Tirana

"Che cosa è quel pomodorone?" chiede Sofia indicando una gigantesca panchina rinchiusa in una gabbia rossa a forma di cuore, inserito nel contesto della scritta I love Tirana, al posto della parola love.
Le altre lettere sono realizzate ad altezza d'uomo.

Entriamo nel pomodorone e un uomo già presente con la figlia ci avvisa che la sua bimba ha la chicken pox, potrebbe essere ancora contagiosa.
Non capisco immediatamente ma vedo la bimba da vicino e trattandosi di varicella ringrazio in cuor mio una volta in più di aver vaccinato le bimbe e di aver salvato gli unici 15 giorni di mare che facciamo all'anno dalla clausura in nuvolette di talco mentolato per alleviare il prurito.

Mi aspettavo che la città di Tirana avesse l'aspetto di una capitale, invece è una città abbastanza grande, paragonabile alle nostre città maggiori, ma non una metropoli.

Dopo la sosta nel pomodorone dirigiamo verso il bazari iri, che nessuno capisce cosa sia quando chiediamo indicazioni.
Attraversiamo una zona esclusivamente pedonale; ai lati della via e nel parco più avanti gli anziani si radunano all'ombra delle piante, seduti su secchi di vernice rovesciata o su una coperta distesa a terra, giocano a carte, a domino, alcuni a backgammon.

Fuori dalla zona pedonale altri stanno seduti su piccoli sgabelli ad esercitare l'antichissimo mestiere dei lustrascarpe.

Le bimbe iniziano già a manifestare stanchezza, per il caldo e il cammino, e ci rifugiamo una decina di minuti dentro un centro commerciale: esattamente identico a tutti i nostri centri commerciali, stessa aria condizionata a mille, stessi negozi.

Le donne mi sorprendono per la loro indifferenza al calore: con 40 gradi all'ombra sono truccate di tutto punto, rossetto compreso, camminano su tacchi alti e sembrano non avvertire la temperatura, quasi si stringono negli scialli o indossano abiti interi.
Alcune, mussulmane suppongo, hanno dei 'confortevolissimi' saii neri che le coprono da capo a piedi.

Il fenomeno dell'accattonaggio è ben presente, sono diversi i bambini che ci vengono appresso supplichevoli di denaro.

Mi sembra di distinguere tratti somatici comuni nei nativi del posto: fronte alta, naso adunco, forma del viso triangolare, orecchie sporgenti. Gli uomini sono di costituzione magra e ossuta ma piuttosto panciuti.
Per certo noi veniamo riconosciuti come turisti perché ogni volta che ci sediamo e ordiniamo da bere e da mangiare attendiamo che prima tutti gli altri avventori abbiano digerito.

Raggiungiamo con un po' di fortuna il bazari iri, ossia il mercato, che è un'esposizione ortofrutticola coperta di medie dimensioni. La piazza è adornata con delle statue di paglia che rappresentano cicogne.

Lì sentiamo un muezzin cantare, ci spostiamo verso la moschea che è la più antica della città. La moschea dà su una enorme piazza, attorno alla quale ci sono edifici di interesse pubblico. Nella piazza ci sono zampilli che formano una fontana a terra e molti bambini che ci giocano sopra, incuranti del fatto di bagnarsi.
Ascolto alcuni turisti parlare e … sono italiani. Li saluto, perché individuo una caratteristica in comune, e perché di base sono social nella realtà, ma a questi non sembra ci sia niente di insolito che ci accomuna, infatti ricambiano il mio saluto a stento.

Le batterie di Viola e Sofia sono esaurite, un po' in groppa e un po' in spalla le riportiamo indietro.
La città è per buona parte un cantiere in costruzione, pertanto siamo costretti a numerose deviazioni dal percorso. Per il resto i palazzi dell'epoca fascista stanno ancora lì, in mezzo a numerosissime postazioni di controllo. La parte centrale, quella che siamo riusciti a visitare, è uno strato di novità.

Paura di volare?

Finalmente si parte!

In aeroporto a Verona mi parlano tutti in inglese, credendomi straniera, e si scocciano perché dimostro di capire meglio l'italiano.

Il volo è in ritardo di una buona mezz'ora ma l'importante è che le ferie abbiano avuto inizio!

"E perché è in ritardo mamma?"
Improvviso una delle mille spiegazioni a tutti i perché che domandano i bambini, e le mie figlie non sono da meno, e mi accorgo di una signora che sta ascoltando attentamente, anzi mi ha talmente presa sul serio che mi chiede di ripetere.

Una volta imbarcati assistiamo al teatrino delle procedure di emergenza: la prima volta che ho volato mi sembravano difficilissime, ora mi rendo conto che sono indicazioni piuttosto banali.
Konrantine, lo stewart, in compenso è guardabilissimo. Sembra un modello di Armani che esegue la sua coreografia per Amici guidato dalla voce della hostess. Tra l'altro sono seduta nelle prime file e posso sentire anche il suo profumo.

Il decollo è sempre un momento adrenalinico e dalle espressioni di Viola ho la conferma che la paura di volare non è insita nella natura umana: non nasciamo con la paura di prendere un aereo, via velocissimi mamma grida tutta contenta, è un condizionamento che acquisiamo con l'esperienza.

L'aeromobile è climatizzato in maniera piuttosto spinta, sembra di essere nelle corsie dei freschi all'Auchan. Quando scendiamo finalmente il tepore.

E poi un'altra mezz'ora per il noleggio, che all'auto fanno un servizio fotografico degno di un matrimonio.

Ma ormai sopporto tutto con calma zen: siamo in vacanza!

Passi alpini che passione 

E’ un appuntamento fisso ormai quello del tour motociclistico dei passi alpini.

Organizzata una giornata di ferie e sistemate le bimbe al nido e al centro estivo si parte.

Andare in moto, anche se come passeggero, richiede comunque un certo impegno.

Pur essendo un giorno infrasettimanale il traffico è sostenuto, non ricordavo tutto questo sforzo muscolare per reggersi durante curve, sorpassi, frenate, tornanti. Già nelle prime ore di viaggio inizio ad accusare una certa fatica che mi concretizza il tempo che è trascorso dall’ultima volta che sono andata in moto e la consapevolezza degli anni che passano.

Però però però… il profumo di bosco bagnato, di erba appena tagliata, il verde brillante dei prati coperto da quello più intenso delle conifere; i colori del cielo spugnati da nuvole bianche… mi pare di viaggiare su un tappeto volante a poco più di un metro da terra.

Un tappeto che ogni tanto strappa e mi riporta alla realtà.

Consumiamo il pranzo in un rifugio. Io scelgo i canederli, sfidando la cortesia della locandiera che, non so per quale motivo, sembra restia ad accettare la mia ordinazione. In realtà osservo poi che tutto il servizio nel locale è alternativo dato che quando ci alziamo per andarcene, mentre indossiamo le protezioni, la cameriera ci chiede cosa desideriamo: non si ricordava già più che eravamo seduti al tavolo fino a due minuti prima.

Il tour procede, il panorama è decisamente meritevole anche se la pendenza mi fa sorprendere che ci sia chi affronta il nostro stesso percorso in bicicletta.

E poi i tornanti, numerati; che se li prendi in discesa va bene perché fai un countdown. Ma in salita? Quanti possono essere? A quanti si può arrivare? 20? 21? Anche 29! Ma poco cambia perché finita una serie se ne fa un’altra, come i Papi.

E proprio come il Papa inizio a considerare che la mia posizione da turista non mi si addice più di tanto e a farmi un film mentale in cui quando arriverò a casa, finalmente, bacerò il pavimento.

Il viaggio però è ancora lungo e, dopo un’altra sosta suggestiva sulla riva di un laghetto alpino durante la quale sorseggio un buon tè alle erbe di montagna, ripartiamo.


La moto però inizia a dare segni di scompenso, non vuole partire ma, complice la discesa, si fa convinta.

Fino a che, a forza di cercare discesa per la ripartenza, ci sospingiamo dentro la zona industriale di Agordo da cui ahimè la moto non riparte più.

Moto ferma ad un orario in cui dovevamo essere già a casa, invece mancano due ore di viaggio.

Per fortuna non siamo soli, così mentre io attendo seduta lungo le rive di un fosso, i centauri vanno a recuperare il pezzo di ricambio.

Che dire? anche dalla riva di un fosso in zona industriale il panorama alpino è pregevole.

 

Comacchio

Venezia è unica al mondo, ma vanta, come la Settimana Enigmistica, numerosi tentativi di imitazione.

Uno di questi è Comacchio, situata sul delta del fiume Po, meta di recente gita.

Si tratta di un centro molto più piccolo del capoluogo veneto ma, analogamente, è attraversata da numerosi canali lacustri, sormontati da altrettanti ponti caratteristici.

I canali non sono protetti e suppongo che non sia infrequente che qualcuno ci finisca dentro.

Coloro a cui abbiamo detto che saremmo andati a Comacchio ci hanno chiesto se avremmo mangiato anguilla, specialità del posto. Un pezzettino l’abbiamo anche assaggiato ma, soprattutto, abbiamo avuto modo di rimirare un altro esemplare di serpentello: una biscia d’acqua.

Abbiamo pranzato in un ristorante che aveva un’area all’aperto, una sorta di terrazza galleggiante, a forma di barca, da cui si vedevano i muri dell’edificio; a pelo dell’acqua c’era una rientranza nel muro e…

“Guarda lì” e io mi giro: vedo una corda di quelle che si usano per attraccare le barche. 

Ma che strano, ha un diametro variabile e… a un’estremità si rastrema, all’altra si svasa.

Aaaaaahhhhh …. Inorridisco!

Il raccapriccio ha il sopravvento, mi auto-convinco, per resistere, che è finta, una scultura lignea come quelle che ornano qua e là i canali, che rappresentano molto realisticamente anatre e cigni.

La riguardo meglio: svogliatamente si snoda! Inorridisco il doppio!!! Prendo un bel respiro e cerco di pensare ad altro.

Sofia che stava pasturando i pesciolini con le briciole di pane si accorge di ciò che ho appena avvistato anche io e inizia a manifestare paura. Viola sente sua sorella affermare ‘paura’ e per non essere da meno inizia a dichiararsi impaurita anche lei. “Di cosa hai paura Viola?” Lei indica il tendone di copertura ed esclama ‘di babbo natale’.

Gli avventori dei tavoli attorno a noi iniziano ad incuriosirsi (ma non poteva più semplicemente aver paura della strega?) e piano piano si avvia una processione di donne che vengono ad osservare la biscia e poi scappano inorridite ripetendosi che comunque è finta, o morta.

(Ometto foto della biscia).

La cameriera che viene a spreparare spezzetta due cornetti interi di pane così oltre ai pesci e alle anatre arrivano anche numerosi anatroccoli. Sotto il sole a picco delle ore centrali della giornata si osservano chiaramente le gocce d’acqua che non vengono assorbite dal piumaggio ancora immaturo, e scivolano via di nuovo dentro il canale.

Il centro storico di Comacchio, nel punto più centrale, ospita alcuni autori di non meglio precisati romanzi noir; loro parlano da sopra il ponte e la platea sotto ascolta. Per l’occasione la salita sul culmine del ponte è stata arredata con oggetti a tema: un lavabo in cui sono dipinte due mani insanguinate e un televisore a tubo catodico col vetro frantumato e numerosi fumetti d’epoca (la mia epoca: erano tutti vecchi numeri di Topolino).

Sulla via del rientro verso l’auto non poteva mancare l’incontro con una personaggia caratteristica: mentre procedo lungo una delle viuzze (un analogo delle veneziane calli) spingo il passeggino con Viola a bordo che cerca di prendere sonno. 

Trattandosi di un centro che sorge sull’acqua non ci sono strade carrabili, nè circolano le automobili.

Odo un PO-PI PO-PI che non capisco da dove provenga. Viola non ha pupazzetti che emettono di questi suoni, inizio a credere di averne pestato uno, mi guardo intorno per cercarlo. Escludo a priori che si tratti di un clacson, anche se il suono è molto simile a quello emesso da certi autoarticolati.

Girandomi vedo una vecchia in bicicletta; non un’anziana donna, perché anagraficamente e sottolineo solo ANAGRAFICAMENTE, poteva essere mia madre, ovvero avrà avuto 30 anni più di me. 

Questa non era un’anziana dicevo, era proprio una vecchiaccia di quelle col gambaletto color carne sotto la gonna al ginocchio, con il mocassino a pantofola, che pedalava.

Sobbalzo un po’, non perché mi avesse spaventata, ma perché temevo potesse aver svegliato Viola, che in realtà non dormiva ancora: “Oh cosa è?”

La vecchia acida mi risponde che lei deve passare e io sono in mezzo.

Ora, io capisco che la Fornero ha creato situazioni lavorative estreme ma dubito che fosse una commessa che doveva fare l’apertura della domenica pomeriggio; e in ogni caso mi stava sorpassando a destra.

Brontolo qualcosa mentre lei si allontana ma la trovo pochi metri più avanti che si è già fermata: ah ecco dove doveva andare così di fretta! Una coppia di cicloturisti intenta a riparare la camera d’aria non attendeva altro che la sua supervisione!

 

Guarda ‘o mare…! *

Lo scorso anno in questo periodo siamo stati a visitare Napoli, che non avevo mai visto. In quell’occasione avevo scritto questo:

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Solo un racconto per tutta la gita.
Sabato sera, ristorante di pesce, a Procida.

Locale curatissimo nei minimi particolari, con cibo di qualità e servizio impeccabile.

Viola è in serata no, un frigno continuo.

Si è svegliata rovescia, non vuole assaggiare nulla. Sopperiamo con un po’ di latte. 

Porgo a un cameriere il biberon vuoto, chiedendo un po’ di latte caldo. 
L’uomo, sulla quarantina mal portata, un sosia di Checco Zalone con almeno 10kg in più, si dimostra perplesso.

Mi chiede di specificare esattamente cosa intendo: acqua calda? No latte. Latte normale? Si quello che avete va bene. Ne versa due dita. Gli chiedo di riempirlo. Me lo da, gli chiedo di scaldarlo. Lo pone in un pentolino a bagnomaria. Rimango al banco del bar in attesa che raggiunga una temperatura idonea; lui dietro il banco, cortesemente attende altrettanto, e ogni tanto verifica.
L’effetto calmante del latte dura un’ora o poco più, poi di nuovo Viola in crisi.

Torno al bancone del bar. Altri camerieri sono entrati in turno.

Ad accogliere le mie richieste questa volta ce ne è uno giovanissimo. 
Bello, mediterraneo al 100%: occhi nerissimi, capelli rasati nerissimi, abbronzato, asciutto. Indossa la divisa del ristorante ma sembra un fotomodello di Armani.

Gli porgo il biberon aperto, sporco di latte sul fondo, chiedendo se per cortesia mi può riscaldare dell’altro latte. 

Aggiungo ‘col vapore’ perché la tecnica a bagnomaria si è rivelata troppo lenta.

Lui con estrema cordialità prende un pentolino, riempie d’acqua che scalda col vapore, immerge il biberon.
Mi sarei aspettata che lo avesse risciacquato, visto il livello del locale, ma è assolutamente superfluo.

Immerge il biberon e aggiusta il livello d’acqua. 

Quindi lui da un lato del bancone e io dall’altro, aspettiamo.
Io aspetto che lui versi il latte, lui aspetta e basta. È da dilettanti aspettare con un obiettivo, i professionisti aspettano e basta, non aspettano ‘che’.

Inizialmente suppongo che lui non versi il latte perchè ne è rimasto sprovvisto al bancone e abbia chiesto al suo collega di procurarglielo.
Suppongo che non abbia dei figli, nè dei nipoti, tanto scarsa è la dimestichezza con i biberon. 

Suppongo che nemmeno nessuno dei suoi amici abbia dei figli, nè dei nipoti.
Poi ad un certo punto, smetto di supporre; anche un po’ imbarazzata, rompo gli indugi e trattenendo una risata a crepapelle gli chiedo, con tutta la delicatezza che riesco a reperire “scusa, mi potresti versare anche del latte???”.
Niente, è più forte di me, non riesco più a trattenermi dal ridere, scoppio fragorosamente. 

E lui di risposta inizia a scusarsi con un “oh maronn maronn”…. 

E poi segue la spiegazione che una signora una volta vedendo il cartone del latte scremato e a lunga conservazione aveva fatto una sceneggiata che non andava bene per il suo bambino, che deve aver terrorizzato l’intero staff tanto erano restii a somministrare latte agli infanti (altro che alcolici ai minori).

Venexia

Era parecchio tempo che desideravo una gita in treno a Venezia.

Ho scelto (involontariamente) una giornata simbolica: la ricorrenza dei 18 anni dalla mia laurea, giorno in cui si concludeva il mio pendolarismo ferroviario: al secolo un magnifico sabato di ottobre.

Volevo che le mie figlie si godessero dal vivo il treno, quello che vedono nei cartoni animati a fare ciuf-ciuf. 

Come da copione, passando dalla fantasia alla realtà, hanno scoperto ahimè che i treni sono anche in ritardo e sovraffollati.

Pazienza, il viaggio impiega meno di un’ora e ben tre persone hanno provato a cedermi il posto, dandomi evidenza che ormai non ho più l’aspetto della laureanda.
Quando si arriva in stazione a Venezia è un po’ come scendere dall’aereo: hai tempo di fare con calma perché sai che il treno non ripartirà subito.

Esci e ti trovi già ‘in medias res’, ovvero nel pieno della città; vieni assalito da chi vende Venezia ai turisti.
Quando avevo 10 anni Venezia era meta fissa per la gita del fine settimana, si andava almeno una volta al mese, e mi sembrava così a portata di mano da essere scontata, ovvia, normale.
Ho il ricordo di una città fetida: nelle calli più anguste ristagnava un’odore acre di piscio di cane; la passeggiata era una versione scatologica del campo minato: ogni quattro passi una merda. 

Dal cielo spesso e volentieri (beh spesso sì, volentieri solo come locuzione) schitti di piccione, che se non ti centravano comunque si depositavano su muri e sul camminamento.
Nei campi l’odore stantìo di salsedine dalla laguna.

Anche allora ad ogni angolo gli ambulanti vendevano Venezia ai turisti: offrivano finte macchinine fotografiche con le vedute più classiche della città riprodotte in sequenza.
Lo spettacolo che mi si è presentato con la visita odierna è stato completamente diverso: una città pulita. Pulite le strade, puliti i muri. Odore di aria fresca. Una città da cartolina. Gli ambulanti fuori dalla stazione, e lungo tutto il tratto che porta a Piazza San Marco, si sono adeguati ai tempi: non più finte macchine fotografiche ma bastoni per i selfie.

E se non fosse per la noia di portarsi in giro un amenicolo in più, il bastone per le foto serve, perché è tutto un incanto, tutto uno spettacolo, tutto uno scorcio degno di essere immortalato.

“La gondola costa / la gondola è solo un bel giro di giostra”:

La città da cartolina paga lo scotto di questo merito pittorico: più che di fare il giro in gondola (costo 80/100€) i turisti chiedono di farsi fotografare sulla gondola, e il gondoliere si scoccia.

“Venezia appoggiata sul mare”: 

Venezia è unica al mondo: una città sorta sulle acque; non ci sono vie o strade ma rive, le banchine che danno sulla laguna, dove i numeri civici procedono senza alternarsi; o calli, le vie strettissime; o campi, gli slarghi tra una calle e l’altra; o sotoporteghi, i sottopassaggi; oppure si chiamano rio. Oppure ci sono i ponti: tanti, alti o bassi, larghi o stretti. Sulla sommità è istintivo fermarsi, guardare giù dove navigano i motoscafi e le gondole, dove il sole filtra, dove brilla il riverbero, dove le imbarcazioni a motore lasciano l’acqua fluttuante ad infrangersi sui muri.

Venezia è affollata, e ha calli strette: lo spazio tra le case e il canale è breve; a Venezia non circolano auto e gli abitanti del luogo, per fare la spesa, girano con capienti sacche a trolley; Venezia è meta di turisti da tutto il mondo, che arrivano con le loro valigie a trolley; dai negozi ai ristoranti si movimentano le merci con enormi carrelli a spinta; i bambini vanno a spasso con i monopattini. 
Insomma è abbastanza facile intuire che enorme via vai, che miriade di traiettorie e di andature, tra umani e ruote, che facile sia perdersi.
Passeggiando verso la meta che ci siamo prefissi non rinunciamo alla sosta pranzo in uno dei classici bacari, al sole lungo il canale, forse proprio quel Paradiso dove i Pitura Freska si andavano a consolare nel giorno del concerto dei Pin Floi.

La gerente del locale sta pulendo il patio, lo trovo insolito, non avevo mai visto tanta attenzione. Il suo socio esce chiedendole chi suona all’indomani, perché lo vuole sapere il Gazzettino al telefono.

È un palco incredibile Venezia, è stato un evento irripetibile quel concerto dei primi anni ’90, ora comunque esibirsi sulle rive ritengo sia una grande emozione per chi suona.
Le paure sono irrazionali, si sa, ma l’agorafobia è la più assurda di tutte: arrivare in piazza San Marco è uno spettacolo che toglie il fiato. Quella città che ritenevo ovvia e scontata è in realtà una meraviglia a poche decine di km da casa. Si passa la vita a sognare la California ma quale incredibile maestosità abbiamo intorno a noi.
La basilica di San Marco, i mori che battono i rintocchi sulla campana, le colonne con i leoni alati, il palazzo dei dogi, un enorme spazio contenuto da costruzioni maestose dove tutta quell’angustia trova riscatto.
“Non dar da mangiare ai piccioni” recitano i cartelli, e infatti non ci sono più i venditori di mangime di cui avevo un nitido ricordo, e i piccioni sono rimasti pochissimi. Al loro posto ora molti gabbiani.

Non so se la veste rinnovata della città sia merito dell’amministrazione, che vieta ad esempio di nutrire i piccioni, o se sia frutto di una sensibilità più nuova, da parte di turisti e cittadini, che un tempo ricordo aver visto buttare le ‘scoasse in canal’ proprio da in cima al ponte, con enorme soddisfazione nell’udire quel PLOF e vedere il sacchetto allontanarsi.
Mentre osserviamo un’orchestrina davanti al Florian, accompagnata dalle danze di tre avvenenti ragazze (poco) vestite con abiti di scena bianchi, calzature improbabili, mascherine e piume, le mie figlie sbocconcellano una crostatina.
Sofia la finisce tutta, Viola arriva a metà e credo non ne voglia più. La tiene tra le mani con la carta ma il dolcetto rimane avvolto, così la scarto del tutto e gliela metto in mano, in modo che riesca a mangiare tortina e non confezione. 
La sua presa è incerta, temo che a breve le cada, oppure di doverla riporre in borsa, ma non ho più l’involucro. 

Mentre penso queste cose la osservo: un gabbiano scende fino alla sua altezza e con un colpo da maestro scippa col becco quel che rimane della merendina, e vola un metro più in là, inghiottendo in un solo boccone la refurtiva.

Non ho nemmeno il tempo di capire cosa è accaduto che Viola protesta sgomenta che l’uccellino le ha rubato la crostatina.

Dirigiamo verso Rialto con l’intenzione di prendere da qui il vaporetto per tornare in stazione.

“Supplemento lire 8000, marchette da rapido sto bastardo” che tradotto ai giorni nostri fà una spesa superiore all’importo del biglietto del treno. Per un chilometro e mezzo di strada è spropositato. Così corrompo Sofia promettendole l’acquisto di una mascherina se accetta di camminare un altro po’; sembra essersi dimenticata delle vescichette ai piedi e accetta. Viola invece si addormenta. È il chilometro più lungo, come l’ultimo della maratona, su e xó dai ponti.
E quando arriviamo in stazione, seduti sui gradini osservando il canale e mangiando il gelato nell’attesa che parta il treno, Sofia mi dice ‘Questa giornata è stata proprio bella’.
Dulcis in fundo, al ritorno troviamo posto a sedere e resta il ricordo del viaggio in treno ‘come si deve’.

Expo 2015

Volgeva al termine lo scorso anno in questo periodo l’esibizione internazionale più famosa, che per il 2015 aveva avuto sede a Milano.

Quello che segue è il racconto della mia esperienza.

“L’unico posto per cui non fai la fila è il bagno” mi avevano detto; ma è impreciso: diciamo che puoi non fare la fila per il bagno, se sei fortunato.
Altrimenti fai la fila per tutto: al padiglione del Marocco c’era una tale fila che ci voleva meno ad andarci, in Marocco direttamente intendo.

Mi ero ripromessa di saltare quei padiglioni in cui la fila era di 120 minuti; e non è stato difficile, perché file da 120 minuti non ce ne erano. Per il Giappone l’attesa prevista era di 240 minuti, più 50 per la visita.
Più o meno fanno 5 ore, che è più di mezza giornata lavorativa.
Inutile dire che ho rinunciato.

Punto direttamente al Kazakistan, consigliato da tutti quelli che ci sono già stati. Bene: qui ho fatto una prima fila per arrivare da un tizio che diceva che la fila iniziava là; e per metterti in fila (ordinata) dovevi fare prima una fila disordinata. La fila per chiedere dove fare la fila per mettersi in fila. Una matrioska di file.
Rinunciato. (Si parlava di 7 ore tra attesa e visita).

Per alcuni padiglioni minori la fila si snodava in incognito: sembrava poca, poi giravi l’angolo e scoprivi che si estendeva sui 4 lati della struttura; comunque procedeva spedita e nel giro di 40 minuti eri dentro. E una volta dentro mi sono sentita come ai musei vaticani: tutti col naso per aria a guardare ma senza soffermarsi, nè tantomeno fermarsi.

Mentre attendo e avanzo osservo i soliti furbi che si inventano le scuse più disparate per saltarne un pezzo o tutta; uno dietro di me commenta che in realtà ‘il bello’ è fare la fila, poi dentro non c’è granché. Lo dice scherzando ma sotto sotto c’è un fondo di verità.

Peró mi aspettavo di vedere qualcosa di più che filmati, che se un film di tre ore al cinema può sforare nel noioso non so dopo ore di attesa che filmato devono mostrarmi perché ne valesse la pena.

Uno dei padiglioni senza fila era quello del Veneto: beh vediamo un po’ cosa ci rappresenta nel mondo mi sono detta.
Ahimè le indicazioni non erano chiare, mi sono ritrovata in una sala in cui si propagandava l’imprenditorialità al femminile; davanti a me un gruppo di tre uomini molto più delusi di me nello scoprire che era un’esposizione un po’ off topic.

Dicevano che col passeggino si saltavano le file, e quasi mi dispiaceva di aver trovato una collocazione per Viola ed essere andata da ‘single’. C’erano famiglie che pur di portare il bimbo in passeggino avevano sedato quello in loro possesso (8 anni compiuti e oltre), e promesso un futuro da collaudatore di videogiochi: credo che esistano passeggini con le sospensioni rinforzate. 

E comunque il risparmio di fila non sarebbe valso lo stress di avere un infante da gestire tutto il giorno in mezzo a più di centomila persone.

Centoepiumila persone che si muovono senza regole, in un flusso disordinato, alla caccia del selfie più trendy, del panino più onto, della birra, delle patatine, del gelato, della foto di gruppo, degli elementi del gruppo persi qualche decina di metri indietro a farsi i selfie.

Tra questi oltre ai normali pedoni, ci sono i bimbi in passeggino, le carrozzine dei disabili e anche le motorette elettriche di chi disabile non è ma gli farebbe tristemente comodo esserlo. Più le biciclette dei gelati algida e i furgoncini del recupero immondizie. In poche parole un caos.

In mezzo a tutta questa gente statisticamente puoi incontrare qualcuno che conosci, tipo io ho trovato una famiglia di compaesani.
Ma a guardare in faccia la gente mi sembrava di (ri)conoscere tutti.

Mi avevano detto che potevi sbizzarrirti nel mangiare i piatti più svariati… Ma non mi avevano avvisata che anche per quelli c’erano file interminabili (nella foto una fila di gente per le patatine del Belgio; lungo il percorso cartelli che avvertivano che quella era la coda solo per le patatine).

Se vale la pena di andarci?
SI
Sì perché è un evento straordinario che in Italia, a poche centinaia di km da casa, non si ripeterà mai più finché campo; un evento che ha condotto alla costruzione di opere architettoniche variegate, maestose ed apprezzabili, che anche a vedere solo dall’esterno ti avvincono con la loro magia.

Una serie di monumenti moderni, bellissimi e memorabili, forse anche più dall’esterno, che una volta che ci sei dentro ne vieni inghiottito e perdi un po la visione di insieme.
Mi resterà la curiosità di sapere cosa c’era dentro, oltre ai filmati proiettati sui muri. Magari me lo racconterà con pazienza (la stessa che ha profuso nell’attesa dell’ingresso) chi ci è stato.

Epilogo

Quando rimetti in moto la routine quotidiana, dopo un periodo di sosta, ti approcci con animo ben disposto.

Vedi un po’ tutto col distacco che hai raggiunto durante l’assenza, un piccolo nirvana personale; un po’ come dall’aereo in fase di atterraggio: vedevo la pianura padana tutta verde, lavorata.

I campi coltivati, gli appezzamenti di forme geometriche irregolari giustapposti come in un patchwork; i filari paralleli che li facevano sembrare appena pettinati, con le stesse righe regolari che un pettine lascia sui capelli umidi.

Tra i campi si notano le strade, percorse dalle auto e dagli altri mezzi di trasporto: tutto ordinatissimo, tutto calmo. Le strade che si snodano tra i campi raggiungono edifici: fattorie, fabbriche, abitazioni, impianti sportivi.

Visto dall’alto sembra tutto così perfetto, così misurato, così zen come quei giardinetti di sabbia e sassolini su cui affondi morbido un rastrellino di legno.

Sembra tutto distante anni luce dalla frenesia quotidiana, da quello dietro che deve superarti ad ogni costo, da quello davanti che sembra non capire che sei in ritardo e guarda le farfalle, dal telefono che suona, dalla sveglia che suona, dall’allarme che suona, dal timer del forno che suona.

Tutto appare silenzioso, calmo, perfetto, sostenibile e vorresti mantenere questo stato d’animo fino alla prossima vacanza.

Mantenere la voglia di scherzare, di prendere la vita con il tempo che le è necessario, porti di buon grado di fronte a chi incontri e a quel che accade.

Ma purtroppo generalmente dura poco.

Si chiude così la sezione vacanziera del blog che, lo riconosco, ha assunto in questo periodo una veste da diario che mi sta un po’ stretta, ma era necessaria a virare il racconto dalla direzione troppo enciclopedica che avrebbe seguito se avessi presentato semplicemente i luoghi senza nessuna decorazione personale.

Grazie a chi mi ha seguita, anche occasionalmente. Da parte mia spero di aver trasmesso una parte delle emozioni positive che ho vissuto nelle due settimane di soggiorno siciliano.

In aereo (#14 – bis)

Il viaggio in aereo è composto di una serie di passaggi obbligati: consegna bagagli, controllo passeggeri ed effetti personali, metal detector, controllo documenti, verifica carte di imbarco, salita a bordo, allacciare le cinture; decollo e poi atterraggio, infine ritiro bagagli.
Sempre gli stessi passaggi, per tutte le destinazioni e con qualsiasi compagnia aerea, in qualunque aeroporto del mondo: un format, un protocollo.
L’aereo aspetta tutti, una volta fatto il check-in; ripeto: tutti, casomai fà appello con l’altoparlante.
Eppure niente da fare, è tutto un passare davanti alla fila, non lo capirò mai.
Non capirò mai perché affannarsi e spingere per l’ultimo controllo prima di salire, che tanto l’aereo chiude quando è al completo; perche devi intersecare le tue molecole con gli altri passeggeri per scendere per primo dall’aereo quando il bus non parte finché non ci sono tutti.
Perché devi metterti davanti al nastro che le valigie passano una alla volta e nessuno te la porta via.
Già che ci siamo non capisco nemmeno l’esigenza di tirarsi come una corda di violino, con tacchi alti e vestiti sciccosi, per viaggiare.
E nemmeno quella di farsi i selfie sulla scala che accede all’aeromobile, soprattutto se fino a un istante prima pareva che stessi perdendo il volo se non ci salivi subito.
Ma considerato che queste tizie dei selfie erano lì a rammaricarsi di come venivano trattati i loro bagagli (“guarda il passeggino di Leo… Come lo lanciano!!!”) deduco fosse il loro primo viaggio.
(To be continued)

Il rientro (#14)

Pack your bags è l’espressione che usano gli anglosassoni per dire ‘Fa’ le valigie’.

Oltre al significato letterale dei singoli termini, è proprio quel ck gutturale,  dalla sonorità compatta, sigillata, che rende l’idea dell’azione.
Quando si ritorna a casa, che la vacanza è finita, bisogna richiudere tutto nello spazio della valigia, del bagagliaio dell’auto, della stiva dell’aereo.

Bisogna recuperare tutte le cose che hanno preso un loro posto nel luogo di soggiorno, bisogna far implodere ciò che è esploso, bisogna aprire i cassetti, le antine, gli armadi, guardare sotto i letti.

Tutti gli oggetti che avevano ritrovato una loro naturale collocazione nel luogo di soggiorno temporaneo vengono richiamati all’ordine, e così la nuova routine viene chiusa, per ritornare al tran-tran di tutti i giorni.

Si pensa di avere poche cose da impacchettare, invece gli oggetti si moltiplicano man mano che li si accumula, sembrano uscire dai muri.
Scatta la guerra alle priorità: questo dopo, no questo dopo, no meglio quest’altro; non c’è nulla che guadagni in assoluto il diritto ad essere l’ultimo da mettere via, tutte le cose hanno una valida ragione per rimanere al loro posto finché non si può più procrastinare la loro archiviazione.
Se poi ci sono di mezzo dei bambini le cose si complicano, perché si mettono a giocare proprio con quelle cose che si ha già la certezza non servano più, e vanno a tirar fuori quelle che hai già messo via.

Insomma più che fare i bagagli diventa la tela di Arianna.

Al momento di riconsegnare le chiavi ovviamente è scattato il solito mantra lacaccalacacca, non potevamo chiudere senza.

(To be continued)