L’estate sta finendo

Ecco un altro tag; inizio a versare in difficoltà perché non potendo copiare e incollare i testi dei blog precedenti che hanno condotto a questo mio post, mi tocca riscrivere tante cose che non sono ‘mie’.

Quindi sintetizzo: si tratta di una nomination che ricevo, in cui mi si propone di rispondere ad alcune domande.

E di far continuare la catena.
Questo il post di
Oriana ha dato origine al tag.
Per la mia nomina ringrazio Nonsonoipocondriaco, colui che mi ha coinvolta, che ogni giorno racconta amabilmente, un pezzetto della sua vita quotidiana.

1) Qual è la foto più rappresentativa di questa estate 2016?

Quest’anno abbiamo fatto l’abbonamento alla terrazza della Basilica Palladiana, la costruzione più caratteristica di Vicenza.

Si chiama basilica, ma non è una chiesa; è un enorme palazzo in pieno centro, disegnato da Andrea Palladio.

Un tempo vi si svolgevano attività commerciali e ritrovi; oggi ospita mostre d’arte. Da qualche anno la terrazza viene aperta al pubblico nel periodo estivo.

La terrazza offre una splendida visuale sul cuore del centro storico.

Se qualcuno passa in visita a Vicenza suggerisco caldamente di salire.

2) Qual è la tua vacanza ideale? L’hai mai fatta?

Già ‘vacanza‘ per me è un ideale. Ogni mia vacanza ha insita ‘la voglia di non tornare più’.
3) Cosa ti mancherà di più di questa estate 2016?

La temperatura gradevole, ma conto che ritorni puntuale nel 2017.
4) Mare o montagna? Estate o inverno?

Eeeehhhh …. Pandoro o panettone? Albero o presepio? Daiiiii …. Diatribe annose!

Premesso che pur di stare in vacanza va bene tutto, ma preferisco senza dubbio il mare, il caldo e l’estate. No doubts.

5) In vacanza preferisci andare sempre negli stessi posti o cambiare ogni volta visitando posti diversi?

Preferisco leggere libri mai letti, guardare film mai visti e ovviamente visitare luoghi sconosciuti.

Anche se non disdegno di ritornare sul luogo del delitto.
Invito chiunque lo desideri a rispondere ad altrettante domande sull’estate.

Epilogo

Quando rimetti in moto la routine quotidiana, dopo un periodo di sosta, ti approcci con animo ben disposto.

Vedi un po’ tutto col distacco che hai raggiunto durante l’assenza, un piccolo nirvana personale; un po’ come dall’aereo in fase di atterraggio: vedevo la pianura padana tutta verde, lavorata.

I campi coltivati, gli appezzamenti di forme geometriche irregolari giustapposti come in un patchwork; i filari paralleli che li facevano sembrare appena pettinati, con le stesse righe regolari che un pettine lascia sui capelli umidi.

Tra i campi si notano le strade, percorse dalle auto e dagli altri mezzi di trasporto: tutto ordinatissimo, tutto calmo. Le strade che si snodano tra i campi raggiungono edifici: fattorie, fabbriche, abitazioni, impianti sportivi.

Visto dall’alto sembra tutto così perfetto, così misurato, così zen come quei giardinetti di sabbia e sassolini su cui affondi morbido un rastrellino di legno.

Sembra tutto distante anni luce dalla frenesia quotidiana, da quello dietro che deve superarti ad ogni costo, da quello davanti che sembra non capire che sei in ritardo e guarda le farfalle, dal telefono che suona, dalla sveglia che suona, dall’allarme che suona, dal timer del forno che suona.

Tutto appare silenzioso, calmo, perfetto, sostenibile e vorresti mantenere questo stato d’animo fino alla prossima vacanza.

Mantenere la voglia di scherzare, di prendere la vita con il tempo che le è necessario, porti di buon grado di fronte a chi incontri e a quel che accade.

Ma purtroppo generalmente dura poco.

Si chiude così la sezione vacanziera del blog che, lo riconosco, ha assunto in questo periodo una veste da diario che mi sta un po’ stretta, ma era necessaria a virare il racconto dalla direzione troppo enciclopedica che avrebbe seguito se avessi presentato semplicemente i luoghi senza nessuna decorazione personale.

Grazie a chi mi ha seguita, anche occasionalmente. Da parte mia spero di aver trasmesso una parte delle emozioni positive che ho vissuto nelle due settimane di soggiorno siciliano.

In aereo (#14 – bis)

Il viaggio in aereo è composto di una serie di passaggi obbligati: consegna bagagli, controllo passeggeri ed effetti personali, metal detector, controllo documenti, verifica carte di imbarco, salita a bordo, allacciare le cinture; decollo e poi atterraggio, infine ritiro bagagli.
Sempre gli stessi passaggi, per tutte le destinazioni e con qualsiasi compagnia aerea, in qualunque aeroporto del mondo: un format, un protocollo.
L’aereo aspetta tutti, una volta fatto il check-in; ripeto: tutti, casomai fà appello con l’altoparlante.
Eppure niente da fare, è tutto un passare davanti alla fila, non lo capirò mai.
Non capirò mai perché affannarsi e spingere per l’ultimo controllo prima di salire, che tanto l’aereo chiude quando è al completo; perche devi intersecare le tue molecole con gli altri passeggeri per scendere per primo dall’aereo quando il bus non parte finché non ci sono tutti.
Perché devi metterti davanti al nastro che le valigie passano una alla volta e nessuno te la porta via.
Già che ci siamo non capisco nemmeno l’esigenza di tirarsi come una corda di violino, con tacchi alti e vestiti sciccosi, per viaggiare.
E nemmeno quella di farsi i selfie sulla scala che accede all’aeromobile, soprattutto se fino a un istante prima pareva che stessi perdendo il volo se non ci salivi subito.
Ma considerato che queste tizie dei selfie erano lì a rammaricarsi di come venivano trattati i loro bagagli (“guarda il passeggino di Leo… Come lo lanciano!!!”) deduco fosse il loro primo viaggio.
(To be continued)

Il rientro (#14)

Pack your bags è l’espressione che usano gli anglosassoni per dire ‘Fa’ le valigie’.

Oltre al significato letterale dei singoli termini, è proprio quel ck gutturale,  dalla sonorità compatta, sigillata, che rende l’idea dell’azione.
Quando si ritorna a casa, che la vacanza è finita, bisogna richiudere tutto nello spazio della valigia, del bagagliaio dell’auto, della stiva dell’aereo.

Bisogna recuperare tutte le cose che hanno preso un loro posto nel luogo di soggiorno, bisogna far implodere ciò che è esploso, bisogna aprire i cassetti, le antine, gli armadi, guardare sotto i letti.

Tutti gli oggetti che avevano ritrovato una loro naturale collocazione nel luogo di soggiorno temporaneo vengono richiamati all’ordine, e così la nuova routine viene chiusa, per ritornare al tran-tran di tutti i giorni.

Si pensa di avere poche cose da impacchettare, invece gli oggetti si moltiplicano man mano che li si accumula, sembrano uscire dai muri.
Scatta la guerra alle priorità: questo dopo, no questo dopo, no meglio quest’altro; non c’è nulla che guadagni in assoluto il diritto ad essere l’ultimo da mettere via, tutte le cose hanno una valida ragione per rimanere al loro posto finché non si può più procrastinare la loro archiviazione.
Se poi ci sono di mezzo dei bambini le cose si complicano, perché si mettono a giocare proprio con quelle cose che si ha già la certezza non servano più, e vanno a tirar fuori quelle che hai già messo via.

Insomma più che fare i bagagli diventa la tela di Arianna.

Al momento di riconsegnare le chiavi ovviamente è scattato il solito mantra lacaccalacacca, non potevamo chiudere senza.

(To be continued)

L’ultima cena (#13 – bis)

Si avvicina il rientro e il ritorno alla routine quotidiana: il lavoro, gli allenamenti, la scuola delle bimbe, le gite con la famiglia limitate al sabato o alla domenica.

Diremo addio, o meglio arrivederci, agli sciaccalazzari (i saccensi secondo Sofia); alla fortuna di trovare sempre parcheggio comodo (per il contrappasso il 24 dicembre gireremo attorno al centro commerciale fino a santo Stefano prima di poter lasciare l’auto); alla mia funzione di dispenser umano durante i trasferimenti (una continua richiesta di viveri e bevande dal sedile dietro, perché tanto tutto quello di cui c’è bisogno ‘è nella borsceta de la mama‘); al pan brioche, alle pascegiate per i gelati, ai castelli di sabbia mai completati perché le onde arrivavano sempre prima.

Ritorneremo alla routine quotidiana, ad alzarci presto la mattina, all’umidità della pianura padana, a numerose altre cose a cui ancora preferisco non pensare.

Per l’ultima serata scegliamo di scendere in paese, e di mangiare la pizza.

Il locale più pittoresco che individuo ha una terrazza che è sopraelevata rispetto al corso del passeggio, e ha alle sue spalle un piccolo tempio ben conservato.

Un posticino veramente caratteristico, peccato che, a parte la pizza sanza infamia e sanza lode, sembra di essere sul regionale delle 7,27, tale è il frettoloso andirivieni dei camerieri tra i tavoli che urlano, ridispongono sedie, accomodano clienti, soddisfano bruscamente quelli già accomodati e gestiscono la fila di potenziali avventori che si crea.  

(To be continued)

Marinella di Selinunte (#13)

La vacanza volge al termine: è l’ultimo giorno e decidiamo di trascorrerlo il interamente in spiaggia, a Marinella di Selinunte.

La spiaggia si trova alla foce del fiume Belice, in una riserva naturale.

Appena arriviamo a piazzarci insorge una protesta generale perché l’acqua è sporca.

Un ammutinamento della truppa, tutta.

Più che altro c’è parecchio vento e il mare è mosso, quindi il fondo sabbioso si rimescola alle onde, in cui fluttuano numerose alghe verdi.

Sembra che io li abbia condotti a Porto Marghera, a giudicare dagli animi.

È evidente che ormai ci siamo abituati a standard elevati di esigenze di mare, durante questa vacanza, altrimenti non si spiega come si possa ritenere ‘sporca’ l’acqua in foto.
Poi però la marea si calma, Sofia stringe amicizia con una coetanea e tutto sembra risolto.

Lì vicino si trova anche una vena di una parete di argilla: vedo diverse persone ritornare alla baia conciate come l’incredibile Hulk, e così faccio anche io.

È proprio quando non te ne importa più niente di circolare in pubblico con la faccia impiastricciata di fango verde che capisci che hai staccato dalla realtà quotidiana.

(To be continued)

Ancora lido dei fiori (#12)

È assodato che Gaudì rimaneva ore e ore seduto in riva al mare a lasciarsi scorrere la sabbia bagnata tra le dita, facendola colare su se stessa goccia a goccia, sennò come l’avrebbe inventata la Sagrada Familia? Sono convinta che quei pinnacoli dalla superficie globulosa abbiano tratto spunto proprio da questo tipo di castelli di sabbia, gli unici che mi riescano.

Poi passo a riflettere circa il moto ondoso: contrariamente a quanto si pensi, o meglio a quanto io pensavo prima di studiarlo a scuola, il moto ondoso non trasporta materia. La materia si alza e si abbassa, ma non viene trascinata in avanti.

Un po’ come quando si sbattono i tappeti, lo stesso accade per le onde: non vengono avanti, anche se in apparenza è così.

Casomai a trasportare la materia ci pensano il vento e la marea: i messaggi nelle bottiglie giungono a riva grazie ad essi.

A forza di fare castelli di pinnacoli e rimuginare sulla fisica delle onde, vien voglia di un gelato.

A dire il vero per me e le mie figlie, è sempre ora di gelato.

Faccio promettere a Viola che camminerà fino al bar, e così va.

Sofia sceglie un ricoperto, io e Viola un cornetto (a ciascuna il suo chiaramente).

Il ricoperto di Sofia è poco soddisfacente e presto lo finisce, chiedendo anche il cornetto. Viola mangia tutto il suo, infilando naso, bocca, occhi e pancia dentro il cono.

Anche lei ne vuole un secondo. Per par condicio le prendo un ricoperto. Appena ho pagato lei mi guarda e chiama lacaccalacacca. Vabene ora andiamo dico, faccio per prenderla in braccio e capisco che non è un’avvisaglia, ma un fatto compiuto.

Cerco un wc, con le mani occupate da gelati e portamonete, e sistemo il fattaccio sul lato B.

Quando usciamo ha ancora tutto il lato A sporco di cioccolato: ad una signora ispira simpatia e la commenta ‘guarda che bella bimba… Come sei tutta sporca di Nutella’.

‘Eh… Fosse solo per quello signora’ considero!
La sera ceniamo a Sciacca: l’aria è calda, sono rimasti pochi turisti, 

A vederla adesso non sembra nemmeno 

Che sia lo stesso cielo la stessa città

La piazza è ancora allestita col palcoscenico ma nessuno canta; però diverse persone stanno sedute in platea, e guardano: guardano il mare, guardano la gente che passa, guardano il cielo.

Sul più bello che ci stavamo abituando, la vacanza è agli sgoccioli.
(To be continued)

Palermo (#11 – bis)

Palermo mi ricorda Padova: entrambe città universitarie, caotiche, dal traffico prepotente ed irregolare, con edifici alti e vialoni larghi a cui affluiscono vie molto strette.

Entrambe città popolose, che mescolano edilizia popolare a monumenti di alto valore storico e culturale.

Con una grosse differenza nel clima: a Padova il grigiore e la nebbia fanno da sfondo costante, mentre qua sembrano essere stati trapiantati il cielo e i colori di Miami, così come li conosco dai telefilm e dalle fotografie.
Dopo ripetuti giri alla ricerca di un parcheggio dove lasciare l’auto, troviamo un buco dove infilarla e paghiamo al parchimetro umano che lo presiede, un signore pingue che sembra lavorare in collaborazione con l’indiano che espone la bancarella lì vicino.
Ci troviamo infatti vicino al mercato, che attraversiamo: un pout-pourri di colori, odori, toni di conversazione, e generi proposti.

Giunti al di fuori della via del mercato visitiamo il duomo, costruito in concorrenza con quello di Monreale, visitato nel corso della mattinata. Per fortuna non fanno selezione all’ingresso e, sebbene sia oggettivamente meno sontuoso, lo visito con maggiore apprezzamento.
Prima di dedicarci alla visita del palazzo dei normanni saliamo su uno di quei bus turistici, che ci scorrazza per un’ora in giro per il centro storico. 

Farla a piedi sarebbe stata veramente improponibile; purtroppo però dal pullman riesco solo a scattare molte foto alle teste dei passeggeri.

Vediamo tutto al volo; resto colpita dai numerosi calesse, trainati da cavalli. E dal ballaró, che suppongo sia l’etimo dell’omonima trasmissione, dato che ci viene descritto come un mercato caratteristico per la guerra dei volumi per invitare i passanti a comprare: la gara a chi grida più forte, proprio come accade nel talk-show.
La visita alla città si conclude perché il palazzo dei normanni purtroppo non è visitabile.
(To be continued)

(C.S.I.) Monreale (#11)

La giornata è dedicata alla visita del capoluogo della regione, ma già che siamo di strada facciamo una deviazione per visitare anche la cattedrale di Monreale.
All’ingresso veniamo fermati da un uomo in camicia azzurra: così non possiamo entrare.

Sono la prima a ritenere importante il decoro nell’abbigliamento, soprattutto quando si tratta di luoghi sacri.

Infatti avevo già accettato il finto camice che mi aveva ceduto una visitatrice uscente, e lo avevo infilato per coprire le spalle che rimanevano altrimenti scoperte perché indossavo una maglia tipo canotta e un paio di pantaloncini a mezza gamba.

A dire il vero mi ero posta solo il problema della spalla, tanto che il camice lo avevo lasciato aperto sul davanti.

Diciamo che quando ci sono 40 gradi all’ombra e sei un turista, è difficile pensare che tu ti muova in tailleur, ma mi era già accaduto altre volte (una in Grecia alle meteore, che avevo 8 anni e una a Barcellona pochi anni fa) che mi avessero chiesto di coprirmi per entrare in una chiesa.
Per inciso, un “lei vada a vestirsi” me lo aveva intimato anche un poliziotto, fuori da casa mia all’età di 25 anni. Nella notte avevo chiamato le forze dell’ordine perché qualcuno aveva appiccato il fuoco ad un auto; nel dubbio che potesse non essere circoscritto alla Opel Tigra, ero uscita dal letto senza tante cerimonie o preparativi ed ero scappata in strada in slip e top, una combinazione che si discosta poco da un normale costume da bagno.

Mi pareva il minimo necessario a presentarsi al mondo e sufficiente a farlo in un momento di presunto pericolo.

Era arrivata la volante della polizia e poi i vigili del fuoco, e anche se il fuoco era stato domato io ero rimasta nella mia mise iniziale.

“Vada a vestirsi che mi turba tutti gli altri” mi aveva caldeggiato il poliziotto.

A me non pareva sconveniente, sono abituata a mostrarmi in costume dato che frequento spesso la piscina; in realtà nemmeno stamattina mi ritenevo fuori luogo.

Ma soprattutto non ritenevo che lo fosse mia nipote, 14 anni, che indossava una maglia con le spalle coperte e un paio di shorts.

Non di quegli shorts che lasciano mezza chiappa fuori e che hanno recentemente animato le bacheche di alcune famose blogger: no!

Un castigatissimo paio di pantaloncini corti, rei del solo fatto di non arrivare a coprire il ginocchio.
Sofia si spaventa, non vuole più entrare e decide di rimanere fuori, e mia nipote sceglie di farle compagnia.

Entro io, e mi ritrovo in una scena surreale: buona parte dei visitatori, o meglio delle visitatrici, indossa il mio stesso camice bianco.

Mi sento per metà sul set del film “Virus letale” e per l’altra metà in una scena di un episodio di CSI, quando esce la scientifica a fare i suoi rilievi.
Il bello è che nessuno controlla se il camice copre effettivamente le zone del corpo ritenute oltraggiose; nè ci sono metal detector per verificare la presenza di armi o di strumenti potenzialmente utili a distaccare le decorazioni auree dalle pareti.
Vedo quel che mi basta ed esco, cedendo il camice a mia nipote che entra a visitare con Sofia.

Mi siedo fuori e osservo la scena: ci sono ben tre addetti al controllo degli ingressi e la palandrana monouso di tessuto-non-tessuto viene venduta in maniera massiva alla cifra di un euro.
Mi avessero chiesto semplicemente un euro per l’ingresso sarebbe stato più onesto.
È questo il genere di episodi che mi rende poco comprensibile il concetto di povertà secondo la chiesa cattolica; mi vengono in mente due aggettivi per questo atteggiamento: uno in italiano, che è ipocrita; l’altro in inglese, che è greedy.
Considerazioni personali a parte la visita si conclude con l’aggiunta di un altro gusto alla mia collezione di granite: la fragola.
(To be continued)

San Vito Lo Capo (#10)

Dopo una colazione a base di bomboloni e sfoglie ripiene di crema alla ricotta, puntiamo verso quella che mi è stata decantata come la spiaggia migliore dell’isola.

Il panorama oggi mi sembra strappato da una busta di confezione del minestrone della valle degli orti.
Raggiungiamo San Vito Lo Capo verso l’ora di pranzo, e sono già tutti li. Quando dico tutti intendo l’intera popolazione mondiale tranne due o tre persone, forse non serve che racconti come era perché tanto erano tutti sul posto.
Somma delusione: dopo aver attraversato una cortina di ombrelloni densa come gli stabilimenti balneari di Riccione in alta stagione, dopo aver sperimentato la pirobazia (firewalking, quella di Giucas Casella per capirsi), illudendomi che l’ombra di quelli in piedi potesse attutire il calore della sabbia rovente, raggiungo la battigia, degna di paragone con la nostrana Sottomarina: un tappeto di alghe.
Per fortuna le alghe si limitano alla riva e l’acqua è effettivamente molto bella: fondale di sabbia bianca, acqua cristallina, temperatura finalmente gradevole e alle spalle la vista sulle montagne di color verde militare.
(To be continued)