Simmetrie

Un camaleonte che arrotola la lingua e mi inghiotte: è la fetta grigia di asfalto che percorro quotidianamente. Lunga ma ormai perfettamente memorizzata: al mattino nel viaggio di andata verso il lavoro mi sento un insetto che viene fagocitato.

Il camaleonte non mi digerisce e la sera mi sputa, riportandomi stancamente a casa, lungo la stessa lingua grigia; mi sento recuperare e avvolgere come in un gomitolo di lana che ritorna matassa.

È confortevole e protettivo; mi rilasso e mi perdo ad osservare i dettagli: i papaveri nei campi, le rose rampicanti sui muri di recinzione, le calle nei fossi, il glicine, l’acero rosso.

La vegetazione che spicca sopra il giallo dei campi e sotto l’azzurro, o il grigio, del cielo.

Osservo la componente umana: come sorbisce il gelato, se ha indovinato la pesantezza del vestiario, chissà dove sta andando, se ha già programmato le vacanze, cosa mangerà per cena.

Incedono passeggiando, o di corsa; alcuni spingono un passeggino, altri una carrozzella; c’è anche chi pattina o si destreggia sull’overboard.

Cerco elementi ricorrenti: c’è oggi la donna accovacciata lungo il ciglio che mentre aspetta (- ma cosa? – ) telefona?

Scruto intorno alla ricerca di novità.

Osservo la forma delle nuvole, le strisce nel cielo, i cerchi nel grano.

Esistono lungo il tragitto luoghi che non hanno un significato preciso ma che ecco, sono arrivata qua.

Quando manca appena un km a casa, mentre le mie figlie dal sedile posteriore mi investono di domande cosmiche e resoconti del quotidiano, passo su un ponticello. Guada il fiume Tesina e parallelamente corre un ponte ferroviario.

La simmetria del ponte stradale e quello per il treno trovano sponda nella simmetria, ortogonale, degli archi e, nella terza direzione, del cielo che si riflette sullo specchio d’acqua: alberi, nuvole, campate.

Il fiume, di sotto, scorre impercettibilmente, si intuisce appena il movimento.

La vista ogni sera mi imprime una foto, che dall’auto non riesco a scattare.

Ma dalla bicicletta si può.

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Tet a tet con la malavita

La cattedra di matematica del triennio del liceo scientifico era rimasta vacante per il pensionamento dell’insegnante di ruolo, così l’istituto superiore che frequentavo aveva aperto il carosello delle supplenze annuali.

Dopo un anno trascorso con una prof. delle cui capacità logico razionali nutro a distanza di anni stima pari a zero, memore di quel dibattito nel quale lei sosteneva che il quadrato non è un (caso particolare di) rombo, e per questo il mio compito andava valutato meno dell’ottimo, era arrivata una prof. altrettanto giovane e inesperta, ma molto più zelante.

Portava il nome di una nota marca di prosciutti, e a guardarle il viso paffuto si sarebbe creduto che in effetti discendesse proprio da quella dinastia.

Mi piaceva immaginarla mentre sbocconcellava il suo panino al cotto e lo masticava lentamente, con la stessa pacatezza e meticolosità con cui ci spiegava la trigonometria.

Era arrivata ad assumere la supplenza con un lieve ritardo rispetto all’inizio dell’anno scolastico, non certo per causa sua, ma quando si era resa conto di non essere al passo con lo svolgimento del programma ministeriale aveva organizzato un ciclo di incontri supplementari, al pomeriggio.

Nel corso dell’orario mattutino avrebbe svolto il regolare programma, mentre nelle ore extra avrebbe fatto esercitazioni, in modo da non penalizzare quelli che, per qualunque ragione, non avessero potuto frequentare nell’orario straordinario, lasciando a ciascuno piena libertà di scelta sull’opportunità di frequentare quelle lezioni supplementari, che alla fin fine venivano presenziate da tutti.

Si trattava comunque di poche ore, una a settimana, per un breve periodo.

Non avevo una reale necessità di partecipare a queste lezioni di recupero ma era un modo per uscire di casa e trascorrere del tempo con i compagni di classe; inoltre mi piaceva la matematica e svolgevo sempre con entusiasmo ogni compito aggiuntivo, lo trovavo divertente e stimolante come lo sono molti passatempi rompicapo o di enigmistica.

L’orario di ritrovo era previsto per le 14.00. Le lezioni mattutine terminavano alle 12.20 quindi non avevo moltissimo tempo per rientrare a casa, pranzare e rientrare a scuola.

E poi come sempre ero in ritardo.

Pertanto pedalavo alacremente per le vie del centro storico, in una zona a transito limitato e per giunta contro mano, ma a quell’ora c’ero solo io in giro per le strade e mi sentivo in diritto di farlo.

Sono quasi giunta a destinazione quando sento il rombo di un motorino che percorre lo stesso corso Fogazzaro, anch’esso contromano.

Ritengo che chi lo guida sia in piena contravvenzione: passi per me che sono in bicicletta, non mi ritengo tenuta a rispettare rigorosamente i sensi di marcia, mi assimilo un po’ ai pedoni quando mi torna comodo.

Ma lui? tanto più che col motorino ci metti un istante a fare il giro corretto….

Il rumore è sempre più vicino… Sembra che il tizio si stia avvicinando proprio a me.

Che sia un amico che non riconosco che mi vuole cogliere di sorpresa? Mentre mi interrogo su questi aspetti mi volto a guardare e vedo che ha il volto semicoperto da un fazzoletto.

E’ ovvio che non lo riconosco, non lo si può vedere in viso! Ma quanto vicino mi viene? perchè ok se vuoi salutarmi e fare la strada con me ma così rischi di farmi cadere.

Siamo spalla contro spalla, lui afferra lo zainetto che ho alloggiato nel cestino davanti al manubrio, lo solleva, accelera e in un istante è già più avanti di me che non lo vedo più, solo da dietro.

Resto spiazzata, basita, attonita; ma con una prontezza di riflessi immediata inizio a strillare più forte che posso.

Non ricordo di aver articolato parole tipo ‘aiuto’ o ‘al ladro’, solo un urlo di avvertimento di pericolo misto a spavento, e il sollievo di non essere caduta per il contraccolpo.

Non è stato inutile: una parrucchiera che aveva il negozio lungo la via accorre immediatamente al mio richiamo e lo vede dritto negli occhi.

Io esaurisco l’inerzia del mio velocipede e il fiato nei polmoni, accosto sul marciapiede un po’ abbacchiata, più per non aver capito cosa stava succedendo che per il reale valore dell’ammanco.

Lei, capello rasato sulla coppa e platinatissima, mi viene incontro, chiedendomi cosa è accaduto; in poche parole le illustro i fatti.

L’empatia è immediata, perchè proprio poche settimane addietro la stessa Sabrina aveva subito un borseggio; passeggiava a braccetto del suo fidanzato nella vicina città di Bassano del Grappa e un tizio le aveva strappato la costosa borsetta dalla spalla ed era fuggito a gambe levate.

Vuole aiutare me per farla pagare a quello, trasferisce la sua rabbia sul ladro di turno.

La sua reazione nel prendere la cornetta e comporre il 112 è istantanea tanto quanto lo è stata la mia nel mettermi a gridare.

La questura si trova a poche centinaia di metri, in linea d’aria.

Le forze dell’ordine escono immediatamente, nemmeno 5 minuti e sono sul posto (percorrendo le strade nel giusto verso, senza infrangere il codice della strada).

Sembra un episodio da telefilm: raccontiamo loro l’accaduto in maniera concitata, io per la partecipazione in prima persona, la parrucchiera che ha risvegliato l’onda emotiva del suo momento passato.

Non solo Sabrina è scattata fuori dal suo negozio con un tempo di reazione pressochè nullo (o forse stava sulla porta a fumarsi una sigaretta in attesa della prima cliente), ma è stata così istintiva da cogliere e memorizzare un fotogramma essenziale per il riconoscimento del tizio che, ignaro di tutto, stava frugando dentro il mio Invicta nero e turchese sopra un ponte a pochi passi di lì.

L’uomo che viaggiava a bordo del Ciao aveva un’estesa chiazza rossa su un lato del viso, come un angioma. Riferisce questo dettaglio ai due poliziotti i quali ci spediscono in questura per formalizzare la denuncia (io) e la testimonianza (Sabrina), mentre iniziano a perlustrare la zona attorno.

Trovano Gianni, questo il nome del malvivente a volergli conferire un’aura di solennità, ma solamente un tossico disperato in realtà, sul ponte dietro la chiesa che rovista nel mio zaino e trova ahimè poca roba di suo interesse.

Il poveraccio infatti non poteva trovare un portamonete, unica cosa che potesse interessargli, perchè ne viaggiavo sprovvista, sistematicamente.

Trovava invece: il libro di trigonometria che avevo minuziosamente ricoperto con una pagina pubblicitaria di Benetton, raffigurante una delle fotografie di Oliviero Toscani tanto in voga all’epoca; un quaderno a quadretti formato A4 con gli esercizi; un astuccio con alcune penne, anche colorate (credo che risalisse a quell’anno il mio acquisto di un super pennone biro a 10 colori intercambiabili); unico pezzo ‘di valore’ una calcolatrice del formato di una carta di credito, altrettanto sottile, che avevo trovato in omaggio in un fustino di detersivo per lavatrice: di valore per il ladro, che se la è tenuta, e di valore per me, che avrei dovuto convincere mia mamma a comperare un altro fustino di detersivo ‘di marca’ per poterne avere un’altra.

Si trattava di una calcolatrice che arrivava al massimo a fare la radice quadrata, oltre le quattro operazioni.

Di gran lunga più sconfortata sarei stata se avessi subito lo stesso scippo pochi anni più tardi e mi avessero sequestrato gli appunti universitari, unici ed irripetibili in quanto catture estemporanee del flusso di informazioni dal docente verso il mio quaderno, che avevano transitato giusto per un frangente nella mia testa, il minimo indispensabile per essere cifrate nero su bianco, pronte per essere recuperate qualche mese più tardi ed essere assimilate per esteso.

Mentre io e Sabrina formalizziamo la denuncia, i poliziotti perlustrano il quartiere e trovano il soggetto, lo riconoscono e lo accompagnano in questura.

Qui lo fanno accomodare in una stanza con altri tre o quattro; poi chiedono a me e a Sabrina di riconoscerlo tra questi, attraverso un vetro dal quale lui non può vedere noi.

Per lei l’individuazione è immediata, per me un po’ meno, perchè l’ho visto solo di sfuggita.

Mille dubbi mi attanagliano, se sia veramente lui, e se non sia meglio scagionare un colpevole piuttosto che accusare un innocente.

Di fatto però è veramente accaduto che uno mi abbia scippata pochi minuti prima, e con tutta probabilità si tratta proprio di lui, di quell’uomo di cui anche io di sfuggita ho notato la chiazza rossa che deturpa il volto.

Così confermo che quell’uomo, che adesso mi sembra una scimmia rinchiuso in una gabbia allo zoo, è stato lui a scipparmi.

Viene trattenuto, mentre io e Sabrina torniamo alle nostre attività: lei al suo negozio di parrucchiera, io a scuola, alla lezione di trigonometria.

Entro in classe trafelata con più di 30 minuti di ritardo; su una durata complessiva di un’ora, rende la cosa opinabilmente sensata, ma è indescrivibile il senso di trionfo che provo quando mi giustifico per il ritardo con un ‘scusate, sono stata scippata’.

Nei giorni che seguono l’aneddoto riempie le mie conversazioni e il racconto si arricchisce di dettagli e particolari ad ogni sciorinamento.

Un paio di giorni dopo sul giornale locale viene pubblicata la notizia: un trafiletto di 30 righe nella pagina della cronaca locale, in cui sono riportate per esteso le generalità mie (nome, cognome ed indirizzo), della parrucchiera e da ultimo anche di Gianni.

Grazie a questa reciproca presentazione, mi è possibile individuare le successive perfomances di Gianni, che durante l’estate viene colto in flagrante mentre si allontana da un’automobile, alla quale ha sottratto l’autoradio, e se la è infilata tra la cintura dei pantaloni e la pancia, coprendola con la maglietta, sperando di passare inosservato.

A questo punto consegue ai miei occhi la laurea di ladro di galline, ad honorem, e inizio a provare nei suoi confronti un indicibile senso di pietà, più che di rabbia.

Ho la certezza che si muove a piede libero, non sta certo in galera, e pur conscia del fatto che potrebbe sapere dove abito, non mi sento minimamente in pericolo, anzi mi aspetto da un giorno all’altro di ricevere la notizia della sua scomparsa per overdose.

Gli anni passano e di Gianni mi resta il ricordo dell’episodio dello scippo e del suo indirizzo, una via a cui passo spesso davanti.

Diversi anni più tardi, la bellezza di 6 anni, ricevo una raccomandata, con la quale vengo invitata a presentarmi in tribunale, ad una certa data e ora, per partecipare al processo in cui si sarebbe giudicato quanto accaduto.

Avevo trascorso delle giornate intere a fantasticare sul processo, e “giura di dire tutta la verità dica ‘lo giuro’ ” con la mano sulla bibbia, e gli avvocati con toga e parrucca bianca, e il giudice che batte col martelletto di legno per chiedere il silenzio, io sul banco dei testimoni a riferire i fatti, la parrucchiera a testimoniare, Gianni in veste di imputato a difendersi e negare di essere stato lui; e poi l’arringa dell’avvocato, e la sentenza con relativa condanna del colpevole, per il quale provavo addirittura un po’ di apprensione.

Tutto questo film era stato proiettato nella mia mente dal ricevimento della convocazione a quel venerdì mattina in cui, rinunciando alla lezione universitaria, mi ero recata presso il tribunale.

L’unico elemento che corrispondeva con il mio film era la presenza di Sabrina, sempre platinata ma con i capelli un po’ più lunghi; ha dovuto chiudere momentaneamente l’esercizio per venire a testimoniare.

Per il resto rimango molto delusa: nessuno con toga e parrucca, l’aula non è altro che un ufficio, nessun banco degli imputati nè men che meno uno scranno per il giudice.

Manca persino Gianni, la cui apparizione mi procurava angoscia e che temevo di guardare dritto negli occhi.

Il processo, con circa un’ora di ritardo rispetto all’orario previsto, si svolge formalmente in due battute in cui viene richiesto a me e a Sabrina di confermare la nostra identità; grazie e arrivederci.

Non ci viene chiesto nulla altro, nessuno ci propone di ricordare quel pomeriggio di sei anni prima e ricostruire i fatti.

Solo e semplicemente il nostro nome, cognome e la data di nascita; due persone che lavorano hanno dovuto sospendere la propria attività mentre l’imputato chissà cosa stia facendo e dove si trovi.

Lezioni di economia

Se io fossi un’automobile sarei quella versione che ti propongono ‘a partire da’; ovvero quattro ruote, un motore, il volante.

L’essenziale: no alzacristalli, no airbag, no tettuccio.

Su questo modello si fonda il mio schema genitoriale: hai fame? Mangi. Hai sete? Toh l’acqua! Hai sonno? Dormi.

Non importa a che ora: la fame è fame, la sete è sete, il sonno è sonno.

Mi è capitato di ascoltare altri genitori dettare regole tipo ‘no ai biscotti dopo le ore 18’, o ‘prima devi mangiare la carne poi le patate’ o ‘niente latte quando sei raffreddato’.

Giurin giurello, non me le sono inventate.

Io sono rimasta perplessa perché, ammetto tutta la mia ignoranza, che scopro di giorno in giorno più vasta, credo sempre di essere in difetto: non le studio tanto, non conosco le posologie di televisione e tablet, nè tutte le teorie in voga: mi fido del detto che i bambini si regolano da soli.

Davanti a un capriccio cerco di non sclerare e se vuoi mettere i moon boot ad agosto provo a dirti con le buone che bollirai, poi fai come ti pare.

Ci sono invece genitori che hanno preso il master avanzato, ne sanno veramente una più del diavolo su come insegnare ai figli la strada giusta.

Sono un po’ come le auto full-optional, talmente full che non sapevi nemmeno che oltre al navigatore satellitare e al parcheggio assistito potresti avere anche l’accendisigari wi-fi o regolare l’aria condizionata col bluetooth.

In materia di educazione economica domenica in gelateria ho trovato un luminare, un padre esemplare che insegnava ai propri figli come si fa col denaro, con esempi pratici e concreti che trasmettono il valore dei soldi.

Questo genio della didattica monetaria ha elargito una banconota da 5€ a ciascuno dei suoi figli. Quanti fossero non l’ho capito perché davanti alla vetrina c’erano spiaccicati cinque o sei nasini che sceglievano i gusti; forse non erano nemmeno tutti suoi, ma lui era generoso ed insegnava a tutti.

Io per restare nel mio modello essenziale avevo lasciato le piccole in disparte col papà, mentre facevo la fila; il gelato che scelgono ha pochissime variabili, biscotto, vaniglia, cioccolato.

Dopo il primo bambino che voleva la coppetta, no il cono, una pallina di pinguino e una di foresta nera; ah ma è cioccolato? No allora fragola. Paga, 2,70€, vieni in cassa per il resto.

Mi illudo che si levi dai maroni, no! Il secondo figlio prende il frappé, piccolo – medio – grande? Gusto?

Il frappé resta da pagare, non si capisce a chi competa, probabilmente l’adulto avrà detto ‘vi do i soldi per il gelato’ quindi non vale per il frappé.

Il terzo bambino prende fiordilatte e menta, ah aspè no… vaniglia e cocco.

Anche questo allunga i suoi 5€ e passa alla cassa per il resto.

La gelataia continua ad ogni apertura cassa a chiedere ‘il frappé lo tengo da qua?’.

La risposta è sempre no.

Mentre l’altra fila procedeva velocissima, senza dover scomodare la legge di Murphy, io ho perso il conto dei piccoli mangiatori di gelato.

Ad un certo punto si sono sfilati tutti da sotto la vetrina, riesco a vedere i gusti anch’io.

Ecco dai che tocca a me…. Nooo, c’è ancora lui! Ebbene sì anche lui con il suo cinquino a scegliere tra fragola e banana, aspè voglio anche un biscotto, aspè la panna montata.

Un altro po’ e io al posto del gelato prendevo una fetta di pandoro con la cioccolata calda!!!

Ibis rosso

Da bambina andavo allo zoo di Varallo Pombia, ogni estate in occasione della visita alla sorella di mia nonna che viveva a Divignano.

Nonostante fosse un’epoca in cui l’aria condizionata in auto non esisteva proprio io preferivo la parte di visita safari, in cui gli animali vagavano liberi.

Finestrini chiusi e una calura torrida, ma era talmente emozionante avere una scimmia sul cofano che non ci prestavo nemmeno attenzione, al caldo intendo.

Poi c’era la parte classica, e lì si potevano ammirare le tigri e i leoni ed altri animali pericolosi, stancamente rinchiusi nelle loro gabbie.

Vicino a dove abito c’è uno zoo, di dimensione molto più piccola, ma che è una valida meta per le gite a breve raggio.

Le mie bimbe si divertono e io ogni volta che ci torno osservo qualcosa di diverso.

Non ci sono le bestie feroci, quindi niente allarmismi alla Jannacci: non si vede di nascosto l’effetto che fa gridare aiuto aiuto è scappato il leone.

Quest’anno abbiamo organizzato la visita nell’immediato orario post prandiale, e sì c’era meno affluenza di visitatori ma abbiamo trovato tutte le bestie che schiacciavano la pennichella.

Quelle che erano già attive ci hanno offerto l’esibizione delle loro terga e ci hanno dimostrato 50 sfumature di defecazione.

Tra le cose che ho osservato:

I canguri: pensavo spiccassero i balzi con le sole zampe inferiori, invece quello che ci illustrava la sua arte scatologica faceva stancamente leva sulle zampe anteriori.

I cammelli: sono nel periodo della muta del pelo ed avevano un aspetto a chiazze terribile, da far rimpiangere l’umana attività equivalente, il cambio degli armadi.

Un pellicano, che Viola ha ribattezzato il pelo-cane, ci ha offerto lo spettacolo della pulizia del piumaggio: dapprima ha infilato il becco in profondità tra le ali e il petto, poi ha iniziato a sbattere forte le ali spiegate e a scrollarsi vivacemente, all’incirca come il parrucchiere mi fa fare con la testa dopo avermi tagliato i capelli.

Poi lo stesso pellicano ha infilato la testa nello stagno per bere: nonostante il becco lungo e la scarsa profondità, riusciva a ruotare il capo fino a riempire la parte inferiore, quella gonfiabile, di acqua.

Le antilopi: ricordavo già dalla precedente visita che i loro piccoli, è scritto sul cartello esterno al recinto, sono in grado di camminare autonomamente a poche ore dalla nascita; se penso a quanto dura l’emancipazione umana dai genitori, la cosa è strabiliante.

I pipistrelli: tutti appesi a testa in giù (ma non gli va il sangue alla testa???), hanno zampe uncinate e ali sottilissime, membrane quasi trasparenti, che ogni tanto spiegavano per cambiare posizione, ovvero zampa.

Sembra che gli sia indifferente l’uso di un lato, e quindi appendersi dal fianco, o delle zampe inferiori e stare a testa in giù.

Il rettilario lo salto a piè pari, non ci tengo nemmeno un po’ a visitarlo.

Ci sono poi degli animali che non popolano i luoghi comuni del mio bestiario e che faccio fatica anche ad osservare: i suricati, tanto per dire, non so bene a che mondo appartengano e mi impressionano un po’.

Ciò che non ricordavo assolutamente di aver mai visto invece, e che è stata la parte più gradevole della visita, è stato l’ibis rosso.

Dulcis in fundo, era l’ultimo recinto.

Primavera (che fretta c’era?)

Aprile è un maggiordomo discreto e silenzioso che ti accompagna verso la parte migliore dell’anno: ti allunga le giornate senza opprimerti con l’afa, ti presenta il resoconto dell’anno trascorso (scolastico / sportivo / accademico) senza assillarti con gli impegni di fine la qualunque, ti promette l’estate senza rinnegare gli impegni dell’inverno.

Poi maggio ti risucchierà nel vortice delle chiusure, sbattendoti come un polpo sullo scoglio di giugno.

E io mi ritrovo sempre sgomenta: ma come la primavera è già terminata? e io dove ero? in cosa ero impegnata che non me ne sono accorta? che fretta c’era?

Tra le cose che apprezzo di più di questo periodo dell’anno ci sono le fragole.

In verità a me la frutta e verdura quando è di stagione piace tutta, e aprile detiene anche lo scettro degli asparagi.

Quegli ortaggi bianchi o verdi, dal gusto intenso ma dal sapore delicato e dalla forma inequivocabilmente fallica, che però nessuno si riferisce mai all’organo di riproduzione maschile in questo senso.

Ho iniziato pochi anni fa a mangiarli, prima li evitavo per l’odore che danno all’urina; poi mi sono detta chissene, tanto mica è un fatto pubblico la mia pipì. E ho iniziato a mangiarli.

“Sai come prepararli?” mi chiede l’ortolano.

Rispondo sempre di no a questo genere di domande, perchè è ovvio che, se li compro, in qualche modo ho in mente come cucinarli, ma mi piace ascoltare nuove ricette.

Quando ti spiegano come preparare una pietanza ti tolgono un po’ della noia di mondare il vegetale, che finchè sciacqui e peli sotto l’acqua corrente ti rivedi un po’ al banco e ti risale la magia della spesa come momento di socialità.

Le fragole invece, quelle non te lo spiega nessuno, tanto sono fragole, cosa ci vuole?

Molti le riducono in pezzetti e ci aggiungono zucchero, limone o altri succhi, addirittura il vino.

Infedeli! Le fragole sono buone così, al naturale, basta lavarle e levare il picciolo verde.

Mi piacciono soprattutto i fragoloni rossi grossi, quelli che mordendoli ti coprono le narici e ti costringono ad inebbriarti del loro profumo, oltre che del loro gusto.

Non compero più le fragole al supermercato, perché vengono esposte nello stesso modo in cui si infilano le esperienze nei curriculum vitae, o le competenze nei siti web aziendali: sopra in evidenza quelle (poche) integre, mature al punto giusto; poi sotto quelle di dimensioni inferiori, o ancora parzialmente acerbe o già in leggero stato di decomposizione.

Aprile è il mese della fioritura del glicine, ma a volte stenti ad apprezzare il colore lilla sullo sfondo azzurro del cielo terso; e del luppolo, del quale è invece impossibile non accorgersi: lungo le strade enormi distese di fiori gialli, che staccano a contrasto contro il grigio di certi pomeriggi dalla nuvolosità variabile: un mare (che diventerà) di birra.

E pensare che a me la birra nemmeno piace.

Le domeniche bucoliche

Appena raggiunta la pensione mio nonno aveva fatto due acquisti importanti: aveva rimpiazzato il vecchio Citroen Pallas con un’utilitaria della stessa marca, una Visa color giallo pallido; e aveva acquistato una seconda casa, in campagna.

Purtroppo la fine della sua vita lavorativa si era rivelata essere la fine, tout-court; pertanto non ha potuto godere dei suoi meritati sfizi, che sono rimasti alla moglie, mia nonna.

Pur di non vendere l’auto acquistata da poco, mia nonna, che non aveva la patente, si era iscritta alla scuola guida, alle soglie dei 60 anni; e aveva anche conseguito il pezzo di carta, che la legittimava a mantenere l’auto ferma in garage.

Invece per la casa in campagna lo sfruttamento era sicuramente più intenso.

La casa era in verità più un vecchio casolare.

Ad essere obiettivi era più una catapecchia.

Ad essere proprio onesti chiamarla così è ancora darle del lei.

La casa si trovava pochi km fuori da Vicenza, sui colli Berici, ma la strada per raggiungerla era piuttosto impervia; anche se aveva la patente mia nonna non si fidava a guidare da sola (non si fidava a guidare e punto), tantomeno a percorrere strade di campagna; così per qualche anno dopo la scomparsa del nonno quella casa è stata meta fissa di tutte le nostre gite domenicali.

Si andava su in tanti: la mia famiglia e amici vari, ogni volta la compagnia arrivava a contare 15-20 persone.

Un’elaborazione collettiva del lutto.

Ma non erano riunioni trisiti: tutt’altro!
La memoria del nonno aleggiava per i primi 5 minuti, fino a che non si faceva entrare un po’ di sole in casa e si accendeva il fuoco nel camino.

Ci accoglieva un’umidità stagnante che si era accumulata durante la settimana, e che in breve lasciava spazio al calore del fuoco, della luce e delle chiacchiere di una grande famiglia riunita.

La strada propriamente detta non arrivava davanti alla porta di ingresso, ma si fermava sopra il monte; poi c’era una discesa molto ripida che spesso affrontavamo a piedi, perché risalire la sera era difficile.

Alla base della discesa si presentava un bel giardinetto, molto curato, con l’erba rasata e le aiuole fiorite; la facciata della casa era da cartolina, con i vasi di gerani alle finestre e i vetri lucenti.

Però questa non era la nostra casa, no!

Lì ci abitava Nico, una sorta di maniaco ossessivo compulsivo dell’ordine e della simmetria.

Per arrivare alla nostra casa, che era costruita a ridosso, bisognava percorrere un tornante in discesa, costeggiato da rovi, dove si potevano cogliere le more.

Negli anni molte migliorie sono state apportate all’edificio ma alle prime visite si presentava come uno scenario da film di paura.

L’abitazione vera e propria constava essenzialmente di una grande cucina; il resto era inagibile, a partire dalla stanza adiacente, che chiamavamo ‘La stanza che balla’ per il pavimento malfermo. Ai piani superiori le camere.

La casa era priva di servizi igienici; il bagno era stato ricavato in una gabbia di legno alloggiata nel fienile, all’esterno.

I bambini erano autorizzati ad usare il vaso da notte, proprio come una volta.

Era uno spettacolo strano per noi abituati ai comodi water di città sentire la pipì accumularsi dentro un recipiente e vederla rimanere contenuta lì.

La cucina aveva un acquaio di marmo, non un pratico lavello inox a due vasche; non c’era l’acqua calda.

Per lavare i piatti dove tutta la compagnia mangiava serviva una task force: chi riscaldava l’acqua, chi passava le stoviglie con la spugna, chi risciacquava, chi asciugava.

Tra la preparazione dei pasti e la sistemazione si trascorrevano le ore, conversando amabilmente.

Di pertinenza alla casa vi era un bosco, per raggiungerlo una discesa erbosa; a me piaceva lasciarmi rotolare lungo il pendio fino a fermarmi nel prato sottostante.

Lì mi divertivo a cercare quadrifogli, inghirlandare prataiole, soffiare i soffioni, i fiori del tarassaco (meglio conosciuto in zona come pissacan) essiccati.

Addentrarmi nel bosco invece non mi piaceva, serpeggiava il terrore di incontrare le vipere.

Davanti a casa c’era uno spiazzo dove noi bambini giocavamo sul dondolo o sulle altalene mentre attendevamo che fosse pronto il pranzo.

Una voce fissa del menù era la polenta, preparata dentro un paiolo di rame proprio come prevede la ricetta originale.

Spesso dopo pranzo usavamo il cordone che chiudeva un cabaret di paste o una focaccia: lo si annodava per formare una curva chiusa e poi lo si avvolgeva tendendolo tra i dorsi delle mani, con i dovuti giri attorno ai palmi; a turno lo si pizzicava tra il pollice e l’indice, oppure lo si sollevava con i mignoli, secondo uno schema ben preciso che conoscevamo. Ad ogni passaggio la corda assumeva una forma diversa, da riprendere per formare la tessitura successiva, fino a ridurre il tutto ad una matassa indistricabile.

Il giorno in cui la gita si colorava delle tinte più intense era il giorno di Pasquetta: prima dipingevamo le uova sode, poi gli adulti andavano a nasconderle nel campo, e qua e là spargevano anche piccoli ovetti di cioccolata. Quindi era pronta la caccia al tesoro.

Credo che il divertimento fosse equamente distribuiti tra grandi e piccini, tra chi nasconde e chi cerca.

La sera rientravamo in città: sudati, impolverati e con un odor di focolare addosso. Ma felici.

Il rientro era arduo perché bisognava ritornare a piedi in sommità, dove avevamo lasciato le auto parcheggiate.

Nel giro di qualche anno il tratto finale era stato asfaltato, permettendoci di arrivare in auto fin davanti alla soglia di casa; eravamo talmente poco avvezzi a tale comodità che ci si scordava di sbloccare il freno a mano.

Appena risalivamo in auto la stanchezza si impossessava di me; ma dovevo farvi fronte perché mia nonna insisteva che non potevamo addormentarci.

Per tenerci svegli ripeteva che saremmo passati vicini al luna park, e avremmo visto le giostre.

Peccato che il luna park a Vicenza si tenga per un paio di settimane l’anno; così avevo imparato a rimanere sveglia per vedere le meretrici al lavoro.

L’arte della negoziazione

I secondogeniti trovano le porte aperte dai fratelli maggiori: un genitore col primo figlio fa pratica, scopre un sacco di cose, capisce un po’ come funziona.

Poi col secondo cerca di recuperare qualche nozione dalla memoria, se ne ha fatto tesoro.

C’è anche da dire che mica sono tutti uguali i figli: Sofia ha sempre dormito la notte intera, dopo il primo mese; Viola ha trascorso i primi tre anni di vita con quattro risvegli per notte, poi PAF, come per incanto dorme da sera a mattina.

Bei tempi però quelli in cui si svegliava, perché adesso è tutta una battaglia, specie per lavarsi e vestirsi, che guardacaso sono quei momenti del mattino che precedono l’uscita di casa, in cui rosichi i tempi all’osso.

Le scuole di pensiero e i pedagogisti si schierano su due fronti opposti: non ha senso opporre un muro al muro, da un lato, e non si può dargliele vinte, dall’altro.

Devi farle capire chi comanda, e se lo chiedi a lei, anche in piena crisi di urla, pianti e capricci, senza interrompere i singhiozzi, alza la manina e vota se stessa.

Bisogna progressivamente affinare l’arte del negoziato: piccole concessioni, solidi NO, ricerca dei punti di incontro, tutto un inanellarsi di do ut des per convergere al risultato finale.

Devo aver ignorato la sua femminilità: io che le gonne le indosso solo quando ne ho dimenticato la scarsa praticità dalla volta precedente, che le scarpe col tacco per me sono gli anfibi quando hanno un buon carro armato sotto il tallone, che le camicette le conservo tutte nell’armadio senza mai usarle; lei che nei negozi sorprende le commesse quando sceglie il copriletto dell’uomo ragno o l’ombrello di Spiderman.

Un giorno, nel tentativo di conciliare i tempi ristretti con la sua vestizione – Viola scegli quello che vuoi o ti porto a scuola in pigiama: dobbiamo andare! – le è capitato tra le mani un paio di collant: avevo sempre ritenuto fossero poco pratici, per lei invece è stato amore a prima vista.

Vuole fare lei, vuole vestirsi da sola; cerco di coordinarla a parole: “allunga quel piedino per arrivare infondo dove è la cucitura” le suggerisco.

“No faccio da sola!” protesta a gran voce.

E sfila tutto e riparte da zero.

La osservo mentre si spoglia: guardo quelle pieghe che fa la carne sulle cosce tornite, guardo gli arti in miniatura, eppure così perfettamente fedeli al modello in grande scala, la bocca, le orecchie, il nasino; gli occhioni azzurri e quei boccoli da bambola che le ricadono sotto le spalle.

“Mamma facciamo un abbraccio e poi mi vesto?”

Come fai a rifiutare una simile proposta? Mi avvolge il collo, con le sue braccia arriva appena a cingermi, è così piccola! eppure dentro il suo abbraccio mi sento completamente racchiusa, e non solo fisicamente.

Gioca con la mia collana, sposta il ciondolo dietro la nuca, mi gira la testa per farmi vedere dove è finito, poi lo riporta avanti, “ecco guarda adesso è qua”.

Mi mette un ditino sotto il mento, dove da qualche anno un brutto foruncolo si ostina a riformarsi: “sci è sciolto il brufolo, mamma?”

Quasi, rispondo.

“Ti devo dire una cosa, mamma”

Annuisco e ascolto: mi sussurra all’orecchio parole incomprensibili, non solo perché biascicate a bassa voce, ma prive di senso completamente.

Tra un tira e un molla arriva ad infilarsi i vestiti, poi le scarpe.

Sceglie un oggetto transizionale:

“Voglio portare a scuola questo, è della Sciofia. Sssshhhh, non diciamole niente, bocche cucite!!!”

Orgogliosa della complicità creata, mi ripassa il ditino sulle labbra, come se avessero una zip, poi fa altrettanto sulle sue.

Se parlo mi ripete di fare silenzio; passo il dito sulle mie labbra, per sigillare la zip.

“No mamma, così si apre… è dall’altra parte” mi corregge, e ripassa il suo ditino nel verso opposto.

Lo zucchero filato

Forse c’erano anche la scorsa settimana, ma con più ore di luce si notano meglio.

Forse ne sono piene le bacheche di post che inneggiano alla primavera.

Forse l’ho già detto, o forse (sicuro!) l’ha già detto qualcun altro.

Forse le temperature ancora rigide dovrebbero mantenere il mio entusiasmo un po’ contenuto.

Ma non posso fare a meno di celebrare quel tripudio di gemme che è sbocciato sui rami, quel puntinismo rosa che mappa il cielo e vela i lati delle strade, come il tutù di una ballerina che danza.

Quando farà veramente caldo, quei boccioli non resisteranno e diventeranno fiori e poi frutti ma non adorneranno più l’aria con quei meravigliosi, immateriali e innumerevoli pallini color pastello.

Io rimango incantata davanti ai tronchi, come un bambino al luna park con lo stecchino dello zucchero filato rosa in mano.

Apprendimento per prove ed errori

Sbagliando si impara: ne facciamo tutti di scemenze, cose fatte per provare a vedere se come dice il droghiere, senza ponderare bene le conseguenze.
La volta successiva ci penseremo su due volte, ma la prima andiamo di incoscienza.

Soprattutto in giovane età, perchè la fantasia dei bambini in questo campo è perversa ed inimmaginabile, ma anche quella degli adulti non si tira indietro.

Ricordo ad esempio un’amica di mia mamma che per sentire se l’accendino era scarico se lo è acceso vicino all’orecchio.

Io invece per capire quanto fosse potente il getto dell’idropulitrice me lo sono provato a sparare su un piede.
Cazzate, fortunatamente senza conseguenze, ma che la prossima volta non le rifai.

Qualche sera fa arrivo a prendere le bambine dai nonni e vengo accolta come se fosse scoppiata una guerra nucleare: vieni vieni, finalmente sei arrivata: è successo un guaio!

Entro e trovo Sofia seduta su una sedia con una chioma che Napo Orso capo ti spiego come ci si pettina: per gioco si era agghindata con un cappello colorato, fatto tutto di bunchems.

I bunchems, per chi non li conosce, sono piccole palline colorate che si usano per comporre le più svariate forme: gattini, automobili, chitarre.

La coesione tra gli elementi è garantita da piccoli uncini flessibili, posti tutt’attorno al nucleo centrale.

Somigliano a quelli che in natura si trovano nei rovi, che io chiamo barbaiocchi, nome latino non pervenuto.

Negli spot televisivi li lanciano per aria e cadendo si assemblano, formando l’oggetto desiderato.

Nella realtà va seguito uno schema preciso di composizione, per ottenere risultati poco precisi ed insoddisfacenti.

Non so se per imitare lo spot o per idea autonoma, di fatto se ne è rovesciata un cesto pieno in testa.

Era accaduto due ore prima, e i nonni stavano pazientemente procedendo a sfilare i capelli ad uno ad uno.

Tempo di lavoro totale di 4 ore: 4 ore di estenuanti districamenti, tra lacrime e urla di Sofia.

Mi hanno liquidata con la scusa che io pazienza non ne avrei avuta (infatti già cercavo il cassetto dove sono riposte le forbici) e mi hanno mandata a casa a braccia vuote.

Me l’hanno riportata più tardi che sembrava una mezza via tra Bridget Jones nei momenti di massimo sconforto e Bob Marley che si è fatto lo shampoo col crystal soleil, o ha confuso l’ammorbidente con la candeggina.

Altra ora di lavoro con il tangle teezer e olio di semi di lino, Sofia è tornata normale, le bionde trecce gli occhi azzurri e poi…

ha rinunciato a numerose ciocche che si depositavano sul pavimento mentre spazzolavo, ma il risultato finale è stato dignitoso.

Un tale di nome Hermann Ebbinghaus ha teorizzato la curva dell’oblio: essa illustra come le informazioni apprese decadano rapidamente con il trascorrere delle ore e dei giorni, per mantenerne comunque una parte sedimentata nella nostra memoria.

Sofia si ricorderà del suo sventurato gioco, e voi comunque non fatelo, nemmeno se siete stanchi della solita acconciatura.

Il quotidiano

Uno dei giochi nonsense che facevo da ragazzina era quello che, al passare di una suora, si sfiorava il braccio dell’amico più prossimo proclamando ‘tua! Tajo’.

Il significato di questa locuzione si può tradurre grossolanamente in ‘adesso tocca a te, io sono immune’, sottintendendo che le sorelle porterebbero una sfortuna di cui ci si libera contaminando qualche altro.

Col senno di poi si trattava di un passatempo sciocco ma tutto sommato innocuo.

Sono cresciuta in un’era pre-internet: un meccanismo similare adesso lo si potrebbe intravvedere nei tag, un sistema di generazione di traffico web a catena, in cui talora vengo coinvolta.

E con la stessa stupidera di quando ero adolescente non disdegno di partecipare; anzi a volte mi attacco senza che nessuno mi abbia invitata.

Recentemente mi è stato proposto di raccontare qualcosa di me, a mia discrezione. È difficile! È come quando il professore che ti interroga per metterti a tuo agio ti invita ad esporre un argomento a piacere: ogni tua affermazione potrà essere usata contro di te, più prudente avvalersi del diritto di rimanere in silenzio.

Poi ho visto circolare delle foto in bianco e nero, senza figure umane, senza didascalie, con le quali raccontare la propria quotidianità.

La quotidianità è un tema stranissimo, perché dal punto di vista del soggetto che la vive in prima persona è ovvietà priva di interesse; ma per ciascuno di noi è diversa e per il prossimo può nascondere delle sorprese.

Le foto senza presenza umana, e per giunta in bianco e nero, immortalano alcuni momenti della giornata in maniera per certi aspetti inquietante, privandoli completamente del significato soggettivo che hanno, ed espongono una quotidianità cruda, glaciale.

A corredo delle foto che ho pubblicato, e con l’intenzione di restituire calore allo sfondo su cui si dipingono le mie giornate ho pensato quindi di raccontare brevemente come si svolge.

Ore 6.00, suona la prima sveglia.

A volte mi alzo immediatamente, altre attendo i solleciti, fino ad indugiare anche 30 minuti.

La sveglia è programmata in modo da iniziare con i beep, che si ripetono ogni 9 minuti; la seconda sveglia interviene poco dopo con la radio, che perde sempre la sintonizzazione, quindi è ancora più fastidiosa del beep.

Mi rendo presentabile all’universo e scendo a preparare la colazione.

Ad essere precisa, da quando ho ripreso possesso di una miracolosa crema da viso che sembrava scomparsa dal mercato e che va conservata in frigorifero, le operazioni di restauro avvengono al piano terra, quindi prima scendo e poi mi rendo presentabile.

Verso le 7.10 ritorno al piano notte e procedo a ridestare le bimbe: in cima alla scala c’è ancora il cancelletto di sicurezza, messo per proteggere eventuali alzate notturne dalla caduta per le scale.

Ormai abbiamo elementi per escludere il sonnambulismo e visto che le piccole sono in grado di fare le scale in autonomia potremmo anche toglierlo: le mie cosce ringrazierebbero perché ho perso il conto dei bozzi viola che mi sono procurata sottostimandone l’ingombro.

La mezz’ora che segue il risveglio delle principesse è la più concitata della giornata.

Strilli, muoviti, capricci, muoviti, non voglio questi pantaloni, dai che fai tardi, mangia qualcosa, fammi le coccole, su forza, preparo le merende, dai dai dai, pettinati, ma ti sei lavata?: 30 minuti al cardiopalma.

Ore 7.46 Sofia si avvia col pedibus verso la scuola primaria, assieme al suo papà o a me.

Interrompo la narrazione per un appello accorato: si chiama pedibus e NON piedibus.

Anche se Wikipedia ha sdoganato la dicitura italianizzata, è un neologismo che non sopporto: il mio prof di latino avrebbe potuto valutare col 4 un compito pur perfetto che contenesse questa violenza ad una lingua che sarà anche morta, ma merita rispetto.

Viola invece deve essere accompagnata alla scuola materna.

Altro giro di walzer, lei ogni giorno deve portare qualcosa che preleva da casa, io devo arginare l’arginabile e ridurne la mole.

Non ho il dono dell’ubiquità, accompagno l’una o l’altra.

Verso le 8,15 mi dirigo al lavoro: imbocco l’autostrada e poi mi attende un pezzo di statale.

Il tragitto è di circa mezz’ora, a volte mi avanza un po’ di tempo che impiego per fare la spesa, finché le temperature mi permettono di lasciare i prodotti freschi nel bagagliaio, o il rifornimento di carburante se sono in riserva.

Alle 9,00 sono, salvo incolonnamenti, al lavoro.

Verso le 12,40 andiamo a mangiare, di solito siamo in sei. L’azienda per cui lavoro è situata in una zona industriale servita da una mensa che raggiungiamo a piedi, salvo intemperie. Sono circa 750 m di passeggiata.

Non sono mai riuscita a creare un dialogo con i miei commensali, tendo ad isolarmi.

Mi rifugio talmente tanto in me stessa che ho impiegato anni a riconoscere, tra gli altri avventori del servizio di ristorazione, persone che conosco per ragioni non legate al lavoro.

La pausa, tra passeggiata, silenzi e pranzo, dura circa un’ora.

Alle 18.00 esco dal lavoro e vado a prendere le bimbe che mi attendono dai nonni.

Altro momento concitato, perché devono sempre finire un gioco; allora io fingo di andarmene senza di loro, e in qualche modo riesco a farle salire in auto.

Ore 19.00 casa dolce casa: le bambine hanno già cenato dai nonni, non resta che preparare per i grandi. Cose semplici e veloci, in genere c’è sempre l’insalata o una verdura cotta; a rotazione carne, uova, formaggio, il giovedì pesce.

Per tre sere alla settimana ho l’allenamento in piscina, che inizia in un orario variabile tra le 20 e le 21; io ci rosicchio sempre la parte iniziale e la seduta anziché durare un’ora e mezza la riduco a un’ora e un quarto.

Poi se Mohamed (il custode del centro sportivo) lo consente, mi asciugo i capelli e torno a casa, altrimenti (soprattutto il lunedì che iniziamo e finiamo più tardi) torno a casa e asciugo i capelli.

Talora il venerdì anziché nuotare con il gruppo alle 20.00 mi alleno in mezzo al nuoto libero alle 18.30 in modo da trascorrere la serata a casa oppure, a volte, uscire con gli amici.

Nuotare col gruppo è stimolante, nuotare col nuoto libero molto meno, chi nuota lo sa bene, agli altri lo dico io.

Passa la differenza che corre tra viaggiare in autostrada e trovarsi con l’automobile in pieno svolgimento della sagra paesana.

Nelle sere che non nuoto partecipo ai giochi che le mie figlie si inventano; purtroppo spesso restano deluse perché mi credono Houdini e mi preparano delle casette con le sedie nelle quali, secondo loro, dovrei infilarmi. Oppure si inventano delle storie a cui dovrei partecipare con le bambole però no aspetta faccio io e mi tolgono la bambola dalle mani. Quindi va a finire che il gioco migliore in cui mi riescono a coinvolgere è la lettura di un libro, del quale mi girano le pagine più velocemente di quanto io riesca a leggere.

La notte finalmente si dorme, salvo qualche revival di risvegli. Vale la pena di precisarlo, anche se sembra ovvio, perché fino ai 3 anni di Viola non era affatto così, è una recente introduzione nella quotidianità che apprezzo con una nuova consapevolezza: una notte consecutiva di sonno, chi l’avrebbe mai detto, è un lusso!

(Foto in primo piano: la vista dalla finestra della mia scrivania al lavoro).

Ed ora… tua! Tajo.

Che tradotto significa che chi lo desidera può fare altrettanto: raccontare la sua giornata con 7 foto in bianco e nero senza figure umane.

P.S. Ho realizzato solo a fine componimento che ho omesso una delle situazioni più frequenti in casa, che alimenta una buona fetta della mia attività quotidiana: il devasto post atomico che generano Sofia e Viola con giocattoli e vestiario sparso in ogni angolo, e che meticolosamente quanto inutilmente provvedo a raccogliere.

Sarà che cerco di rinnegarlo?