Parole di Vicenza (e dintorni): ‘MBORESSARSE

Prosegue l’appuntamento con le parole locali spiegate oltre i loro confini dal mio personalissimo punto di vista.

Imboressarse significa entrare in boresso, ovvero in un mood in cui si reagisce in maniera esageramente euforica a qualunque stimolo.

Non ha a che fare con alcol o droghe, che fornirebbero un alibi chimico allo stato d’animo.

Quando ci si imboressa si ride per qualunque cosa, e non si riesce a smettere. È quella che in italiano si definisce ridarella, ma secondo me il richiamo al termine boria rende questa parola più significativa, sembra quasi di sentire il continuo sbuffare e ansimare di chi ride a sfinimento.

Invece il ‘boresso’ della boria ha solo l’aria, quella della risata, ma chi si imboressa non è per niente borioso; al contrario è su di giri, euforico e chiunque può entrare nel suo cerchio, stimolando ulteriormente lo stato d’animo.

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Neologismi *

Secondo me dietro a tutto sto rosicamento del petaloso ci sta l’essenza dell’italianità: tutti a dire che avevano un termine migliore da proporre alla crusca e nessuno che lo abbia però fatto (smentitemi pure).
Che poi la maestra di Sofia segna errore se nel compito scrive che l’iniziale del riccio è la R, perché finché si studiano le vocali quello si deve chiamare Istrice, mentre Margherita Aurora si prende la briga di scomodare la Crusca, anche a me rode un po’.
Inoltre, che nessuno l’ha detto, quante lettere pensate riceva la crusca? La verità è che questi non hanno granchè da fare e non gli par vero di ricevere posta. 

Cioè: sta girando la foto di una lettera cartacea spedita con tanto di busta e francobollo, e nessuno si sorprende? Mah!

La morale della favola (Frozen)

Arrivo forse tardi, ma certe cose non hanno epoca.

Parlo del cartone animato Frozen: uscito nelle sale ormai da alcuni anni, ma a giudicare dai travestimenti di carnevale, ancora attualissimo anche tra le bambine.

È una fiaba rivoluzionaria, e non so se ho fatto la scoperta dell’America.
La protagonista, Elsa, non è per nulla la protagonista.

È un personaggio pieno di problematiche: ha un handicap, che nel film viene proposto come un super potere, ma che in realtà le procura solo guai.

Ogni volta che le scappa un raggio di ghiaccio fà danni, una specie di re Mida, ma almeno quello ogni cosa che toccava diventava oro: del ghiaccio di Elsa ne abbiamo pieni i poli.
E come gestisce il suo problema questa mancata eroina? Scappa via, fugge, si isola, si ritira in clausura. Bell’esempio di reazione ai problemi!
Poi ha anche un pessimo carattere, che si incazza per un nonnulla e quando la vanno a cercare risponde in malomodo.

È una a cui piace farsi pregare insomma.
La vera eroina del film è invece la sorella, Anna, che viene proposta come personaggio minore (ho visto poche, pochissime, bambine vestite da Anna).

A lei vanno tutte le mie simpatie: è tenace nella sua ricerca della sorella ‘malata’, dall’inizio alla fine del film. Nonostante quell’altra le faccia del male lei continua a cercarla, a volerle bene: amore incondizionato si chiama.
Poi è una sventata: conosce un tizio una sera e già se lo vuole sposare. Rimanda le nozze per andare a cercare la sorella e cammin facendo conosce un altro uomo.

Non è bello come il primo, non è nemmeno un principe ma lei si innamora e va a finire che si sposa questo.
Questo tema della risoluzione di un fidanzamento in favore di un altro (i Troll che cantano ‘il fidanzato va eliminato’ sono fenomenali) è un tema del tutto nuovo in una fiaba per bambini.

Se penso a Biancaneve, Aurora o Cenerentola lo trovo un passo avanti epocale: mentre queste incontrano il principe azzurro, in maniera del tutto fortuita, e lo sposano esclusivamente in quanto ‘principe azzurro’, Anna cade si nello stesso tranello di stampo arcaico, ma se ne libera con eleganza.
Mentre Elsa per tutta la storia rimane single.

I nativi digitali

Nativi digitali: li chiamano così. Sono coloro che sono nati in un’epoca in cui la tecnologia è scontata, ovvia.

Per loro, già a pochi mesi di vita, è naturale prendere in mano uno smartphone o un tablet e padroneggiarlo.
Non sanno ancora leggere, men che meno sanno scrivere, eppure sanno che la X in alto a destra serve per chiudere una finestra, che la freccia in basso a destra ti fa andare ‘avanti’ e quella a sinistra ‘indietro’.

Non glielo ha spiegato nessuno, lo hanno intuìto.
Mia nonna non avrebbe intuìto; non è mai riuscita a capire che la televisione ospitava un canale per la riproduzione dei filmati registrati, e che per passare da ricezione dei palinsesti ad avvio del VHS era necessario premere il tasto 0.

Il massimo della tecnologia che indossava al dito indice era quel cappuccetto metallico chiamato ditale, che adoperava con singolare maestria per far percorrere all’ago l’orlo di una gonna.
Ma è sufficiente andare indietro di poche decine di anni: la televisione che c’era a casa mia era un tubo catodico, 12″ bianco e nero, ospitata nella credenza del salotto.

Aveva 6 canali memorizzabili (che bastavano e avanzavano): per ciascun canale un pirolino sporgente, che si poteva ruotare per migliorare la ricezione.
Per cambiare canale non c’erano gli infrarossi (né tantomeno il Wi-Fi o il Bluetooth o altre diavolerie a distanza): per cambiare canale c’era ‘alza il culo’, o ‘solleva le chiappe’ per i più raffinati.

Per cambiare canale ti alzavi dal divano e andavi a pigiare uno di quei 6 pirolini, dove avevi memorizzato il canale: lo zapping quindi era uno sport estremo.
Quando ho compiuto i 10 anni (intendo in quell’anno, mica come regalo) la tv in bianco e nero è stata sostituita da un tv color 21″ a 99 canali, dotato di un accessorio rivoluzionario: il telecomando. Una scatoletta dai poteri magici: tu schiacciavi un bottone col numero e ZAC, la tv si sintonizzava su quel canale.

Ad essere onesti di numeri ne dovevi premere due, ovvero le due cifre.
I miei genitori volevano stupirmi con effetti speciali e farmi credere che anche il cartoncino di istruzioni del telecomando, che riportava in copertina il disegno realistico dello stesso telecomando, funzionasse allo stesso modo, così avevano architettato uno scherzo: il giorno della consegna dell’elettrodomestico mi avevano fatta sedere sul divano e dato in mano il cartoncino, io premevo i finti tasti e loro dietro di me premevano quelli veri sul vero telecomando, e così il canale cambiava.

A me sembrava inverosimile: avevo intuìto che c’era un raggiro, e infatti nel giro di un paio di minuti il gioco è finito.
Ai nativi digitali invece pare inverosimile che questo non sia reale, così come non concepiscono che una fotocamera digitale non abbia lo schermo touch, e per scorrere le foto memorizzate devi premere il tastino, piuttosto che scorrere l’indice verso sinistra.

Tanto che, contrariati, la battono se non risponde al loro concetto di ‘funzionamento intuitivo’.

Parole di Vicenza (e dintorni): CESTE

Ogni lingua ha le sue meraviglie: anche i regionalismi. Anzi quelli, arrivando dal popolo, sono particolarmente vivaci.

Non mi piace fare la site map del blog ma, sull’onda di numerosi altri esempi, voglio iniziare a raccontare le parole di Vicenza e dintorni.

La parola che inaugura questa rubrica è Ceste.

Ceste non è un termine dialettale, ma assolutamente italiano, e definisce dei contenitori di paglia o vimini.

Regionale, anzi specificatamente vicentina, è la sua accezione come esclamazione che esprime disinteresse misto a rassegnazione.

Esempio: 

‘Volevo andare al cinema ma al botteghino non sono riuscito a comprare il biglietto, erano esauriti i posti. E quindi ceste’.

Alcuni aggiungono anche il complemento oggetto ‘Ceste il cinema’.

L’espressione sfuma parecchio il rammarico che si prova, perché non esprime nessun connotato, positivo o negativo, alla rinuncia.

– ‘Prendo la pizza con la mozzarella di bufala e la salsiccia’

– ‘Ma non eri a dieta?’

– ‘Ceste (la dieta)’

Oppure:

– ‘Domani c’è la riunione del condominio, ma siamo anche invitati a cena’

– ‘beh … ceste’ 

(il condominio, o la cena se gli amici non sono particolarmente simpatici).

È assolutamente equivalente a fanculo o al ‘Molto interessante’ di Rovazzi (= il gran ca… che me ne frega), ma non è assolutamente volgare, solo un po’ menefreghista. È un termine precursore del ciaone, ma non ha violentato nessuna parola della lingua italiana.

Non esiste documentazione sull’etimologia dell’esclamazione, pertanto formulo le mie personali ipotesi.

Trattandosi di un contenitore la cesta è un vuoto a perdere, che una volta utilizzato il contenuto può essere riusato ma comunque è privo di valore suo intrinseco.

Così ceste è qualcosa di poco conto.

È qualcosa di molto simile allo ‘stica’ (che però al nord viene erroneamente usato per esprimere meraviglia): e forse da stica a cesti / ceste il passo è stato breve.

E se ritenete che io abbia detto corbellerie… CESTE!

20 Febbraio (20 / 02)

Questi 8 anni sono scivolati via, e da quel 20 febbraio le cose sono cambiate, anzi si sono rivoluzionate.
Per molti aspetti di quel giorno ho un ricordo nitido; la telefonata arrivata mentre ero al lavoro, e il sospiro di sollievo che ho emesso nel riceverla: una situazione drammatica che si stava risolvendo, anche se l’epilogo non si poteva considerare uno stato migliorativo.
Non sono arrivata in tempo per trovarti ancora cosciente, e non è un rammarico per me, perché non avrei retto alla consapevolezza che sarebbe stata l’ultima volta che ti vedevo sveglio. 

Non so come avrei potuto reagire a quella linguaccia che hai fatto scherzando subito prima che ti sedassero, preferisco averlo appreso dai racconti.
Poi una lunga giornata, fatta di attese, di telefonate, di gente che arrivava, di organizzazione del tempo a venire, perché chi resta vivo deve alternare il sonno alla veglia, e prevedere ristori.

La preoccupazione per la mamma, che stava vedendo in anteprima il film di ciò che l’avrebbe attesa.

Sul fare della sera sono ritornata a casa, per dormire un po’ prima di affrontare il turno della notte. La gelateria del paese in cui abitavo aveva appena cambiato gestione e forse mi sono fermata a prendere del gelato al cioccolato fondente, foresta nera; o forse era chiusa.

A casa mi sono buttata sul letto a faccia in giù sul cuscino e ho pianto, ho pianto un mare di lacrime, ho esaurito anche quelle che di lì a poco mi sarebbero servite ancora.
Mi sono sforzata di dormire, esausta, fino a che, mancava poco a che suonasse la mia sveglia, ci ero quasi riuscita, e invece è suonato il telefono: non era più necessario vegliare la notte, era già tutto finito.

Sono corsa a casa della mamma, lei era già sul cancello in strada ad aspettarmi, e l’ho abbracciata fortissimo, ma non sono riuscita a stringerla così forte come avevo stretto te il giorno in cui ci avevano comunicato che presto mamma non ci sarebbe più stata. Avevo forse paura di farle male, era già tanto debole.

Hai manifestato a quella notizia una reazione tale che sei riuscito ad evitare che si avverasse, anticipando i tempi.

Giulietta & Romeo.
Ciao papà. Non sai che spettacolo di nipoti ti sei perso.

Le statue viventi

Tra le mie attività preferite c’è quella di passeggiare all’aria aperta per le vie del centro storico, con la mia famiglia, quando c’è il sole.

Mi dà un senso di pace e libertà.

Sabato mattina mentre attraversavamo la piazza dei Signori, proprio di fronte alla Basilica Palladiana stava un artista di strada, una statua vivente: vestito di bianco e grigio, con il viso impiastricciato, una bombetta nera in testa.

Stava lì, nel mezzo della piazza, inespressivo ed immobile, in attesa che qualcuno gli elargisse l’elemosina.

Una famiglia che passava di lì, con due bimbi piccoli, gli ha deposto qualche moneta nel cestino.

I bambini si sono avvicinati, in maniera cauta, e hanno lanciato qualche centesimo che la mamma aveva appena dato loro.

La statua, ricevendo quei pochi denari, ha interrotto la sua immobilità, e ha fatto un inchino; con le labbra pitturate di bianco ha mimato un paio di baci, soffiati all’aria.

I piccoli sono corsi dalla loro mamma, e hanno chiesto un’altra moneta per ripetere la magia.

Osservando la scena Sofia mi ha chiesto spiegazioni, e ha espresso il desiderio di provare anche lei.

Le ho detto ‘sulla via del ritorno’ e non ha protestato.

Poi la via del ritorno ha preso un’altra direzione, e il caso ha voluto che anche qui sostasse una statua vivente.

A differenza della precedente era una statua di ‘bronzo’, non di ‘marmo’ bianco; non sostava in mezzo al passaggio ma su un angolo della via; e soprattutto era di piccola statura, per questo si ergeva su un rialzo.

Sofia l’ha scorta e mi ha ricordato ciò che le avevo promesso. Ormai l’avevamo superata di alcuni metri, ma ha insistito.

Mentre cercavo una moneta ho osservato la statua, che si stava aggiustando le vesti e grattando un po’, probabilmente pensando di non essere osservata.

Ho affidato la moneta a Sofia perché andasse a portarla ma lei ha voluto che la accompagnassi; quando ci siamo trovate di fronte alla statua, tenendomi stretta una mano, ha lasciato cadere con l’altra la moneta in un cestino completamente vuoto.

Io mi aspettavo un inchino, al massimo un bacio dato all’aria; invece sono stata sorpresa da una voce femminile, dal marcato accento balcanico, che ha detto ‘Grazie Sofia’. Poi ha proteso la mano e Sofia ha ricambiato il gesto. La statua ha continuato ‘Vai a scuola Sofia? Che classe fai?’, e dopo un breve dialogo si sono salutate.

Io sono rimasta basita, dalla gentilezza e dalla dolcezza di quelle poche parole. E poi perché mi sono resa conto di una cosa che sottovaluto: chi ci sta attorno, anche se non interagisce in maniera diretta e immediata, ci osserva e ci ascolta.

La statua poteva conoscere il nome di mia figlia solo perché lo avevo appena pronunciato; e chissà quante altre informazioni distribuisco in modo inconsapevole.

Non sono una maniaca della privacy, i nomi e i volti sono dati di pubblico dominio, altrimenti non avrei la passione per le passeggiate all’aperto, me ne starei chiusa in casa.

Ma spesso tendo a trascurare il fatto che se anche una persona non mi conosce, nulla le impedisce di osservarmi e giudicarmi.

Nella vita quotidiana ci sono moltissimi che, per timidezza o per professione, come nel caso della statua, non si espongono: stanno immobili e in silenzio, e noi non li notiamo. Però questi stessi ascoltano, osservano ed elaborano.

L’arcobaleno a memoria *

…tin tin tin … lo smartphone inizia a tintinnare stile momento ‘bacio-bacio’ a un matrimonio: è il gruppo wa dei genitori della classe di Sofia.

Oggetto del dibattito è che alcuni bambini non hanno imparato i colori dell’arcobaleno a memoria, così la maestra ha dovuto invalidare la prova.

In un momento storico come questo, in cui la bandiera arcobaleno è stata dissotterrata per supportare la battaglia delle unioni civili, dopo essere rimasta inusata per lungo tempo (da quando lo slogan PACE appeso ad ogni balcone si era confuso con il grigiore dello smog), è un’onta.

La cosa assume notevole importanza: i colori dell’arcobaleno vanno imparati, e nell’esatto ordine, non c’è storia.

Per prima cosa mi informo se il caso è mio: ‘Sofia? avete fatto una verifica di arte&immagine? un uccellino mi ha detto che qualche bambino non sapeva i colori dell’arcobaleno…’.

‘Te li dico mamma? te li dico?’ e senza aspettare conferma aggiunge ‘RossoArancioGiallo’ … pausa… ‘Verde’ … pausa… ‘Blu’ …. pausa ….’IndacoViola’.
Io in realtà non li ricordavo nemmeno fino a sabato, quando li abbiamo studiati insieme (o meglio lei me li ha ripetuti una volta, dato che li sapeva già).

Così ho anche scoperto che l’ultimo colore adesso lo chiamano viola mentre io l’ho sempre chiamato violetto (che in realtà i raggi al di fuori dello spettro visibile continuano a chiamarsi ultravioletti, oltre che infrarossi); 
ma così come la sorellina si chiama Viola, non Violetta, il colore è viola (a noi i vezzeggiativi ci spicciano casa, si dice così?).

Ok adesso voglio i nomi dei 7 nani, mi verrebbe da risponderle.

Invece è lei che mi incalza con una domanda: ‘che cosa è l’indaco mamma?’

‘Ehm…. è un colore a mezza via tra il blu e il violetto, anzi… il viola’.
Rifletto, non ho un’idea precisa di che colore sia, credo esista solo nell’arcobaleno.

Non ho nessuna maglia color indaco, credo.
Ma è uno di quelli che non si dimentica, proprio perché è particolare.

Magari nella sequenza dimentico il giallo, o il verde, così come a volte mi scordo mammolo o cucciolo; ma brontolo e dotto, i due capisaldi, non me li scordo.
Rete di sicurezza mnemonica la chiamano.

La stessa a cui si appoggiava lo sventurato Kap quando l’Andreoli, l’insegnante di geografia al liceo, lo chiamava fuori interrogato a ripetere le repubbliche sovietiche.

Poraccio, la prima volta che gliele aveva chieste non le sapeva e così ogni volta che cadeva geografia (una materia che si fa solo in prima per un’ora a settimana) lo interrogava. 

Ripassava con la punta della biro l’elenco dei nomi sul registro, giù, su e ancora giù.

In classe il silenzio regnava sovrano, la tensione era palpabile. Fino a che inspirava ed emetteva la condanna ‘oggi …. sentiamo…. Capozzi!’

E mentre gli altri tiravano un lungo sospiro di sollievo il malcapitato si appropinquava alla cattedra. Una volta ripristinato un clima neutro lei gli sottoponeva la famigerata domanda: ‘…Dimmi un po’ Capozzi …. quali sono le repubbliche dell’Unione Sovietica?’.

Talmente importante che di lì a poco l’unione sovietica non sarebbe nemmeno più esistita.

Ma Capozzi, e solo lui, doveva saperle.

Chissà come mai lo aveva preso così di mira.
E questo iniziava:

‘EstoniaLettoniaLituania’ … pausa …

‘ArmeniaGeorgia’
Questa per lui era la rete di sicurezza, a volte ‘ArmeniaGeorgia’ le teneva per i momenti di difficoltà, quando proprio non gliene veniva nessuna delle altre; allora proclamava esultante ‘ArmeniaGeorgia’, pensando ‘intanto te ne ho aggiunte altre due tiè’.

Altre volte invece le enunciava all’inizio, chè chi ben comincia è a metà dell’opera.
Quando arrivava a ‘Azerbajan Turkemnistan Uzbekistan Tagikistan’ si impaperava sempre (come sarebbe successo per chiunque altro al posto suo).

A volte arrivava anche a 14, altre si fermava a 12 ma l’esito era sempre lo stesso ‘Capozzi … 4…! Vai pure al tuo posto’.

Se il povero Capozzi avesse avuto un po’ meno timore dell’insegnante, una che terrorizzava anche il più preparato degli allievi che chiamato fuori tremava come una foglia e lei gli diceva ‘fatti un po’ di training autogeno’; se il povero Capozzi fosse stato un po’ più smaliziato, come un ragazzo di 14 anni raramente è, avrebbe concluso con ‘pisolo gongolo indaco e violetto, settebello e sto!’.

Chè tanto l’Andreoli non se ne sarebbe nemmeno accorta che era arrivato a 15 elementi molto eterogenei.

Fuori tutto

Inesorabili si succedono le stagioni, a breve sarà nuovamente tempo di fare il cambio degli armadi.

Ancor prima di leggere ‘Il magico potere del riordino’ avevo la tendenza a buttare ciò che non adopero: meglio pochi capi che hanno lo spazio per essere conservati bene, che molti pezzi sempre stipati.

(Questo apre anche le porte allo shopping, per inciso).
Però Marie Kondo mi ha dato una spinta ulteriore, mi ha fornito la chiave interpretativa per la fatidica decisione: dice di buttare tutto ciò che non trasmette più nulla.

Nella sua teoria il cambio armadi va fatto parlando ai capi di abbigliamento, per vedere se esiste ancora un sentimento verso di essi: prenderli in mano, sentirli, chiedersi se c’è ancora rapporto con essi.

Così, pensavo, ci sono dei pezzi che se ne sono andati anzitempo, a cui ero molto affezionata ma dai quali ho dovuto separarmi a forza (per raggiunto limite d’uso).
Primo tra tutti una t-shirt arancione ricevuta in regalo per la cresima, che riportava a caratteri cubitali la scritta Moschino: in tempo di Drive-In e paninari era il mio pezzo forte, potevo dire di possedere anche io un capo inequivocabilmente firmato.
Poi il vestitino bianco: una specie di giacchina lunga aderente, con zip sul fronte, arrivava sul retro a coprire le chiappe appena (bastava non piegarsi mai in avanti) mentre davanti aveva uno spacco che lo alzava; era uno di quei vestiti che mia nonna allarmava ‘attenzione a non pestare la cottola (gonna)’.

Poiché era bianco avevo pensato di poterlo utilizzare anche nel giorno del matrimonio.
Infine i jeans Avirex, che mi facevano tanto sentire la versione femminile di Tom Cruise, fino a che non ho scoperto che venivano prodotti nel vicino stabilimento di Pegolotte di Cona.