“Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?”

Quando andavo alle scuole elementari portavo una cartella dentro cui stavano un quaderno a righe, uno a quadretti, l’astuccio e il diario. Stop!

Semplice no? Elementare direi, Watson.

Oggi le elementari si chiamano primarie, e di elementare hanno perso anche i connotati.

Quaderni a quadretti, a righe, ad anelli; mi raccomando che abbiano i margini; e poi le copertine, ad ogni colore corrisponde una materia; rivestire i libri, etichettare tutto. I pastelli, i pennarelli, a punta fine e a punta grossa. Il diario datato (che sti paraculi dei produttori hanno trovato il sistema per vendere negli anni a seguire i fondi di magazzino). L’album con i fogli per disegnare, le forbici con le punte arrotondate, le scarpe da ginnastica in un sacchetto di stoffa col nome.

I primi giorni di scuola è una corsa all’approvvigionamento, genitori e figli accaniti nelle corsie ‘cancelleria’ dei supermercati e nelle cartolerie: i genitori ad ottimizzare la spesa, i figli a scegliere tra i diari e gli astucci: un delirio, sembra il Toys al 24 dicembre.

Quest’anno alla lista si è aggiunto un elemento: il dizionario della lingua italiana.

Panico: la chat di WhatsApp inizia a fibrillare a poche ore dalla ricezione della lista.

Quale?

Eh sì: di quale dizionario dotare i figli?

In casa non ne abbiamo nemmeno uno, ma i produttori le liste del materiale devono averle avute con largo anticipo perché TOH ecco lì al supermercato una bella torretta ricolma di dizionari, di marca e prezzo variabili.

D’un tratto i pensieri che dovrebbero aiutarmi a scegliere mi risucchiano al mio inizio del liceo: una carriola di materiale da comprare; i miei per contenere la spesa avevano costruito con le loro mani un parallelografo e recuperato dei pennini a china di quelli a serbatoio, non a cartuccia.

Di fatto hanno ucciso sul nascere la mia scarsa propensione per il disegno tecnico, che qualche anno dopo all’università sono riuscita a farmi bocciare all’esame, uno di quegli esami cosiddetti salvanaja in cui prendono tutti 30 senza troppa fatica.

Dodici??? Ho chiesto vedendo il voto. No, che 12… R… RITORNARE! (Non aveva una mano tanto meglio della mia il professore, ma a sostenere l’esame ero io… Non gli pareva vero di bocciare qualcuno e restituire un po’ di dignità a quell’esame che tutti consideravano già fatto).

Vabbè mi sono rifatta un paio di anni dopo, conseguendo al primo appello un bel 28 in Scienza delle Costruzioni, roba che altri studenti impiegavano anni a superare, e alcuni rinunciando abbandonavano l’ateneo.

Ma sto decisamente divagando!

Dicevo che oltre al materiale per il disegno tecnico, all’ingresso al liceo era richiesto anche il vocabolario di latino.

Suggerimento degli insegnanti IL Castiglioni Mariotti, un voluminoso tomo con copertina bianca su cui l’articolo IL campeggiava a piena pagina.

IL Castiglioni-Mariotti costava parecchio, potrei azzardare una cifra intorno alle 80000£, e a casa mia giaceva sonnecchiante un vecchio vocabolario di latino, senza copertina e senza autori illustri. Forse proprio senza autori.

“Quello va benissimo, di certo non ci sono neologismi nel latino, non vediamo che senso abbia spendere tanto quando hai già tutto” avevano sentenziato i miei.

Che è un po’ il filone logico per cui a Natale ricevevo la Tania in luogo della Barbie e il motivo per cui adesso voglio l’iPhone e non l’Huawei.

Obiettivamente neologismi no, ma il motivo per cui IL C-M era così corposo e il mio era tanto snello c’era!

Io l’ho scoperto alla prima versione in classe!

La versione è un compito in cui l’insegnante distribuisce un foglio con un brano da tradurre, tratto da qualche opera generalmente di Cicerone.

Si chiama versione e non traduzione perché il lavoro maggiore non consiste nel tradurre i vocaboli, ma nel ricostruire il senso logico delle frasi, individuando principalmente soggetto e predicato, quindi assegnando un valore logico coerente ai complementi, sostantivi declinati nei casi corrispondenti.

Un esercizio molto più matematico che linguistico, nel quale il pensiero laterale a volte si rivelava fondamentale.

Dove non arrivava il pensiero laterale, arrivava IL C-M: tu cercavi un termine e trovavi tutta la frase già tradotta.

Io invece cercavo un termine e trovavo il suo primo significato.

In questo modo mi sono trovata costretta a girare e rigirare il mio vocabolario vintage come fosse un motore di ricerca, e ad ingegnarmi per fornire un senso compiuto a frasi che apparentemente non ne possedevano alcuno.

Qualche anno dopo, quando mia sorella ha iniziato il liceo, in casa ha fatto ingresso il famigerato IL.

“Quello ormai è distrutto, perde le pagine, ha fatto la sua epoca” avevano ammesso i miei.

Questa considerazione mi è rimbombata mentre dalla torretta dei dizionari avevo preso in mano un Garzanti che costava più del triplo degli altri.

Poi lo userà anche Viola, mi sono sorpresa a pensare. Ma il fatto di avere qualcosa di riciclato è un deterrente per appassionarsi alla materia.

Meglio questo, più facile da utilizzare, con i colori a bordo pagina per individuare di primo acchito la lettera iniziale.

“Il mio primo dizionario” mi pare adatto ad una terza elementare, e il costo contenuto non mi farà rimpiangere di doverne comperare presto un altro.

Scelta fatta.

In fin dei conti avere uno strumento limitato ha affinato la mia capacità di fare ricerche mirate su Google, 30 anni dopo.

Per poi sentirsi dire da Sofia, una volta a casa la sera “Mamma… questo è proprio QUELLO che le maestre hanno consigliato di prendere!”.

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Parole di Vicenza (e dintorni): snasare

Rieccoci all’appuntamento assolutamente random con i termini dialettali.

Faccio una premessa: da poco più di un anno seguo il sito UnaParolaAlGiorno che, proprio come da copione, analizza ogni giorno significato ed uso di un vocabolo della lingua italiana.

Alcuni giorni fa è stata la volta di Usmare:

Il significato di ‘usmare’ è semplice: odorare, fiutare. Possiamo però anche dire che si tratta di un fiutare particolarmente intento, animale. 

Aaaahh… SNASARE mi sono subito spiegata.

Snasare è l’azione che si fa col naso, significa letteralmente annusare. Ma non è un’azione semplice di percezione odorosa, è più un’indagine, una ricerca di particolari, è quello che farebbe un cane da tartufo sulle tracce del prezioso tubero.

Si snasa il vasetto di pomodoro per sentire se è andato acido, o i calzini rimasti sul pavimento per capire se sono stati portati.

In senso figurato si snasa una situazione, per capire già a priori che non è vantaggiosa; tipicamente si snasa da distante che ‘c’è del marcio in Danimarca’. 

E il curioso, il ficcanaso, si chiama lo snason.

Parole di Vicenza (e dintorni): la s-c

Dopo il successo di s-ciapo e la pioggia di richieste che ne è conseguita (due sono una pioggia no?), oggi ritorno alla mia rubrica dialettale con un gruppo di vocaboli che contengono la coppia di consonanti s-c.

Abbiamo già citato il mas-cio, detto anche porseo (maiale, porcello).

Non abbiamo però detto che al maschile la parola che porta S-C in principio, pur iniziando con la S regge l’articolo il / un e non lo / uno.

Esempio:
el s-ciopo o un s-ciopo è lo scoppio, anche sineddoche di fucile, attrezzo che emette lo scoppio;

el s-ciantiso è la scintilla; mia nonna chiamava s-ciantisi quelle candeline scoppiettanti che a volte si mettono sulle torte.

L’aggettivo s-ceto deriva da schietto e significa appunto schietto, sincero (‘dighelo s-ceto = diglielo onestamente’); oppure significa puro, non contaminato (vin s-ceto è il vino non allungato con acqua).
La s-cianta è la scheggia; trattandosi di una quantità molto piccola di materiale, la s-cianta si intende anche come una piccola parte di qualcosa; tipicamente è quanto avanza in un piatto di portata (ghi n’è vanzà ‘na s-cianta, chi xe che lo vole? ne è avanzato un pochino, chi lo vuole?); in realtà la s-cianta non è un quantitativo troppo esiguo, perché trova spazio per il diminutivo s-ciantinea, piccola s-cianta.
Dopo il temporale il tempo se s-ciara, cioè si rischiara.
El s-ciocco non è lo sciocco, altrimenti detto stolto, ma lo schiocco (s-cioccare i dei = schioccare le dita; tirare un s-ciocco = essere colpiti da attacco cardiaco, spesso in senso figurato, inteso come non sopportare più la fatica, arrendersi).
Da s-ciocco deriva anche s-cioccarola, che identifica l’organo sessuale femminile, ma di cui non riesco a ricostruire l’etimo.

Parole di Vicenza (e dintorni): s-ciapo 

Mentre percorrevo la statale un nugolo di automobili lente si è immesso da una via laterale, approfittando del fatto che io avessi rallentato in vista di un semaforo rosso.

“Che s-ciapo de machine!” mi sono ritrovata ad esclamare.
S-ciapo si scrive col trattino per non mescolare la S e la C, il loro suono non si deve fondere come nella parola scivolare, non va confuso con il diagrafo italiano SC; il suono delle consonanti deve rimanere distinto, tipico della parlata veneta: anche mas-cio (che significa maiale) si dice così, con la S e la C ben disgiunte.
S-ciapo quindi non è sciapo, non è insipido. S-ciapo è un manipolo, un gruppo, un insieme numeroso.

Un gruppo di belle ragazze che girano assieme è spesso identificato come uno “s-ciapo de fighe”.

Invece un luogo isolato è “fora s-ciapo” (fuori mano) così come è “fora s-ciapo” un elemento che non si uniforma al gruppo.

Fora s-ciapo può anche essere il costo di una vacanza che va oltre il budget.

Il top di gamma di una serie produttiva può essere fora s-ciapo per le nostre tasche e una prestazione sportiva fora s-ciapo per le nostre capacità.

Fora s-ciapo denota comunque un senso di inferiorità.

Da cosa derivi non lo so, ma provo a immaginarlo: senza il prefisso della S privativa, ciapo è indicativo presente di ciapare, acchiappare.

Così lo stormo, il gruppo, essendo entità numerose, non puoi pensare di prenderle: s-ciapo inteso come ‘non ce la faccio a tenerli tutti insieme’; ma mi sa che è tirata per i capelli.

Parole di Vicenza (e dintorni): Sguarattare

Recenti norme igieniche prevedono che nei wc dei locali pubblici non sia possibile mettere asciugamani ad uso promiscuo per asciugare le mani, ma salviette monouso o soffiatori di aria calda.

Spesso trovo le prime esaurite e i secondi non competono minimamente con l’unico efficace nel suo genere, il Dyson.

Così non resta che sguarattare le mani ovvero agitarle energicamente per sgocciarle, una specie di ballo di Simone (butta in aria le mani e poi falle girar…).

Sguarattare è la traduzione locale di scuotere, ma rende molto meglio secondo me la reiterazione per via di quel -ra- che viene introdotto, e anche la G al posto della C dà più energia al verbo.

Sguarattare è un’azione energica ma piuttosto casuale, imprecisa, il cui risultato finale può essere disastroso.

Un classico uso innocuo di sguarattare è quello che si fa col barattolo della vernice per rinvigorirla.

Oppure si può sguarattare lo shaker per preparare un buon cocktail.

Parole di Vicenza (e dintorni): Scorlare

Benritornati all’appuntamento circa-settimanale con le espressioni dialettali della mia terra da me interpretate e divulgate ai miei seguaci.

La parola di oggi è scorlare.

Secondo alcuni scorlare deriva da scossare, inteso come imprimere una scossa. 

Scorlare è un verbo che si può tradurre nell’omofono italiano scrollare.

Si scorla la tovaglia dalle briciole dopo mangiato, così come la si scrollerebbe nelle altre regioni di Italia.
Rispetto allo scrollare, grazie all’inversione della O con la R che ammorbidisce il tripudio di consonanti e alla perdita della doppia L, tipica della parlata veneta, lo scorlare è un’azione meno energica.

Inoltre scrollare ha recentemente assunto la connotazione informatica di far scorrere la rotellina del mouse, un micromovimento di basso impatto e molto lineare, che poco ha a che fare con lo scorlare.

Classicamente scorlano i denti da latte prima di cadere, si scorla l’albero per farne cadere i frutti e si scorla il marito addormentato sul divano per risvegliarlo.

Il cane scorla la coda quando scodinzola, si scorla l’uovo di cioccolato per sentire se contiene la sorpresa, non ci si fida a salire su un’impalcatura pericolante perché scorla tutto.


Scorla
la terra quando c’è il terremoto.
Il prodotto dell’azione dello scorlare è lo scorlon, una potente vibrazione impressa da un agente esterno: scorlon diventa quindi sinonimo di scossa tellurica.

Si usa scorlare qualcosa di umido o bagnato al fine di allontanare meccanicamente le gocce d’acqua, quindi i maschietti possono sopperire alla mancanza di carta igienica scorlando, e se poi non c’è nemmeno l’asciugamano scorleranno anche le mani dopo averle lavate. Oppure le possono sguarattare.

Ma questo sarà il prossimo post!

Parole di Vicenza (e dintorni): cagnarse

Cagnarse significa litigare; ma è un litigio quasi ferino, tipico di due cani che abbaiano l’uno contro l’altro, magari si azzuffano un po’.

È un acceso scambio di opinioni, uno sbatter di porte, un tenersi il muso per futili motivi.

Così ‘piantare ‘na cagna’ non significa abbandonare un Labrador femmina, ma inscenare un battibecco, suscitando alzate di voce da entrambi i contendenti.

Cagnarsi è appunto l’equivalente di battibecco, tra cani (o tra cane e gatto) anziché tra volatili; è lo scornarsi degli arieti ma con il sonoro.

Cagnare, in forma non riflessiva, significa rigurgitare, rimettere, vomitare e credo sia da attribuire al livore di ciò che si dice ‘cagnandosi’; da qui ‘i cagnetti’, che contraddistinguono oltre che i cagnolini anche i secreti emetici.

Il cagnon invece è il tipico odore del cane, magari dopo una pioggia.

Parole di Vicenza (e dintorni): esser del gato

Ritorna l’appuntamento con le espressioni dialettali. Questa volta è il turno di esser del gato.

Esser del gato (letteralmente essere del gatto, inteso come essere di proprietà del gatto) significa essere impotenti, perdere il controllo su una situazione.

Mia nonna qualche mattina si alzava dicendo “ancó a son del gato” come condizione clinica (oggi sono del gatto): significa non avere le forze, non riuscire a fare nulla.

Oppure si può combinare un guaio e trovarsi come conseguenza in una situazione di cui si è perso il controllo: lavorativamente parlando ad esempio, si possono operare delle scelte che si rivelano fallimentari e non poter più recuperare la stabilità.

Quando il gatto cattura una preda, topolino, uccellino o semplice gomitolo di lana, ne fa ciò che vuole: lo lancia per aria, lo accantona, lo lascia scappare un po’ e poi con l’allungo della zampa lo riacciuffa. Finge disinteresse per poi recuperarne possesso.

L’espressione esser del gato esprime lo stato della preda felina, che per quanto si ingegni sa che la sua fine è imminente.

Che poi a Vicenza gli abitanti vengano popolarmente chiamati magnagati (per la credenza che mangassero i gatti in tempo di guerra) rovescia un po’ la prospettiva, ma è tutta un’altra storia.

Parole di Vicenza (e dintorni): mona

Continuano le richieste di locuzioni, questa volta è il turno di mona.

Mi sento un po’ un’emittente radiofonica ‘Ciao Pensieri in Patchwork, mi spiegheresti quella parola, quella che fa dudu dadadà? Se puoi prima delle 15, la dedico a tutti quelli che conosco’.

Ecco: va’ in mona è un suggerimento, caldeggia l’accoppiamento (mona è l’organo di riproduzione femminile).

Se per esteso viene suggerito “va’ in mona a to mare” si propone un rientro nel ventre materno (o un incesto, a seconda delle interpretazioni, io preferisco la prima).

La locuzione, non propriamente monacale, non è offensiva in modo pesante, è intesa spesso con fare scherzoso, ad esempio all’amico che cerca di convincerci di qualcosa che sa bene per primo non essere possibile.

Particolarmente efficace anche nella versione labiale, senza il sonoro: l’inconfondibile alternanza di A-O-A la rende interpretabile a parecchi metri di distanza.

La locuzione ‘in tanta mona’ indica un posto estremamente lontano, forse perché per ritrovarsi in mezzo a una concentrazione di donne alcuni sarebbero disposti a percorrere parecchi chilometri.

Si può essere un mona, che significa essere una persona inaffidabile; o si può fare il mona, ovvero comportarsi in modo estremamente faceto, per estensione provarci con una ragazza.

Esiste anche la versione vezzeggiativa ‘il monazza’.

La cosa più strana di questo vocabolo è che viene utilizzato esclusivamente al maschile, pur definendo un concetto prettamente femminile.

Tranne nel caso dell’esclamazione ‘La mona!’ che talora viene diluito in ‘La mona minestrina’ (in cui si dissimula di stare dicendo la buona minestrina). 

‘La mona!!!’ significa ‘nemmeno per idea’ / ‘non venirmi a raccontare stupidaggini’.

Concludo con un bellissimo proverbio 

Viajar descanta

Ma chi parte mona torna mona

(Potrei tradurre in: 

Viaggiare aiuta a maturare; ma chi nasce quadrato non diventa rotondo)

Parole di Vicenza (e dintorni): ‘ser drio

Nuovo appuntamento con le espressioni caratteristiche della mia città.

La rubrica in cui illustro i modi di dire dialettali sta riscuotendo un discreto successo tanto che ricevo suggerimenti per la parola dell’appuntamento a venire.

Vabbè, ricevo suggerimenti e basta, il discreto successo non c’è, ma non importa.

L’espressione scelta per il post di questa settimana è ‘esser drio’, tradotto letteralmente essere dietro.

Esser drio, ma più concisamente ‘ser drio,  non significa posizionarsi dietro; esser drio è stare impegnandosi in un’azione, ed è un modo di aggirare il gerundio.

“Son drio magnare” significa sto mangiando; “xè drio rivare” vuol dire sta arrivando.

Rispetto alla locuzione “sta ‘rivando”, esser drio rivare rafforza il concetto di moto a luogo.

Tanto che esser drio ‘ndar vanti (essere dietro ad andare avanti), traducibile con uno stringato procedere, è un meraviglioso ossimoro per dire che si stanno profondendo energie nel completare un progetto.