Momenti di Natale

Mannaggia alle canzoncine campanellose che dal primo di dicembre mi hanno tintinnato nelle orecchie in loop.

Mannaggia alle renne che si sono mangiate lo scotch e così babbo natale si è ritrovato a chiudere i pacchi con la pritt.

Mannaggia alle cene troppo lunghe, che ti riportano alla realtà di certe conversazioni che per il resto dell’anno riesci ad evitare.

Mannaggia alla fatturazione elettronica e alle mille sorprese che riserva, altro che uova di Pasqua.

Mannaggia allo sfizio di insalata russa, e dei salami, e del bollito col kren, e dei pandori e dei panettoni e dei panforti.

Mannaggia agli auguri che mi sembrano sempre ridondanti, ma poi quando arrivano mi commuovono: davvero ti sei ricordato/a di me?

Mannaggia al mese di dicembre, gonfio di appuntamenti e con quella scadenza improrogabile del giorno 25, entro cui devi incastrare tutto.

Mannaggia alla scoperta che, se anche non riesci a fare tutto, non succederà assolutamente niente: pensi di schiantarti contro il muro ma poi ti accorgi che il muro non c’è.

Mannaggia a certi Natali brutti del passato, che di Natale non avevano un bel niente, che hanno rovinato la magia che Natale è un giorno speciale e poi ti accorgi che non è sempre così.

Mannaggia alla vita che continua, alla meraviglia dei bambini che scartano i pacchi ed esultano, che gridano che babbo natale si è accorto che loro hanno fatto i bravi.

Mannaggia ai foruncoli che non danno tregua al mio viso.

Mannaggia a questo Natale 2018, che è già passato.

Bianco Natal

Niente. In estrema sintesi ecco cosa riemerge dal mio attuale stato di quiete.

La mia introspezione fluttua nell’atmosfera natalizia, confrontando l’avvento attraverso le varie epoche della mia esistenza.

Di fondo rimane la sensazione di una svolta tra il prima e il dopo.

Non riesco a collocare in maniera nitida il confine, indecisa se il prima corrisponda a quando non lavoravo, che dal 22 al 7 gennaio me ne stavo a casa fino al tedio; o forse a quando nemmeno studiavo, perché poi quelle due settimane erano buone per preparare la sessione di febbraio; o magari semplicemente a quando erano sulla terra gli artefici del mio di Natale.

In generale identifico il prima con un blando ‘quando credevo a Babbo Natale’.

Il poi, che sarebbe l’adesso, scivola scettico su questi giorni in cui il buio occupa una buona fetta delle 24 ore; su questi giorni in cui rimbalzo tra il desiderio di avvicinarmi a tutti e la ovattata piacevolezza di una chiusura tra me stessa e pochissimi intimi.

Errori e timori, in clima di bilanci, si fondono e aleggiano come macchie sbiadite su una tovaglia candeggiata: stanno lì, vengono accettati, si fa finta di non vederli perché non costituiscono sporco, si è fatto del proprio meglio per porvi rimedio o per non pensarci.

I rancori invece si sono essiccati e ad un certo punto rimossi, polverizzati; quindi soffiati via e dispersi.

Per scaramanzia evito proclami, se osassi affermare che va tutto bene, che questo è esattamente ciò che ritenevo con ‘quando sarò’ temo attirerei qualche invidia e forse anche la jella.

Non c’è nulla di eclatante, non ci sono eventi eccezionali, nessun traguardo raggiunto, nessuna partenza imminente.

Tra l’altro se vado a guardare bene, ho atteso per due mesi una risposta che è giunta nella forma che non aspettavo; nel frattempo non ho semplicemente elaborato film mentali, ma tutta un’intera rassegna cinematografica, e quando si sono accese le luci, leggendo i titoli di coda, ho fatto spallucce.

Inoltre il freddo mi rende meno mobile, ma sopporto.

Ho ripreso a dormire le notti intere, forse questa è la spiegazione più razionale al mio benessere psicofisico.

La ripetizione di questo palinsesto sa di stantio; tutti i palinsesti si ripetono, le stagioni sono quattro e seguono lo stesso identico ciclo, ma questo per me è il punto morto inferiore, non ci trovo più niente degno di celebrazione, anzi mi annoia.

Mi nutro di briciole di quotidianità che sanno essere ipercaloriche: una canzone ascoltata alla radio, una ricetta portata a termine con successo, una sessione di divano accoccolata alle mie bimbe, un messaggio inaspettato, un’esibizione di fine anno, l’estrazione del mio numero alla lotteria, una fotografia riuscita bene.

Chiedo scusa se non parlo abbastanza, ma non ho una scuola di danza nello stomaco… è che o è Natale tutti i giorni o non è Natale mai.

L’ultimo tortellino

L’atmosfera natalizia e la frenesia che la accompagna si librano nell’aria già dal 32 di ottobre.

Sì, perché non si fa nemmeno a tempo a celebrare Halloween che già ci si sente troppo nella tenebra, e allora su le luminarie, calate i Babbi Natale dai poggioli e si aprano le danze degli acquisti, la corsa all’ho già preso tutto mi mancano due pensierini.

Ci sono quelli che mordono il freno come i purosangue allo start, e vivono il mese di novembre come un noioso apostrofo tra le parole estate e Natale.

In ogni casa l’avvicinarsi della scadenza 25 dicembre vive i suoi rituali: a casa mia si concretizzava nella preparazione dei tortellini.

Ma cosa dico preparazione? Era una vera e propria produzione industriale! Non appena si girava l’ultima pagina del calendario eccolà, tutti precettati, non si esce più la sera, bisogna fare i tortellini.

Quanti? Tutti quelli che si può!

Perché? Questa è una domanda alla quale ho provato a dare delle risposte, nessuna di queste esaustiva.

Perché sono buoni; perchè li mangiamo al la sera del 24 in brodo, al pranzo del 25 al sugo e il 26 come avanzano; perché abbiamo un regalo pronto per chiunque passi a trovarci; perché li mettiamo in freezer che sono sempre buoni.

La tradizione affondava le radici nel passato remoto, ossia prima della mia nascita, quando la nonna lavorava nel ristorante da Pasquale. Aveva appreso l’arte e ne aveva fatto un lavoro da casa: c’è chi infila le perle dei braccialetti, chi cuce pezze di pellame e chi a cottimo annoda tortellini.

Mia nonna preparava, per professione, tortellini per tutte le panetterie del circondario. E quando prendi il ritmo per un’attività poi vai avanti per inerzia, anche quando l’attività cessa.

La catena aveva inizio con l’arrivo di mezzo prosciutto crudo che serviva come base per il ripieno. Parallelamente un numero imprecisato di uova fresche veniva sgusciato in un fontanone di farina bianca.

La polvere si sollevava quel tanto che serviva ad impastarsi coi tuorli, poi la nuvola precipitava in una pagnotta gialla che veniva lavorata e rimaneggiata.

Quando la consistenza era omogenea ne venivano affettate grossolanamente delle parti e faceva il suo ingresso in campo la pastamatic.

Rispetto alla produzione degli gnocchi, rigorosamente l’ultimo venerdì di carnevale, quella dei tortellini mi piaceva di più: le mani rimanevano meno appiccicose (le patate lesse sono un collante portentoso), nè subivo il fastidio della farina perché con le uova si amalgama meglio, nè si odorava la grappa.

Mi piaceva un sacco mangiare la pasta cruda, con una scusa fagocitavo tutti i ritagli.

“Basta che ti fa male!” mi ammonivano.

“L’ultimo pezzetto dai” che poi non era mai l’ultimo.

Eh perché l’ultima non era mai nemmeno la sfoglia che veniva stesa, c’era sempre un altro po’ di ripieno da finire.

Una task force quella che serviva: chi tirava la pasta, chi la stendeva sulla tavola e con la rotellina zigrinata creava i quadretti, chi distribuiva il ripieno dentro i quadretti, centrale sennò sborda!

E poi al via scatenate l’inferno, tutti ad annodare, super velocemente che la pasta si secca e non si chiude più, e si rischia che i tortellini si aprano durante la cottura.

Ricordo che i primi anni i tempi erano ancora più lunghi, e quindi la frenesia maggiore, perché la macchinetta veniva azionata a manovella; solo più tardi era comparso il motorino.

Eh ma si sente la differenza, a manovella erano più buoni, dicevano i nostalgici.

La fetta di impasto doveva passare una volta sull’1, due volte sul 3 e due volte sul 5; i numeri indicano la distanza tra i rulli.

Mi raccomando stessa trafila per tutte le fette, sennò si sente la differenza.

L’operazione di chiudere il tortellino era ogni volta oggetto di diatriba: guarda me, guarda che ti mostro come si fa, così e non così, quello tuo è rovescio.

Che poi si sente la differenza.

In effetti ciascun tortellino conservava l’impronta di chi lo aveva formato: un po’ come tutti gli ombelichi, o i padiglioni auricolari, o le punte del naso si somigliano ma non ne trovi due di uguali, così la conformazione anatomica del tortellino riportava alla dimensione delle dita, e alla manualità, di chi lo chiudeva.

Quando poi a tavola si ripescavano dal brodo una volta cotti si poteva affermare con un buon margine di sicurezza “Ecco questo lo hai fatto tu, si riconosce!”.

I tortellini annodati andavano disposti in ordine su un canovaccio perché si asciugassero; quello di metterli in fila era compito degli ultimi arrivati, e dei bambini.

Io ne approfittavo per mangiarne qualcuno di crudo, ancora più gustoso della sola pasta.

“Basta Elena che ti fa male!”

“È l’ultimo” rispondevo.

Ma non era l’ultimo, così come non era l’ultimo il tegame di ripieno sui fornelli, pronto per un altro lotto di produzione.

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Questo post nasce dalla raccomandazione “Fatene buon uso!” di un racconto di Priscilla.

Risposte di Natale

Giorno di Natale, ora di pranzo.

Dopo aver scartato i pacchetti, Viola sta seduta sul pavimento e disegna con un pennarello nero su un blocco formato A4.

Il suo tratto arcuato scorre impetuoso, indomito sopra il foglio quadrettato, e presto scivola sulle piastrelle, dove traccia la prosecuzione del suo pensiero astratto.

Conscia delle raccomandazioni a non sconfinare, sposta repentinamente il blocco sopra il segno, chè se lo scarabocchio non si vede allora non c’è; poi alza lo sguardo a verificare se è sorvegliata. 

Seduta sulla sedia, dal tavolo la osservo e commento ‘Eh eh eh’ con tono bonario.

Rovesciando i ruoli mi guarda torva e risponde ‘No cè ninte da ridere!’.

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La sera dello stesso giorno sta seduta a tavola in braccio al suo papà, ruminando eternamente il ciuccio; quando le si para davanti un mandarino, sfila il ciuccio dalla bocca per essere libera di mangiare. La presa della manina è debole, distratta dal frutto, e il ciuccio cade a terra.

Uno dei commensali, volto a lei sconosciuto, lo raccoglie e glielo porge.

Senza dire nulla lei ne ritorna in possesso; stimoliamo il senso del ringraziamento con la classica domandina ‘Cosa si dice?’

E cosa si dice a uno sconosciuto che ha raccolto il ciuccio dal pavimento e ce lo ha restituito?

“Non è mica tuo!!!”

L’identikit

24 dicembre, mattina della vigilia di Natale.
Ci siamo quasi, la clessidra sta per esaurire la sabbia, mancano poche ore al Natale e, come nelle partenze agostane intelligenti, è uno di quei giorni di colore nerissimo: potendo, è meglio evitare di muoversi, di girare per i negozi, di fare acquisti.
Potendo significa ‘essendosi organizzati prima’, cosa che io non ho fatto.

Ogni anno va peggio, continuo a vedere in lontananza la data e respingo il pensiero delle incombenze, certa che in qualche modo le cose alla fine troveranno una loro collocazione, che quello che è necessario comprare in qualche momento lo si compra, che se le difficoltà sono abbastanza grandi si arrangeranno da sole.
Così la mia olimpiade di corsa all’incastro delle attività quotidiane con i preparativi natalizi giunge al rush finale alla mattina del 24: acquisti ai grandi magazzini con tutta la famiglia al seguito.
Meriterei la medaglia d’oro nella specialità solo perchè competo agli acquisti con tutta la truppa.
Manca poco, pochissimo, ultimo acquisto ultimo. La commessa estrapola le maglie dagli scaffali e me le svolge sotto agli occhi, in modo che io possa apprezzare taglia/modello/colore/prezzo e valutare se adeguato. Ad ogni nuovo pezzo faccio il confronto col precedente e rivolgo lo sguardo a mio marito per capire la sua valutazione. 

E ogni volta mi ritrovo a fissare il vuoto: le bimbe scorrazzano e lui le rincorre. Lo chiamo, viene allo stand, bofonchia, la commessa fa un’altra proposta e lui sparisce.

Più che un aiuto per gli acquisti, un ectoplasma.
Avanti così per 4 o 5 maglie, fino a che realizzo che è un circolo vizioso: più lui si allontana, più aumenta l’indecisione, più proposte farà la commessa, più difficile sarà scegliere, più le bimbe correranno in giro. 

Non ne usciremo, già mi vedo alla vigilia di Natale 2017 davanti alla nuova collezione e ai capi in saldo della stagione precedente, sommersa.

Alzo il capo e ancora il nulla; spazientita o forse esasperata lo chiamo in modo molto secco, asciutto, senza alzare troppo la voce ma facendo conto sulla mia determinazione: due sillabe ben scandite che purtroppo non sortiscono però nessun effetto.

La commessa che mi segue attende la comparsa, quella dello stand a fianco sembra comprendere il mio stato d’animo, mi si avvicina e mi chiede in tono di aiuto: “Quanto alto è più o meno?”

Mi sento confortata: sollevo la mano sopra la mia testa di una decina di cm, la piego ad angolo retto e, pur se la domanda è approssimativa io cerco di rispondere con precisione “Più o meno così”.

Mi sento come quella che ha indovinato la risposta esatta ad una domanda difficile all’esame: è una statura importante, è più facile individuarlo.

La commessa risponde laconica “AH”; quello che io interpreto come l’inizio di una ricerca, in realtà è un ritorno sconfortato allo stand di competenza.

Vorrebbe non dire nulla ma evidentemente il mio sguardo interrogativo non lascia spazio al suo retrocedere. Pertanto conclude “credevo si trattasse di un bambino!”

Clima di attesa

Saluti come il wi-fi, che ‘prende’ solo se se c’è connessione; saluti come partite di biliardo, studiati nelle minime angolature e traiettorie; smancerie e profusioni che solo semel in anno una tale bulimia di baci&abbracci.
Il nonno vigile che con la paletta nella mano destra domina il mondo, mentre invece sta solo salutando il suo compare.

Mancano 3 cioccolatini a Natale.
Donne alle 8 di mattina con un makeup che per applicarlo tutto devono essersi svegliate all’alba del giorno prima.

Individui che si trasformano in orde di acquirenti, fagocitando qualunque cosa si appresti ad essere incartata, e spesso è il pacchetto l’unica cosa che ha senso.
Onorevoli cause che si palesano, l’AIRC, l’AIDO, l’ADMO, la città della Speranza, l’AISM, i bambini di Chernobyl, le adozioni a distanza; ma anche il canile, il gattile, la LIPU, la LAV; ma anche tutte le scuole di ogni ordine e grado.
Così il pacchetto che era per te, ed era vuoto o pieno di inutile, diventa una partecipazione ad una buona causa, ma per un altro. 
“Perché hai già tutto” che si traduce in “perché non ho voglia di smazzarmi a pensare cosa possa farti piacere”.
Frasi fatte, meccanismi sociali patologici.
Così stanca del Natale che sono stanca anche degli anticonformisti, quelli che partono al 15 di novembre a ribadire che loro il Natale lo odiano, facendo esattamente il gioco del lupo.

I miei omini Gingerbread stanno in frigorifero, avviluppati nella palla del loro impasto; il treno per la decorazione l’hanno già perso, se continua così potrebbero venire biscottati senza essere ritagliati: lascerò alla fantasia dei buongustai la loro definizione, chè tanto una volta varcata la soglia delle fauci ritornano subito ad essere briciole.

La dea bendata

BZZZZ… BZZZZZ…Il mio cellulare vibra, in orario lavorativo, annunciando la chiamata da un numero di rete urbana non presente in rubrica: ci sono tutti gli elementi che caratterizzano una rogna.

Rispondo con tono anonimo e scocciato, a bassa voce.

“Pronto?”

“Buongiorno, è la signora Rigon Elena?”

Il sospetto ‘rogna in agguato’ si fa concreto.

Confermo, senza modificare l’inflessione scazzata della mia voce, nè alzare il volume.

“E’ il Comune, buongiorno” una donna si presenta con le generalità del mio comune di residenza, senza specificare da quale ufficio mi cercano.

Il sospetto si fa certezza: il mio primo pensiero corre all’ufficio dell’economato, e precisamente riconduco il motivo della chiamata alla TARSU, avranno ritenuto di esigere un pagamento supplementare, o forse non ho proprio pagato la scorsa rata?

L’ipotesi alternativa è qualcosa che ha a che fare con la mensa scolastica di Sofia.

La messa (intesa come femminile di messo) prosegue, distraendomi dalle mie elucubrazioni (intese come seghe mentali):

“Volevo informarla che il Sindaco e tutta la Giunta desiderano invitarla il giorno 23 dicembre alle ore 11.30 in sala consiliare per lo scambio degli auguri”.

Resto interdetta: 

“Grazie” dico con lo stesso tono mantenuto fino a quel momento, e riattacco.

Ora: stanno chiamando a tappeto tutti i residenti? o sorteggiano? o li selezionano sulla base di caratteristiche a me ignote?

Escludo la prima, faccio presto a raccogliere le prove.

Escludo anche la terza: non ho nessuna qualità che mi possa mettere in luce rispetto agli altri concittadini.

Propendo per la seconda ipotesi ma, mi chiedo, perchè quella volta che la fortuna guarda dalla mia parte non vengo estratta per la lotteria nazionale?