E di questi ’10?

“Cosa resterà di questi anni ’80?” chiedeva Raf; riascoltando la canzone mi colpisce la frase ‘anni vuoti come lattine, abbandonate là’: ci rifletto un po’ su, non sono per niente d’accordo.
Sono trascorsi ormai trent’anni da quel decennio; la prospettiva è un po’ meno distorta di quella di Raf, che canta nell’89, con la visuale di chi vede il film dalla prima fila al cinema (ma se non trovi i biglietti, puoi anche aspettare lo spettacolo successivo sai, Raf?).
Gli anni ’80 per me sono stati anni di grandi trasformazioni, perchè mi hanno presa fuori dalla prima infanzia ed accompagnata alle soglie della maggiore età; un decennio che vale secoli in quella fase della crescita.
A me di quegli anni sono rimaste parecchie cose!
Erano gli anni dei paninari: a scuola buona parte dei ragazzi aveva almeno almeno la felpa della Best Company e un paio di Nike ai piedi; qualcuno anche il Moncler e le Timberland, così come Enzo Braschi in Drive-In, trasmissione cult della domenica sera.  
Io il massimo che ero riuscita a convincere i miei a comperarmi, erano un paio di jeans Levi’s, che in realtà vestivano bene solo a Nick Kamen, per quella frazione di secondo in cui lo si vedeva indossarli nello spot.
Per fortuna aveva preso piede anche la moda alternativa, decisamente più abbordabile (anche se la ‘fortuna’ è discutibile) del fosforescente.
Maglie, calzini, polsini; gialli, verdi, arancio, rosa: tutto rigorosamente fluo.
Se il codice della strada non avesse rotto le uova nel paniere con i suoi giubbetti ad alta visibilità magari avremmo ancora il piacere di vedere qualcuno circolare con il codino di capelli che spicca su un maglione giallo shock.
Il codino, retaggio di una capigliatura fluente che veniva a mancare, fido compagno di ciuffi fatti a cresta: come a dire, sì ho tagliato i capelli corti, ma se volessi li avrei ancora lunghi così.
E sotto ogni maglia, rigorosamente, Naj-Oleari o giallo fluo che fosse, le spalline.
Le odiate spalline: io, che pur non mettendole, sembrava ne avessi indossate due paia. Mi toccava scucirle da ogni capo di abbigliamento, perchè non erano optional, erano proprio di serie.
O staccarle col velcro e portare la parte spinosa che rimaneva all’interno della maglia, fastidio continuo sulla spalla.
Un po’ come se tutti i reggiseni in vendita fossero push-up, e le maggiorate al naturale dovessero stare lì a rimuovere l’imbottitura: una moda inopportuna, ecco!
Quegli stessi anni sono stati per me di inizio della pratica quotidiana del nuoto: dai quattro stili nuotati in maniera minimale (beh, a essere onesti tre!) sono passata alle gare assolute, e questo un po’ spiega l’inutilità delle spalline.
Ma a me creava proprio un complesso ‘oh, ma quante spalline hai messo sotto? o hai mangiato l’attaccapanni?’.
Mentre io iniziavo la pratica di uno sport, scoprivo anche l’esistenza delle Olimpiadi: nel 1984 a Los Angeles e le precedenti a Mosca. Per me sono state subito un mito, un traguardo per gli dei. In maniera particolare però me le ricordo per via dei boicottaggi.
Già l’evento ‘olimpiade’ per me era un qualcosa di nuovo, ma il caso ha voluto che ne scoprissi l’esistenza nel momento storico in cui USA e URSS si facevano una guerra più o meno fredda.
Boicottaggio significa ‘io non partecipo alle tue fottute olimpiadi così come tu non hai partecipato alle mie’, così si dicevano, all’incirca, i signori Reagan e Gorbaciov. Anche se non erano compagnetti di asilo, ma capi di due potenze mondiali.
Avevo iniziato a leggere un romanzo nero, della collana Segretissimo, che inventava una serie di omicidi a carico di quegli atleti che, nonostante le indicazioni ufficiali, si erano arrischiati di prendere parte alle competizioni.
Per quel che ricordo era partito un po’ come ‘Io uccido’ di Faletti, e infatti i miei genitori non erano troppo convinti che fossero letture adatte alla mia età.
Poi una notte di nubifragio si è portata via il mio libro, rimasto all’aperto, e così non ho mai concluso la lettura, con buona pace di mamma e papà.
Questa della tensione tra USA e URSS è una delle poche cose che lo stesso Raf riconosce che sarebbe rimasta degli anni ’80, così come anche Sting, in Russians, aveva parlato di un ‘crescente sentimento di isteria’.
Sting chiudeva dicendo ‘I hope that Russians love their children too’, e forse non immaginava che di lì a poco ‘Russians’ avrebbe indicato solo una delle popolazioni dell’est, e non più la potenza che era, ora dissolta.
Questi poveri russi, prima di esplodere in una serie di repubbliche indipendenti, hanno avuto anche un altro momento di pessima notorietà: è sempre di quegli anni l’esplosione della centrale di Chernobyl, e per un periodo abbastanza lungo non si poteva bere latte nè mangiare verdura; inoltre si sconsigliava per quanto possibile di uscire di casa, proprio a inizio maggio quando non attendevi altro da un anno a quella parte.

Comunque per quanto bene cantasse Sting, il mio idolo di quegli anni era indiscutibilmente Madonna, con la sua ‘Material Girl’ (per gli amici ‘mammacirio’) anche se, musicalmente parlando, erano anni in cui ero onnivora, ascoltavo veramente tutto quello che passava al convento.
Non credo di avere perso nemmeno una serata del festival di Sanremo; ho ascoltato fino a consumare il walkman, e la biro per riavvolgere la musicassetta, gli USA FOR AFRICA e gli omologhi europei BAND AID; ho seguito in tv il concerto dei Pink Floyd a Venezia esattamente come se fossi stata lì, ovvero senza nemmeno muovermi per andare al bagno a fare la pipì.
Ma quando ricapita che nomi eccellenti della musica (Cindy Lauper, Bruce Springsteen, Michael Jackson, Tina Turner, Stevie Wonder…. devo andare avanti???) si mettono insieme per incidere un pezzo?
Sportivamente parlando gli anni ’80 hanno raccolto anche un altro evento storico: la vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio. Che ho dovuto attendere fino al 2006 per capire tutta quell’euforia, dopo essere rimasti una serata chiusi in casa al caldo a guardare una partita di pallone in tv, si udivano grida di esultanza provenienti da tutte le case.
E poi in lontananza strombazzate di clacson per diverse ore, fino a notte.
Del calcio ricordo anche un altro episodio, questo molto spiacevole: la partita Juve – Liverpool, giocata a Bruxelles, che creò disordini fatali ad alcuni tifosi. Legato a questo episodio un altro, non meno infelice, di un ragazzino della scuola che il giorno successivo alla partita si era buttato (o voleva buttarsi?) dalla finestra, perché (dicevano, ma la cosa suonava molto improbabile già da subito) che suo padre fosse stato coinvolto nel disordine dello stadio la sera precedente.
Non potrebbe mancare all’elenco memorabilia la nevicata dell’85: oltre un metro di neve fresca al nostro risveglio, che cadeva con fiocchi delle dimensioni di elefanti dal cielo, ininterrotta dalla sera precedente.
Impossibile fare uscire l’auto dal garage: quando anche papà avesse spalato tutta la neve dalla rampa, avrebbe dovuto spalare la via che conduceva al viale principale; e da lì ancora, perché tutte le strade erano impercorribili.
Io a scuola ci andavo a piedi, e una volta arrivata, con gran fatica, con lo stesso mezzo sono ritornata a casa, perché la scuola era rimasta chiusa.
Non era mai accaduta una cosa simile, nè più si sarebbe ripetuta.
Altro che domeniche con la città chiusa al traffico, in quei giorni non circolava veramente nessuno: nè mezzi pubblici, nè mezzi di soccorso, nè pubblico servizio, nè chi a vario titolo presentava permesso, nè i figli del sindaco nè quelli del papa.
Circolava chi riusciva a farlo (ad esempio io che con gli sci da fondo che raggiungevo il vicino ipermercato).
E per finire i miei ricordi, gli anni ’80 sono stati gli anni dell’Atari (o del Commodore per altri). Mentre ancora molti si rinchiudevano nelle sale giochi per giocare a pac-man o frogger, qualcuno iniziava a giocarci in casa.
Per caricare il software avevo un mangiacassette, simile un po’ al walkman, che nell’arco di alcuni minuti preparava il gioco. Minuti, non è iperbolico, forse è sottostimato, perché nel caso non andasse a buon fine al primo colpo, ci poteva impiegare mezzora.
Quindi caro Raf, degli anni ’80 è rimasto parecchio, di sicuro Self-control che è uno dei tuoi pezzi più belli.

E di questi anni ’10… cosa resterà?

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13 Replies to “E di questi ’10?”

  1. Anche per me , hai fatto sfilare in modo magistrale il decennio di Raf.
    Ho “ripassato”con te , musica , moda , accadimenti gloriosi e tragici…

    Tieni una specie di diario , per piacere , per fare da testimone anche al decennio in corso!

    Appuntamento fra tre anni…..
    Intanto , ci sentiamo

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      1. Pero’, mi vien da pensare che tutto quello che capita , ora che siamo “grandi” , non ha certo lo stesso impatto degli avvenimenti di allora , su di noi !
        Per me, le settimane , i mesi, gli anni , stanno letteralmente volando e se non fosse per i bambini che ho intorno quasi non mi accorgerei del passare del tempo…..
        Ciao, Elena

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      2. È vero, ci riflettevo anche io… non so se sia perché da adulti siamo più presi e gli accadimenti hanno minore impatto su di noi; oppure perché in un’epoca in cui si viene a sapere tutto in tempo reale paradossalmente nulla rimane.
        Di quanto accaduto dopo il 2010 il fatto più grave che riesco a ricordare, attentati a parte, è il naufragio della costa concordia… niente in confronto a Chernobyl! C’è da dire che negli stessi anni ho avuto parecchie gatte da pelare e ho un po’ perso di vista gli accadimenti globali…

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  2. Per me gli anni ’80 hanno significato tutto. Potrei scriverne un libro, per cui evito di essere noioso.
    Gli anni ’10, fino ad ora, hanno decisamente (a livello storico) un minore impatto sulla cultura e sulla società, pur con tutto quello che sta accadendo. Ma gli anni ’80 furono rivoluzionari.

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      1. E’ vero, hai ragione.
        Però la fine della guerra fredda, il muro di Berlino, la sensibilizzazione mondiale ai problemi dell’Africa ed a quelli ecologici, l’inizio della fine dell’URSS, l’avvento dei PC… gli anni ’80 a volte li ricordiamo per la moda e la musica, ma sono moltissimo altro.

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