Tanti auguri a… Eros Ramazzotti

Oggi 28 ottobre compie gli anni Eros Ramazzotti: sebbene non sia uno dei cantanti che annovero tra i miei preferiti, devo dargli atto che alcuni dei suoi pezzi per qualche motivo fanno da tassello nel mosaico della colonna sonora della mia vita; e poi oggi è il suo compleanno: facciamogli ‘sto auguri!

Lo ricordo dagli esordi, da quella sua presentazione a Sanremo giovani dove, con la chitarrina in mano cantava le sue speranze in “Terra promessa”.

Noi dodicenni dell’epoca attendevamo le esibizioni fuori concorso delle chiome bizzarre dei Duran Duran o i ciuffi degli Spandau Ballet, gruppi anglosassoni dalla carica esplosiva (i primi, i Wild Boys; un po’ meno i secondi, più melodici); e lui, Eros, col suo capello rasato, la faccia del bravo ragazzo, le note tutte italiane ha convinto il pubblico ed ha vinto la sezione delle promesse emergenti.

Per i due anni successivi lo abbiamo ritrovato nella sezione big con Storia Importante e Adesso Tu: canzoni molto più pessimiste della prima (come ammette lui stesso …è più facile sognare che guardare in faccia la realtà…).

Da qui inizia la sua carriera; tra i pezzi salienti ricordo Musica E’, base dei lenti alle festine di compleanno del liceo.

Poi il suo album ‘In ogni senso’ in cui tutti i brani contenevano da qualche parte questa stessa locuzione; è di quel periodo la sua esportazione all’estero.
Mi trovavo in vacanza con la famiglia in Francia e la struttura che ci ospitava organizzava degli spettacoli ogni sera; una sera era il turno del karaoke e non so con quale faccia tosta sono salita sul palco, proclamando in un francese che definire maccheronico è un complimento:

“Noi” (avevo trascinato sul palco anche mia sorella) “non sappiamo che canzone cantare…. ma se ce lo suggerite voi, noi cantiamo”.

E tutti, avendo capito che eravamo italiane, acclamavano E-ROS E-ROS.

Loro si riferivano all’ultimo album, di cui io conoscevo poco i testi, e così mi sono messa a cantare Terra Promessa davanti a un centinaio di persone che mi guardavano come una marziana; dopo un tepido appaluso ho abbandonato il palco.

Diversi anni dopo mi sono ritrovata ancora a karaokizzare Eros, con ‘Fuoco nel fuoco’.
Mi trovavo in trasferta lavorativa presso un cliente, un produttore di acque minerali; famiglia atipica la proprietà, con il padre super salutista che praticava lo yoga ogni mattina, e 5 figli maschi di cui uno solo lo aiutava in azienda, gli altri si dedicavano ad altre attività.

Tra questi ve ne era uno che organizzava esibizioni canore amatoriali nei ritrovi locali, e mi aveva condotta nel suo studiolo di registrazione.

Un po’ di panico quando mi ero resa conto di trovarmi in una stanza insonorizzata con una persona di cui non mi erano chiare le intenzioni, ma i miei acuti su ‘Che cosa cerchi tu da meeeee’ devono essere stati abbastanza fastidiosi da persuaderlo a liberarmi prima di mettere in atto piani B.

Eros ha cantato assieme a voci straniere che io adoro; la sua voce lineare e un po’ piatta, e la sua pronuncia romanissima, che è tutto un libbro, una staggione e l’Ammerica, fanno da contraltare alle potenze esplosive e alle tonalità graffianti di Tina Turner ed Anastacia, in riuscitissimi duetti.

Riuscitissime le immagini dello sbando nelle curve del cuore, e dei confinanti di cuore divisi dallo steccato dell’orgoglio: l’orgoglio come palizzata, magari protetta dal filo spinato, con enormi falle tra un’asse e l’altra.

(Anche con Ricky Martin che vabbè, ha una voce piuttosto parallela a quella di Eros ma anche l’occhio vuole la sua parte).

Infine la strofa ‘un momento così, chissà quando poi tornerà’ è stato il mio leit motiv in momenti in cui, tutto sommato, per quanto rilevassi dei fattori che mi infastidivano, mi rendevo conto che il bilancio era decisamente positivo, e che valeva la pena di godersi l’attimo.

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Dimenticare ma come?

Nel cervello ci sono delle anse in cui i ricordi si annidano un po’ come la polvere in certi angoli difficili e, per quanto lavi e rilavi, lì proprio non ci si arriva.

Angoli troppo acuti per infilarci il piumino, resta il segno del pulito tutto attorno ma niente, sono aree di memoria renitenti alla cancellazione.

E così per quanto ti sforzi di dimenticare alcune cose, quelle restano lì inossidabili.

Poi ci sono dei piani inclinati di cristallo che qualunque cosa ci appoggi finirà inesorabilmente per scivolare via.

Nella nebbia

Quale pianura? Piattume padano! Tutto identico a se stesso, nel pieno di quest’area geografica.Non solo non scorgi nè mari nè monti all’orizzonte, ma è tutto costantemente grigio; qua e là gli alberi brillano con le loro foglie rosse o gialle, l’alta visibilità come ultima cartuccia della natura.

Un manto monocromatico, uniforme, un velo grigio senza nemmeno una delle 50 sfumature.

Dai campi nebbia, nuvole bassissime, vapore ad altezza terra.

Guardo fuori dal finestrino e per distogliere Viola dal suo piantino mattutino le dico “Guarda Viola! guarda i campi, quanta nebbia”.

“Voj andare là” mi risponde; le piace stare all’aperto.

“Là dove?” le chiedo a titolo di conferma.

“Nella nebbia”.

Resto interdetta: cosa avrà di tanto interessante da invogliarla?

“E cosa c’è nella nebbia, Viola?”

“Ciniti”

“I cinesi?” oh bella questa, come le sarà venuto in mente che nelle nebbia ci sono i cinesi?

“I cinesi? ci sono i cinesi nella nebbia?”

“No! Ci ninti… Nella nebbia….. Ci ninti”

Tradotto: nella nebbia c’è niente.

Ma a me è sembrato un tocco di colore incredibile.

Every like I take

Per spiegarci l’importanza della confessione pre eucarestia, l’insegnante di catechismo aveva fatto questo esempio: se a vostra madre comunicassero che viene il Papa in visita a casa vostra, si metterebbe al lavoro per fargliela trovare pulitissima, presentabile, nella miglior forma.
Beh, non ricordo molto altro delle lezioni di catechismo a dire il vero, e non so nemmeno se ho mai messo veramente in pratica questo insegnamento, ma il paragone con quanto sto per dire è calzante più che mai.

Quando arriva un nuovo seguace del mio blog, cioè mi si apre una nuova possibilità di essere letta, per me è come se arrivasse il Papa in visita a casa mia.

Non fa differenza se ci arriva perchè invitato espressamente; o implicitamente da qualcuno che mi ha accordato la fiducia apprezzando i miei scritti o a volte condividendoli. Oppure se ci è arrivato per caso, in autonomia.

Io mi sento, ogni volta ogni, immensamente onorata: non è uno che vale uno, è ognuno che vale come il Papa.

Mi illudo che diventi un ospite fisso e mi venga a trovare ogni giorno; poi generalmente le visualizzazioni restituiscono un numero inferiore ai potenziali lettori, e le interazioni si riconducono ai soliti tre o quattro inossidabili fan.

Ma se anche ci fosse anche una sola visualizzazione per il post del giorno, io desidero far trovare a chi legge il mio blog il meglio della mia produzione.

Cerco di dare un volto ai miei lettori anonimi: ricordo di apprezzamenti arrivati in maniera del tutto inattesa e cerco di non deludere le aspettative di quello che, fosse anche un lettore distratto o annoiato, per me rimane il Papa.

A che gioco giochiamo?

Ci sono già i pandori in offerta al supermercato, è ora di acquistare gli ultimi regali, forza accorrete!
No, scherzo, fermi là.

I pandori ci sono davvero ma mancano ancora due mesi buoni a Natale.

La tv inizia già a insistere con gli spot sui giocattoli in modo che i bambini possano preparare la loro lunga letterina Santa Claus.

Io facevo così: appena vedevo una pubblicità di un gioco che sembrava divertentissimo lo chiedevo in dono; pare che la generazione successiva faccia altrettanto perché Sofia sta già allungando di giorno in giorno la sua lista delle desiderata.
Che poi a ripensarci, dei giochi che ho avuto da bambina, alcuni mi sono rimasti.

Nel senso che mi sono rimasti nel cuore, non ho l’animo della rigattiera.

Ecco i giochi (non necessariamente ricevuti per Natale) per me memorabili:
1) la pista delle macchinine Polistil: per montarla serviva la supervisione dei genitori; si faceva l’otto, con tanto di sostegno per la sopraelevata, si appoggiavano le automobiline e via col joistick a comandare la gara;

2) i Lego: all’epoca niente Lego Friends o capolavori architettonici simili; tanti mattoncini colorati a parallelepipedo da assemblare a piacimento;

3) il piccolo chimico: anche questo sotto stretta supervisione genitoriale; tra matracci, ampolle, bussolotti di zolfo, ricordo che abbiamo prodotto dei cristalli azzurri (solfato di rame?) che sono rimasti in giro per mesi, forse anni;

4) Forza 4: evoluzione del tris, quello su carta con crocetta e pallino; qui un bel telaio di plastica in cui infilare monete rosse o gialle e cercare di allinearne 4. Che soddisfazione aprire la fessura inferiore e sentirle cadere tutte sul tavolo prima di una nuova partita;

5) il Dolce Forno: un forno in miniatura con tanto di teglie bonsai per preparare mini tortine, ovviamente non da sola ma sotto l’egida materna;

6) il Master Mind: concettuosissimo, al pari della Dama Cinese (disponibile sia in versione solitario, obiettivo restare con una sola biglia ‘mangiandosi’ le altre una a una; sia in versione di gruppo in cui devi saltare i piolini per arrivare ad occupare il petalo opposto in una scacchiera a fiore);

7) una serie di anelli rompicapo, da sfilare e infilare: una sola posizione consentiva l’operazione senza forzature; regalo ricevuto da un viaggio a Londra che aveva fatto mia mamma;

8) Indovina Chi?

No, non serve indovinare chi viene a cena… è il nome di un gioco costituito da due tabelloni in cui erano imperniate le tessere con disegnate una trentina di facce.

Una domanda a testa (ha i baffi? Era quella risolutiva) per arrivare ad individuare la faccia pescata dal mazzo di carte dall’avversario; 

9) i Micronauti: Emperor era quello più completo, aveva anche il mantello, nero di gomma. Dietro la schiena un pulsante, schiacci il tasto ed esce lo sfaccimm, concretizzato in un innocuo bottone di gomma rossa; 

10) il manuale del piccolo inventore: grazie ad esso sono sopravvissuta al morbillo (ovvero alla noia della convalescenza); avevo imparato a costruire da un tovagliolo di carta un paracadute, con spago da cucina e graffette metalliche. Poi facevo il buco sopra il telo e misuravo quanto tempo impiegava a cadere giù dalle scale, raffrontando le due versioni; 

11) la tavola di Osiride: una cosa inutilissima per predire il futuro, ma la scatola faceva tanto bello impilata sopra le altre;

12) i Puffi: una collezione di ometti blu in plastica di un paio di centimetri di altezza; i pezzi più preziosi le versioni delle puffette e dei grande puffo; non ho mai avuto nessun puffo quattrocchi;

13) la Barbie (o forse Tania): una versione povera della famosa bambola, senza accessori, alla quale lavavo i capelli e li tagliavo; dopo averla ridotta a un marine la vestivo con gli abitini che cuciva mia nonna dagli avanzi di stoffa.

Venexia

Era parecchio tempo che desideravo una gita in treno a Venezia.

Ho scelto (involontariamente) una giornata simbolica: la ricorrenza dei 18 anni dalla mia laurea, giorno in cui si concludeva il mio pendolarismo ferroviario: al secolo un magnifico sabato di ottobre.

Volevo che le mie figlie si godessero dal vivo il treno, quello che vedono nei cartoni animati a fare ciuf-ciuf. 

Come da copione, passando dalla fantasia alla realtà, hanno scoperto ahimè che i treni sono anche in ritardo e sovraffollati.

Pazienza, il viaggio impiega meno di un’ora e ben tre persone hanno provato a cedermi il posto, dandomi evidenza che ormai non ho più l’aspetto della laureanda.
Quando si arriva in stazione a Venezia è un po’ come scendere dall’aereo: hai tempo di fare con calma perché sai che il treno non ripartirà subito.

Esci e ti trovi già ‘in medias res’, ovvero nel pieno della città; vieni assalito da chi vende Venezia ai turisti.
Quando avevo 10 anni Venezia era meta fissa per la gita del fine settimana, si andava almeno una volta al mese, e mi sembrava così a portata di mano da essere scontata, ovvia, normale.
Ho il ricordo di una città fetida: nelle calli più anguste ristagnava un’odore acre di piscio di cane; la passeggiata era una versione scatologica del campo minato: ogni quattro passi una merda. 

Dal cielo spesso e volentieri (beh spesso sì, volentieri solo come locuzione) schitti di piccione, che se non ti centravano comunque si depositavano su muri e sul camminamento.
Nei campi l’odore stantìo di salsedine dalla laguna.

Anche allora ad ogni angolo gli ambulanti vendevano Venezia ai turisti: offrivano finte macchinine fotografiche con le vedute più classiche della città riprodotte in sequenza.
Lo spettacolo che mi si è presentato con la visita odierna è stato completamente diverso: una città pulita. Pulite le strade, puliti i muri. Odore di aria fresca. Una città da cartolina. Gli ambulanti fuori dalla stazione, e lungo tutto il tratto che porta a Piazza San Marco, si sono adeguati ai tempi: non più finte macchine fotografiche ma bastoni per i selfie.

E se non fosse per la noia di portarsi in giro un amenicolo in più, il bastone per le foto serve, perché è tutto un incanto, tutto uno spettacolo, tutto uno scorcio degno di essere immortalato.

“La gondola costa / la gondola è solo un bel giro di giostra”:

La città da cartolina paga lo scotto di questo merito pittorico: più che di fare il giro in gondola (costo 80/100€) i turisti chiedono di farsi fotografare sulla gondola, e il gondoliere si scoccia.

“Venezia appoggiata sul mare”: 

Venezia è unica al mondo: una città sorta sulle acque; non ci sono vie o strade ma rive, le banchine che danno sulla laguna, dove i numeri civici procedono senza alternarsi; o calli, le vie strettissime; o campi, gli slarghi tra una calle e l’altra; o sotoporteghi, i sottopassaggi; oppure si chiamano rio. Oppure ci sono i ponti: tanti, alti o bassi, larghi o stretti. Sulla sommità è istintivo fermarsi, guardare giù dove navigano i motoscafi e le gondole, dove il sole filtra, dove brilla il riverbero, dove le imbarcazioni a motore lasciano l’acqua fluttuante ad infrangersi sui muri.

Venezia è affollata, e ha calli strette: lo spazio tra le case e il canale è breve; a Venezia non circolano auto e gli abitanti del luogo, per fare la spesa, girano con capienti sacche a trolley; Venezia è meta di turisti da tutto il mondo, che arrivano con le loro valigie a trolley; dai negozi ai ristoranti si movimentano le merci con enormi carrelli a spinta; i bambini vanno a spasso con i monopattini. 
Insomma è abbastanza facile intuire che enorme via vai, che miriade di traiettorie e di andature, tra umani e ruote, che facile sia perdersi.
Passeggiando verso la meta che ci siamo prefissi non rinunciamo alla sosta pranzo in uno dei classici bacari, al sole lungo il canale, forse proprio quel Paradiso dove i Pitura Freska si andavano a consolare nel giorno del concerto dei Pin Floi.

La gerente del locale sta pulendo il patio, lo trovo insolito, non avevo mai visto tanta attenzione. Il suo socio esce chiedendole chi suona all’indomani, perché lo vuole sapere il Gazzettino al telefono.

È un palco incredibile Venezia, è stato un evento irripetibile quel concerto dei primi anni ’90, ora comunque esibirsi sulle rive ritengo sia una grande emozione per chi suona.
Le paure sono irrazionali, si sa, ma l’agorafobia è la più assurda di tutte: arrivare in piazza San Marco è uno spettacolo che toglie il fiato. Quella città che ritenevo ovvia e scontata è in realtà una meraviglia a poche decine di km da casa. Si passa la vita a sognare la California ma quale incredibile maestosità abbiamo intorno a noi.
La basilica di San Marco, i mori che battono i rintocchi sulla campana, le colonne con i leoni alati, il palazzo dei dogi, un enorme spazio contenuto da costruzioni maestose dove tutta quell’angustia trova riscatto.
“Non dar da mangiare ai piccioni” recitano i cartelli, e infatti non ci sono più i venditori di mangime di cui avevo un nitido ricordo, e i piccioni sono rimasti pochissimi. Al loro posto ora molti gabbiani.

Non so se la veste rinnovata della città sia merito dell’amministrazione, che vieta ad esempio di nutrire i piccioni, o se sia frutto di una sensibilità più nuova, da parte di turisti e cittadini, che un tempo ricordo aver visto buttare le ‘scoasse in canal’ proprio da in cima al ponte, con enorme soddisfazione nell’udire quel PLOF e vedere il sacchetto allontanarsi.
Mentre osserviamo un’orchestrina davanti al Florian, accompagnata dalle danze di tre avvenenti ragazze (poco) vestite con abiti di scena bianchi, calzature improbabili, mascherine e piume, le mie figlie sbocconcellano una crostatina.
Sofia la finisce tutta, Viola arriva a metà e credo non ne voglia più. La tiene tra le mani con la carta ma il dolcetto rimane avvolto, così la scarto del tutto e gliela metto in mano, in modo che riesca a mangiare tortina e non confezione. 
La sua presa è incerta, temo che a breve le cada, oppure di doverla riporre in borsa, ma non ho più l’involucro. 

Mentre penso queste cose la osservo: un gabbiano scende fino alla sua altezza e con un colpo da maestro scippa col becco quel che rimane della merendina, e vola un metro più in là, inghiottendo in un solo boccone la refurtiva.

Non ho nemmeno il tempo di capire cosa è accaduto che Viola protesta sgomenta che l’uccellino le ha rubato la crostatina.

Dirigiamo verso Rialto con l’intenzione di prendere da qui il vaporetto per tornare in stazione.

“Supplemento lire 8000, marchette da rapido sto bastardo” che tradotto ai giorni nostri fà una spesa superiore all’importo del biglietto del treno. Per un chilometro e mezzo di strada è spropositato. Così corrompo Sofia promettendole l’acquisto di una mascherina se accetta di camminare un altro po’; sembra essersi dimenticata delle vescichette ai piedi e accetta. Viola invece si addormenta. È il chilometro più lungo, come l’ultimo della maratona, su e xó dai ponti.
E quando arriviamo in stazione, seduti sui gradini osservando il canale e mangiando il gelato nell’attesa che parta il treno, Sofia mi dice ‘Questa giornata è stata proprio bella’.
Dulcis in fundo, al ritorno troviamo posto a sedere e resta il ricordo del viaggio in treno ‘come si deve’.

Senza benzina? *

Percorrendo una statale il traffico ad un certo punto si inceppa, poi piano piano riprende a fluire: un’auto, una Punto, è rimasta in panne, e le auto che ci precedono, una alla volta, la superano. 

Nel mentre che siamo arrivati ad essere i secondi della fila, dall’auto sono scesi: il conducente (un uomo di età indefinita); una bambina di una decina di anni scarsi (presumibilmente sua figlia); un uomo più anziano (suppongo il nonno della bambina).
Il nonno e la bambina iniziano a spingere l’auto dal posteriore, l’uomo dal fianco, col finestrino aperto e una mano sul volante.
Proprio sulla nostra sinistra si trova un distributore di carburante: la cosa più sensata per la Punto è di attraversare la strada e dirigersi li. 

E così fanno: iniziano a spingere energicamente, nonno e bambina, e il padre dal lato ruota lo sterzo e indirizza il mezzo.

Noi dietro fermi, che cediamo spazio per la manovra.
Ad un certo punto si fermano tutti, smettono di spingere la Punto. 

Cosa succede? Dal nostro punto di vista è difficile capire, forse la bambina non ce la fa, è stanca…
Invece no!!!

La nostra attenzione è tutta rivolta alla scena, nell’attesa di poter riprendere la marcia: l’uomo è rimasto senza pantaloni!!! Nello sforzo sono cadute le braghe e anche le mutande (ammesso che le avesse) e lì in primissimo piano un culo peloso.
Senza carburante può anche capitare di prendersi per strada, ma senza mutande non mi era mai capitato di trovare nessuno!!!

* Post decongelato

La minestra riscaldata *

Dice bene Marie Kondo, ma non di arrotolare i calzini come il sushi, che da un giorno all’altro aprendo il cassetto avrei timore di sentire una gran puzza di pesce avariato.
Dice bene a consigliare di prendere in mano i capi di abbigliamento e parlarci, rivitalizzarli, capire se ci trasmettono ancora delle emozioni. 
E se la risposta è no, si ringrazia per il servizio reso e si saluta.
Se abbiamo la tendenza ad accumulare inutili oggetti inanimati come i vestiti, figuriamoci con le amicizie, che sono persone reali.
Sia chiaro: non sto paragonando cose a persone! 

Sto generalizzando l’atteggiamento umano nei confronti di ció che è al confine tra essere e avere: un abito lo indossi, ed è parte integrante della valutazione che altri fanno di te; un amico lo frequenti, e diventi per forza di cose un pochino come lui.
Se un abito ci fà miseria buttarlo, perché un tempo ci piaceva, ce lo sentivamo addosso, ci metteva a nostro agio, mentre ora giace là, in memoria di quello che era stato e non sarà più, figuriamoci se possiamo arrivare a razionalizzare che alcune persone, che un tempo costituivano parte importante della nostra vita, ora si sono spente (e non nel senso che sono morte, anzi quelle rimangono più vive che mai), ci hanno deliberatamente lasciati su una strada diversa dalla loro.
Inutile aspettarsi che l’abito ritorni di moda: anche se lo facesse noi saremmo diversi, più grassi o più magri, e sicuramente più vecchi.

Così la minestra riscaldata di un’amicizia importante, portata principale di un pranzo luculliano, tuttalpiù può diventare la pietanza complementare di una cena frugale.
E allora ha poco senso provare a ricontattare qualcuno ormai perso, nè tantomeno aspettarsi di ricevere una telefonata o un banale messaggio, e nemmeno dare valore a un incontro casuale per ricucire i rapporti: se la relazione aveva assunto una certa piega, la riprenderà!
Se un abito lo senti tuo, lo porti negli anni anche se ha fatto i buchi; se un amico lo senti tuo, lo continui a cercare nonostante i suoi difetti.
E non mi si dica che ci sono persone che hai più o meno occasione di frequentare perché con gli attuali mezzi di comunicazione è solo una balla!

* Post decongelato

La cultura del senza

Ordiniamo pizze senza mozzarella, beviamo caffè senza zucchero; compriamo prodotti senza lattosio, o senza glutine.
Ci piacciono i programmi senza interruzioni pubblicitarie e la biancheria senza cuciture.

Pubblichiamo foto senza filtri, abbiamo reti senza fili, sottoscriviamo abbonamenti senza limiti di traffico, gossippiamo la Pausini quando canta senza mutande.

Impariamo ad andare in bici senza le rotelle prima, e senza mani poi; a sciare senza cadere; a nuotare senza supporti.

Siamo arrivati a definire come pregio la caratteristica del senza: non si sottolinea più quali elementi di spicco abbia una cosa rispetto ad un’altra, ma il plusvalore è non averli.

Non è un’arte come la modellazione con la creta, in cui aggiungi un po’ alla volta i dettagli; è piuttosto una scultura che parte da un blocco di marmo, in cui progressivamente togli materia fino a rivelare la statua.

Così noi partiamo da un modello completo, anzi sovrabbondante; c’è tutto e a volte c’è di più, e da qui partiamo a togliere: la vittoria dell’alfa privativo.

Fino a rimanere, massimo dei complimenti, senza parole.

Fai da te

Sebbene io collezioni figure da cioccolatino, amo le figure retoriche: dietro nomi altisonanti, spesso di derivazione greca, si nascondono delle magie, dei veri e propri giochi verbali con cui io mi diverto molto.

La paronomasia, detta anche bisticcio di parole, è l’accostamento di parole simili nel suono ma con significato diverso.

Esempi classici riportati da tutti i siti, Wikipedia, Treccani e via dicendo sono:

– chi dice donna dice danno;

– il troppo stroppia (ma non era storpia?);

traduttore traditore (deve essere l’avvento del T9, io non lo avevo mai sentito).

Mi son chiesta: e nella musica? le canzoni ne pullulano certamente; mi son messa a riflettere e ascoltare tutto ciò che passava alla radio. 

Ho avuto meno fortuna di quel che credevo:

– accoccolati ad ascoltare il mare: in posizione di raccoglimento si ascolta meglio; 

– le seeeereeee neeereee: ma potevano essere anche le peeeereeee;

– abbi dubbi: in effetti non sono sicura di aver visto giusto;

Poi mi è venuto in mente Daniele Silvestri, le cui canzoni sono ricche di paronomasie, ne ha fatto un modus cantandi:

– quali ali di colibrì libri nell’aria;

– conto quanto Kunta Kinte e in quanto a Kunta Kinte canto;

Mi pareva quasi di rubare le caramelle a un bambino, e anche mi ha fatto ripensare a Matteo Marzotto:

– conta chi canta e se anche un conte vuol cantare / il testo è un pretesto.

E lì mi sono arenata o forse inabissata.

Ho pensato: faccio il contrario! Penso io a una paronomia, vedrai che da una o dall’altra parte trova il suo uso.

Chi fà da sè fa per tre e questo è quanto la mia fantasia distorta ha prodotto:

– Infilando il maglione ho provato un magone;

– Giunta al tuo cospetto nutro il sospetto;

– Che davanti allo specchio sia tutta spocchia;

– Durante un ascolto sciolto;

– Provare un banale desiderio di banane;

– Lavo l’uva;

– Star soli al sole;

– Far l’amore tra le more;

– Mangiare aglio per sbaglio;

Ma in quale ordine?

– È l’essenza della sequenza!