non si smaterializza: giace come un mucchio di residuo di combustione, pronta a risorgere dalle sue stesse ceneri come l’araba fenice.

Sublima poi dallo stato aereo per ritornare a quello solido tramite bizzarre visioni oniriche, che non hanno alcun riscontro con la realtà ma bastano a far tornare il sorriso, come una scialuppa di salvataggio.

Mentre il Titanic intero affonda Rose aggrappata ad un sughero raggiunge la riva e riparte, riprende a vivere.

RIP Mr Hyde

Ore 9.00 – Dr Jekyll

“Oh bene, oggi è giorno di allenamento”

Ore 10.00 – Bip bip – Messaggio whatsapp con l’allenamento per la serata – Mr Hyde

“Oh no… 16×100 forti… non ce la posso fare”

Ore 14.00 – Dr Jekyll

“Dai forza che stasera ci si allena: il lavoro sedentario richiede una forma di compensazione, altrimenti sarei un rudere… senti questi che hanno il fiatone per aver salito una rampa di scale”

Ore 19.00 – Mr Hyde

“Ma chi me lo fa fare? Ma sono veramente stanco, non ce la faccio! Ma se rimanessi a casa? Non cambierebbe nulla, tanto ormai le gare non le vinco più.

Fuori piove, magari le strade sono allagate…

Ma se per una volta scegliessi divano, copertina, una tisana e un libro? Ma se io facessi la nonna di me stessa? Ma la tv non la guardo mai, potrei cominciare stasera.

Ma se andassi a letto presto? Sento il richiamo del cuscino, guadagnerei in riposo!

Ore 20.00 – Mr Hyde ALZA LA VOCE

“Perché vuoi proprio andare? Sei sicuro? Pensaci dai… per una volta…”

Dr Jekyll afferra le chiavi dell’auto e scende le scale.

Mr Hyde si accorge, a 200 m da casa, di aver lasciato la patente sul tavolo, vicino alla frutta. Mr Hyde si sente molto Gloria ma a guidare è Dr Jekyll, che intanto ha individuato una canzone piacevole alla radio.

Dr Jekyll parcheggia e si cambia.

A salire sul blocco di partenza però è Mr Hyde che giudica la temperatura dell’acqua ad occhio nudo: è fredda.

Mr Hyde indugia, chiacchiera, tentenna, temporeggia.

Dr Jekyll dà una spinta.

Mr Hyde esclama “ ‘mmazza se è fredda!” ma Dr Jekyll inizia a girare le braccia.

Viene il turno dei 16×100 forti: Mr Hyde si propone di farli al risparmio, Dr Jekyll ha l’udito sopraffino e sente i compagni proporre “li facciamo misti?”

Decide Dr Jekyll, misti siano!

Scende a patti con Mr Hyde e cinquantapercentizza la cosa.

Dopo i primi 2×100 comunque Mr Hyde progetta di sospendere la seduta e fuggire.

Dr Jekyll lo trattiene, e li completa.

Mr Hyde soccombe.

In spogliatoio, fiero, ritorna Dr Jekyll da solo.

RIP Mr Hyde

Cogli prima la mela

Non c’era nessun serpente sibilante, nè io mi chiamo Eva. Non c’erano cantanti capelloni che schitarrando mi sobillavano, eppure io lo sentivo forte il richiamo.

Era la mela stessa a chiamarmi, coglimi coglimi sembrava dicesse, sembrava che parlasse proprio con me.

Stava sopra, in alto, sulla sommità del ramo, rivolta verso il sole, dove le mani bambine non potevano arrivare.

Dalla mia visuale sembrava perfetta: rossa, sferica, brillante.

Avessi sentito cantare hey-ho in lontananza avrei verificato se lì intorno c’era la strega più bella del reame.

Nulla di tutto ciò: la tentazione che quella mela esercitava si sprigionava direttamente dal frutto.

Ne avevamo raccolte una cassetta intera la mattina, ed eravamo ritornati a recuperarla nel pomeriggio per caricarla in auto.

Le mele nella cassetta erano nostre, di diritto, nessuno avrebbe potuto eccepire se avessi preso una di quelle.

Le mele sui rami erano di chi le avrebbe colte.

Una mela in più o in meno non fa la differenza, in fin dei conti cambia poco.

Quella ancora sul ramo, concettualmente, non mi spettava, non era mia: ecco perché era meglio delle altre, ecco perché mi attraeva.

Le altre erano morte, ormai; questa era viva, era una mela parlante, e io mi sentivo tentata – di più: turbatadalla sua avvenenza.

La festa in paese, Pomaria, offriva mele fritte, estratto di mela, strudel di mele, mela a fettine; tutto squisito, ma io volevo quella che stava ancora sul ramo.

In paese a Cles c’erano giochi, c’erano esposizioni, c’erano eventi, c’era tanta gente e un bel clima di festa; il frutteto era appena fuori dal paese. 

Tra i filari della piantagione si stavano insinuando nuove comitive, chiunque per 10€ poteva riempire una cassa da 15 kg.

Noi del mattino non avevamo avuto la guida: noi avevamo fatto a modo nostro, come ci veniva naturale.

Questi del turno pomeridiano avevano indossato le cuffie ed ascoltavano le istruzioni: come si raccolgono, come si conservano, quali sono le vitamine contenute nella buccia e nella polpa, quali proprietà miracolose possono levare il medico di torno.

Niente scale di raccolta, per ragioni assicurative, spiegava la guida.

Bene, meglio così! Quel frutto lì più in alto resta mio, consideravo.

Cercavo riparo dal sole mentre una donna dagli abiti, e soprattutto dall’atteggiamento, militari, parlava dentro un microfono.

Mi spostava, afferrandomi per le spalle con fare marziale, da quella zona ombreggiata, senza interrompere il suo monologo, con finta cortesia.

Lì stava la console da cui la sua voce veniva amplificata nelle orecchie dei nuovi raccoglitori, e lei non poteva parlare extra, non poteva sberciare si levi di qui nelle orecchie dei poveri ignari.

Il suo sguardo e il suo fare erano eloquenti, il suo silenzio mi urlava addosso tutto il disappunto di cui era capace.

La sua presenza autoritaria acuiva il mio desiderio di rubare la mela, quella mela.

Ad un tratto l’azione si è sprigioniata: ho sollevato il braccio e la mia mano ha valicato il confine della pudicizia, si è allungata là sopra, ha afferrato il pomo e ruotandolo lo ha staccato.

Direttamente dal produttore (un melo doc della val di non) al consumatore (le mie fauci).

Il frutto che appariva perfetto è impolverato: lo struscio sulla maglia, tolgo il più.

Noto delle piccole imperfezioni, delle ammaccature; non ho nessun coltello che crei un raporto chirurgico con il frutto, siamo a tu per tu.

Addento: la primissima sensazione è il caldo.

Il frutto appena colto dall’albero non è freddo come quelli che sono abituata a conservare nel frigorifero; anche quando aspetto due ore prima di mangiarlo, nulla può replicare quella sensazione di sole: un velo di calore avvolge il pomo, ed è un calore irreplicabile, lontano da qualunque sensazione termica si possa ricreare artificialmente, pur riuscendo a generare una pari temperatura.

Una volta incisa la buccia con i denti, un succo dolcissimo che punta appena all’aspro, nella misura esatta che serve per dissetarmi, sgorga copioso.

Il succo strabocca, un rivolo mi scende lungo il mento, mi lorda le mani, le rende appiccicose.

La polpa è consistente e morbida: non è di quella durezza che sa di patata cruda, assomiglia più ad un croccante batuffolo.

Morso dopo morso, e occhiataccia dopo occhiataccia del generale Patton, arrivo al torsolo, rosicchiando attorno alla parte ammaccata.

Getto ciò che resta del frutto ai piedi del filare, soddisfatta.

Che merenda sublime.

Radiografia di una principessa

Da quando ci sono le bimbe circola per casa un libro illustrato di fiabe classiche: Biancaneve, Il gatto con gli stivali, I tre porcellini etc.

Il libro è corredato da un cd con le fiabe registrate, ma non ne abbiamo mai approfittato: ho sempre letto le fiabe a voce; anzi la fiaba perché Cenerentola va per la maggiore.

Non so se si tratti di un’edizione infelice, ma ci sono alcuni punti chiave nella narrazione che più li leggo e più mi indispongono.

Evito di riportare la versione integrale del racconto, noto ai più; mi limito alle frasi più fastidiose:

  • La necessità di risposarsi:

“… il mercante cadde in disgrazia così si trovò costretto a sposare una ricchissima vedova che aveva già due figlie…”

Passa liscio come l’olio il concetto che il matrimonio può avvenire tranquillamente per interessi economici, senza nemmeno includere un briciolo di affetto.

  • L’inopportunità legata agli abiti:

“… la fata sorrise: di certo non ci puoi andare combinata in questo modo…”

Ma non si era propagandata la storia che l’abito non fa il monaco, che l’importante è essere belli dentro etc?

  • L’impellenza di trovare una donna:

“… in onore del compleanno del principe il re darà un grande ballo a cui sono invitate tutte le ragazze in età da marito; durante il ballo il principe sceglierà la sua sposa”

Perché è il padre a desiderare così ardentemente che il figlio si sposi? E perché ha tanta fretta?

  • Le scarpe di cristallo e la puntualità:

“… e queste sono per i tuoi piedini! Un paio di scintillanti scarpine di cristallo comparvero all’improvviso”

“… ma ricordati : l’incantesimo scadrà a mezzanotte in punto”

Cioè fata, la potenza è nulla senza controllo: se mi metti ai piedi un paio di scarpe di cristallo mica posso correre come Usain Bolt; e tu mi vuoi pure indietro per mezzanotte secca? Il tempo non mi basta nemmeno per salire la scalinata!

⁃ “Poi fu la volta dei topolini che diventarono magnifici cavalli bianchi”

E gli animalisti muti?

  • Il principe si intestardisce:

“È inutile che vi dica il mio nome, non ci rivedremo mai più dopo stasera”

“Oh sì che ci rivedremo!”

Lo sa il principe che esiste il reato di stalking? Può una donna sentirsi libera di vederti una sera e basta? Fattene una ragione, ragazzo!

  • Le doti atletiche del principe:

“Il principe cercò di inseguire la fanciulla ma non riuscì a raggiungerla”

Abbiamo a che fare con un centometrista proprio: nemmeno in grado di correre dietro a una ragazza che calza un paio di scarpe di cristallo!

  • Un ragazzo capriccioso, pure un po’ viziato:

“Cercate ovunque la giovane che la calzava, non avrò pace finché non l’avrò ritrovata”

Punto primo, te la vai a cercare; punto secondo di donne è pieno il mondo, perché a lui non compare la fata madrina a spiegarglielo? È sessista questo concetto che le donne abbiano bisogno dell’intervento di un essere superiore e il principe no.

  • La discriminazione basata sulla taglia:

“Ma i piedi delle due ragazze si rivelarono subito troppo grandi”

Questo è il preconcetto più indisponente di tutto il racconto: se una fanciulla calza il 41 non può essere amata? È inutile che ci stracciamo le vesti sul bullismo tra adolescenti, piaga della società moderna, se raccontiamo questo genere di storie con noncuranza ai nostri figli.

Me lo immagino il messo del re con Anastasia e Genoveffa, desideroso di portare a termine la missione, insistere che è un 38 ma calza largo, su dai provalo.

  • Aborro la falsa modestia:

“… uno dei messi, colpito dalla bellezza di Cenerentola che se ne stava in disparte, le disse: e voi perché non la provate?”

A me quelle che ‘oddio figurati io no ma dai’ e poi invece si scoprono meglio di quel che credevano, proprio non le tollero.

Sono venuta al provino di X-Factor perché mi ci hanno trascinato, e poi cantano come Adele.

Ma vogliamo iniziare a prendere coscienza dei nostri meriti e dei nostri limiti o dobbiamo sempre attendere che siano gli altri a scoprirci?

  • Le motivazioni, quelle valide:

“L’ordine era di riportare al castello la ragazza che avesse calzato perfettamente la scarpina”

“Adesso dovrete dirmi il vostro nome perché sto per chiedervi in moglie”

Si sposano sulla base di una scarpa che calza: non sarà un presupposto labile per un matrimonio duraturo?

A me questa favola suona altamente diseducativa!