Un gioco da ragazze

Questa è la storia di Elena Saboori, 25 anni, studia Economia e vorrebbe imparare a nuotare.

Beh che ci vuole? Un po' di impegno, magari non andrà alle Olimpiadi ma può farcela, sì…

Ah… Aspetta, dimenticavo … Riformulo: Elena Saboori ha 25 anni, studia Economia e vorrebbe imparare a nuotare per partecipare alle prossime Olimpiadi di Tokyo 2020.

Ah ah ah… impossibile! Non ce la può fare… Invece io scommetto di sì, voglio credere che ce la farà!

Alla presentazione di Elena manca un dettaglio: vive in Afghanistan. 
In tutto il paese si contano 30 piscine (circa il numero di impianti che si trova in una provincia italiana di medie dimensioni) e solo una di queste consente l'accesso alle donne. 

Per poter competere Elena deve prima imparare a nuotare, ma chi glielo può insegnare? Le leggi talebane vietano alle donne di praticare sport, non esiste un'insegnante donna che le possa trasmettere i rudimenti. Niente paura, su YouTube si trova tutto, ci sarà pure un qualche tutorial che spiega come si fa, basterà aprire Google e digitare 'Aranzulla & crawl' no?

Elena non si perde d'animo e si guarda qualche video. Poi cerca di mettere in pratica ma si accorge che non è così semplice: una cosa è vedere i fotogrammi, un'altra è fare i conti con galleggiamento, spinta, propulsione, respirazione. Allora Elena aggiusta il tiro: non vuole più semplicemente imparare a nuotare ed andare alle Olimpiadi, ma vuole anche insegnare a nuotare alle altre donne, capisce che saper nuotare è anche una questione di sopravvivenza.

I rischi aumentano, gli attacchi terroristici si fanno più probabili, la sfida diventa incredibile. Anche perché, come se non bastassero le difficoltà descritte fino a qui, queste donne mica possono andare a nuotare con semplici costumi, no: devono essere coperte da testa a piedi, braccia-schiena-gambe comprese.

Ihsan Taheri, presidente della federazione natatoria afghana, loda il coraggio di Elena e sta dalla sua parte.

Hanno contattato un'azienda brasiliana per creare dei costumi adatti, nel frattempo le nuotatrici devono indossare calze nere e un top a maniche lunghe in lycra, sotto un normale costume intero.

A questo punto la mission impossible non mi pare più 'andare alle Olimpiadi', mi sembra che le difficoltà siano ben altre.

Se ce la farà, Elena sarà la prima nuotatrice nazionale afghana.

Io tifo per lei, non fosse altro che perché è mia omonima!

SI o NO?

Non capisco perché in molti si sentano in dovere di esprimere la loro preferenza pubblicamente, specie quando nessuno gliela ha chiesta.

Il voto, diceva mia nonna, è segreto. Poco importa se l’aggettivo è da intendersi in maniera possibilista, ovvero segreto perché non sei tenuto a dirlo.

Lei lo interpretava in maniera perentoria: il voto è segreto quindi non lo devi dire a nessuno.

Ognuno ha le sue valide ragioni per la scelta per cui opta, a mio avviso non c’è un completamente giusto o un assolutamente sbagliato.

Così per tutte le situazioni.

E io provo gran soddisfazione quando pongo una stessa domanda a due diversi interlocutori, uno di fronte all’altro, esprimendo un mio dubbio su un fatto oggettivo: mi piace quando entrambi, guardandomi con malcelata insofferenza per l’ovvietà della risposta a cui sono costretti, in coro e guardandosi in faccia scandiscono uno SI e l’altro NO.

Mi gusto lo spettacolo della sicumera dell’uno che prende la rincorsa e salta pogando contro la sicumera dell’altro, per ritrovarsi poi a terra, esattamente nello stesso punto in cui era rimasto, incolume, il mio dubbio.

Sogni d’oro

C’è una conduttrice radiofonica che tiene una rubrica intitolata ‘Il risveglio’, arguto espediente per introdurre un pensiero al giorno, ogni mattina.
Non mi trovo in sintonia con i concetti che esprime, ma soprattutto sono molto scettica sul fatto che quando apre con ‘Questa mattina mi sono svegliata e ho pensato a…’ affermi il vero: quando mi sveglio alla mattina io, l’unica cosa che riesco a pensare è ‘Quanto manca a tornare a letto?’.

Mi riuscirebbe più verosimile la rubrica ‘Ieri sera prima di addormentarmi ho pensato a…’.
Ad ogni modo l’altra sera prima di coricarmi pensavo alla rivoluzione epocale che ci aspettava; e al mattino, quando mi sono svegliata, è stato il mio primo pensiero: sono corsa a controllare sul tablet e… NO, nessuna svolta.
Non sono esperta di politica internazionale, nemmeno di quella italiana; a onore del vero non mi intendo proprio di politica e se vogliamo dirla tutta non mi intendo di un bel niente.

Non so se era meglio lui, Donald, o lei Hillary.

A pelle preferivo lei, ma non è un dato di rilievo.

Anche se non mi spiego ancora come potesse presentarsi con il cognome del marito, per giunta pubblicamente e platealmente fedifrago.
Ciò che mi brucia è che ritenevo il mondo maturo per avere una donna presidente della Repubblica; invece no, sarà per la prossima, magari sarà proprio Chelsea, per restare in famiglia.

O magari avverrà in Italia. Magari.

Sogni.
Io fatico a risvegliarmi dai sogni, che già con l’alzata delle 4 avevo sbirciato gli exit poll e davano un lieve disavanzo. Alle 8 era diventato un divario significativo, ma non essendoci ancora l’ufficialità io speravo nel miracolo.

Sono una sognatrice cronica.
Nello stesso giorno la notizia della morte di Veronesi. RIP. Che restando in tema di sogni, anche in lui avevo riposto alte speranze: avevo accompagnato mia mamma all’IEO.
Da una situazione conclamata ci si poteva aspettare solo un miracolo, come dal significativo divario una rimonta della Clinton era altamente improbabile.
Ma fino a che non accendono le luci in sala per me un film non è finito, e io rimango seduta fino a che i titoli di coda non hanno smesso di scorrere, perché a volte capita che ci sia uno spezzone oltre la parola FINE.
Un viaggio della speranza quello a Milano, e non gliene faccio una colpa al vecchio Umberto; purtroppo però, l’IEO mi ha lasciato l’impressione di una gigantesca macchina da soldi. Che sicuramente in qualche caso porta al risultato ma, ahimè, ho avuto la precisa sensazione che non fosse quella la priorità.
Così questo 9 Novembre, che noi italiani scriviamo come 9/11 e che in maniera imbarazzante richiama un’altra tragica data, scritta a rovescio con la formattazione americana, non mi ha sorpreso quando si è concluso con l’ostruzione di una tubatura che ha allagato di fogna la casa di mamma.

Un bel tacer…

Mentre sul web imperversano gli estremi saluti a Dario Fo e le dissertazioni meravigliate per l’assegnazione del Nobel a Dylan, ieri esce un post della Lucarelli che presenta l’ennesimo caso di suicidio consequenziale a diffusione di foto osè sul web.
Rimango un po’ perplessa, apro i commenti e il primo che mi è visibile proviene da un personaggio famoso, autore di un libro stupendo, ma per alcune sue posizioni un po’ distante dal mio modo di intendere .

Dice ‘Selvaggia chiudi tutto perchè dopo aver letto i primi commenti ho già l’istinto di usare il lanciafiamme’.
Resto infastidita: perchè i commenti che lui ritiene irritanti li vede solo lui e perchè a mio vedere sta prevaricando la libertà di opinione; ovvero siccome la sua posizione è ‘autorevole’ (se commisurata alla visibilità del personaggio) sta dirottando i commenti in una direzione forzata: se dici cose diverse sarai coperto di insulti.
E infatti il post si snoda tra messaggi di persone adulte che si danno del cretino o dell’idiota.

Molto interessante, non c’è che dire.
Ritornando a Selvaggia, la ritengo una donna intelligente, e mi spiace che strumentalizzi certe questioni per cavalcare l’onda e rimediare visibilità, perchè altre spiegazioni non trovo.
Un suicidio è un fenomeno drammatico e complesso, al quale un individuo non arriva con una motivazione banale e riconducibile a poche parole.

Nasce da un disagio profondo, da squilibri che si protraggono nel tempo, da mille imponderabili fattori; non riesco a ritenere ‘normale’ l’usanza di girare video in situazioni intime, nè tantomeno di diffonderli, e forse erano già questi segnali di un possibile malessere, che non voglio in alcun modo giudicare.
Però ritengo che una persona che arriva ad un gesto così estremo non merita di essere sbeffeggiata da quattro cretini che si danno dello stronzo o del coglione su una bacheca di facebook.
IMHO

CLAP CLAP CLAP

Era nell’aria, si erano verificati alcuni eventi che mi avevano fatto pensare a lui, era come se me lo fossi sentita.
Ho scritto un post in cui parlavo dei programmi tv del passato e mi era venuto in mente quello che i miei genitori attendevano per una settimana intera; io non capivo nulla di quel lungo monologo, che trovavo anche un po’ noioso rispetto a quanto mi piaceva la canzone della sigla che cantava ‘Cosa aspettate a batterci le mani?’.
Mentre lui parlava mio papà si sbellicava letteralmente dalle risa.

Sbellicarsi: parola che pochi giorni fa è stata analizzata da UnaParolaAlGiorno, un sito che seguo quotidianamente con interesse; significa ridere con tanta forza da sentire la pancia che esplode.

Sono molte le cose che mi fanno sorridere ma non ho memoria di quando è stata l’ultima volta che ho riso fino a provare dolore addominale; che poi è una sensazione meravigliosa, di euforia, e che lui a quanto pare sapeva dare, o almeno io lo ricordo così.
Ci ho pensato quando parlavo di Hillary Clinton, che dovrebbe farsi chiamare Rhodam, ma per essere associata al marito ne usa il nome; Franca Rame non si è mai fatta chiamare Franca Fo (che cacofonia!) eppure tutti la riconoscono come la moglie di.
Non posso dire che lo stimavo, non più della stima che si deve a chi vince un premio Nobel o che riceve una menzione per la presidenza della Repubblica: semplicemente la sua arte appartiene ad un’epoca precedente la mia.
Così ho aspettato a battergli le mani, mi illudevo che prima o poi avrei avuto modo di seguire uno dei suoi spettacoli; ma non avevo calcolato che un uomo di 90 anni ha diritto di rimanere fuori dalla scena.
Lo faccio ora, anche se è ormai troppo tardi, sulla fiducia della stima che gli avevano accordato i miei genitori.
Applausi.

Le bandierine (Vajont 9/10/63)

Quando lo scorso aprile abbiamo visitato gli scavi di Ercolano, Sofia è rimasta molto colpita dal fatto che gli abitanti di una cittadina intera fossero rimasti sorpresi nella notte dalla lava e non fossero riusciti a salvarsi.

Così le abbiamo raccontato, a grandi linee, la tragedia del Vajont, con la promessa che l’avremmo portata a visitare la diga.

Abbiamo atteso che l’estate si facesse decisa e un sabato di luglio siamo andati a Longarone.

Per poter accedere alla sommità della diga bisogna essere accompagnati da una delle guide locali; così ci siamo uniti ad un gruppo che aveva già iniziato il percorso guidato.

Scendendo lungo il tratto che va dal parcheggio alla diga avevo notato una serie di bandierine affisse alla palizzata che funge da parapetto: tante, tantissime bandierine colorate che riportano i nomi dei bambini rimasti vittime della tragedia.

Nome, cognome, età al momento del fatto; alcuni riportavano la dicitura ‘mai nato’ come a dire che erano ancora nel ventre materno.

Mi si è stretto il cuore a leggere tutti quei nomi e pensare a quei bambini; Sofia mi chiede se ci sono bandierine col suo nome ma invece ci sono tante Luisa, Fulvia, Maria, Margherita, i nomi che si usavano in quegli anni. C’è anche qualche Elena.

La guida sta già parlando da alcuni minuti; racconta delle esigenze produttive che hanno spinto a costruire la diga, degli interessi economici immischiati con la politica, dei poveri abitanti del luogo che si sono ritrovati con i terreni espropriati per pubblico interesse senza poter nemmeno riscuotere l’esiguo compenso perché non avevano fatto gli atti di successione nel modo dovuto.

Gli insorti comitati locali, essendo più d’uno, erano entrati in disaccordo tra loro perdendo di vista l’obiettivo di difendere gli abitanti del luogo, lasciando strada aperta alla Sade per proseguire nei suoi intenti.

Il gruppo che ascolta si compone di circa 10 persone, tra cui alcuni bambini. Uno di loro gioca col cubo di Rubik. Viola sta a fianco della guida, su uno scalino che le fa da pulpitino, e ripete l’ultima parola di ogni periodo.

La guida si dilunga, si perde in dettagli; finalmente ci accompagna sulla sommità dell’opera. 

Il panorama è spaventoso: l’altitudine, le vallate anguste, il poderoso eco dei rombi delle moto, un mastodontico muro arcuato di cemento armato, i pendii che mettono a nudo i segni delle frane, la cittadina di Longarone in lontananza, il burrone sotto di noi, il pensiero di tutta quella gente colta di sorpresa dalla frana e dall’invaso, di tutti quei bambini.

Da far girare la testa. Sofia ha paura e vorrebbe tornare indietro.

La guida punta il dito ai versanti, indica i paesi spazzati, la vegetazione ricresciuta, parla di studi geologici, di strati argillosi imbibiti dalle pioggie, di segni premonitori della disgrazia che si sarebbe abbattuta la notte del 9 ottobre del ’63.

Segnali evidenti e percepiti in modo chiaro, ma la macchina dei soldi corre troppo veloce per riuscire a fermarla.

Ho visto, diversi anni orsono, lo spettacolo di Paolini: è un attore, è bravo a raccontare come sono andate le cose.

La nostra guida non è un attore ma mentre racconta la stessa storia ha la voce spezzata, come di chi è sul punto di piangere.

La sua spiegazione è accorata, si attarda: rispetto ai 50 minuti stimati siamo già oltre l’ora e un quarto.

Torniamo sul piazzale davanti all’ingresso.

Cerca di concludere il suo racconto con la ricostruzione della tragedia, consumata in soli 2 minuti. Parla di 3 milioni di metri cubi di materiale: la frana che si stacca repentina e cade nel lago artificiale.

Parla di un’onda di 1000 metri di altezza: l’acqua che viene sbalzata fuori dall’invaso e raggiunge i paesi soprastanti, poi assieme ai detriti ricade su se stessa e dilava i suddetti paesi. 

La natura con la sua forza dirompente non si lascia addomesticare dall’uomo.

Una madonna lignea, simulacro conservato in una chiesa del luogo, viene ritrovato a mezzogiorno dell’indomani a Fossalta di Piave, ha ormai raggiunto l’Adriatico, tanta è stata la potenza dell’onda che ha travolto i paesi.

Penso al ’76 quando il terremoto del Friuli si è sentito fino da noi: ero piccola e capivo poco, ma ricordo nettamente lo spavento nel vedere i piatti tremare sul tavolo, io ero già in pigiama e i miei genitori mi hanno presa e portata fuori in strada, cosa stranissima.

Guardo la guida, deve avere avuto più o meno la mia età ai tempi del terremoto quando è successo il disastro, immagino lo abbia vissuto abbastanza da vicino da rimanerne toccato.

Capisco che per lui non è un lavoro, ma una missione: parla di 1910 morti.

Parla dei processi per individuare i responsabili della tragedia, di tecnici ormai deceduti, di persone a loro subentrate che se la sono cavata con un anno di reclusione.

Parla di Segni, che aveva promesso grandi cose per poi assumere le difese di Enel e Sade, e diventare in breve presidente della Repubblica.

Capisco che lui è uno che è scampato al diventare una delle tante bandierine.

Se ne va salutando come Gaber “Io non mi sento italiano”.

Ritorniamo al parcheggio e quelle bandierine, quelle dei bambini, camminando in salita mi sembrano ancora di più.

Non ci sono rivendite dì souvenir, non c’è nemmeno un bar: non c’è nessuna volontà da parte dell’amministrazione locale di lucrare sui resti della disgrazia.

Resta la diga, monito beffardo, emblema dell’errore che è umano e della perseveranza nell’errore, che è ancor più umana.

Bulli & Pupe

Ultimamente ci si ritrova a parlare molto di bullismo: metto ben avanti le mani e dico subito che chiaramente disapprovo su tutta la linea chi ‘soprude’ gli altri.
Chi in qualche modo esercita prepotenza, prevaricazione, derisione nei confronti di chi a suo vedere è più debole, o comunque in posizione di inferiorità, è un meschino, uno che in realtà si trova lui in situazione di debolezza.

Detto questo, da qui ad attribuire ai bulli la responsabilità dei gesti estremi di reazione che alcuni soggetti hanno, a me pare esagerato e inappropriato. Specie se si tratta di cyber-bullismo.

Non voglio giustificare o avallare certi cretini alla cui sconfinata idiozia non si trova limite, e che vanno puniti (e a mio avviso va fatto in silenzio, senza far loro pubblicità). 

Ma se uno commette un gesto estremo lo commette essenzialmente di suo.

Entro certi limiti la presa in giro è fisiologica, tipica dell’età evolutiva. Ed entro certi limiti è una spinta alla maturazione.

L’adolescenza è un’età fragile, e forse alcuni rimangono eterni adolescenti, prolungando la ridarella cronica oltre i 16 anni; ma da qui a trasferire in toto problematiche profonde ad attori esterni a me pare ne passi di strada.

Io stessa sono stata per tanti anni vittima di una sorta di bullismo: essere alti 1 metri e 80 già a dieci anni non è facile. Non è facile per tutta l’adolescenza. 

Ricordo una volta che ho pianto una notte intera perché avevo ritrovato la mia bici con le ruote all’aria, rovesciata da quelli che mi avevano ribattezzata ‘Maura’.

Nessun danno, solo l’avvilimento per uno scherzo idiota, perpetrato da alcuni soggetti che non sapevo nemmeno chi fossero, col senno di poi solo quattro sfigati.

Però ero veramente ossessionata da quel nomignolo! 

Un giorno mia mamma mi aveva mandata a fare una piccola spesa, e aveva scritto la lista su un pezzo di carta, a penna. 

Tra le 3 o 4 voci spiccava ‘bistecche di mauro’, che in realtà erano di ‘manzo’ ma la u si confondeva con la n e tra la r e la z il passo è breve.

Io, dopo aver passato in maniera certosina tutte le vasche di esposizione della carne, sono andata diretta da quello che lavora dietro, contenta di rivalutare un po’ sto nome antipatico: se la mamma diceva bistecche di Mauro, questo Mauro doveva essere una specie di Dio delle fettine di carne.

Grande delusione e molta vergogna per me quando il tizio che aveva abbandonato lo squartamento per rispondere al mio ‘Mi scusi??? Le bistecche di Mauro dove sono????’ con tono impassibile, dopo essersi fatto ripetere la domanda, mi aveva risposto perentorio ‘Io sono il macellaio, e mi chiamo Sereno’.

Save the date :)

Alle porte del tanto discusso fertility day è stato già detto tutto, fino alla nausea.
In genere quando si aprono questi casi mediatici evito di esprimermi, sto a guardare e mi gusto lo spettacolo. 

Mi pongo alcune domande:

ad esempio perchè il 1 settembre è esplosa la polemica? perché non il 30 agosto? chi ha fisicamente lanciato il sasso?

poi chiaramente sono stata investita da tutta la polemica, un popolo insorto contro la Lorenzin, compatto.

Ma sarà veramente lei la promotrice? O ci ha messo solo la faccia? 

Di solito in tutte le faccende c’è del buono e del marcio, non sempre in parti uguali, ma c’è.

Questa butade sarebbe stata contrastata in modo plebiscitario, era chiaro: io sono stata alla finestra ad attendere coloro che approvavano l’iniziativa.

Mi sono anche chiesta: in quanti hanno verificato le vere intenzioni dell’iniziativa? ahimè temo che tutti si siano limitati ad ascoltare o leggere ciò che altri hanno postato sui social network.

Le critiche alla campagna è inutile che le ripeta: la difficoltà a procreare dipende anche da incertezze economiche, lavorative, dalla mancanza di materia prima (leggi di un uomo); la procreazione non è interesse pubblico ma privato, le difficoltà biologiche che molte coppie incontrano e avanti.
Io sono ovviamente daccordo con tutte queste obiezioni, faccio parte di chi non approva la campagna.
La cosa più centrata che ho letto è stata ‘ma possibile che nessuno tra tutti coloro che hanno contribuito a portare avanti l’iniziativa abbia detto “ragazzi fermi tutti, ma che merda stiamo facendo?”
Il problema è che, a parte la grafica sgradevole con cui è stato sbattuto in faccia (a me sto primo piano troppo vicino, con la clessidra che sembra te la voglia dare in testa, mi mette inquietudine) di fondo il messaggio è vero e scomodo: la fertilità, in particolare quella di una donna, copre un arco temporale limitato nel corso della vita.

E non lo ha deciso il nostro ministro.
Io sono una che i figli li ha fatti tardi per deliberata scelta: non mi mancava nessuna delle condizioni che tanti hanno recriminato; avevo marito, casa, lavoro stabile.

Io sono una di quelle a cui la campagna si sarebbe rivolta, se fosse stata lanciata pochi anni fa.

Io sono una di quelle che ha preferito aspettare il momento più opportuno, perchè sapevo che da lì in poi la mia vita sarebbe cambiata in via definitiva.

In meglio, in ultima analisi. Ma vieni comunque privato di alcune libertà.

Perché, nonostante fossi consapevole del rischio che correvo, un figlio è per sempre: non è che fai una prova dalla quale puoi anche tornare indietro.

Col senno di poi ripeterei le stesse scelte, correndo tutti i rischi che ho corso, perché la libertà di cui ho goduto è stata importantissima per me, e non ritengo di dover rendere conto a nessuno dei motivi.

Dopo le rinuncie pesano meno.

Dei dubbi che solleva la Lorenzin mi ero consultata con lo specialista, la quale mi ha rassicurata che si, la fertilità diminuisce con l’età, e comunque il calo inizia dai 25 anni.

Io a 25 anni una deliberata scelta in questo senso, cioè di cercare un figlio, non me la sarei proprio sentita. E, obiettivamente, nemmeno a 30 nè a 35. 

Ho letto post aberranti di gente che accusa coloro che aspettano, come ho fatto io, di essere estremamente narcisista, e che è meglio non generi figli narcisisti a sua volta.

Io comunque, anche dopo la nascita delle mie figlie, ho mantenuto incontaminato lo stesso narcisismo, che vada al diavolo chi ha scritto ste brutture.

Ho letto di gente che dichiara che no, non lo sapeva, pensava che fare un figlio fosse molto più semplice, più immediato: l’ingenuità è una brutta bestia.

Tempo fa frequentavo un gruppo fb in cui diverse donne si sfogavano contro la suocera: tra queste c’erano alcune mamme e altre no.

Un giorno è nato un dibattito sul diritto all’interferenza della suocera sul tema figli / si / no / quanti / quando.

Davanti a tante che sostenevano che i figli si devono fare in età giovane sono intervenuta, raccontando la mia posizione di mamma vecchia e felice.

Il giorno successivo ho ricevuto un messaggio privato da una che mi diceva “quando hai affermato di essere vecchia non ce l’ho fatta a reggere la curiosità e ho spiato il tuo profilo: ma siete bellissime, tu e le tue bimbe!!!”

Ho sufficiente consapevolezza della mia presentabilità ma mi ha fatto enormemente piacere venire convalidata da una perfetta sconosciuta nel mio ruolo materno: siete bellissime non l’ho inteso individualmente, una a una.

Siete bellissime era riferito a noi tre, io e le mie bimbe: era un ‘siete in armonia, non sei fuori luogo con loro’.

Perché la scelta di attendere mi ha messo in una posizione anomala: sono una che ha i bimbi piccoli quando tutte le mie coetanee li hanno più vecchi, mentre le mamme dei bimbi dell’età delle mie figlie sono più giovani; dovrei sentirmi sempre fuori luogo, invece mi sento di essere scivolata ad una generazione dopo.

Alcune mie amicizie sono rimaste incrinate sotto il peso dell’insistenza della domanda “e tu quando fai i figli?”; ora che li ho mi rendo conto di quanto sia un’esperienza meravigliosa, ma mi astengo dall’insistere con gli altri sullo stesso tema.

Perché non posso sapere se il loro è non volere o non potere ma di base non sono fatti miei.

Questa domanda posta gratis è a dir poco irritante, fatta con i soldi di noi contribuenti è inaccettabile.
L’unico grande rammarico che ho, è che i miei genitori non abbiano potuto conoscere le mie figlie, godersi le nipoti; ma questo è dovuto alla prematurità della loro scomparsa molto più che alla tardività della mia procreazione.

I want your sex

Sulle note di Vorrei ma non posto, Sofia canta “…E mamma che lanciava il reggiseno a ogni concerto…”

Si interrompe:

“Mamma?”

Sì?

“Anche tu lanciavi il reggiseno ai concerti?”

Beh per la verità Sofia… Io sono andata a gran pochi concerti in vita mia

Inizio a contarli: uno di Vasco Rossi, a Rosà, al velodromo. Pensando che adesso Vasco fa un concerto a San Siro ogni 8 anni circa, dicendo sempre che è l’ultimo, devono essere passati tanti anni, ed è l’ultimo di cui ho ricordo.

“Prima?”

Prima si, c’era stato Umberto Tozzi, cantava dallo stadio di Vicenza, il Menti.

Lo sentivamo fino in giardino di casa nostra, sembrava lì con noi. Così, dato che era una bella serata calda d’estate, mia mamma ci ha accompagnate sul posto, me, mia sorella e mia cugina, sul finire dello spettacolo. 

Non c’era praticamente nessuno, ci hanno lasciate entrare per 5.000 £.

Siamo riuscite ad ascoltare l’ultimo pezzo, Notte rosa.

Per realizzare che dal giardino di casa nostra si sentiva meglio.
“Altri?”

Beh, mia mamma ha accompagnato mia sorella al concerto dei Guns ‘n Roses, a Modena. Ma io il giorno successivo avevo l’esame di informatica all’Università, e non ci sono andata.
“E basta?”

Basta! Ah no aspetta… Arena di Verona, George Michael. Avevo finito il primo anno del liceo, forse il secondo. Sempre accompagnate da mia mamma, io con mia cugina ed un’amica.

Abbiamo trascorso il pomeriggio intero fuori dai cancelli, accalcate. Sono passati a vendere panini, poi bibite. Poi ha iniziato una pioggerellina fina e sono passati a vendere gli impermeabili.

Poi hanno aperto i cancelli e noi che eravamo proprio davanti, per non rimanere schiacciate, siamo finite infondo.

Poi ci siamo arrampicate su in alto sui gradini dell’Arena, e hanno ricominciato a passare vendendo panini, bibite, impermeabili.

Poi hanno detto che George aveva mal di gola, l’evento era rinviato, tutti a casa.
“E allora?”

Allora niente, si poteva tornare alla nuova data o farsi rimborsare il biglietto, ma mia mamma si è arrabbiata tantissimo e non ha più voluto saperne di tornare.
“Arrabbiata?”

Si, perché ci avevano spremuti, usati per vendere i panini, le bibite, i cappellini, le magliette… Se la è presa con tutti, anche col carabiniere che faceva sicurezza.

A 360 gradi.
“Cosa vuol dire 360 gradi?”

Vuol dire con tutti, il mondo intero.

Lei faceva così, quando si arrabbiava se la prendeva col mondo.

Poi siccome al mondo gliene importava poco, a farne le spese alla fine ero io.
“E col tuo papà si arrabbiava mamma?”

Oh sì…. Altroché se si arrabbiava… Il mio papà era il capro espiatorio.

“Il tuo papà era un capro mamma?”

No, Sofia! Si dice in senso figurato… 
“Ma cosa vuol dire?”

(Ops… Da dove parto???)

Allora… Una volta gli uomini credevano che Dio si arrabbiasse con loro, e per tenerlo buono gli facevano dei regali, ammazzavano delle bestie, come le capre, e gliele portavano.

“E perché?”

Perché così Dio era contento, e la bestia, che non aveva colpa, si faceva carico dei peccati di tutti gli uomini… Espiava le loro colpe… Come gli agnelli sacrificali…

“Mamma… Cosa vuol dire espiare?”

Te lo spiego con un esempio Sofia: metti che tu e Viola giocate a rincorrervi e urtate un vaso e lo rompete… Metti che io sgrido solo te, perché sei la più grande… Tu fai da capro espiatorio… Ti assumi anche le colpe degli altri. Hai capito?
“Mamma… Ma perché se la colpa è di Viola tu ti sbagli e sgridi me?”
Senti Sofia… Facciamo che lancio il reggiseno va bene?

Io penso positivo

Alcune notti fa ho fatto un sogno terribile. Talmente terribile che al mio risveglio ho fatto fatica a raccontarlo, per prima a me stessa.

Ho sognato la cosa più temibile che possa accadere; e ho riflettuto che non avevo mai preso in considerazione l’ipotesi che potesse veramente accadere.

Mi sono sentita in colpa: per averla sognata e per non averla mai ponderata.

Subito dopo ho riflettuto: il fatto che io passi le mie giornate a considerare le ipotesi più nefaste, oppure che non le prenda mai assolutamente in considerazione, non ha effetto alcuno sulla probabilità che queste si materializzino.

Al contrario fa un’enorme differenza sulla mia esistenza: vivere nella spensieratezza oppure nel tedio costante.

Scelgo la prima, e faccio altrettanto di fronte a tutte le minacce terroristiche che incombono ogni giorno.

Chi vuol esser lieto sia

Del doman non v’è certezza